Triangolo

Scendo dall’aereo e tocco il suolo di casa. Non smetto mai di pensare a due sole cose, mentre sono via: la musica e il calcetto. Ho queste due ancore che mi legano alla mia città, alla mia vita in quella città; per quanto la marea mi allontani la gomena mi riporta sempre lì, e mentre scendo dalle scalette dell’aereo con il trolley sospeso per fare i gradini, il vento mi investe di un freddo benvenuto. È aprile ma non sembra.

Il cielo è grigio, piatto, vuole vendicarsi. Ci sono due amici che suonano con me che mi aspettano lì, all’aeroporto di Bergamo, sono venuti a prendermi per assicurarsi che possa tornare a Padova in tempo per la partita del torneo di calcetto che abbiamo alla sera. Coi mezzi pubblici non ce l’avrei mai fatta. Non può andarmi molto meglio di così, perché prima di salire sull’aereo, ancora all’aeroporto di Berlino, ho ricevuto un messaggio che mi ha cambiato tutto. Sono due ore esatte da Bergamo a Padova, avrò il tempo di passare per casa, farmi la borsa, ricambiare il favore passando a prendere gli stessi due amici che suonano con me e che mi stanno riportando a Padova, e giocare quella partita. Quando passerò per casa potrò vedere un po’ le cose come stanno, capirci un po’ di più, ma di sfuggita. 

Parliamo, ridiamo, facciamo battute becere, ascoltiamo musica, facciamo previsioni sulla partita che giocheremo, le due ore passano più veloci di quanto vorrei. Siamo noi tre, loro due davanti, io dietro con le mani aggrappate ai loro sedili, in quella posizione che non si dovrebbe mai tenere in autostrada, senza cintura, ma ancora non mi importa, ancora per poche ore posso essere in quel paese in cui pensi ad oggi e non a domani. Nella mia valigia c’è il vinile degli American Football, l’ho comprato in un negozio di dischi che ho scoperto proprio in quel secondo viaggio. Non ho nemmeno il giradischi a casa, ma l’ho comprato per piantare la bandiera su una conquista.

L’ho scorto con la sua copertina con una casa inquadrata di taglio, la sua cuspide bianca, il cielo verde, la finestra illuminata, il nome del gruppo che va a capo in quel modo insensato, è come stringere tra le mani un’icona sacra. Sono all’inizio del mio percorso da adulto, gli adulti costruiscono la propria esistenza sedendosi su una catasta di oggetti che possiedono, e più ne hanno più sentono di sedersi in alto, più la gravità minaccia le loro gambe nel vuoto. È questo che fanno gli adulti, è questo che devo fare: cominciare a costruire il mio mausoleo per proteggermi, e se devo metterci un vinile, non c’è niente di meglio degli American Football per iniziare. 

Cerchio

Guardo fuori dalla finestra dell’appartamento di Berlino in cui stiamo per qualche giorno, anche lì il cielo è grigio, ma le cose nel paesaggio di Berlino reagiscono chimicamente in maniera diversa con quel colore; i verdi degli alberi si accendono, i finestroni senza tende lasciano passare la luce come se i palazzi fossero reti, le strutture assomigliano a scheletri, e tutto alla fine ricorda una luce grigia che non minaccia, accompagna, è la schiuma sul macchiatone. Gira l’arpeggio di Never Meant, quella sorta di walzer sghembo vorticoso che rimbalza e cambia direzione sempre all’improvviso, e quando entra il basso riporta la canzone sui binari. Penso che vorrei sedermi sulla poltrona, a fianco a un piatto che gira, guardare fuori il cielo che schiuma e sentirmi bene, mentre la mia testa si mette il cappotto e si prepara a uscire dalla porta della mia infanzia. È ora di diventare adulti. 

In un attimo, è tutto ciò che desidero: un pomeriggio pigro, un palazzo grigio che si fonde con il cielo e un albero acceso da guardare fuori dalla finestra, un giradischi che suona gli American Football, una poltrona. Posso aspettare lì, vedere che succede. È questo il senso che do ai vinili: posizionare la puntina, girare il lato A, è prendersi cura di un disco, sedersi ad ascoltarlo senza fare molto altro; non accompagnare le cose con la musica, ma accompagnare la musica. Me lo immagino così mentre il disco degli American Football suona dal cellulare e i fiati malinconici di The Summer Ends si stendono su quel pomeriggio. Ho deciso di comprare quel disco. Non so perché proprio quello; ci sono dischi che ho ascoltato e amato molto di più di quello storico self titled degli American Football, che al tempo non si erano ancora riuniti, ma per qualche motivo le sue canzoni, il modo in cui era costruito, mi dicevano di non dissociarlo mai dalla sua manifestazione corporea, di darci una sostanza: un piatto di vinile in una busta. Lo comprerò, sì, ma non subito; prima lascio che si esaurisca quel momento, come se ce l’avessi già un vinile, e dovessi aspettare che la puntina converga al centro.

Rettangolo

Appena i miei amici mi scaricano ed entro in casa la cerniera della borsa da calcio mi si incastra sulle parole che vorrei dire o che vorrei sentire. Non ci sono neppure tutti; mia madre mi accoglie con un sorriso triste, in cui non ha nessuna voglia di pronunciarsi; lo fa perché mi vuole bene, perché le sono mancato, anche se la sua testa ha già cominciato a scivolare altrove. Non ho il coraggio di chiedere, lei non ha voglia di parlarmene, non ci sarebbe il tempo forse, devo veramente fare in fretta; avrei voluto entrare in casa e trovare un foglio stampato con scritta una spiegazione esatta di ciò che è successo, delle motivazioni logiche. Invece mi schianto sui silenzi, sugli sguardi dei miei fratelli che devono ancora digerire tutto, e si sforzano di far finta che tutto vada avanti comunque, e tutto va avanti comunque, io riesco a disincastrare la cerniera e la borsa si chiude. Incrocio mia sorella, non mi dice nulla, mi guarda con occhi increduli, non ancora pronti, non lo sono neppure i miei. Rileggo nella testa il messaggio che mi ha inviato stamattina, e che ho letto a Schönefeld:

– La mamma dorme sul divano da tre notti. Te lo dico ora perché non volevo rovinarti la vacanza-.

La abbraccio, prendo la borsa, saluto la mamma e le chiedo “Tutto ok?”, non spero che ne venga fuori chissà che, mi risponde qualcosa che non riesco a ricordare, non stavo già più ascoltando. Sulla strada per il campo c’è coda, ho già raccolto i miei due amici, sullo stereo in macchina ho messo gli American Football perché spero che facciano parlare il cielo grigio che c’è, ma non reagisce col paesaggio. Sta sfumando Honestly? con il suo incedere seghettato e il mio amico che suona con me sbotta “Ma cosa ascoltiamo gli American Football prima di una partita? Metti qualcosa che dia la carica”. In effetti, è un disco che di carica non ne ha davvero. Non è quello di cui sento il bisogno in quel momento, ma penso alla copertina con la luce accesa, e mi basterebbe quella.

Ripenso alla mia idea di casa. Ripenso a quando alle elementari mi davano un foglio per il Disegno Libero, le due parole magiche in grado di metterci tutti tranquilli, e non so quante volte ho disegnato un Rettangolo, un Triangolo, un Cerchio, poi una porta, un caminetto e del fumo, e accanto il paesaggio verde e grigio; la mia idea di casa, l’idea che ne ha ogni bambino, ma io sono nato e cresciuto in un appartamento, il tetto non è a cuspide, è schiacciato, il terrazzo si confonde con quello dell’appartamento a fianco. Casa mia da fuori non è casa mia. Casa mia, man mano che sono cresciuto, diventato grande, ho imparato le parole, ho viaggiato, ho iniziato ad ascoltare musica e farmi domande, è diventata sempre più un dentro che un fuori, e io ho smesso di disegnare da ben prima di diventare grande, ma se mi chiedessero di disegnare casa mia oggi disegnerei un interno, non una casa. Siamo vestiti con le divise già da un’ora, aspettiamo che l’arbitro decida se è il caso di giocare o no, ma il cielo ha messo in atto il suo dispetto, e ha iniziato a piovere cinque minuti prima del fischio d’inizio. Poi la pioggia aumenta, e dopo dieci minuti è chiaro che il rettangolo di gioco non è praticabile, e la partita non si farà. 

Di tanto in tanto ripenso a noi sotto il tendone, vestiti in maglietta e pantaloncini, in una fredda sera di aprile, con in testa le canzoni degli American Football che paiono la colonna sonora perfetta per una partita mai giocata, e poi a un certo punto una voce che ci dice “torniamocene a casa”, mentre mi scopro incapace di immaginarmela da fuori. È questo, diventare adulti, disimparare a disegnare? 

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