The party is over

I Menzingers hanno fatto un disco sulla fine dei vent’anni. Si chiama After The Party ed è un gran disco. Questo pezzo invece fa schifo e utilizza linguaggio e concetti volutamente scadenti per venire incontro alle mie scarse capacità mentali.

“Where are we gonna go now that our twenties are over?”.

Non saprei ragazzi. Io di anni ne ho 32 e, vi giuro, non l’ho ancora capito.
Se mi posso permettere, a me sembra che ve la stiate cavando piuttosto bene. Girate il mondo suonando, fate bei dischi, probabilmente riuscite anche a mettervi da parte qualche soldo. Mi sembra tutto in ordine.
Nonostante la mia età, la domanda qui sopra per me è ancora senza risposta. La cosa pazzesca è che ho cominciato a pormela tantissimo tempo fa. Già attorno ai ventidue, ventitré anni, ho iniziato a chiedermi dove sarei finito una volta entrato nei trenta. Forse perché adoro preoccuparmi, o forse perché già a ventidue anni avevo intuito che di lì a poco avrei cominciato a collezionare disastri in ogni contesto della vita. Da quello relazionale a quello accademico, e così via.
Non è facile per nessuno tirare le somme dei propri vent’anni. Ci sono troppe variabili e troppe situazioni soggettive per farlo. Ed è ancora più difficile capire i vent’anni quando li si vive. Le scelte da prendere, i programmi da definire, le priorità da fissare.
A me piace pensare che esistano due branche principali. Chi decide di “vivere” a vent’anni e chi decide di farlo nei trenta. Amo vederla così, una lotta tra perdizione e lavoro, tra chi si rifiuta di pensare al futuro e chi invece ha talmente a cuore il proprio avvenire da trasformare il presente in un’asettica transizione. Ovviamente la situazione non è affatto questa, ed esistono centinaia di vie di mezzo che sono chiaramente le più gettonate dalla maggior parte delle persone. Vie di mezzo che permettono, grazie a un minimo di buonsenso, di godersi appieno le esperienze fondamentali dei vent’anni senza per questo mettere in disparte responsabilità e pianificazioni necessarie per non finire alla deriva.
Di mio, posso dire di essere la ridicola eccezione del caso. Perché nella mia vita sono sempre stato troppo vigliacco e troppo pigro per scegliere una qualsiasi direzione. Troppo vigliacco per imboccare l’affascinante sentiero del NO FUTURE, troppo pigro per lavorare seriamente su aspirazioni e abilità personali, troppo stupido per le vie di mezzo. Non posso assolutamente dire di aver vissuto i miei vent’anni al massimo, né di aver provato qualsiasi esperienza e consumato tutta la curiosità e la voglia di vivere che mi sentivo dentro. D’altra parte posso tranquillamente affermare di non aver mai pensato seriamente al futuro, fuggendo dai problemi e rifiutando, sempre e comunque, di assumermi quelle che erano e sono tuttora le mie responsabilità.
Con un po’ di coraggio e un briciolo di giudizio la mia situazione adesso sarebbe diversa. Probabilmente migliore. Di sicuro potrei contare su un numero decisamente minore di rimpianti.
La mia visione di questo fondamentale crocevia è quindi molto complessa e piuttosto instabile. Purtroppo (o per fortuna), After The Party non è la trasposizione musicale della mia vita. Poco male, per carità.
Più semplicemente, nell’affrontare l’argomento, i Menzingers hanno puntato tutto sulla nostalmagia, come dei novelli Andrea Bini, scommettendo forte sulla poesia dei vent’anni e sulla potenza dei ricordi. Condendo il tutto con l’inevitabile consapevolezza che nulla più potrà essere altrettanto intenso e divertente. Ed è una scelta che paga, bisogna ammetterlo. I testi, seppur un po’ troppo kerouachiani per i miei gusti, funzionano. Sono interessanti, ben scritti, divertenti e soprattutto comuni a tutti. Ritrovarsi nei racconti di viaggi, sbronze, ragazze e lauree inutili è di una semplicità disarmante. Sono tutte cose che ho fatto persino io (le ragazze no, quelle non me le sono fatte, ma questa è un’altra triste storia). Con un po’ più di oscurità e una leggera vena nichilista nei testi sarebbe stato tutto ancor più bello, visto che mi sarebbero arrivati dritti al cuore, ma questa cosa di fatto non toglie nulla al piacere immenso che provo ogni volta che ascolto il disco.
Cullarsi nei ricordi, in fondo, fa sempre piacere, soprattutto quando non si ha molto altro. Il mio problema sta tutto nel “dopo”. Dopo i bei ricordi sale sempre quel gusto amaro di sconfitte e rimpianti che riesce, puntualmente, a farmi tornare sulla Terra in maniera piuttosto violenta. Ed è qui che comincio a chiedermi se la festa sia davvero finita. Per me, per voi, per i Menzingers. Magari per molti è appena cominciata. Lo spero, davvero.
Io non avevo certo bisogno dei Menzingers per capire che qui la festa è finita da un pezzo.
Però con i mentecatti come me è sempre meglio mettere le cose in chiaro.
Se poi lo si fa con un disco della madonna, tanto meglio.

Ho cercato di inserire questa osservazione nel pezzo per fare il simpatico, chiaramente senza riuscirci. Quindi vi invito a notare che nei Menzingers alla chitarra c’è Simon Pegg e alla batteria Jimmy Fallon.

Mi sono perso i Get Up Kids

Questo pezzo l’ho scritto nel 2013 per farlo comparire in “Non ti divertire troppo“. Se ve lo foste perso, si è trattato di un libro collettivo realizzato per iniziativa di Flying Kids Records, che raccoglieva la lezione di “Our band could be your life” di Azerrad per realizzare un’esperienza analoga al netto della scrittura per blog, della percezione italiana, dell’approccio con meno rigore giornalistico sicuro, ma con un maggior specifico della storia personale di chi scrive, e forse di leggere. Non so le altre firme coinvolte, ma per me è stato un progetto quasi fondativo del mio approccio alla critica e alla musica. Non lo riscriverei così penso, nonostante 4 anni possano sembrare pochi. Ma vi assicuro, è un pezzo onesto. Parlo di una band che per me non è stata “my life”, e non lo nascondo, rammaricandomene. Tornare indietro non si può, ma ripetere esperienze così forse sì. Almeno, è ciò che auguro a chiunque abbia qualcosa da dire.

Il primo pezzo dei Get Up Kids mi è capitato fra le mani perché un mio amico me l’ha passato su MSN Messenger. Sapevo perfettamente chi fossero i Get Up Kids, conoscevo la loro reputazione e la loro importanza. Ma non li avevo mai ascoltati. “Sympathy” è il classico brano maturo; ha un inizio dolcissimo su una batteria in marcetta e dei suoni esitanti che all’improvviso scoppiano. Pryor ha una voce da ragazzino che si muove disinvolta su altezze molto diverse. Non c’è niente che sia fuori posto, è tutto perfetto, e anche molto originale.

Nel momento in cui ho pensato tutte queste cose, ho compromesso per sempre il mio rapporto con loro.

Quando ascolto i Get Up Kids vivo uno dei più spaventosi paradossi che abbia mai affrontato in musica, perché sono solo un corpo freddo completamente spogliato delle proprie emozioni di fronte a una delle band con più grande carica emozionale di sempre. Ho dovuto farmeli spiegare, i Get Up Kids, e credo che non esista nulla di più ingiusto per un gruppo come loro.

Quando è uscito The Guilt Show, nel 2004, era già successo tutto, perché l’emo è sempre stato, il più delle volte perfino inconsapevolmente, punto di partenza, e non di arrivo, per chi ne ha scritto le pagine più intense. È stato così per i compagni più logici della band di Kansas City, i Jimmy Eat World, approdati poi a un rock piuttosto anonimo dopo gli elettrizzanti esordi; è stato così per i fratelli maggiori Texas is the Reason, Mineral e Christie Front Drive, sfaldatisi dopo il primo disco, non più in grado di ripetersi dopo un episodio tanto urgente e contingente.

Ho sempre cercato di capirci di più, ma raramente ho letto tante testimonianze confuse, tanta difficoltà nell’inquadrare un genere in maniera univoca ed esauriente come per l’emo; era, ancora una volta, questione della mia inesperienza. Ci cercavo la cosa sbagliata, volevo un abc per riconoscerlo: delle strutture, dei suoni, un modo di cantare, uno stilema.

Nel 2004, dieci anni fa, oltre a passare le giornate su MSN, avevo cominciato a consumare musica a ritmi sostenuti. Non che prima ci dedicassi meno tempo, semplicemente dovevo usare più spesso il tasto repeat. Le mie esplorazioni erano una scoperta dei miei limiti: spingevo sull’acceleratore e forzavo la manopola del gain; le voci troppo pulite mi stancavano, le strutture classiche cominciavano a puzzarmi d’inganno. Ci fu un momento in cui pensai di aver finalmente trovato la mia casa somministrandomi sul mio Creative Zen tutti gli EP dei Saddest Landscape, dei La Quiete, delle cricche francesi, italiane, tedesche, bielorusse e croate dell’onnipresente e incensatissimo “emoviolence”.

Erano anni in cui leggevamo biografie raffazzonate su webzines brutte per colpa dello spirito del tempo ma curate, che trasmettevano il sudore dal mouse. Internet aveva ormai ingranato, e la gente lo usava per scambiarsi musica, ma più di tutto amava raccontarla, perché le parole arrivavano tutto sommato ancora più veloci dell’mp3. E quindi una pioggia di recensioni, interviste, monografie scritte male da Dio perché avevamo sedici anni. Si giocava a chi trovava il gruppo più sotterraneo, e spesso il fatto di esserlo conferiva automaticamente un voto alto a un album altrimenti inascoltabile, ché al massimo poi c’era il forum per litigarne. Da parte mia, più il gruppo palesava disperazione, più lo elevavo allo stato dell’arte. Non che ascoltassi solo quello, ma la mia ricerca del nuovo si muoveva soltanto in quella direzione.

Era che mi interessava solo l’urgenza, lo sfogo, il contrasto fra il pieno e vuoto; sempre più spesso leggevo nelle recensioni del “contrasto fra dolcissimi arpeggi ed esplosioni fragorose” e puntualmente mi facevo fregare lanciandomi alla ricerca del disco.

Pensavo di aver trovato l’emo, quello più vero, l’unico da rispettare.

Nel frattempo, i Get Up Kids portavano in tour The Guilt Show con Dashboard Confessional uscendone distrutti da contrasti personali, dai cambiamenti nelle loro vite dopo quasi dieci anni di attività e quattro dischi.

Un venerdì mattina del 1997 Ryan Pope era uscito da scuola e si era messo in macchina col fratello maggiore Rob, Matt Pryor e Jim Suptic verso Chicago. Per la mattina di domenica Four Minute Mile era pronto. Una registrazione viscerale, a tratti quasi ingenua, ma ascoltando “Coming Clean” viene da chiedersi come suonerebbe se non ci fosse stata di mezzo una certa fretta, a metà tra l’affitto dello studio e il bisogno di dire certe cose prima che il momento scada. La scrittura è ancora acerba, ma spicca già grandissima personalità, capace di assorbire le lezioni non proprio leggibili di Sunny Day Real Estate, Texas Is The Reason e Mineral, rielaborandole con inedito gusto pop. La voce di Pryor spesso traballa ed esce dalle guide, le chitarre esitano, non c’è niente di perfetto in effetti in Four Minute Mile. Per fortuna.

A Natale del 1998, alle porte dell’ultimo anno del decennio, del secolo e del millennio, io faccio una scelta conservatrice chiedendo Tomb Raider III perché finalmente ho un computer performante e una sessualità reattiva; mio fratello sceglie il futuro e chiede il modem. Nel 2001, mentre io masterizzo ad amici copie di Conspiracy Of One a 8x e nei miei sogni sono passato da Lara Croft a Jennifer Lopez, mio fratello installa Morpheus sul nostro Pentium III e comincia a scaricare canzoni, poi mi spiega come funziona e come si usa; la prima cosa non la capisco, la seconda sì e mi è sufficiente, perché fino a prova contraria fra i due quello che prende l’autobus per andare a comprare i dischi sono io. In quegli anni i Get Up Kids piazzano un colpo che lascerà per sempre il segno nelle vite delle persone che conoscerò dopo.

Something to write home about esce nel 1999 dopo che il batterista dei Coalesce James Deewees entra in pianta stabile come tastierista, compattando come colla un sound screpolato. È il disco più importante dei Get Up Kids e uno dei più importanti per l’emo, e per le band che seguiranno nel nuovo millennio. Nel 2000 gli Alkaline Trio danno alle stampe Maybe I’ll Catch Fire. Nel 2001 escono Stay What You Are dei Saves The Day e Tell All Your Friends dei Taking Back Sunday. Io ancora non lo so, ma impazzirò per quei dischi.

C’è quell’opener, “Holiday”, che è il manifesto di chi ha fatto outing, non si vergogna più di ascoltare un gruppo così tremendamente poppy e melodico, perché è figo, perché c’è tutta l’urgenza che si cercava nel tupatupa e nelle urla disperate, perché si sconvolge nel rendersi conto che su un pezzo punk non avrebbe mai pensato potessero starci così bene delle tastierine, perché dicono che scrivere di sofferenza sia facile e scrivere d’amore un po’ meno, scrivere dell’amore raccontato inI’ll Catch You” ancora più difficile, perché quella copertina è la cosa più dolce che abbia mai visto su un disco e mentre lo ammette si fa un po’ schifo, ma “Ten Minutes” è di una perfezione che nei gruppi sfigati e cool che ha esplorato nel sottobosco alternativo non ha mai nemmeno odorato.

Crebbi, conobbi nuova gente, iniziai a suonare, iniziai a scrivere di musica ma non ascoltai mai i Get Up Kids prima di quel pomeriggio del 2004 in cui un mio amico me li servì, già selezionati, su un piatto d’argento. Dovevo solo cliccare sul file e perdere 4 minuti della mia vita per ascoltare “Sympathy”. Quattro minuti che, come prevedevo, non mi cambiarono la vita. All’analisi fredda che ho già riportato aggiunsi anche la presunzione di aver già passato una fase-Get Up Kids, e di essere già andato oltre, fino a un punto di non ritorno, come se avessi già gli anticorpi per certa musica.

Guilt Show è, nell’immaginario dei fan, un punto in cui la fase calante della band ha già raggiunto un livello preoccupante e il successivo addio lo confermerà. Eudora (2001) è disco capitale per gli appassionati, di una qualità oggettivamente sui livelli di Something to Write Home About, ma è pur sempre una raccolta di b-sides, testimone di un periodo antecedente e senza un disegno alle spalle. On a wire (2002), prodotto da un certo Scott Litt, spacca la fanbase in due fra chi non vede di buon occhio il sound più soft interpretandolo come una scelta ruffiana e chi invece apprezza che il tempo passi, che le cose non rimangano le stesse e che ciò che un tempo nasceva spontaneo e irruento oggi abbia bisogno di un ragionamento preliminare e di un lavoro di limatura successivo.

Il 24 Maggio 2005 esce Live At The Granada Theatre e i Get Up Kids annunciano il loro scioglimento, gettando nello sconforto quasi tutti gli amici con cui parlo di musica di solito, mentre io resto indifferente, eppure stranamente affezionato a quel Guilt Show che tutti bistrattano. È come se qualcosa mi stesse montando dentro. Nel frattempo, è nato YouTube. Su YouTube cominciano a girare video di ragazzini americani coi capelli neri corvini lisci davanti alla faccia, trucco pesante sugli occhi, vestiti a righe viola e nere. Si definiscono degli “Emo”. Nel giro di pochi anni la cosa dilaga, compaiono articoli su Grazia che spiegano lo stile Emo e forniscono piccoli accorgimenti per aggiungere un tocco di Emo all’abbigliamento. Anche a Padova un cortile interno di palazzi in pieno centro su cui campeggia un’enorme scritta a bomboletta che recita “Punk Zone” dove si trovavano dei ragazzini coi dickies a fare skate che poi sono cresciuti, viene invaso da ragazzini che seguono i consigli di Grazia e ascoltano i Bring Me The Horizon, gli Underoath e i Silverstein. I Silverstein registrano una cover di “Coming Clean”. Io prendo la maturità, l’Italia vince i Mondiali e vado all’Università a imparare a scrivere e a capire alcune cose che prima non mi erano troppo evidenti.

Ho tanti difetti, ma tra questi di sicuro non c’è il rinnegare il mio passato. Anche quando credevo di aver trovato una comune in cui essere accolto in quella scena emo di band che facevano un disco e si scioglievano per aver detto tutto troppo in fretta e subito in episodi intensissimi (o almeno questo è quello che ci raccontavamo noi quando amavamo raccontarci la musica, ma solo perché forse non eravamo pronti ad accettare che i gruppi si sciolgono per i motivi più comuni e stupidi del mondo), anche in quel tempo lì, non avevo smesso di ascoltare i Green Day. Sul mio passato ci sono tornato con cura chirurgica, ho provato a rianalizzarlo con gli strumenti di chi è cresciuto. Il momento in cui sono tornato sui Get Up Kids e ho capito che la loro potenza emozionale era primordiale in tesi, filtrata dal gusto pop in antitesi e sprigionata in sintesi attraverso la voce sempre al limite di Pryor è arrivato troppo tardi, perché il 30 agosto 2009 era già andato. Il 30 agosto 2009 mio fratello, quello che mi aveva installato Morpheus, ha compiuto gli anni, ma soprattutto i Get Up Kids sono passati all’Estragon a Bologna con il tour della reunion. Ci sono andati tutti i miei amici, nessuno di loro li aveva mai visti, sono tornati tutti con la maglietta celeste e il robottino di Something to Write Home About. I Get Up Kids sono arrivati tardi in Italia; per gran parte di quei fan rimasti orfani di loro, quel concerto fu la prima e ultima volta, non un semplice concerto. Io non ci andai, perché certe cose dovevo ancora capirle.

Mi raccontarono di aver quasi pianto. Che avevano iniziato con “Holiday”. Che tutti all’improvviso erano scoppiati a cantare un what became of everyone I used to know all’unisono tenuto dentro per troppi anni, dove l’I era chiaramente diventato un We, e meno male che non c’ero in quella sala, perché da quel We mi sarei sentito irrimediabilmente escluso da You, da voi, che quel disco avete avuto il coraggio di ascoltarlo quando eravate più vulnerabili, voi che non sapete cosa non vi siete persi.

Come i sassi, come gli alberi

Quando sbaglio strada per distrazione, perché non sto pensando a dove sono, mi accorgo che non me ne sono mai veramente andato dalla mia città, e i tempi in cui ventilavo l’ipotesi di farlo sono ormai stati spazzati via come un pensiero randagio. Non credo si tratti di rassegnazione, ma mentre mi godo una città che in fondo sento a mia misura, o quantomeno non così stretta da soffocarmi, mi accorgo anche che gli anni in cui apprezzare il resto del mondo mi stanno scivolando dalle mani. 
Molti dei miei amici, invece, se ne sono andati, chi per inseguire progetti che poi sono sfociati in tutt’altro, chi per seguire una persona, chi perché il mondo bisogna girarlo presto. Molti di loro non se ne sono andati davvero, sono qui ogni Pasqua, ogni Natale, ad ogni ponte possibile. Sono le occasioni in cui ricapitano nella mia routine, quella che mi sono costruito al netto degli abbandoni, della perdita dell’abitudine a inviare loro il messaggio per chiedere che fai stasera, annoiamoci assieme, in una cerchia che fra uscite di scena e new entries ogni anno chiude in passivo. Una città come questa fatica ad allargarsi, si trascina a rimescolare le carte all’interno di confini che sono sempre definiti, e resistono cocciuti per la volontà di chi non è disposto a pagarne il prezzo. Qui ho provato a crescere lo stesso, a una velocità sempre minore. 
I piani delle nostre esistenze sghembe tornano a incrociarsi quasi sempre all’improvviso, un messaggio nel pomeriggio Sono a Padova questo weekend, che si fa?”. Mi infastidisce molto, mi infastidisce tanto più quanto voglio bene alla persona che me lo manda. Cosa gli fa pensare che io sia a Padova? Che abbia il weekend libero? Che abbia voglia e tempo di passarlo con chi non sento da mesi? La risposta a tutte le domande è che la staticità di un luogo assorbe il moto delle esistenze che ne fanno parte, che diventano parte del paesaggio per chi guarda da fuori. Per questo poi mi ricaccio sempre in gola l’irritazione, respiro e rispondo che ci vedremo. E alla fine ci vediamo, e ci facciamo le domande di rito: Cosa mi racconti?”, non ho niente da raccontare, non so bene a che punto fossi rimasto, se ci troviamo al punto B ho bisogno del punto A per raccontare cosa ci sta in mezzo, perdonami se non me lo sono segnato. Ti ricordi quella volta che siamo andati lì quanto ci siamo spaccati? Perché non ci torniamo?”, non ci torniamo perché ha chiuso, ha cambiato gestione, ci vanno i ragazzini, noi lo eravamo e non lo siamo più. E poi non ne ho voglia, devo dirti la verità, ho questa cosa al lavoro che mi sta un po’ assorbendo, ma penso sia solo un periodo, nulla di che. Mi sento addosso gli occhi di un giudizio impietoso, che suona come Stai stonando col paesaggio”. Ci provo, a distinguermi dal paesaggio, a non diventare io stesso contesto. Il fatto è, per chi se ne va, il dove è il quando. Chi torna in una città, vuole tornare nel passato che ha vissuto in quella città, e io, che non me ne sono mai andato, nella sua testa sono cristallizzato in quel quando, senza facoltà di affrancarmi. 
È davvero poca, una serata davanti al bar di sempre, o al bar nuovo, quello che ha aperto da poco e fa sentire giusto un po’ meno a casa, per trovare un nuovo incrocio tra le nostre esistenze. Io che non rispondo alle esigenze di chi cerca in me ciò che ero dieci anni fa, l’altro che sfoggia un bagaglio di novità che si rovescia sul pavimento, e non dà modo di coglierle tutte, ma crea solo un senso di disordine. Sono poche le persone con cui questa distanza fisica non è anche temporale, le persone in grado di accettarsi sempre e comunque nel presente. 
Mi prometto sempre di dare tempo alle persone, e alle loro nuove identità costruite lontano da me. Ma non me lo lasciano, se ne vanno prima. Con i dischi, ho la fortuna di poterlo decidere io. Ho voluto dare tantissimo tempo a Il numero sette, per raccogliere dal tappeto tutto il contenuto della valigia rovesciata. Credo sia una cosa della vecchiaia questa, di non reggere il ritmo di nuove uscite in continuazione, questa cosa di riuscire ad ascoltare solo una manciata di dischi ogni anno, preferendo cannibalizzarne pochi. È un fatto personale, oltre che un fatto di vecchiaia che mi ostino a chiamare maturità. 
All’uscita de Il numero sette, a febbraio, ho ascoltato discorsi sulla tristezza programmata, sullo smalto perduto, su calcoli che non sento appartenenti alla dimensione dei Fine Before You Came. Mentre ascoltavo queste critiche, ancora non mi sentivo pronto ad accoglierle, né a rifiutarle, perché intanto il disco non era ancora entrato in circolo. È stato abbastanza strano dare a questo disco una fiducia, una dignità alla quale i testi sembravano ribattere, quesito su quesito. Tu solo sai quanto poco valgo, eppure mi tieni così”.

Crescere assieme a un gruppo non è mai facile, perché tu stai con loro, ma loro non stanno con te. Ti aspetti che un disco possa sapere tutto di te solo perché ti ha accompagnato giorno per giorno, ma al disco successivo torna in città, suona canzoni inedite, e frattanto ti chiede E tu che mi racconti?” Che ti racconto? Pensavo lo sapessi già. 
È questo senso di inadeguatezza, il senso di colpa per essere rimasto, che davanti al sorriso di un amico che torna, colora di amaro il mio. A nessuno piace sentirsi passato, e per questo siamo riluttanti a dare dignità alla crescita dell’altro. I Fine Before You Came non sono più quelli di Sfortuna, ma non lo siamo più nemmeno noi. Solo che la seconda cosa è più difficile da accettare. 
Davanti alle luci di un chiosco che serve birre in bottiglia e vino in bicchieri di plastica, sulla riva di un fiume, il mio sguardo e quello di altri due miei amici, che per motivi diversi dai miei hanno deciso di restare, si sono incrociati esaurendo all’improvviso argomenti di angoscia quotidiana, lasciando solo il fruscio degli alberi e del fiume sui sassi. È durata per una finestra di tempo che non so quantificare. Stanchi di giri dall’esito incerto, ciò che sentivamo più alto era far parte di realtà che nessuno possa confutare; semplicemente come i sassi, come gli alberi. 

Credo di essere riuscito nella mia vita a dare ai gruppi e ai dischi la stessa libertà di crescere, la stessa dignità di cambiare restando nello stesso posto che ho sentito di dovere a me stesso. Invecchiare mi ha dato meno brillantezza, meno immediatezza, meno urgenza. Mi ha convinto ad accettare il riso amaro con chi mi ha trovato diverso da ciò che secondo lui dovevo restare. Mi ha costretto a non fare il suo stesso errore. Mi ha spinto ad accettare il mio desiderio episodico di confondermi col paesaggio. Mi ha reso migliore. 
Il numero sette forse non sarà il disco più bello dei Fine Before You Came, ma è il loro miglior disco. 

Come chiamare il cancro

I genitori dei miei amici hanno cominciato a morire. So che è una frase che suona senza senso a soffermarcisi, perché morire non è una cosa che si può cominciare, portare avanti e terminare, non è altro che un passaggio di stato. È stato il cancro a farci cambiare la concezione della morte: chi si ammala di cancro sa che ha iniziato a morire, sa che è una questione di tempo e che l’unica cosa che può salvare è il suo ricordo presso chi resterà, ma non sé stesso. Il cancro ha trasformato la morte dilatandola da un attimo a mesi, anni, in cui solo chi sente il corpo consumarsi abbandona la speranza sereno.

I genitori dei miei amici hanno cominciato a morire. So che è una frase che potevo scrivere in tanti altri modi, per esempio anteponendo il predicato al soggetto, ma volevo fosse subito chiaro che i genitori sono quelli dei miei amici, non i miei, perché è un pensiero che ancora non ho il coraggio di affrontare. Ho iniziato ad andare a funerali, a capire come affrontare il dolore degli altri, cosa non dire, quando tacere, quando essere assente, forse ho esagerato nel non essere presente per paura di sbagliare. Ma il cancro sta, ogni anno di più, prendendosi spazio nelle mie cronache quotidiane, entrando nei discorsi, facendosi largo tra gli amici che si lasciano, che si ritrovano, che si promettono matrimoni ai quali non arrivano, che si sposano senza pensarci, che escono a bersi una birra o che sono troppo stanchi per farlo, che ancora si mettono in macchina di mercoledì sera per andare a un concerto. Si entra in una fase della vita in cui il cancro te lo devi fare amico, perché quando non colpisce te può devastarti, ma lo puoi superare. È il pensiero che mi perseguita mentre sfumano le ultime parole squarciate di Skyscraper, il pezzo che chiude uno dei dischi che sul cancro mi ha insegnato più dei funerali a cui sono stato, restando ai banchi più indietro, lontano dalla celebrazione, di spalle ai volti dolenti dei familiari sopravvissuti.

Stage Four dei Touché Amoré è un disco post-hardcore pervaso di rimorso, che con il rimorso fa a pugni fin dai primissimi pezzi, ma non si nasconde mai. Affronta la morte di cancro a viso aperto, con sempre maggiore rabbia e consapevolezza, innescando un processo che a tutti gli effetti è la reazione speculare al processo della morte, lento e impietoso. Dal desiderio irrazionale di tornare indietro, allo stupore per il tempo che passa mentre il dolore ne congela i secondi, già alla traccia quattro il cantante Jeremy affronta il quid con una brutalità disturbante: “You died at 69 with a body full of cancer”. Leggere la frase in italiano dà l’impressione di un’ampolla che si riempie così in fretta da straripare.

Displacement è il pezzo che ieri, mentre affrontavo questo discorso con il cancro davanti alla band che mi ha dato le chiavi per leggerlo, mi ha più messo in difficoltà. È iniziato quasi a sorpresa, e quel testo, violento empio, viene declamato da Jeremy ormai con un’espressione che non tradisce più alcuna rabbia, ma serena rassegnazione, una smorfia sorridente che in faccia a noi, stravolti dalla sua forza, vuole dire solo “Ho vinto io”. Non ho capito come questa prova di forza abbia avuto su di me l’effetto di gettarmi nell’ansia, ma è successo mentre mi cantavo in testa, ripetendolo, The way she said she would, the way she said she would, the way she said she would. La scarnezza dell’inglese, che usa lo spazio vuoto per connettere le cose come in questa frase, rende ancora più brutale l’approccio dei testi di Stage Four alla bestia contro cui si batte.

Nel modo in cui lei aveva detto che avrebbe fatto: in italiano è tutta una matriosca, dal contenitore al contenuto. In inglese sono tre bombe che esplodono in faccia nello stesso istante. The way. She said. She would. Un retrogusto di promessa, di passato, di volontà.

Questa frase non significa nulla per me. Non mi riguarda, non è successa a me, non parla di mia madre. Eppure non riesco a togliermela dalla testa, perché mi sembra che le parole si siano spogliate della loro funzione di codice, di segno, per farsi realtà, corpo. I testi di Stage Four SONO il cancro. Questo disco non parla del rimorso, È il rimorso. E ti suggerisce una via per sconfiggerlo, poco importa se questo implica affrontarlo a viso aperto inserendo in coda al disco un messaggio vocale della madre, l’ultimo messaggio vocale, lo stesso che in New Halloween Jeremy confessa di non aver ancora avuto il coraggio di ascoltare.

Sta lì, in coda a Skyscraper, ed la prova che alla fine ha vinto lui. Un messaggio di una banalità quotidiana che ci lascia aridi. Perché per chi sa di aver cominciato a morire, la banalità quotidiana è forse l’unico piano che si allinea al pensiero di chi gli sopravvive.

Finito il concerto, ho guidato verso casa con la consapevolezza di aver visto una band al proprio apice, e ancorarmi al presente in quell’istante, mi è sembrata la cosa più sensata da fare e basta.

You shall worship the Lord

Ho aspettato quattro anni il nuovo disco di John K. Samson e la delusione che ho dovuto affrontare una volta ascoltato Winter Wheat è stata enorme. Devastante. Ascoltare un disco del buon John senza raggiungere un orgasmo musicale è stato quantomai spiazzante e deprimente.
Si tratta sicuramente di una delle più grandi delusioni della mia vita. Più dei due di picche, più di Novara-Padova. Sto ancora cercando il modo migliore per affrontare la cosa.
Il fatto è che in un momento della mia vita dove le uniche certezze sono le iniziative ridicole dei 5 Stelle e Gabigol in panchina, il buon John per me rappresenta un pilastro, un monumento, una sorta di isola felice dove rifugiarmi ogni qualvolta ne senta il bisogno. O più “semplicemente” il mio unico e vero Messia.
Ho maturato negli anni una vera e propria venerazione nei suoi confronti, a volte forse poco obiettiva, ma sempre sincera. Una venerazione che è sempre andata oltre al semplice contesto musicale.
La coscienza politica, i testi. Adoro il suo personaggio a 360 gradi.
E poi chiaramente c’è la musica a fare la parte del leone. I dischi con i Propagandhi, che rimangono tuttora i miei preferiti di Hannah & co., i vecchi lavori solisti, i Weakerthans.
Ecco, i Weakerthans
L’altro giorno cercavo nel caos ordinato di casa mia un vecchio alimentatore. Ovviamente non l’ho trovato, però ho tirato fuori un sacco di vecchi numeri di Rock Sound che custodisco ancora piuttosto gelosamente, nonostante abbia sempre preferito gli Speciali Punk. Rock Sound aveva diverse cose che già da ragazzino non mi andavano troppo giù. Dalle recensioni tutte uguali alle interviste banalissime.
Ma la cosa che mi dava più fastidio era un piccolo inserto che compariva in ogni numero. Prendevano un pirla di un gruppo random e lo sottoponevano alle dieci domande più stupide da fare ad un musicista. Primo/ultimo disco acquistato, canzone che vorresti al tuo matrimonio/funerale, canzone perfetta per scopare, disco preferito, canzone preferita e così via.
Ho sempre trovato questa serie di domande di una stupidità e di una pochezza colossale. Ma la cosa che più mi faceva incazzare era che se per assurdo qualcuno avesse sottoposto queste domande a me, non sarei stato in grado di rispondere a nessuna di esse. Tuttora non saprei dirvi qual è il mio gruppo preferito, non ricordo assolutamente il primo disco che ho acquistato e faccio talmente cagare a letto che un sottofondo romantico è l’ultimo dei miei pensieri.
Dopo diversi anni sono però felice di aver raggiunto una nuova indispensabile consapevolezza.
Grazie a John e ai Weakerthans, se un qualsiasi stronzo dovesse chiedermi qual è la mia canzone preferita, avrei finalmente la risposta pronta.
Questa:

Left and Leaving è un pezzo che a mio avviso rasenta la perfezione. O forse la raggiunge. Mi piace pensare che sia pure in grado di superarla, sposando l’astrazione e flirtando con l’esoterico.
Non trovo alcun aspetto che non riesca a reputare assolutamente magnifico. Il testo, la melodia, la semplicità dell’arrangiamento.
Il mood generale della canzone che continua dopo anni a sventrarmi emotivamente senza alcuna pietà.
Left and Leaving è la mia canzone per tutte le stagioni. È un pezzo talmente bello che ascoltarlo rimane sempre un’esperienza meravigliosa, in qualsiasi momento o situazione.
Dopo una giornata di merda, dopo una grande giornata, in macchina di notte, in macchina di giorno, quando faccio finta di farmi la barba che non ho. Lo considero così perfetto che se mai ricapiterà l’occasione, pensando a Rock Sound, testerò la sua validità come colonna sonora di attività peccaminose.
Non so se i Weakerthans siano il gruppo nel quale avrei sempre voluto suonare, ma Left And Leaving è sicuramente la canzone che vorrei tanto aver scritto. Per poter dire di contare qualcosa in questo mondo, per sentirmi davvero soddisfatto di me stesso. Per sapere che che grazie a 4:46 minuti così belli, qualcuno si ricorderà di me anche quando sarò cibo per vermi.
Anche solo per farla ascoltare a mia madre, perché sono convinto che grazie a questo pezzo avrebbe finalmente un motivo valido per essere fiera di me.
Ho tentato per anni di descrivere quanto mi sentissi legato a John e ai Weakerthans, e quanto i loro dischi mi abbiano dato in questi anni. E se non ci sono mai riuscito è solo perché sono uno stupido ritardato. Questo purtroppo è il meglio che so fare. Raccogliere una serie di sproloqui sfocati e senza molto senso, relativi tra l’altro ad una sola canzone. Partendo per di più dal peggiore dei pretesti, ossia l’unico disco di John che non sono riuscito ad amare alla follia.
Quindi alla fine è vero, Winter Wheat è sicuramente una delle delusioni più grandi della mia vita. Ma è altrettanto vero che non devo farne un dramma. Innanzitutto, se devo essere obiettivo, non posso considerarlo un disco brutto. D’accordo, sono più le canzoni che ho skippato che non quelle che mi sono ritrovato a riascoltare con piacere, però alcuni momenti che rimandano allo smalto dei vecchi tempi ci sono ancora. Momenti che sono sufficienti a farmi preferire Winter Wheat a diversi altri dischi simili che ho trovato molto più soporiferi ma soprattutto più boriosi.
E poi credo di aver capito quale sia il piano del buon John. Credo che, nemmeno troppo in fondo, stia semplicemente mettendo alla prova i suoi adepti. Se ne esce con un disco brutto per sfoltire le fila. Per eliminare le mele marce facendogli credere che anche lui è semplicemente un essere umano.
Io però non me la bevo e non scappo.
Rimango qui, fiero e più che mai motivato a venerare il mio Signore.

Per chi ritorna a scuola, e per un disco dimenticato

È sempre stato molto soleggiato, nella mia vita, il primo giorno di scuola. Ogni anno.
Il non aver mai sperimentato un primo giorno sotto il diluvio probabilmente ha negato alla mia esistenza una consapevolezza dura e brutale del ricominciare delle cose, sicché il primo giorno di scuola finiva per essere semplicemente un’esperienza alienante in un ambiente che conoscevo fin troppo bene ma che, solo per quelle 5 ore all’anno, assumeva contorni sfumati per via di un sole ancora troppo arrogante, in orari della giornata che non mi appartenevano da qualche mese; a peggiorare la situazione l’immancabile, nuovo professore di matematica, i compagni abbronzati, alcuni con un nuovo look, quasi irriconoscibili, altri le solite persone derelitte che avevo imparato a disprezzare, disilluso presto dall’idea di trovare una famiglia tra i banchi di scuola, che mi ero portato a farmi altrove.
Nella mia scuola niente armadietti di metallo colorati, niente scene in cui si passa a testa bassa in corridoio con una cazzo di cartelletta in mano mentre ai lati un pubblico liquido ti osserva farti strada timido fra le sue correnti. Solo la scuola per come è davvero: le lezioni, le interrogazioni, le dinamiche di classe, il professore che esce un attimo scatenando una bolgia, gli scherzi di pessimo gusto, il rotolo di carta igienica inondato di piscio, la sala fotocopie che puzza di carta calda, i muri color menta, il pavimento color merda.

Se la vedi in un disco dei Something Corporate, la scuola è come nella classe in cui Britney Spears si annoia in Baby One More Time, ma con anche il rock. Il video di If U C Jordan, il pezzo che fa esplodere in tutto il mondo il fenomeno Something Corporate, è una noiosa summa reazionaria di come si immagina la vita uno che ha un gruppo alle superiori: concerti clandestini in palestra, in mezzo a ragazze festanti in delirio che magari non ti hanno mai visto sotto quella luce, e non perdono tempo a sequestrarti appena finito il live per farti cose indicibili. È così patinato, prevedibile e stereotipato che non sorprende che sia stato dimenticato.

Perché i Something Corporate ce li siamo un po’ tutti dimenticati. Incastrati nella rotazione del tempo che ripesca tendenze a cicli ventennali, loro sono esattamente nel cono d’ombra, e probabilmente non torneranno presto. Nati dall’iniziativa di un biondino, genio del pianoforte con il gusto per il pop-punk fatto come si deve, Andrew McMahon, i Something Corporate sono una band che oggi uno spazio nel mondo non potrebbe mai trovarlo. Perfettamente a loro agio nei panni dei bulli del college che abbandonano una facile vita ai vertici della società americana per imbracciare il verbo degli outsiders, la musica, oggi a riguardarne i video sembrano più una boyband che si faceva trainare dal colpo di coda di quello che per un po’ è stato chiamato Corporate Punk all’inizio del nuovo millennio. O almeno questo è ciò che ho pensato io quando ho visto Punk Rock Princess su MTV, bollandolo facilmente come una pessima imitazione degli originali; originali che tutt’ora non ricordo quali fossero.
Leaving Through The Window lo scopro nella sua serafica imponenza di plastica solo nell’estate del 2005, quando le mie disavventure sentimentali possono finalmente caricare di significato una narrazione che altrimenti per me sarebbe rimasta solo un sentito dire.

In effetti, tutto il disco offre momenti perfetti per un 18enne, dall’opener infermieristico I Want To Save You, alla già citata Punk Rock Princess, alla Mucciniana I Woke Up In A Car, alla scatenata Hurricane, fino alla ballata disperata Fall. Il tutto con una produzione senza un filo di polvere che oggi puzzerebbe di inculata, è una copertina che cita Dawson’s Creek più di quanto non voglia ammettere.
Per un’estate di una scuola che sta finendo, in cui vivi da grande con un cervello da piccolo, forse non c’è un disco migliore di uno in cui trovi una canzone che ti urla in testa

I kissed a drunk girl
I’m sure I could’ve been anybody else

Leaving Through The Window, senza che lo decidesse nessuno, entrò stabilmente nella colonna sonora delle vite della nostra compagnia per tutta un’estate, un’estate in cui per me la scuola era appena finita, e anche male, per altri lo era già, per altri sarebbe durata ancora. Ed era forse per quello che non ci importava, che non era un punto di riferimento di alcun tipo. Non solo perché la scuola dei Something Corporate non si avvicinava minimamente all’idea di scuola che apparteneva a noi, quasi tutti liceali. Anche per quello, le giornate passavano senza una reale corrispondenza al calendario: si tirava fino al mattino al martedì, si dormiva presto al sabato, capitava di restare a casa a guardare film con ragazze semisconosciute portate da qualcuno e date in pasto a chi, solitamente sempre lo stesso, era più veloce a collezionarsele, e puntualmente poi lasciarsele scappare. Guardavamo lo schermo, tutti in una taverna buia con un divano che non poteva ospitare tutti. Io del divano me ne sbattevo, perché me ne sono sempre sbattuto anche dei film. Avevo deciso di sedermi a fianco al tavolo, e di osservare due miei amici duellare sotto la coperta di lana a chi toccasse con più trasporto questa nuova arrivata nella compagnia, illusi che finito il film lei avrebbe avuto sicuramente le idee più chiare su chi meritasse più attenzioni. Sul tavolo c’era la copia di Leaving Through The Window che avevo comprato, e che accompagnava le nostre giornate come fosse lo stendardo della nostra estate. Mi rigiravo la jewelbox nelle mani, chiedendomi dove saremmo finiti quella sera, se in discoteca a Jesolo a fare i nuovi tamarri, o sul tetto di qualche casa libera a spegnere sigarette nei vasetti dello Yogurt. In quel momento, Andrew McMahon era già nel pieno della sua battaglia alla leucemia, dalla quale sarebbe guarito mettendo però di fatto fine alla storia dei Something Corporate, che nel 2003 avevano pubblicato North, un disco che ti racconta un po’ quale sia la differenza fra finire la scuola e crescere.

Di tutti i mesi, settembre è quello che si porta via più cose senza chiedere; di tante, in fondo, non sentirai mai più la mancanza in vita tua, altre tornano a farsi corporee ogni settembre, quando ti accorgi che qualcosa che per te è finito per altri ricomincia, con la promessa di essere uguale a com’era puntualmente disattesa. Non tornerei mai a scuola, davvero, per me è stato orrendo. Anzi, probabilmente rivedrei più volentieri quella tipa che stava sotto la coperta a guardare il film, tra due miei amici, con l’intenzione di viversi la sua estate sopra le loro battaglie. Le direi, a distanza di 10 anni, che ha fatto bene, e che le sono grato perché ha fatto accadere nella realtà qualcosa che altrimenti avrei trovato solo in un disco.

Pinegrove – Cardinal

Odio i miei amici.
Davvero, non li sopporto.  Stupidi beoni, inaffidabili e con seri problemi a fornire un comportamento socialmente accettabile.
E voi direte: “Che bello, hai appena elencato le caratteristiche che li rendono speciali”.
Un gran cazzo, ragazzi. Ho appena elencato le caratteristiche che li rendono insostenibili, dei perfetti trogloditi. Ho appena elencato le caratteristiche che mi fanno desiderare di fargli indossare una tuta arancione e sgozzarli come capre.

I miei amici sono quelle persone che ti invitano al loro compleanno e ti portano al ristorante. E non solo non pagano nulla costringendoti a spendere 40€ per mangiare, il più delle volte, in posti di merda, ma pretendono anche che il festeggiato riceva il regalo, portando ogni volta la spesa complessiva a cifre ridicole. Per serate, chiaramente, quasi sempre orribili.
I miei amici sono quelle persone che mi portano al cinema a vedere Suicide Squad.
I miei amici sono quelle persone che non hanno mai ascoltato una canzone del mio gruppo, ma che pretendono ugualmente magliette e dischi gratis.

I miei amici sono quelle persone con le quali l’altro giorno mi ero accordato per vedersi intorno alle 21. I miei amici sono quelle persone che dopo decine di messaggi a vuoto e chiamate ignorate si fanno vivi alle 23:20. I miei amici sono quelle persone che alle 23:20 mi intimano di scendere “molto velocemente” perché “sono praticamente sotto casa mia”. I miei amici sono quel branco di stronzi che si è presentato sotto casa mia a mezzanotte e mezza.
Non posso certo raccontarvi cosa mi è passato per la testa in quell’ora passata come un perfetto imbecille aspettando seduto su un marciapiede, puntando costantemente l’occhio all’inizio della via nella speranza di scorgere la forma di un modello di automobile conosciuto.
Posso dirvi però che nonostante tutto ne sono uscito mantenendo la mia fedina penale pulita e, perché no, anche un discreto aplomb.
Ringrazio, nell’ordine:

  • il buon Dio, che mi ha fatto trovare gli auricolari nella tasca dei pantaloni;
  • l’innovazione tecnologica che, sotto forma di smartphone, mi permette di aver sempre a portata di mano un gran quantitativo di musica di merda con la quale passare il tempo;
  • i Pinegrove e il loro Cardinal, che ultimamente sto ascoltando sempre più spesso e sempre più volentieri.

Il mio pezzo preferito del disco è quello che lo chiude e si chiama, neanche a farlo apposta, New Friends. A un certo punto il testo recita:

I resolve to make new friends
I liked my old ones
But I fucked up so I’ll start again

Ci sono diverse divergenze con quella che è la mia situazione, bisogna ammetterlo.
Però queste parole mi hanno fatto pensare alla reale possibilità di cambiare il mio giro. Di cominciare a frequentare altri posti, nel tentativo di instaurare rapporti seri e duraturi con persone più gradevoli e più affidabili. Per migliorare così le mie serate e, in parte, anche la mia persona.
Però poi mi sono ricordato di quella che è una verità inconfutabile della vita.
Ognuno ha gli amici che si merita.
Ed è vero. Se io ho degli amici che sono dei perfetti ritardati è perché io in primis sono solamente un grandissimo stronzo. Tutti i buoni propositi di rivoluzione sono velocemente finiti nel cestino e in men che non si dica ho fatto ripartire il disco in repeat.
Il primo pezzo si chiama Old Friends.
Ma pensa un po’.

I Like Allie – The Wounds You Leave

Sono da sempre convinto che il mondo si divida in due grandi fazioni. I vincenti e i perdenti. Io appartengo ovviamente alla seconda, avendo toppato tutto il toppabile e potendo vantare una serie di fallimenti che coprono indiscriminatamente qualsiasi contesto della vita quotidiana. Tra i fallimenti più easy e meno problematici non posso non menzionarne uno legato all’aspetto musicale. Il non essere mai riuscito ad imparare le basi della chitarra. Non che ci abbia provato granché a dire il vero. Non ci sono riuscito subito e così ho smesso [cit.].
Però un po’ mi dispiace. Mi dispiace perché avrei potuto scrivere delle canzoni. E avrei potuto provare a cantarle. A grandi linee, so già come sarebbe finita. Avrei innanzitutto avuto il gruppo punk che non sono mai riuscito ad avere. Poi dopo un po’ mi sarei stufato di fare casino e mi sarei buttato sul classico progetto solista in acustico, riuscendo sicuramente a far sciogliere i cuori di moltissime donzelle in giro per il mondo.
Alla fine mi sono accontentato di suonare molto male la batteria e, nonostante tutto, devo dire che mi è andata pure bene. 
Chi invece ha imparato a cantare e suonare la chitarra piuttosto bene è Renato, la principale mente dietro il progetto I Like Allie. Renato ha fondamentalmente fatto tutto quello che avrei voluto fare io, facendolo per fortuna molto meglio. Ha solamente preferito fare un viaggio diverso. Perché I Like Allie nasce come il più classico progetto solista in acustico. Poi evidentemente Renato si è stufato di non fare casino, e insieme a membri di Low Dérive e Teenage Gluesniffers ha deciso di passare al lato oscuro, rispolverando la chitarra elettrica e alzando il volume degli amplificatori.
The Wounds You Leave è un Ep che fin dal primo ascolto mi è sembrato eccellente. Perché ha una fortissima personalità, che traspare dagli arrangiamenti e soprattutto dai testi, sempre lucidi e coraggiosi nel trattare temi estremamente personali con grande onestà.
Ha inoltre tutto quello che deve avere un bel dischino punk-rock, perché è veloce, è rumoroso e ha delle belle melodie che ti permettono di canticchiare le canzoni dopo pochi ascolti, proprio come piace a me. La voce di Renato poi dona un bel tocco “emo” ai pezzi, che mi ricordano le prime cose elettriche di Into It. Over It., i Get Up Kids di Four Minute Mile e pure certi Jimmy Eat World.
A conferma dell’ottimo lavoro svolto dai ragazzi, l’Ep esce per Paper+Plastick. Insomma, non proprio gli ultimi degli stronzi, 
QUI trovate il free download del disco, il cui ascolto è vivamente consigliato.
Per quanto mi riguarda, io vado a prendere in mano la chitarra e riprovo a fare qualche accordo. Ah no, devo preparare la borsa per la partita di stasera.
Dai, sarà per la prossima volta. Promesso.

The Falcon – Gather Up The Chaps

Questo disco è una gran bella bomba.
Dopo questa necessaria premessa potete mettervi comodi, perché sto per raccontarvi una favola.
L’altro giorno mi sono sciaguratamente imbattuto in un articolo di Noisey. Inspiegabilmente, mi sono preso la briga di leggerlo dall’inizio alla fine.
L’articolo consisteva in un lunghissimo elenco di frasi che, se pronunciate almeno una volta nella vita, facevano di te una merda. Tutto vero.
Stranamente, l’articolo non faceva assolutamente ridere. Però tra le frasi citate compariva la famosissima “preferivo il disco precedente”. Frase che da quindici anni a questa parte mi trovo a pronunciare almeno una volta al giorno. E quindi sono una merda. E non per i miei comportamenti che trascendono i limiti del buon senso, del buon gusto, della dignità, della decenza e dell’amor proprio. Lo sono perché lo dice Noisey.
E nonostante questo, anche stavolta continuo a preferire il disco precedente. E a non capire dove stia il problema.
E qua torniamo alla premessa. Perché questo disco è proprio figo e ci sono tantissime cose che mi fanno impazzire.
Il buon Neil dietro le pelli è in forma smagliante. I testi del vecchio Brendan sono come sempre ottimi e divertenti. Le melodie sono sempre le stesse, è vero, però sono come al solito eccellenti e ti rimangono incollate in testa dopo pochissimi ascolti.
Anche se la cosa che più ho apprezzato è l’aver dato maggior spazio alla voce di quell’eroe di Dan Andriano, che si conferma essere un idolo assoluto, a 360 gradi. Le canzoni che più mi hanno preso sono quelle dove c’è il suo zampino, e sono fermamente convinto che sia stato lui a dare una marcia in più a questo disco.
E quindi cosa c’è che non va?
Di base nulla, il disco è figo e suona alla grande. Ho solo un problema. La canzone dove canta Dave Hause. Cazziatemi, sputatemi in faccia, ma a me fa pesantemente cagare. La trovo una tamarrata clamorosa, assolutamente evitabile. Senza contare che, essendo completamente diversa a livello di suoni da tutte le altre, mi dona quella fastidiosa sensazione di star ascoltando una specie di compilation. E questa cosa mi fa incazzare tantissimo. Ecco, io il pezzo di Dave lo skippo. Cosa mai successa nel disco precedente.
Insomma, la differenza è minima, però c’è.
Mi viene in mente quella gag di Pieraccioni: “bella Carpi ma più bella Capri”. Dove, se siete troppo stupidi per capirlo, Carpi è questo disco e Capri è Unicornography.
Però mi fermo subito. Perché mi par di ricordare che per Noisey sei una merda anche se ti fa ridere Pieraccioni.
E prendersi della merda da Noisey va bene una volta.
Ma due cominciano a essere troppe.

Vicenza, Verona, Portogruaro…

Vivere a Padova, devo ammetterlo, non è poi così male. In fin dei conti è un bel posto. Non è né troppo grande né troppo piccola, esteticamente è piuttosto gradevole e si trova a metà strada da diversi punti d’interesse. Mare, montagna e città più attrezzate.
Ha l’unico difetto di essere in Veneto. E in effetti è un gran bel problema, perché il Veneto può vantare un discreto numero di cose estremamente irritanti. Gli indipendentisti. L’orgoglio veneto, che ancora non ho capito che diavolo sia. I bestemmiatori folli che ogni domenica sono in prima fila in chiesa. Bitonci. E chi più ne ha più ne metta. Di questo deprimente quadretto mi sento di salvare, appunto, solo le bestemmie. Quelle spaccano. Quelle fanno ridere. Sono l’unica cosa in grado di farmi sentire ancora virile, assieme all’alcool e alla confezione di Cialis che custodisco gelosamente nel comodino di camera mia.
Nell’immaginario musicale solitamente dare addosso alla propria città di provenienza è un classico piuttosto abusato. Anche se sei di New York, o, ancora meglio, se sei uno svedese sovvenzionato e coccolato dalla mano statale.
Io invece negli anni mi sono concentrato maggiormente nel dare addosso ad altre città. Anche senza conoscerle. Anche senza motivi fondati. Non so spiegarvi perché, ma temo che questo comportamento viaggi parallelamente al mio apprezzamento per Padova. Mi spiego, temo che l’incensare la mia città snobbando le altre, faccia parte di un processo di auto-convincimento atto a mascherare la mia schifosa pigrizia e la mia totale mancanza di iniziativa e spirito d’avventura.
Anche perché basta scostare la sottile patina in superficie per accorgersi che le mie brutte opinioni sulle altre città non fanno altro che mascherare un sentimento di invidia e un senso di inferiorità nei loro confronti che non sono mai riuscito a togliermi di dosso.
Occorre specificare che invidia e senso di inferiorità derivano dal confronto diretto tra città basato sulle due cose più importanti del mondo. Le uniche per le quali valga ancora la pena vivere. Calcio e musica.
Provo a farvi un paio di esempi pratici. Senza fare troppa strada, rimanendo in Veneto.

Cominciamo da Verona. Ho sempre detestato Verona e i suoi abitanti. Perché è sicuramente più bella di Padova e ci massacra per bene negli ambiti sopra citati.
Innanzitutto questi (purtroppo) hanno vinto uno scudetto, mica cazzi. E non uno qualsiasi ahimé, quello 84-85. Il campionato con le designazioni arbitrali ottenute col sorteggio a gruppi. Forse l’unico campionato in età moderna libero da qualsiasi dubbio e ipotesi di complotto.
Purtroppo si tratta di un’impresa storica, la classica “storia da raccontare ai nipoti” con tanto di puntata di Espn Classic dedicata. Quel personaggio di Bagnoli, il gol senza scarpa di Elkjaer, Nanu Galderisi vecchio cuore biancoscudato, il campionato vinto davanti al Napoli di
Maradona e alla Juve di Platini. A noi padovani una cosa così chiaramente non potrà mai capitare. Ormai siamo fuori tempo massimo, e viviamo in una città che in vent’anni non è mai riuscita a sistemare uno stadio che è da sempre fonte di scherno e vergogna.
E quindi Hellas merda, sempre e comunque, ma non avete idea di quanto avrei voluto essere un quindicenne veronese nel 1985. E non finisce qui.
Conoscete i Rituals? Se sì, siete dei grandi, altrimenti siete dei poveracci.
Band, ahimè, veronese. Clamorosa quanto sottovalutata. Giuro che farei carte false per averli di nuovo in giro. Ho avuto la fortuna di vederli “crescere” e mi ci sono ovviamente affezionato. Dagli inizi in stile Kid Dynamite, al periodo Wynona con un occhio di riguardo ai Lawrence Arms, fino ad arrivare a Celebrate Life, che credo sia una delle cose più belle mai prodotte da un gruppo i
taliano.
Negli anni ho cercato di trovare degli aggettivi che potessero riassumere questo disco, senza mai riuscirci. Troppo originale, troppo ispirato per poterlo descrivere in modo completo.

A volte credo che la cosa migliore da fare sia semplicemente ascoltare, rendendosi conto di star impiegando il proprio tempo, per una volta, in maniera ottimale.

Cominciate a capire cosa intendo?
Possiamo passare al secondo e altrettanto eloquente esempio: Vicenza.
Procediamo per gradi. La storia calcistica del Vicenza è purtroppo fighissima, e il potersi vantare di aver avuto Rocco e svezzato Del Piero non credo sia sufficiente ai padovani per salvarsi. Perché ci sono superiori, nonostante il ridicolo nome Lane Rossi e i recenti quindici ripescaggi negli ultimi quattro anni.
Paolo Rossi e il secondo posto da neopromossa, il Divin Codino, la coppa Italia con Guidolin e quella pazzesca semifinale di Coppa delle Coppe mettono sempre i brividi. Murgita, Otero, Di Carlo, Jimmy Maini, il toro di Sora e quel fenomeno di Zauli. Tantissima roba, specialmente per i nostalgici della mia generazione.
E nella musica la batosta si fa ancora più umiliante.
Basterebbe citare i Derozer per chiuderla qui.
Giusto per farvi un esempio, qui in due minuti mi si sbeffeggia su tutta la linea.

E poco importa che piacciano o meno, io in primis ho sempre preferito i Punkreas, ma qua si parla della storia del punk-rock italiano.
E i Derozer non sono altro che lo specchio di una “scena punk” che nonostante i recenti stenti, a Vicenza è sempre stata sanissima e più che mai viva. Soprattutto negli anni della mia turbolenta giovinezza, quando nei miei magnifici occhi azzurri splendeva la luce della speranza, ormai spenta dalle troppe lacrime.
Ho avuto la fortuna di vedere diversi concerti pazzeschi, Latterman, Since By Man, Dead To Me e Owen, giusto per citarne alcuni. Sempre in posti fighissimi e sempre pieni di gente.
E ho avuto la fortuna di imbattermi in un paio di band locali che con gli anni sono diventate per me estremamente importanti.
Una su tutte, gli Argetti.
Gli Argetti erano una bomba a mano, perché riuscivano a mixare l’hc melodico con tutto quel filone emo-punk di casa No Idea, che in quegli anni mi aveva letteralmente fottuto il cervello.

Il loro ultimo EP, registrato prima di scomparire, è quello che in fin dei conti mi ha preso di più, nonostante il cambio di rotta piuttosto deciso.
Temo sia molto difficile da recuperare ed è un peccato, perché i sei pezzi di New Seeds sono uno più bello dell’altro. Tra punk-rock all’americana, post-punk all’inglese e le solite melodie eccellenti.

Spiace che entrambi i gruppi abbiano deciso di smettere subito dopo aver buttato fuori un disco della madonna. E spiace, cercando di riportare la riflessione ai giorni nostri, che non abbiano potuto usufruire appieno dei mezzi di comunicazione che oggi la fanno da padrone. Facebook su tutti. Fuori giusto di qualche anno, sono sicuro che avrebbero potuto ricevere le meritate attenzioni e avrebbero evitato di diventare una sorta di feticcio per pochi appassionati. Cosa che, per carità, mantiene sempre e comunque il proprio fascino.

E quindi, in definitiva, a me padovano cosa rimane? Lalas e i due anni passati in A più per caso che per altro non mi possono bastare. 
Così come non può soddisfarmi sapere che Padova è conosciuta ed apprezzata per i gruppi glam e hard rock.
Glam e hard rock.
E quindi non è vero che a Padova si sta bene ragazzi. Non è un bel posto. Padova fa schifo.
Il Santo è pieno zeppo di mendicanti rompicoglioni e venditori ambulanti di santini, Prato della Valle è una merda, ogni settimana apre una nuova hamburgeria che vorrebbe farmi pagare un hamburger 20€, lo spritz fa cagare e se voglio andare a sniffare coca a Milano mi devo fare 3 ore di macchina.

Let’s set this city ablaaaaze…

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