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Febbre a Novanta #50

Alla fine tutto torna.

Quest’uomo che canta nel video lì sopra si chiama Brad Roberts. Dal 1988 è vocione, chitarra, pianoforte, compositore e anima di una band che si chiama Crash Test Dummies, che nei primi anni novanta ha vinto il disco di platino, che è ancora unita e fa musica che adesso piacerebbe più o meno a tutti (folk, e pure d’autore) ma ugualmente non se li ricorda nessuno.

Quest’uomo ha sfidato il destino e se l’è presa nel culo, ma solo un poco. Chiami la tua band Crash Test Dummies, e quando nel 2000 fai un incidente che per poco non ti costa la vita, ripensi a qualche scelta del tuo passato, o a quello che nel 1994 cantavi più o meno in tutte le radio del mondo:

Once there was this kid who
Got into an accident and couldn’t come to school
But when he finally came back
His hair had turned from black into bright white
He said that it was from when 
The car had smashed so hard

Non pago di ciò, incide nel 2001 un album solista e lo intitola Crash Test Dude.

Brad, con gli incidenti stradali ci scherza un po’ troppo. Ma gli incidenti stradali stanno sul cazzo a tutti. Però, particolarmente stanno sul cazzo nel 1994, perché è l’anno in cui a Imola muore uno dei più grandi piloti F1 di tutti i tempi, Ayrton Senna.

Non occorreva essere appassionati di motori per voler bene a Senna. Un po’ come è successo poco tempo fa a Marco Simoncelli, e qui la commozione facebookiana c’entra poco. Nel 94 Facebook non c’era, ma quel gran premio se lo ricordano tutti, anche chi come me non lo vide. Io sapevo semplicemente che era il pilota più forte, più spettacolare, più fantasioso. Non ero in grado di capire perché, ma mi fidavo. Fu una cosa nuova per me, vedere in televisione le immagini di una morte; sconvolgente era soprattutto constatare che non erano immagini crude, che sembrava uno schianto come in una corsa se ne vedono tanti. Non è il corpo già senza vita di Simoncelli che scivola sull’asfalto per una cinquantina di metri, dando già una brutale impressione di rigor mortis.

crash-test-dummies-mmm-mmm-mmm-mmmA leggere i dettagli della morte di Senna c’è da rabbrividire. C’è anche la nota di pathos, se mai ce ne fosse bisogno: alle prove, il giorno prima, era morto in un altro tragico incidente il pilota austriaco Ratzenberger; Senna stava correndo la gara con la bandiera dell’Austria, per mostrarla in caso di vittoria. Un’altra sfida al destino come quella di Brad Roberts, perduta, stavolta, completamente. Perché negli anni 90 la F1 appassionava, era spettacolare e soprattutto sembrava finalmente sicura; non morivano piloti dal 1982. Fu un brutto risveglio, quello di Imola.

Senna rimane l’ultimo pilota morto durante un incidente in una gara di un mondiale di Formula Uno. Se fosse sopravvissuto avrebbe di sicuro continuato; con buona pace di Michael Schumacher.

Artista: Crash Test Dummies

Brano: Mmm Mmm Mmm Mmm

Album: God Shuffled his Feet

Anno: 1993

Febbre a Novanta #45

Nirvana,_Heart-Shaped_Box_(Anton_Corbijn)
Il Natale del 1998 me lo ricordo, fondamentalmente perché fu uguale al Natale del 97, del 96, del 95 e del 99. E anche poco più in là nel millennio non rammento particolari differenze. Un po’ come per i film che nello stesso periodo escono a firma Vanzina.

Tutti nel salotto della nonna, sull’albero domina il rosso ma talvolta si fa qualche concessione all’oro. Quando tutti sono arrivati, poco prima che inizi il pranzo, allontaniamo i cuginetti piccoli con una scusa e non appena sentiamo il segnale li osserviamo precipitarsi in salotto urlando, mentre noi li seguiamo col passo di chi ormai sa già. Il rumore di carta che si scarta echeggia nella stanza per un buon quarto d’ora. A noi ormai toccano pochi pacchetti, ma abbiamo già imparato ad apprezzare il gesto, più che l’oggetto. Io la mattina stessa sotto l’albero di casa mia ho trovato una batteria di quelle a consolle, piccole, giusto per imparare. La desideravo da tanto. In famiglia si è sparsa la voce che mi son messo ad ascoltare musica; quella pestata. Così oggi, a me, da parte degli zii, tocca il cd. E anche a mio fratello.

Lo scarto, e mi si illuminano gli occhi. Proprio il disco che volevo, con tutte le canzoni che per tutta la stagione avevo tentato di intercettare in radio per doppiarmi nella cassetta, cercando di tagliare le parole del dj. Azzeccatissimo. Davvero azzeccatissimo. Consumerò quel disco, e lo riascolto ancora volentieri.

Mio fratello invece non è proprio appassionato di musica. Sì gli piace, la ascolta, condivide qualche mio gusto. Lui scarta un cd dalla copertina inquietante, beige, con al centro una specie di venere di Milo montata in collage con le interiora di fuori. In Utero, si chiama il disco. E’ dei Nirvana.

Ah i Nirvana, cazzo.

Se ne parla un gran bene sulle riviste. E anche sui guestbook dei siti punk che mi leggo. Una volta avevo accostato i Nirvana ai Green Day con una persona su un guestbook. La persona mi rispose indignata, dicendomi che i Nirvana col punk non c’entravano un cazzo. I Nirvana erano Grunge.

Grunge.

Che bella parola. Mai sentita nominare. La imparai lì. E così quindi i Nirvana non facevano né Punk né Rock, facevano Grunge. E quali altri gruppi facevano Grunge?

Dei Nirvana sapevo che s’era ammazzato il cantante biondo, Kurt Cobain. Che da quando si era ammazzato era diventato l’eroe del nostro decennio, la vittima più illustre della musica, il più grande peccato pensando a ciò che sarebbe potuto essere e non sarebbe mai più stato. Ma io i Nirvana non li avevo mai sentiti. E passò molto tempo da quel Natale prima che io infilassi In Utero nel lettore cd. Ricordo quel momento come fosse ieri.

Ero appena tornato da un negozio di dischi dove la mamma mi aveva accompagnato a comprare Enema Of The State dei Blink 182, nel 1999. Conoscevo già a memoria i singoli fino ad allora usciti, What’s My Age Again e All the small things. Tornai a casa eccitatissimo, presi subito il lettore cd portatile di mio fratello, misi le cuffiette e schiacciai immediatamente Play.

Senza neanche aver messo dentro il cd.

Quattro colpi di bacchetta e una schitarrata arrogante. Poi partiva un riff fastidioso e iniziava a cantare una voce roca e irridente. Pensai che era un inizio piuttosto serio per una band che faceva i video correndo nudi. Qualcosa non quadrava. Stoppai il disco, alzai il vano: dentro c’era In Utero. Lo tolsi e iniziai la mia vera e propria mania per i Blink.

Per i Nirvana, c’era ancora da aspettare.

Fine prima Parte

 

Artista: Nirvana

Brano: Heart Shaped Box

Album: In Utero

Anno: 1994

Febbre a Novanta #38

Ho passato il weekend a Bolzano, sono le mie vacanze di quest’anno. Bolzano, non so se lo sapete, è una piccola città, o un enorme paesino situato in una conca in pieno Alto Adige. Preferisco chiamarla città, se non altro perché fa provincia. “Provincia Autonoma”, tendono tutti i bolzanini a sottolineare. E’ chiaro fin dal cartello marrone posto all’entrata.

Bolzano, oltre a tutto ciò, è bilingue. Tutte le scritte, finanche quelle inutili che non legge nessuno, o quelle universali come “Pizza”, compaiono prima in tedesco e poi in italiano: nel caso citato, appunto, “Pizza” e “Pizza”. Ho assistito a un dibattito sulla questione, fra un bolzanino doc contaminato da bolognismi universitari e amoreodio per la cultura irlandese, e un ragazzo con un accento che non sono riuscito bene a identificare, ma sono sicuro provenire da parecchio sotto il Po. Questi sosteneva che, trovandoci in Italia secondo gli attuali confini ufficiali, la precedenza sulle scritte spettasse all’italiano. Gli dava fastidio che al casello si leggesse Bozen Bolzano, e non Bolzano Bozen. Il primo invece, il bolzanino cosmopolita, propendeva per uno “sticazzi” di fondo che mi trovava pienamente daccordo; per quanto io sfotta di continuo le velleità indipendentiste a pagamento di personaggi come Durnwalder, devo pensare anche che io stesso non mi ritengo colpevole del fatto di essere governato da Luca Zaia; e che trovarsi in una regione bilingue e trovare scritto nel menu Wein subito sopra a Vino, e Via della Nazione subito sotto a Reichstraβe (curiosa traduzione questa) non costituisca un grosso problema, anzi un arricchimento di fondo. Ben altra cosa è perdersi a Bovolenta, chiedere informazioni e non capire un cazzo di quello che ci ha detto il contadino, che non sembra conoscere l’Italiano standard.

Bolzano a tratti è caricaturale: una delle prime scene cittadine a cui ho assistito, era una donna in bicicletta che amorevolmente e con squisita cortesia spiegava a un bambino come comportarsi in sella a una bicicletta per non incappare in situazioni pericolose per sé stesso e gli altri. In tutte le numerose aree verdi della città ci sono dei contenitori dove ci si può munire gratuitamente di paletta e sacchetto per raccogliere la merda di cane. Non ho visto una sola merda di cane in tutta la città. Ho visto un sacco di cani. Bolzano sembra davvero una scuola di educazione civica a cielo aperto. Tutto ciò è molto poco italiano.

Mi fa pensare al classico stereotipo sul tedesco, sulla determinazione e senso nazionale di un popolo, sul rispetto assoluto delle regole vigenti, sull’impassibilità di fronte ai cedimenti morali. Stereotipi, preconcetti. Mi viene da identificare la lingua con una razionalità, pragmaticità e rispetto del tutto estraneo al paese in cui vivo.

Poi però penso ad Eins Zwei Polizei. Uno, due, polizia. Tre parole tedesche che conosce tutto il mondo. Come pizza, spaghetti e Mammamia. Una canzone stupida con delle parole stupide. Fatta da un tedesco, in tedesco. L’antitesi della pragmaticità della lingua tedesca: il nonsense, qualcosa di estraneo ai geni teutonici. Ogni volta che la sentivo ridevo, non riuscivo a concepire come fosse possibile che un tedesco facesse ascoltare ai suoi connazionali una canzone che non voleva dire un cazzo, tanto era stupida.

Finché un giorno sono stato smentito. Ho scoperto che Eins Zwei Polizei è una filastrocca per bambini. Una ninna nanna. Sieben, acht, gute nacht.

Non so se qualcuno in Italia abbia fatto una canzone eurodance cantandoci Ambarabaciccicoccò tre civette sul comò, ma sarebbe più o meno lo stesso. Il fatto che riproduca una filastrocca per bambini, come dire, ne innalza un poco il livello, se non altro per le intenzioni: ricordare ai giovani dei nineties sui dancefloors di quando mamma Edeltraud li addormentava col ciuccio.

Dopo la scoperta che MO’DO era mezzo italiano e mezzo austriaco, ero quasi convinto, insomma, a rivedere la mia tesi secondo cui Eins Zwei Polizei, e in genere l’eurodance tedesca, non fosse in contraddizione con la proverbiale efficienza verbale e semantica dei tedeschi.

Poi però, è arrivata lei:

Artista: MO-DO

Brano:Eins Zwei Polizei

Album: Was ist das

Anno: 1994

Febbre a Novanta #31

Ieri sono successe due cose: per cominciare, è finito il Giro d’Italia più brutto degli ultimi anni; dico brutto principalmente perché mi hanno detto che è stato così, io il Giro non lo seguo; non mi piace, mi annoia. Ma insomma, mi han detto che Contador l’ha vinto parecchie tappe fa. Brutto anche perché un povero gregario belga c’ha lasciato la pelle, su un muretto. Ma brutto anche per quello che è successo alla fine, all’arrivo, a Milano. Dal palco della cerimonia, mi è parso di leggere qua e là, Massimo Boldi ha chiesto un applauso per Letizia Moratti. Il pubblico non l’ha presa molto bene.

E poi ecco, la seconda cosa: in TV hanno trasmesso Panarea. Panarea è una commediola sexy italiana uscita nel 1997 senza essere quasi notata, per poi diventare film trash di culto, come spesso succede a qualsiasi pellicola in cui appaia Alessia Merz (quanto ci sarebbe stata bene in Alex L’Ariete!).

Massimo Boldi e i Film Trash anni 90. Perché se ancora oggi al botteghino fanno sfracelli Natale sul Nilo, Natale a Miami, Natale di qua e Natale di là la colpa è, si può dire, degli anni 90. E’ da lì che prende il via la saga di Vacanze di Natale, è da lì che comincia a uscire il marcio, il pattume, quel tratto della società tipicamente italiana che costringe una persona di intelligenza media al facepalm. Gli esordi sono negli anni 80, ma è proprio nel 1990 che esce il primo capitolo riconducibile a un ciclo. Un ciclo vincente oltre ogni ragionevolezza. E avanti così, con qualche spin off come SPQR e A Spasso Nel Tempo. I nomi sono quelli noti: Aurelio De Laurentiis alla produzione, i fratelli Vanzina o Neri Parenti alla regia, la coppia inossidabile Boldi-De Sica, scioltasi solo recentemente.

Tutti bei nomi.

I topoi anche, cambiano raramente: Figa, Champagne, Alberghi di Lusso, Piste da Sci, Spiagge, Macchine, Petti Depilati e Catenine.

Ce n’è abbastanza per lasciare l’Italia.

Perché qualcosa evidentemente è andato storto negli anni 90; non era tutto bellissimo. Questi film non avrebbero dovuto lasciare l’impronta che hanno lasciato. Avrebbero dovuto scorrere via come acqua, senza che se ne parlasse più. E di pari passo avrebbero dovuto scomparire le colonne sonore: Whigfield, La Macarena, Alexia, ma soprattutto lui, Scatman John.

Scatman John è morto nel 1999, perché evidentemente non avrebbe potuto sopravvivere alla fine del decennio, al dopo. Lui, e la sua musica, erano da qui e ora. E pensare che era un musicista jazz coi controcoglioni. Con quella strana abilità che riuscì nella straordinaria impresa di trasformare la balbuzie in una hit da disco di platino.

Nel 1994 l’Italia è ai piedi di Scatman, dei cinepanettoni ormai in formula ben rodata, e dei tamarri. E la prima, devastante conseguenza che dimostra quanto si stia parlando di un fenomeno serissimo, tutt’altro che confinato al mondo degli spettacoli, è che il pubblico di questi film affidi il governo a un imprenditore sceso in politica per salvarsi dalle inchieste post-tangentopoli che lo stavano per travolgere. Nel 1994 Forza Italia vince le elezioni, riesce a governare per pochi mesi, ma l’impatto di Silvio Berlusconi in politica è devastante, ed è l’inizio di una lunga stagione di successi personali più che politici, perché la politica in tutto questo c’entra veramente poco, come il cinema c’entra poco nei Cinepanettoni, come la musica c’entra poco nelle colonne sonore di questi film.

E’ per questo che, ad anni di distanza, riascoltare questi pezzi ha un sapore più pronunciato. Nostalgia per un periodo che ancora si pensava, erroneamente, solo molto cazzone, ma tutto sommato ancora felice. Quel retrogusto amarognolo dell’immaginarsi che fossero pane per palati poco fini. La sensazione che ormai tutto questo sia Storia. Perché Boldi e De Sica non fanno più film assieme. Il cinema italiano forse non dipende più così tanto da loro. Oggi un banchiere è finito in galera, per davvero. E forse, ripeto, forse, oggi Berlusconi perde la fedelissima Milano. Oggi forse a Milano vince Pisapia, e a Napoli De Magistris. Oggi si concludono le prime elezioni dal 1994 in cui gli italiani hanno votato per un programma politico, e non per una persona, e il perché fatevelo spiegare dai blog che se ne occupano. Noi qui parliamo di Scatman; un ricordo divertente di un’Italia che, forse, da oggi non c’è più.

Artista: Scatman John

Brano: Scatman

Album: Scatman’s Worldscatman

Anno: 1994

Febbre a Novanta #23

depeche

La carriera dei Depeche Mode è iniziata più di trent’anni fa. Di video e singoli più importanti, belli e incisivi di Useless ce ne sono tanti da farci un doppio cd. Ma per me loro sono questa canzone. Loro sono quella macchina gialla che arriva in una cava di pietra, solca una pozzanghera e si ferma, lasciandoli sfogare ai loro strumenti davanti al nulla che alla fine del video si scopre nulla non essere.

E’ così che sono venuto a conoscere un pezzo di storia della musica britannica e mondiale. Con l’arrivo di quella macchina gialla. Ogni volta che su MTV iniziava questo video davo alla macchina giusto il tempo di arrivare alla pozzanghera, poi cambiavo canale e cercavo altri video interessanti su TMC2. Sì, Telemontecarlo 2. Quella che un tempo si chiamava Videomusic. Quella dove c’era il Roxy Bar.

Ritrovai loro e questa canzone quando comprai POP MANIA 97.

popmania

Il destino mi diede diverse opportunità di apprezzare i Depeche Mode, ci riuscii solo nel loro terzo decennio di esistenza. Si cresce.

Cercavo una canzone di cui parlare e ancora il destino mi propone loro e questo video, questa canzone, una vera persecuzione che col passare degli anni è diventata sempre più dolce, fino a piacermi proprio. Scorrendo i commenti del video su YouTube, ecco la folgorazione; ecco la quadratura del cerchio; ecco il dettaglio che pochi colgono, che è macroscopico, ma che spesso sfugge all’osservazione dei più, rimane nascosto nel suo essere palese; ecco il commento che mi illumina:

Isn’t this the same location the Power Rangers used??

E d’un tratto, ricordo come le nostre vite siano cambiate il 24 febbraio 1994, dalla messa in onda della prima puntata dei Power Rangers. Quelli storici. Quelli veri. Quelli della serie Mighty Morphin. Jason, Zack, Kimberly, Trini e Billy, ai quali poi si aggiunge quel tamarro di Tommy. E basta, perché quando cambiarono gli attori, sempre all’interno della stessa serie, per me non fu mai più lo stesso.

Giocare ai Power Rangers in giardino con mio fratello e i nostri (più suoi che miei) amici riempì la mia infanzia. Forse per non più di un anno, eppure mi sembra che non ci sia mai stato altro oltre alle mie magistrali interpretazioni del cattivo di turno, che era destinato sempre ad essere sconfitto per far trionfare il Bene, ma che aveva un vantaggio per me irrinunciabile: quello di poter cambiare. Di non dover restare col costume dello stesso colore e con i soliti poteri, ma potersi inventare di volta in volta nuovi modi per diffondere il Male.

Il Cattivo, il Mostro, lì in giardino fui sempre e solo io. Perché ero il più piccolo. Perché ero il più fantasioso. Perché già allora vincere non mi interessava troppo. Perché in fondo mi piaceva.

Quando volevo fare l’eroe c’erano pur sempre i pupazzi dei Power Rangers con cui giocare e impersonare la giusta parte del mondo. Li possedevo tutti, e ricordo nitidamente il Natale in cui ricevetti in regalo il Power Ranger giallo, e non volevo credere che avessero voluto umiliarmi davanti a mio fratello e i miei cugini regalandomi il Power Ranger femmina. Ma che cosa potevano saperne i nonni che dietro alla tuta gialla si nascondesse Trini?

Già, Trini. Trini è morta, lo sapevate? Nella vita reale. Si è schiantata in macchina nel 2001. E’ morta anche Rita Repulsa, ma era vecchia, lo si poteva immaginare. Gli altri tirano avanti, fra un interesse e l’altro. Riguardare un episodio oggi, dopo tutti questi anni, fa sorridere per la finzione quasi parodistica dei combattimenti che tanto ci tenevano col fiato sospeso negli anni 90. Combattimenti che, è vero, si svolgevano in arene desolate simili alla cava dove Dave Gahan e soci cantano in questo video.

Wikipedia è dissacrante da questo punto di vista, e l’ho già appurato la settimana scorsa. Uccide a sangue freddo il mito con una facilità e un cinismo che anni e anni di crescita non sono riusciti a scalfire. Questa pagina racconta tantissime verità scomode sul telefilm che più di ogni altro ha forgiato la mia concezione di Bene e Male da bambino.

Siete sicuri di volerla leggere?

Artista: Depeche Mode

Brano: Useless

Album: Ultra

Anno: 1997

Febbre a Novanta #22

bryanadams



Tendere ad infinito. Questo concetto che ho impiegato diversi quadrimestri a capire al liceo scientifico mi si sarebbe palesato immediatamente se avessi pensato alla mia infanzia, e a quanto, per lunghi, lunghissimi anni, abbia desiderato costruire, fallendo puntualmente, la mia casa sull’albero.

Perché ce l’avevano sia Qui Quo Qua, sia Bart Simpson. E mi sembrava scandaloso che io non potessi averla né nell’enorme giardino del mio enorme condominio, né nella mia appropriatissima casa sull’Altopiano di Asiago.

Ci provai più e più volte, combattendo con vecchie stronze e immortali del piano di sopra che trattavano il giardino alla stregua di un parco naturale, salvo poi trasformarlo in una cloaca per il loro cagnolino bastardo e far sguazzare noi bambini nella sua merda. In montagna invece andai molto vicino alla mia meta, ma sopra l’albero era troppo pericoloso. Dovetti accontentarmi di un grosso cespuglio.

Iniziai su quello sbagliato: avevo scelto un cespuglio dall’accesso troppo difficoltoso; mi attraeva proprio per questo, del resto attorno a ogni castello c’era un fossato con i coccodrilli e un ponte levatoio. Ma sbagliai come al solito i miei calcoli, e quel che per me era inespugnabile, per i miei amici era inaccessibile. Inoltre il disboscamento interno del cespuglio presentò ostacoli che col tempo si rivelarono insuperabili, e quando il nonno si accorse che i fiori davanti alla mia fortezza erano morti calpestati dovetti arrendermi.

Allora mi trasferii dentro a un cespuglio più accessibile nel retro della casa. Stava su un terreno in discesa ma era abbastanza grande da ospitare ben quattro bambini. Lo arredai con le pentoline di plastica che la nonna aveva comprato per mia sorella allo spaccio di fronte alla chiesa. Mia sorella non si arrabbiò troppo. Volle soltanto che in cambio le dessi la parola d’ordine per entrare dentro al mio cespuglio. Ah, e volle anche poterle utilizzare come pentoline, e non come Congegni Segreti Speciali, come mi ero proposto di fare io. A caval donato non si guarda in bocca.

Durò poco la mia casa sul cespuglio. Giusto quelle due settimane dell’estate del 94. L’anno successivo, quando tornai per riprendere possesso del mio podere, il cespuglio era stato pesantemente potato e non offriva più alcun riparo. Abbandonai per sempre il mio sogno, un simile accanimento a farmi fallire non meritava più il mio impegno.

Del resto, Robin Hood, dopo che lo Sceriffo di Nottingham gli incendia e distrugge il villaggio nella foresta, si vendica e raggiunge il lieto fine al primo tentativo, mica fallisce. Io forse non ero Robin Hood. Non avevo la sua genialità, la sua intelligenza nell’elaborare piani di attacco, ma quanto mi piaceva progettare e organizzare il mio villaggio di ribelli. Non è un caso se la mia sequenza preferita di Robin Hood Principe dei Ladri, del 1991, un kolossal simbolo degli anni 90 (come lo è la sua parodia di Mel Brooks Robin Hood Un uomo in calzamaglia, 1993), di sicuro un film fondamentale per la mia infanzia, sia proprio la parte centrale, in cui si vedono i fuorilegge rintanati nella foresta di Sherwood mentre costruiscono il loro villaggio, forgiano armi, installano sistemi di irrigazione, carrucole e liane.

Robin Hood fu in assoluto il mio personaggio di fantasia preferito, da bambino. Più di Batman, L’Uomo Ragno, Beep Beep e Paperino. A Carnevale volevo sempre vestirmi come lui per tirare le mie frecce con le ventose nel culo ai miei amici vestiti da Tartarughe Ninja. Volevo rubare ai ricchi per dare ai poveri. Volevo andare in giro per la foresta con Little John e cantare con l’ukulele. Volevo sedurre con il mio coraggio la mia Mary Elizabeth Mastrantonio. E tutto per colpa di quel cazzo di film.

Poi scopri grazie a una cosa che negli anni 90 non esisteva, ovvero Wikipedia, che Costner per quel film ha avuto il Razzie Award, che stava per vincerlo pure Christian Slater, che lo stesso Costner impose al regista di tagliare molte scene con Alan Rickman, lo sceriffo di Nottingham, perché oscurava troppo il suo personaggio.

E cominci a capire perché, a ventitre anni suonati, di cinema sei un emerito ignorante.

Artista: Bryan Adams

Brano: (Everything I do) I do it for you

Album: Waking up the neighbours

Anno: 1991

Il brano detiene tuttora il record di permanenza alla n°1 in Regno Unito, 16 settimane.

Negli anni 00 suona come: Nickelback – Hero

Febbre a Novanta #20

zombie

Se avete mai letto una biografia musicale, o visto qualche documentario di MTV (quelli vecchi, in programmi come Disco 2000 o A Night With…), specialmente in ambito rock si sente spesso parlare di degrado, sottosviluppo, droga, poche prospettive, palazzi fatiscenti, scuole con la legge del più forte: sono le classiche situazioni di disagio da cui germoglia il gruppo, l’artista, il fenomeno di turno. Siamo portati a pensarla come una cosa prettamente Americana, lontana, quasi cinematografica. Quegli stereotipi da film che vanno bene per i film e che nella vita reale no.

Ma non è proprio così. Non per quanto riguarda un gruppo, non per il fare musica. In una percentuale non trascurabile, si inizia a fare musica per noia.

Si inizia a fare musica per fare qualcosa, per riempirsi le giornate, ed è una molla che ha più dignità di quanto si possa pensare. Perché poi le direzioni che si vanno a intraprendere sono le più diverse.

Vigodarzere è lo stesso paesino, nell’immediata cintura esterna di Padova, di cui è descritta la sagra nella scorsa puntata. Vigodarzere ha delle zone residenziali, una strada principale in cui si affacciano alcune edicole, alcune cartolerie, dei parrucchieri, dei fornai, gioiellieri, meccanici. Esattamente a metà sta la chiesa, con i campi da calcio e calcetto retrostanti e un ampio spiazzo dove si mettono le giostre a settembre. Di fronte sta la scuola elementare e a poche centinaia di metri sta la scuola media. Chi nasce a Vigodarzere, pur trovandosi a cinque chilometri dal centro di Padova, può tranquillamente passarci 14 anni senza mai uscirne perché i servizi fondamentali ci sono tutti. Il fatto è che le persone non sono tutte uguali, e come nel libro della giungla si crea il branco. Il capobranco è una persona di successo, ha i suoi vassalli, valvassori e valvassini, recinta il suo feudo accanto a un bar dove passa la maggior parte dei propri momenti liberi. Avere uno scooter è come avere un esercito. Il capobranco il patronato lo conosce bene, il campetto ancora meglio, molto spesso è anche il più talentuoso con la palla.

Fino almeno ai 14 anni a Vigodarzere questo è il tuo destino. Se lo vuoi cambiare devi faticare e vivere come un rifiuto, come un corpo estraneo almeno fino alle superiori, quando volente o nolente scoprirai cosa c’è fuori, oltre il sottopasso, e potrai farti una vita fuori se lo vorrai, e tornare in paese soltanto per dormire, o mangiare.

Al campetto presto per me non ci fu più spazio, lo scooter non lo volevo e tutt’ora avrei non poche difficoltà a salirci. Non fumavo e non mi piaceva stare ai bar tutto il giorno. Giusto il gelato dopo la partitella, poi mi annoiavo. Che noia.

Non ho mai ben capito se, come l’uovo e la gallina, prima scoprii la musica da solo o mi avvicinai ai gruppi di reietti che si trovavano in saletta e suonavano. La sala prove della parrocchia di Vigodarzere, che nacque proprio alla fine degli anni ’90, novità assoluta, pericolosa deviazione di un destino già scritto, fu un cambiamento epocale come la riforma della giustizia di Berlusconi.

Una rete metallica separava il terreno brullo e polveroso dove tiravamo i nostri calci di serie B e il cortiletto esterno su cui si affacciava la porta della sala prove. Non ricordo esattamente il momento in cui passai dall’altra parte della rete, ma ricordo che non rifeci mai più il percorso a ritroso. Il cortiletto era pieno zeppo di sedie accatastate, c’era un tavolo e del plexiglass tagliente, sporco e impolverato. Oltre la porta una saletta completamente insonorizzata, un forno d’estate, con un computer stravecchio, due batterie di cui una piccola, da jazz, malandatissima, appartenente a un misterioso tizio di nome Tony Parancola; una specie di leggenda: tutti lo nominavano, lui non c’era mai e per motivi ignoti aveva lasciato la batteria lì. Ogni tanto arrivava durante le prove di un gruppo qualsiasi, si esaltava e cominciava a suonare sotto, fra lo sgomento generale, non rendendosi conto che stava rompendo i coglioni.

Non penso di aver iniziato a suonare per noia, ma di sicuro per come stavo a 14 anni, e per dove stavo, le alternative erano poche. Ci trovavamo in tanti nel cortiletto, anche solo ad ascoltare le prove del gruppo di turno, fumare sigarette e bere qualche birra. A volte ordinavamo le pizze e le mangiavamo lì, era diventato un vero e proprio ritrovo alternativo al bar di questo o quel branco. Noi tutti rigorosamente in bicicletta, niente motorini. Tanti ragazzi a Vigodarzere si affacciarono a quella alternativa, tanti fondarono gruppi, alcuni riuscirono veramente a dire qualcosa, a costruire una scena, altri si persero per strada, trovarono interessi altrove o si accorgevano presto di non avere il talento, il tempo, la passione necessaria. Vigodarzere fu una componente fondamentale della cosiddetta Scena Musicale Padovana per gli anni successivi; aveva la spinta primordiale e ancestrale di scenari molto più organizzati, strutturati e supportati come quello di Piove di Sacco.

Tutto questo, fondamentalmente, per noia. Per non giocare a calcio. Per non consumare quantità industriali di gelati e Bacardi. Per non elaborarsi il motorino.

Zombie era l’inizio di tutto, il grado zero del musicista, la canzone che chiunque di noi suonava appena imbracciato lo strumento, prima ancora di capire perché lo si stesse facendo. Il livello base che ci accomunava tutti, una sorta di rito di iniziazione per far parte di quello che sostanzialmente altro non era che un “altro” branco. Suonami questa canzone e sarai dei nostri. Non ufficialmente, ma era così.

Le sale prova pubbliche fanno questo: creano scene. Niente di più e niente di meno. Perché sono molto più di una stanza dove si suona a tempo. Sono dei veri e propri laboratori musicali e sociali. Oggi, che ce ne sono sempre meno, le scene non sopravvivono e non comunicano fra di loro.

Chissà se i Cranberries sanno che la semplicità della loro canzone, destinata a scopi ben più seri, è stata il punto di partenza per molti sogni di musica, ma soprattutto di evasione da una realtà troppo stretta e vuota per essere vera.

Chissà quanto bene farei le impennate con lo scooter ora, se il cortiletto fosse stato murato qualche anno prima.

Artista: Cranberries

Brano: Zombie

Album: No Need to Argue

Anno: 1994

Negli anni 00 suona come: oggi non ci sono più i riti di iniziazione

Per MS

Febbre a Novanta #15

 

Quando col tuo gruppetto delle superiori avviato da non più di due mesi, dotato di tecnica quasi nulla e infarcito di sogni e desideri di cambiare il mondo, decidi di aggiungere Self Esteem degli Offspring al repertorio cover,sono parecchie le cose che ti sfuggono.

La più ovvia è che la voce di Dexter Holland tocca, almeno nei dischi, zone irraggiungibili dal ragazzino medio senza esperienza di canto. Ma di quello ti accorgi in sala prove, sempre che tu abbia le palle di iniziare a cantare una volta finite le scuse (il raffreddore, il microfono che non va, la difficoltà a suonare e cantare in contemporanea le più gettonate).

Un’altra è rendersi conto di che cosa rappresenta questo brano per un’intera generazione.

Self Esteem è l’ottava traccia di Smash, pubblicato da Epitaph nel 1994, lanciato su KROQ (la radio alternativa californiana per eccellenza, ai tempi piccola e indipendente) con il singolo Come Out and Play, quasi per scherzo. Uno scherzo da undici milioni di copie. Smash è tutt’ora l’album più venduto da un’etichetta indipendente nella storia della musica. Epitaph dovette assumere venti persone, dalle tre di partenza che vi lavoravano, per far fronte a un simile successo. Successo che, stavolta sul serio, pare davvero basato sulla buona volontà e sul passaparola.

Per un gruppo alle prime armi, che sogna e spera, Self Esteem è un inno, un monito, una parabola del “se vuoi puoi” fatta a canzone. Impararsela e suonarla è quasi un rito propiziatorio.

Se poi ti spingi oltre, realizzi che sei di fronte a un gruppo californiano che imposta le sue liriche sulla delusione, sul sogno americano di Reagan che ovviamente non è diventato realtà: ed elabora questa delusione con sarcasmo, cinismo, attacchi alla politica ma anche accorate dichiarazioni di dipendenza da una donna, tanto da arrivare ad ammettere di non avere amor proprio, di farsi trattare come pezze da piedi perché incapaci di reagire. In barba ai machi, ai surfisti biondi bellocci e palestrati, è questo che si canta in Self Esteem, e quello Yeah ripetuto fino alla nausea nel ritornello sembra un autocompiacimento sconsolato di fronte alla propria inerzia.

Nel video loro suonano fra luci fosforescenti e fumo, fasciati da magliette oversize, cappellini da baseball e bermuda, mentre scorrono immagini irrelate dalla loro California; ce la presentano in modo secco, coloratissimo eppure inquietante: le grandi automobili e le moto da cross, giardini delle villette, motels, skateboards, facce allucinate, schiacciate nella noia di futuri assicurati ma tutti uguali al presente. Un video senza sceneggiatura, senza coreografie di biciclette, un video che non vuol dire niente ma che in realtà ci dice molto più di un video spettacolare, perché l’importante alla fine è la canzone. Negli anni 90 il punk si faceva così.

A questo punto forse hai già capito che il passaparola è una bella favola, e che c’è di più dietro all’esplosione degli Offspring e dei Green Day. C’è una malattia.

Il 1994 è l’anno dell’esplosione nel mondo della malattia del benessere, i problemi dei giovani diventano dei mali insormontabili ma hanno tutti a che fare con l’incapacità di dominare la sfera sociale.

A ben guardare, sono stronzate. Ed è quindi giusto che tu, ragazzino, quando la proponi in scaletta al tuo concerto a scuola su un palco improvvisato, con il sole che ti impedisce di vedere se la tua pedalina è sul pulito o sul distorto, te ne sbatti della reale importanza di Self Esteem. Che però riemerge lampante nel momento in cui attacchi, stonatissimo “ma rende l’idea”, il coro Yeah. E i venti stronzi che ti stanno guardando lo cantano e lo ballano. Per un secondo il prato del liceo diventa il giardino annoiato di Orange County, tu il guru della ribellione giovanile a Reagan e alle sue promesse omologanti, e ti illudi che forse qualche possibilità di cambiare questo mondo con la tua musica ce l’hai.

Che poi sia tutto merito degli Offspring e non tuo, in quel momento non hai voglia di pensarci.

Artista: The Offspring

Brano: Self Esteemselfesteem

Album: Smash

Anno: 1994

Negli anni 00 suona come: Foo Fighters – Best of You

Febbre a Novanta #10

 


Donne.

Passano anni a giocare con le bambole, vestirle, pettinarle, accoppiarle, maltrattarle. Un giorno si stufano e il loro angolo dei giochi comincia a riempirsi di polvere.  Se hai una sorella più piccola, l’hai già capito. Quello è il giorno in cui cominciano a guardare i ragazzi.

Molte ragazze nate a metà degli anni ’80 nel 1994 hanno visto questa pubblicità. Una famiglia di mormoni in carrozza, un picnic fra la quiete della natura; le figlie si alzano, vanno al lago e ci trovano il belloccio di turno, glabro e palestrato, che sguazza felice fra le acque. Primi piani strettissimi, gocce sulla pelle, labbra socchiuse. Poi il corpo dell’adone comincia a riaffiorare lentamente dall’acqua che ne scopre il ventre, fino all’ombelico.

E’ troppo, decisamente troppo per una ragazzina che solo due mesi addietro, in occasione del compleanno, per la prima volta ha chiesto e ottenuto un diario col lucchetto al posto della Barbie di turno.

La mamma, seduta sul divano accanto alla figlia e al marito, dopo cena, si divide fra l’imbarazzo del porno a sorpresa che stanno mandando in onda nell’intervallo del film col bollino verde “per tutta la famiglia”, e un’innegabile attrazione per quel giovanotto che si sciacqua nel lago. Il padre sbuffa, o se la ride, o finge tuttalpiù di essere sveglio.

Poi il colpo di scena: non si vede un cazzo. Non si vede il cazzo.

Il ragazzo ha i jeans, il bottone è subito sotto all’ombelico, perché siamo nel 1994. Tutto torna alla normalità non senza un po’ di confusione fra sollievo e delusione.

Ma ormai la frittata è fatta, la bomba è lanciata, il seme è piantato e niente sarà più come prima. Per tutto il resto della loro adolescenza appena cominciata, le ragazzine delle famiglie sui divani del dopo cena scriveranno sul loro diario col lucchetto che sognano di incontrare il loro ragazzo nel lago, sorvolando sul particolare dei jeans.

E, quasi certamente, non potranno più dimenticare quelle chitarre così pesanti, distorte, ma terribilmente sensuali. Quasi certamente cominceranno ad ascoltare grunge, alternative rock, heavy metal, magari crossover. Qualcuna forse farà in tempo a vedere i Nirvana in attività per un pelo, altre ne conosceranno solo il mito.

La canzone è degli Stiltskin, si chiama Inside, e stando a un mio amico un po’ più datato di me era “l’inno delle limonate alle feste rock ‘n roll di metà anni 90”. Queste feste rock ‘n roll di metà anni 90 devono essere state pazzesche. Io avevo solo 7 anni, ne sarebbero passati altrettanti prima di limonare. Ma agli Stiltskin, al loro leader col mullet e l’orecchino, proprio come il Bono Vox dei bei tempi, alla loro musica che i Nickelback cercano di copiare fallendo miseramente da ormai troppo tempo, dobbiamo almeno un grazie.

Grazie.

Perché noi musicisti, noi appassionati di tutto ciò che nasce dal rock, se ci siamo mai scopati qualche ragazza un po’ come noi, un po’ rock ‘n roll, se le abbiamo sfilato una sudicia maglietta dei Guns ‘n Roses prima di palparle le tette, lo dobbiamo forse agli Stiltskin e alla loro Inside.

E anche un po’, fa male ammetterlo,  allo stronzo nel lago.

Artista: Stiltskin

Brano: Inside

Album: The mind’s eyestiltskin

Anno: 1994

Negli anni 00 diventa una merda come: Nickelback – How you remind me

Febbre a Novanta #09

enigma

Nella mia taverna, in un angolo buio, in mezzo a tutte le cianfrusaglie che normalmente chi ha una soffitta mette in soffitta, c’è anche un mobile molto particolare. E’ una piccola credenza, alta più o meno un metro e mezzo, con cinque ripiani e una chiusura a soffietto dal basso all’alto; si può chiudere a chiave.

E’ pieno zeppo da prima che io nascessi. C’è della cancelleria, cartine, cartacce, carta da lettere; molte cose non vengono toccate da trent’anni, non so nemmeno cosa siano. Ma nel ripiano superiore ci ho messo le mani molte volte: ci sono fotografie. Sono tutte raccolte in piccoli libretti portafoto di plastica, tutti di colori diversi: verde, fucsia, bianco, grigio, giallo, rosso, marrone, blu. Su tutti c’è scritto “Laboratorio del colore”, e un indirizzo vicino alla casa dove sono nato e da dove siamo andati via nel 1990. Le foto in quei libretti raccontano un periodo che va più o meno dal 1980 al 2002. Alcune sono belle, con un certo gusto, le ha fatte mio padre. Le ha fatte quasi tutte lui perché non c’è quasi mai.

La mamma all’inizio è quasi unica protagonista. A volte sta proprio posando. Altre semplicemente impreziosisce uno sfondo accettando di diventarne parte, con discrezione. Piano piano comincia a comparire sorridente con un bebè in braccio. Ci sono anche dei nostri parenti ogni tanto. I posti comincio a riconoscerli. Stanno smettendo di viaggiare, c’è anche un bambino. Quando il bambino cresce un pochino ne compare un altro, molto simile, ma con gli occhi chiari. Sono io.

Diventiamo i soggetti principali delle foto, la mamma si fa vedere poco. Noi che giochiamo in acqua, noi ipnotizzati davanti alla televisione. Compare anche una bambina. Noi che dormiamo in macchina. Noi davanti alle Dolomiti. Alla mamma piace ancora posare, e fa il suo figurone.

Poi ce ne sono alcune fatte da noi, quando scopriamo l’arte della fotografia. Ed è un po’ come succede per i primi disegni, i primi scarabocchi, pitture rupestri che sì, richiamano il concetto che vogliono rappresentare, ma per tratti imprecisi e sommi capi. Sono brutte, sfocate, storte, con una discutibile scelta del soggetto. Ne ricordo una che feci a mio padre, in campeggio. Era in piedi, leggeva il giornale con una postura un po’ storta. A terra, vicino ai suoi piedi nudi in ciabatte si può vedere un secchio di piatti ancora sporchi. La incorniciai in una cornice che feci a scuola con della pastasciutta e la colla vinilica, e gliela regalai per la festa del papà. In queste foto nostre la mamma posa per noi in maniera diversa da come faceva per il suo uomo. Ma ci sono anche scene più quotidiane.

Fra tutte una foto mi ha sempre colpito particolarmente, risale circa al 1994. Forse non ce l’ho nemmeno più.

Ci siamo io, mio fratello, una mia amica, i suoi genitori, forse mia madre, non ricordo bene. Siamo in riva al tratto cittadino di un fiume. Non ricordo quale fiume, non ricordo quale città, penso che sia Treviso, ma potrebbe essere Bassano.

Io sto piangendo a dirotto.

La bocca aperta e tirata in una smorfia aspra. Il viso paonazzo e il riflesso delle lacrime che si aggancia come naturale al riflesso dei lisci capelli biondi che mi scendono fino agli occhi.

Ricordo perfettamente cosa accadde: mi avevano comprato il Kinder Sorpresa, ed ero rimasto particolarmente soddisfatto dal giochino che avevo trovato dentro. Erano degli omini blu e rossi, si potevano incastrare in non so che modo. Ricordo che catalizzò la mia totale attenzione fino a quando non arrivammo ai sassi in riva al fiume e mio fratello cominciò a lanciarli nel fiume. Mi sembrò, al momento, un gioco molto più divertente degli omini rossi e blu e iniziai a tirare i sassi anch’io. Che bello! Ancora!

Ne raccolsi continue manciate da terra, lanciandoli, mentre l’euforia cresceva. Fino a che ne lanciai uno dalla stessa mano in cui ancora stringevo il mio giochino del Kinder Sorpresa. Accadde, e non poteva essere diversamente, che spiccò anche lui il volo verso il fiume, e quando vidi l’omino rosso nell’acqua, impigliato fra le alghe, fu allora e solo allora che realizzai il mio terribile errore e mi misi a strillare. Mio padre cercò di spiegarmi che non c’era nulla da fare, e forse, più che l’omino nell’acqua e la mia stupidità, quel che mi appariva così intollerabile era il non poterci fare niente. E’ uno dei primi ricordi coscienti della mia vita, e forse anche la prima volta che ho dovuto arrendermi a non poterci fare niente.

Non so chi scattò la foto. Non capisco neanche il perché, che cosa trovasse di divertente in una storia triste come questa, perché ritenesse di dover ricordare, di un pomeriggio autunnale tranquillo e sereno passato in famiglia, un momento che incrinava la perfezione, come quello in cui mi accorsi che, d’ora in avanti, mi sarebbe potuto capitare di non poterci fare niente.

Verso la fine degli anni 90 forse diventiamo troppo grandi per poter stare tutti dentro a una foto, e piano piano ce ne sono sempre meno, finché non smettiamo completamente di sviluppare rullini. Forse ci siamo accorti che non è più il tempo di affidarci alle foto; forse la fine dell’infanzia, che per me ha coinciso con la fine degli anni 90, ha portato via il tempo e pure il senso di una foto che ci schiarisce i primi ricordi della nostra esistenza; forse la spensieratezza che ci raccontano le foto in quel mobile non c’è più e non può più esserci perché è giusto così. Forse io ho smesso di fare foto per una promessa fatta a mio nonno e mai mantenuta, ma questa ve la racconto un’altra volta.

Artista: Enigma

Brano: Return to innocence

Album: The cross of changes

Anno: 1994

Negli anni 00 si evolve in: Moby – Natural Blues

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