Non sono come Andy Garcia nella pubblicità dell’amaro Averna. Non sono un sessantenne maledettamente affascinante, non ho una barba perfetta e il tempo proprio non me lo so godere.
Anzi, il tempo è da sempre il mio peggior nemico. Con le sue lezioni, le verità che periodicamente distribuisce e che si rivelano sempre un pugno nello stomaco. Una pinta di olio di ricino da scolarsi tutta d’un fiato.

Lezioni che cominciano piuttosto presto. Per la precisione, quando ti rendi conto che non potrai mai segnare il gol decisivo nella finale di un mondiale.
L’immagine che svanisce di te sudato nella maglia della nazionale con la coppa tra le mani, mentre lo stadio urla il tuo nome fino a squarciarsi le corde vocali, è la prima vera mazzata. Mazzata che comincia ad insinuare nella tua mente l’idea che la vita in fondo non sia poi questa cosa straordinaria.
In effetti non lo è. Ed è pure colpa tua.
Perché sei un patetico sfigato. Un fallito di merda che non vale niente e che nella vita non combinerà mai un cazzo. Fai talmente schifo che tutto questo non ti interessa nemmeno. Lasci che tutto ti scivoli via dalle mani come la più classica delle saponette nell’affollata doccia di una prigione di stato.
Forse solo all’inizio provi a difenderti, a fuggire dal triste destino, dando la colpa al capitalismo, alle donne, alla città in cui sei nato.
Ma sei in riserva ancor prima di mettere in moto. In men che non si dica la benzina finisce, il motore si spegne e ti ritrovi fermo come un coglione sul ciglio della strada mentre gli altri ti superano a gran velocità. Sorpassandoti qualcuno ti lancia uno sguardo compassionevole, altri ti sbeffeggiano sventolando il dito medio.
Ed è qui che tutto diventa un gran casino.
Finisci con quarant’anni di ritardo l’università per una laurea ridicola, utile solo a farti capire che vivi in una società orrenda, dove gli unici traguardi raggiungibili sono solitudine, frustrazione, miseria e paura.
Sul capitalismo ci avevi visto giusto, vero, ma è una magrissima consolazione.
Impossibile non concordare con quei brutti ceffi di Gainesville: “we don’t want nobody coming around here smiling when you know damn well we got nothing to smile about”.
Non avendo un briciolo di talento anche la soluzione divo del rock va bellamente a farsi benedire. Ma questo in realtà è un mezzo problema, visto che se fatto con gli stronzi giusti, anche suonare in bettole deserte può risultare ugualmente appagante.
Alla fine tutto si riduce a una disperata ricerca di un modo per convivere con tutte quelle scelte sbagliate che proprio non ti riesci a perdonare.
Se sei solo, senza un soldo e se ti incazzi ancora quando perdi a calcetto lo devi al fatto di non essere mai riuscito a svoltare. O al non averci mai realmente provato.
Un po’ ti rode il culo, in fondo ce l’hanno fatta tutti. Amici, parenti, persone che consideravi ritardate e che probabilmente lo sono davvero.
Perfino i gruppi che ascolti per recitare la parte del ventenne impenitente hanno cominciato a chiedersi se in effetti sia arrivato il momento di darsi una bella svegliata.


Tell the truth: do you think it’s too late for me to age gracefully?

È stata una brutta giornata. Probabilmente tra le righe lo si può intuire.

Un’altra cosa che ho imparato negli anni è che parlare di un disco può rivelarsi pratica estremamente complicata.
Mi è capitato di affrontare la questione in diversi modi. Sono partito con l’approccio serio e impostato, ma tutto è crollato quando ben presto mi sono accorto di non avere alcuna credibilità e nessuna competenza tecnica. Senza considerare che il freddo e distaccato approccio professionale, nella musica come in tutto il resto, spesso finisce con l’uccidere gran parte del romanticismo.
Ho cercato quindi di buttarla sul ridere, ma anche questo progetto è subito naufragato a causa del mio senso dell’umorismo debole quanto il mio spirito.
Ho imparato ad accettare che l’obiettività non sarà mai il mio forte e che non sarò mai capace di razionalizzare qualcosa come l’esperienza musicale, che di razionale per me non ha proprio nulla.
Inoltre, invecchiando, il mio approccio alla musica è cambiato moltissimo. Ormai la mia ricerca si orienta verso aspetti che il più delle volte esulano dal mero contesto musicale. Sento sempre più la necessità di sviluppare una sorta di empatia, un legame con i tizi che suonano dall’altra parte delle cuffie. Non sempre è fattibile, ma è bello quando sembra si tratti di stronzi tali e quali a me. Con gli stessi dubbi e le stesse rogne, ma con una band migliore della mia.

Nella mia personalissima interpretazione, Optimal Lifestyles rappresenta un grido d’aiuto. Un disperato rantolo di dolore di quattro persone (tra le quali spicca il sosia perfetto del mio amico Noir) che si sono rese conto che la vita, ahinoi, non può consistere unicamente di sbronze, punk-rock e giri in skate.
Il coming-of-age è però abilmente camuffato. La birra è sempre abbondante, così come la voglia di divertirsi in barba a tutto e a tutti. C’è anche una fievole voglia di provare qualcosa di nuovo a livello musicale. Una spruzzatina di garage, la fugace intromissione di un sax. Everything’s The Same sembra un pezzo uscito dalla colonna sonora di una serie TV per adolescenti. Sono alcuni segnali, le prime avvisaglie che qualcosa in effetti è cambiato.
In questo disco mi ci sono buttato dentro in maniera ridicola, visto che negli ultimi due mesi non ho ascoltato altro. Per quanto possa risultare patetica, questa totale immersione mi ha permesso di capirlo meglio, di sentirlo più mio.
È lo stesso percorso intrapreso con After The Party dei Menzingers. Due dischi, due approcci diversi che trattano la medesima tematica a me diventata fin troppo cara, tanto che ormai non sono più in grado di comprendere se sia la situazione in sé ad essere peggiorata o soltanto la mia percezione di essa.
Parlo chiaramente dell’impatto con quel momento dove tutto ciò che viene dopo le sbronze, le feste e le cazzate con gli amici prende la forma di un inevitabile vuoto esistenziale. Quello stato che vede crescere prepotentemente la presa di coscienza che dovrebbe portarti a mettere da parte i fronzoli, in favore di un’espressione più ragionevole e razionale.
Il fatto che questa rassegnazione nel disco sia nascosta sotto una folta coltre di melodie incredibili e testi cazzoni non mi ha tratto in inganno. Posso facilmente percepire la disperazione, lo sconforto per aver raggiunto la verità più crudele. Questo senso di leggerezza che aleggia nel disco non smorza la tensione ma, anzi, fa crescere in me un senso di angoscia che si ingigantisce di ascolto in ascolto.
Perché se da una parte la voglia di non mollare un centimetro anche a costo di risultare ridicoli è decisamente apprezzabile, dall’altra l’invincibilità del nemico non lascia scampo, facendo presagire una sconfitta ancor più brutale e drammatica.
Credo stia tutto nel decidere cosa sia peggio.
Se invecchiare o rifiutarsi di farlo.