Più passano gli anni più mi rendo conto di quanto sia brutto invecchiare.
L’angosciante consapevolezza dell’inesorabile avanzare del tempo che, volente o nolente, si riflette nel corpo e nello spirito. L’incubo peggiore di ogni uomo.
Ammetto che il mio corpo sta ancora benone. Anzi, posso affermare con orgoglio di essere in splendida forma, forse come mai nella vita. È lo spirito che purtroppo comincia a perdere colpi. La memoria è andata, ho perso qualsiasi abilità di problem solving e, cosa peggiore, sono praticamente diventato come mio nonno. Un bisbetico brontolone.
Ormai perdo le staffe per qualsiasi puttanata. Mi incazzo come una bestia se si blocca il pc, se qualcuno è in ritardo per un appuntamento, se DAZN non funziona, se l’olio piccante della pizzeria non è piccante a sufficienza o se lo è troppo.
L’unico sfogo lo trovo nei battibecchi. Con amici o sconosciuti fa poca differenza. L’importante è che siano alterchi a sfondo calcistico, l’unico contesto della mia vita che riveste ancora un certo tipo di importanza.
Questo comportamento infantile è una diretta conseguenza dell’aver trasformato, negli anni, il mio rapporto con il calcio in una relazione morbosa. Una parafilia disgustosa e ad ampi tratti inquietante. L’essere una pippa senza alcuna speranza di sfondare nel calcio che conta rappresenta tuttora la più grande delusione, ancora non del tutto superata, della mia vita.
Partite, tattica, storia, Fantacalcio, calciomercato, riviste, trasmissioni TV, le giacche di Ciccio Graziani, i patetici tentativi settimanali di emulare Roby Baggio nei campetti della mia città. Queste sono le uniche cose che riescono ancora a darmi la scossa.
Per carità, so benissimo quanto il calcio sia un mondo orrendo. Losco, puzzolente, ripugnante. Il calcioscommesse, gli intrallazzi di società e agenti, le derive destrorse delle tifoserie e chi più ne ha più ne metta.
Tutti aspetti ributtanti, che però non riescono ad intaccare la mia fede.
Il buon John Oliver qualche anno fa fece un parallelo tra il calcio e una salsiccia. “Se ti piace una cosa, non scoprire mai com’è fatta”. So benissimo come e di cosa è fatta una salsiccia, ma sono tuttora convinto che non si possa definire vita un’esistenza senza le salsicce. O senza il calcio.

Posso spingermi oltre.
Sono figlio unico. Splendido, fantastico. La mia mamma la voglio tutta per me.
Il mio status mi ha permesso, nel corso degli anni, di trasformare le mie poche ma sincere passioni in una sorta di famiglia allargata. Un piccolo gruppo di fratellastri con i quali vado molto d’accordo.
Il calcio è il fratellastro più vecchio. Quello burbero, un po’ rozzo e che non la racconta sempre giusta, ma che ai miei occhi rimarrà sempre un grande. Poi c’è una sorellastra di mezzo, la musica. Personalità intrigante, sfaccettata ed elegante, in grado di farmi venire diversi pensieri incestuosi. E poi c’è l’ultimo fratellastro, quello più giovane che ancora non posso dire di conoscere bene, ossia il cinema.
Ho sempre avuto una grossa infatuazione per il cinema, ma solo recentemente sono riuscito a portarla ad un livello superiore, grazie ad alcuni amici e a un briciolo di senso critico che ho sviluppato tra mille difficoltà negli ultimi anni. E grazie soprattutto alla scoperta di un paio di blog/siti specializzati che mi hanno dato una grossa mano a salvare un buon numero di serate del cazzo.
Portali così ben strutturati, gestiti da appassionati con una smisurata cultura cinematografica, sono per gli ignoranti come me una manna dal cielo. Non solo ho modo di scoprire quotidianamente nuovi film e nuovi registi, ma ho finalmente la possibilità di recuperare alcune pellicole che ho cercato invano per diversi anni.
After Life di quella vecchia volpe di Kore’eda è una di queste. Film che ho inseguito per un sacco di tempo, stuzzicato oltremodo dalla trama curiosa e particolare.
Cercando di farla breve: in questo film i defunti, prima del definitivo trapasso, vengono riuniti in un grande edificio immerso nel verde. Qui, attraverso l’aiuto specializzato dello staff della struttura, si trovano a dover scegliere in soli tre giorni un unico ricordo della loro vita ormai terminata. Un momento particolarmente importante o significativo. Una volta scelto, questo ricordo verrà montato e girato per essere poi proiettato in loro presenza, proprio come in un cinema. Solo una volta visto il loro spaccato di vita traslato sullo schermo i defunti potranno abbracciare definitivamente l’aldilà, rivivendo per l’eternità il ricordo scelto.
Insomma, niente paradiso e niente inferno, qui la morte è rappresentata da una serie di colloqui da affrontare all’interno di un edificio molto simile a un mix tra una scuola e l’ULSS dietro casa.

 

Riassumere, o, ancora meglio, ridurre la propria vita a un singolo ricordo si presenta come una faccenda piuttosto complicata. Complicata e affascinante.
Una volta terminato il film ho deciso di fare un piccolo gioco. Ho cominciato a pensare se nella mia vita assolutamente nella media ci fosse un particolare ricordo in grado di spiccare sugli altri. Qualcosa di speciale, di non rimpiazzabile. Non che ci abbia investito troppo tempo, ma non sono riuscito a trovarlo. In compenso ho capito un paio di cose. Ossia che è impossibile scindere i ricordi da contesto e persone eventualmente coinvolte e che, tutto sommato, fin qui mi è andata piuttosto bene.
Sono addirittura arrivato a compilare una breve lista di momenti che a mio avviso farebbero la loro porca figura sullo schermo di un cinema.

  • I viaggi estivi verso il mare in macchina con i miei (da immaginare in una versione stile Il Posto Delle Fragole). Con De Gregori nel mangiacassette e io, seduto dietro, che aspetto di sentire La Leva Calcistica Della Classe ’68 .
  • Padova-Milan 2-0. Sole, stadio, mio papà nel seggiolino di fianco, gol di quell’eroe di Lalas, gol da Puskas Award di Gabrieli e Gullit preso a calci per 90 minuti.
  • Gol segnato contro l’Audax quando giocavo negli Esordienti dell’U.S. Torre. Sinistro al volo felpatissimo da 20 metri che si infila sotto il “sette” opposto. Prima e unica volta in cui mi sono sentito un calciatore. Prima e unica volta in cui le mie gambette rachitiche sono state celebrate (soggetto perfetto per un grande film di sport grondante squallida retorica).
  • Il primo ascolto di Stay What You Are.
  • Bagno nella fontana di Prato Della Valle per festeggiare il Mondiale 2006 (questo lo vedo con un taglio vagamente alla Hooligans. L’originale ovviamente, non il remake con Frodo).
  • “Aperitivo” in quel coffee shop ad Amsterdam con vista canale (sketch dei Monty Python).
  • Saves The Day al Groezrock.
  • Concerto fatto a Reims, in un bizzarro locale con il pavimento ricoperto di foglie secche.
  • Chris dei Saves The Day che canta con chitarra elettrica non amplificata in un parcheggio a 3km da casa mia.
  • Lo scorso pomeriggio, quando ho scoperto il video di una coreana che imita una tartaruga.

Non ce la faccio, troppi ricordi.
Sceglierne solamente uno sarebbe un’impresa improba.
Credo abbia ragione Iseya, personaggio dai capelli buffi e dal vestiario improbabile, che nel film si rifiuta sin dalle prime battute di prestarsi a questa prassi, rigettando in toto l’intero sistema. Probabilmente è l’unico che ha capito tutto.
Però è anche vero che Iseya mi sta sul cazzo. Con quei capelli da coglione e i suoi vestiti di merda. Non mi andava proprio di dargliela vinta.
Ho provato allora ad analizzare la faccenda da un’altra prospettiva. Una prospettiva diversa e forse un tantino brutale. Scegliere un solo ricordo per l’eternità significa, di conseguenza, cancellare tutti gli altri. Quindi, tra le altre cose, eliminare con un colpo di spugna tutti i ricordi negativi. Tutti gli errori, i fallimenti, i rimpianti e le delusioni di una vita.
A un ridicolo piagnone come me questa possibilità suona dannatamente bene.
Senza considerare che in quest’ottica il ricordo assume un’importanza assai più marginale, di semplice compromesso. Sceglierlo diventa una pura formalità.
Sono convinto sia questa la via per mettere nel sacco quell’infame di Iseya.
Che se ne sia stia lui a lavorare nell’ULSS dell’Aldilà, io me la squaglio con quel mancino chirurgico negli occhi, piazzato sotto l’incrocio dei pali della porta di un campetto di periferia in una domenica mattina gelida e nuvolosa.

After Life non è sicuramente un film con i fuochi d’artificio. Forse è un tantino lento, e magari in alcuni punti addirittura prolisso. Purtroppo non ho le competenze necessarie per lanciarmi in una critica approfondita. Non possiedo nemmeno l’invidiabile capacità di sintesi del miglior Sharif Meghdoud. Cinematograficamente parlando, sono e rimarrò sempre un burino che adora il sangue e l’innaturale fuoriuscita di budella e interiora.
Però After Life mi ha portato a considerazioni che difficilmente senza la sua visione mi sarebbero venute in mente. E lo ha fatto senza mai calcare la mano, con educazione e cognizione di causa.
Senza contare che ha tutto quello che vorrei sempre trovare in un film. O in un libro. O in un disco. La semplicità, quella forte malinconia di fondo, le considerazioni sul passato, le riflessioni su ricordi e persone importanti.
Vero, basta poco per farmi contento, però non posso negare l’evidenza. Se un film ha il magico potere di mettere in moto il mio cervello, qualcosa di speciale lo deve avere per forza.

Una delle cose che mi ha insegnato Kore’eda con i suoi film è che il passato, a volte, può rivelarsi un bel pezzo di merda. Per tutti, nessuno escluso, anche se in diversi modi e con differente vigore. Che piaccia o no, determinate esperienze, certi ricordi negativi, resteranno sempre ben piantati nella memoria, impossibili da cancellare. Probabilmente l’unica cosa che conta è riuscire a conviverci senza dare di matto. Trovare una soluzione efficace e sostenibile.
Invidio molto quelle persone che hanno la capacità di trasformare i ricordi negativi in qualcosa di bello. Soluzione estremamente intrigante che, purtroppo, non sempre è di facile attuazione.
Per dire, io avrei sempre voluto essere in grado di scrivere canzoni. Belle canzoni. Da infarcire con tutto il disprezzo che nutro per me stesso.
Non essendone capace, devo accontentarmi di esultare quando qualcun altro riesce a farlo al posto mio.
Quindi grazie Spanish Love Songs.
Perché Schmalz avrà pure i suoi difetti, ma rimane senza dubbio il mio disco preferito di questo 2018.
D’altronde ha tutto quello che vorrei sempre trovare in un disco.
O in un libro. O in un film.