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Febbre a Novanta #36

Mio padre è nato nel 1953. Se non sbaglio, dunque, nel 1970 aveva 17 anni. Un’età più che giusta per godersi le gioie e le amarezze sportive del mondiale messicano. Nell’82 ne aveva 29. Sposato da due anni, ancora senza figli, adulto ma ancora abbastanza giovane per poter fare festa e suonare tutta la notte il clacson della sua Fiat Ritmo dopo il trionfo al Santiago Bernabeu. Gioie calcistiche, cose che le donne non potranno mai capire, un po’ come noi non potremo mai capire il malumore che le tortura in Quei Giorni.

Il mio approccio alle passioni che mi accendevano è sempre stato storiografico, diacronico. Se una cosa mi piaceva volevo sempre saperne il passato, i cenni storici. So più o meno tutto di calcio, dagli anni ’60 in poi. Compravo in edicola gli inserti speciali della Gazzetta dello Sport, ogni tanto facevano uscire delle videocassette. Ne avevo una sulla storia della Coppa dei Campioni, realizzata nel 1996 proprio mentre la mia squadra del cuore stava compiendo la marcia trionfale che l’avrebbe portata a vincerla. La sequenza di chiusura è il gol della semifinale con il Nantes segnato da Michele Padovano.

Poi ne avevo una sulla storia del calcio mondiale in generale da Helenio Herrera al 1997. Imparai quasi tutto da lì: il calcio totale, il gol fantasma di Hurst in Inghilterra-Germania del ’66, il gol del dentista nordcoreano che eliminò l’Italia milionaria, le notti magiche.

Invidiavo molto mio padre. Perché vide, si godette e festeggiò Italia Germania 4-3 del 1970 e Italia Germania 3-1 del 1982, che ci valse il titolo mondiale. Partite epiche, storiche, entrate nel mito, che noi bambini negli anni 90 potevamo solo sognare, di fronte alle deludenti prove della nostra nazionale. O tuttalpiù guardare in videocassetta. Quelle partite le so a memoria nonostante non fossi ancora nato.

Finché non arrivò l’Italia Germania della mia generazione. La semifinale del 2006, il 2-0 maturato negli ultimi due minuti dei supplementari, dopo due ore di agonia e sofferenza.

E’ il destino che ci lega ai crucchi; due modi di intendere il calcio simili e dissimili allo stesso tempo. Noi, eterni favoriti e con un’insana passione per complicarci le situazioni più agevoli. Loro ogni anno dati per morti e ogni anno sempre lì, puntuali sul filo del trionfo a smentire tutti grazie a una concretezza di cui il Fuhrer sarebbe andato fiero.

Ci è andata sempre bene. La mia generazione e quella di mio padre è stata sempre appagata nello scontro diretto coi panzer tedeschi. Evidentemente è la sola e unica partita in cui sistematicamente tiriamo fuori i coglioni. E si potrebbero fare centinaia di paralleli fuori luogo con la Grande Storia, ma non è questo il momento. L’abbiamo sempre battuta la Germania, non è mai riuscita a incantarci, a ipnotizzarci, è un mondo troppo lontano dal nostro, nemmeno la stessa musica ci piace.

Prendiamo un gruppo come i Liquido.

I Liquido hanno fatto una canzone nel 1998, si chiamava Narcotic e aveva un giro di tastiere semplicissimo e irresistibile, come si faceva negli anni ’90. Piacquero a tutti, fecero ballare e sognare tutti; se li dimenticarono tutti, tranne me. Perché i Liquido sostanzialmente facevano cagare. O meglio, all’orecchio italiano facevano cagare. Troppo lontani, troppo distanti dalla nostra concezione del rock alternativo. Io li amai così tanto che mi ascoltai tutto il disco, e mi piacque. Sborone, ruffiano, a tratti ridicolo, ridicolo come i torsi nudi dei Rammstein. Pesanti influenze dance ed elettroniche che adesso spopolano fra gli indie e gli hipsters, ma alla fine dei ’90 chitarroni oleosi e tastiere giocattolo non andavano daccordo, erano solo merda. Già.

Insomma Narcotic piaceva a tutti, ma i Liquido piacevano solo a me. Li persi un po’ di vista; li risentii in uno spot delle Pringles qualche anno dopo e me ne reinnamorai. Nel 2005 uscì questa canzone e il mondo si riaccorse di loro. Mi arrabbiai molto. Fu più o meno come sentirmi la fiducia tradita, come se il mondo che ballava sulle loro note non si meritasse di farlo, dopo averli dimenticati per anni e non averli mai capiti fino in fondo.

I Liquido mi stregarono. Furono l’unico gruppo tedesco che riuscì a farlo, non so su che base. Ci sentivo una malinconia di fondo, una malinconia che sublimarono in canzoni come The Standard, ma soprattutto nel meraviglioso video di Ordinary Life. Una vita normale, di routine e tutta uguale finisce sempre per implodere su stessa, un giorno, così, di colpo.

A me accadde il 4 luglio 2006, cinque anni fa: feci il colloquio orale del mio esame di maturità lasciandomi alle spalle una scuola che non volevo più, fui lasciato da una ragazza che non mi voleva più, vidi la mia Italia Germania e smisi così di invidiare mio padre. Con un’esperienza sportiva mitica da poter raccontare, avevo ora tutto il necessario per ripartire.

Artista: Liquido

Brano: Narcotic

Album: Liquido

Anno: 1998

liquido

Febbre a Novanta #26

Non mi sento le gambe.

Ho corso per dodici chilometri attraverso gli argini di Padova, ho partecipato alla stracittadina della Maratona di Sant’Antonio ieri mattina.

Non è la prima volta che corro. E’ la prima che corro così tanto. E’ la prima volta che corro con così tanta gente, che non guardo passare il treno.

Non corro da molto; giusto due anni. E non vado nemmeno spesso: ci vuol troppo tempo, sono troppo pigro, ho tante giustificazioni pur non avendone bisogno. Quest’anno la stracittadina è stata la mia prima corsa, ci sono andato allo sbaraglio, e forse non avere alcun allenamento e alcuna aspettativa mi ha permesso di portarla a termine. Un po’ ha aiutato il fatto che non ero solo, a tu per tu col mio respiro; sembra, ma non è per niente romantico: non fa che ricordarmi quanto sto faticando. E’ per questo che metto le cuffiette.

Le mie poche ore dedicate alla corsa sono le uniche dell’anno in cui mi concedo alla Riproduzione Casuale, all’odiosa consumistica funzione Shuffle, al delegittimante e pigro tasto Random. Io amo ascoltare i dischi, non le canzoni. Ma la corsa è diversa. Mentre corro la musica mi serve, letteralmente, nella maniera più manovale possibile, come a un meccanico serve la chiave inglese; serve a coprire il fiatone, a distrarmi, a illudermi di non stare correndo ma camminando. Il trucco è tutto lì: smettere di accorgerti che stai correndo. Dopo un po’, vi assicuro, succede. E l’effetto sorpresa dello shuffle si rivela un valido aiuto in questo.

Ieri mattina è stato diverso anche questo. Per un po’ ho ascoltato i miei passi sulla ghiaia, cercando di inserirli a tempo sul boato dei passi altrui; per un po’ ho scambiato qualche timida parola coi due amici che correvano con me, ma sempre nella ferrea logica del risparmio. Poi ho allungato, e sono rimasto solo in mezzo a tanti altri corridori soli. Ho ascoltato due dischi:  Hometowns dei Rural Alberta Advantage e il nuovo di Laura Stevenson. Roba tranquilla, roba folk, roba che si sposava con la giornata serena, l’aria della mattina presto che non mi capita spesso di sentire, e gli argini appena fuori dal centro storico di Padova.

Non mi hanno distratto. Sono finiti sullo sfondo, la battaglia col mio corpo e con lo sforzo inaspettato che gli stavo chiedendo era troppo impegnativa per farsi raggirare così.

Gli Underworld sono ben altro. Trainspotting è ben altro. La corsa di Trainspotting è ben altro. Niente assurdi paragoni fra il podismo, la circolazione del sangue, la respirazione di tutto il corpo, l’adrenalina e l’eccitazione dello sfidare i propri limiti, e l’eroina. Se anche l’avessi provata e potessi giurare che “è il massimo, è meglio di scopare“, o peggio ancora se mi balenasse per la testa l’idea che correre significa scegliere la vita, sarebbe un discorso stupido, una metafora patetica, priva di senso e pure banale.

Chi me lo fa fare di correre?

Un problema. Ogni volta, verso la fine della mia corsa.

Ogni volta mi dimentico di star correndo finché la fatica non fa riemergere prepotente il ricordo. E’ quasi la fine, sono stanchissimo. Alzo la testa, vedo il traguardo, ed è lì che mi frego; trovo finalmente con lo sguardo quello che cerco e non dovrei trovare, né cercare. Perché in testa, ora si fa strada un solo pensiero: sono quasi arrivato.

Quasi.

Significa che sono arrivato, ma non sono ancora arrivato. Significa che posso fermarmi e continuare camminando, perché ormai manca talmente poco che non cambierebbe niente. Significa che devo continuare, perché proprio perché manca così poco non ha senso mollare proprio adesso, lo sforzo è minimo. Rimbalzo fra questi due pensieri, rimbalzo, rimbalzo,  non decido e taglio il mio traguardo. Tecnicamente perseguo la seconda scelta. Ma la realtà è che non scelgo affatto, che taglio il traguardo ancora dubbioso, diviso e ansimante.

Non sono in grado di risolvere quella che è in effetti una questione etica. Non ci sono mai riuscito.

Io non posso smettere.

Artista: Underworld

Brano: Born Slippy NuXX

Album: Trainspotting: Music from the Motion Picture

Anno: 1996

Febbre a Novanta #11

 

Concediamoci un po’ di banalità. E’ il 3 gennaio, stiamo per lasciarci alle spalle uno dei periodi più banali dell’anno: il Natale della disperata ricerca di un regalo originale in posti banali; il Capodanno della disperata ricerca di una notte indimenticabile in un contesto banale.

Per una rubrica che si addentra negli anni ’90 non c’è capitolo più banale di quello che parla degli Aqua.

***

Una cosa che non facciamo più è andare, il giorno di Natale, a prendere i regali dalle Zie Ricche nella Bella Casa del Centro. Per diversi motivi, che hanno tutti a che fare con il Tempo Che Passa. Ma una volta lo facevamo, e lo abbiamo fatto anche nel 1997.

Il decimo Natale della mia vita non fu importante solo per il passaggio alla doppia cifra. Fu una questione di maturazione, di prime pallide tracce di caratteristiche che mi accompagnano ancora oggi. A Natale si sperava sempre in tot giocattoli; un paio di imprescindibili, fortemente richiesti per mesi, gli altri andavano bene lo stesso, bastava che ci fossero. Quando ai miei genitori sembrò di capire che desideravo il cd degli Aqua più di qualsiasi altro oggetto per quel Natale, si guardarono compiaciuti, un po’ come se fossi stato femmina e mi fossero venute le mestruazioni.

Ma la sera della vigilia da mio cugino non arrivò. La mattina del 25 a casa mia nemmeno. Tirai un sospiro di sollievo, e qualche salto di gioia solo il pomeriggio, dalle Zie Ricche nella Bella Casa del Centro. Aquarium accompagnò gli ultimi giorni di quell’anno e quasi tutti quelli dell’anno successivo. Lo riversai su nastro praticamente a tutta la mia classe delle elementari, compresa La Ragazza Che Aveva Già Le Tette, che io però amavo già da tre anni, prima che le spuntassero e che tutti si accorgessero delle sue tette e di lei. La sua preferita, fatalmente coincidente con la mia, era Roses Are Red, il singolo che li aveva resi delle star in patria l’anno prima, nonostante un video a tratti amatoriale.

Procurare a tutti la musica più alla moda non fu sufficiente a conquistare lei, ma perlomeno mi bastò ad acquistare un ruolo degno di rispetto fra i miei compagni.

Tramite le melodie irresistibili dei danesi la musica stava per la prima volta scavandosi un ruolo molto importante nella mia vita e nella mia personalità; si sarebbe presto arrivati, forse prima dell’approdo alle medie, ad un punto in cui io, senza la musica, sarei tornato ad essere niente.

Tuttavia peccai di immobilismo. Per tutto il periodo delle medie, l’idea di fare il grande salto, passare dall’altra parte, di cominciare a produrre musica, di cominciare a suonare, si fece più insistente e ghiotta. Non so perché ritardai tanto; forse l’essere rimasto chiuso nel Piccolo Paesino Di Periferia, senza aver ancora scoperto il Centro, non mi dava la lucidità di prendere una decisione e non mi avrebbe dato comunque l’occasione di dimostrare qualcosa a qualcuno. Fatto sta che quando presi in mano la mia prima batteria, e successivamente la mia prima chitarra, le medie stavano finendo, la Ragazza Che Aveva Già Le Tette ora le aveva molto più grandi e passava da un Ragazzo Grande Col Motorino all’altro, presto ci saremmo iscritti a due scuole diverse e io non avrei mai più potuto suonarle nulla per farla cadere ai miei piedi. Sarei sempre rimasto uno che doppiava le cassette, non una promettente rockstar.

Sempre per una questione che ha a che fare con il Tempo Che Passa, passai a duplicare ad altre persone musiche più dure di quelle degli Aqua, che dopo un pallido ritorno sparirono in un decennio che non li capiva più.

Gli Aqua, più di ogni altro nome degli anni 90, furono figli e padri del loro tempo perché giocarono come se non ci fosse un domani, perché infilarono il sesso nei giocattoli (Barbie Girl) e nelle caramelle (Lollipop), perché si colorarono di quei colori, nitidi come un Crystal Ball, che negli anni zero si sono sbiaditi, perché incantarono il mondo con melodie europop e un incrocio di voci azzardato ma efficacissimo, perché Soren il biondo si impaccava i capelli di gel per farsi Gli Spuncioni come ho fatto io nel vano tentativo di conquistare la Ragazza Che Aveva Già Le Tette.

aquaOggi Gli Spuncioni non se li fa più nessuno, vanno di moda le piastre.

Oggi la Ragazza Che Aveva Già Le Tette non la vedo più, perché forse non esiste più, è diventata una Ragazza Con Le Tette; ne conosco tante. Averle negli anni 90 era diverso.

Gli Aqua sono come quelle tette: non hanno senso al di fuori degli anni 90. E in questo, come nelle tette, mi pare che non ci sia proprio nulla di banale.

Artista: Aqua

Brano: Roses Are Red

Album: Aquarium

Anno: 1996

Negli anni 00 perde ogni senso

Febbre a Novanta #06

alexia

Questa, come direbbe Carlo Lucarelli, è una storia tutta italiana. E’ una storia che si svolge d’estate. Anzi, non è una sola storia, ma sono di più. C’è l’adulto, diciamo 22enne. C’è il 16enne. C’è il bambino di 10 anni.

Sono tutti al mare, in vacanza, tutti ospiti dello stesso campeggio. Il campeggio potrebbe essere di Marina di Camerota, di Torvajanica ma visto che noi siamo veneti facciamo che è a Jesolo, o al Cavallino. Tanto non cambia niente.

E’ quasi mezzanotte, non c’è una nuvola, fa caldo, c’è quella tipica aria frizzantina da sera d’estate che nessuno mai ha saputo mettere per iscritto o raccontare a voce, ma tutti conosciamo.

Il ventiduennecon la figa non è esattamente alle prime armi, ne ha già vista parecchia. Coi suoi amici si è preso un bungalow perché la tenda è da sfigati, deve rimorchiare e non si può scopare per terra. E’ stato un tamarro, ora comincia a fare le cose più responsabilmente, ma stasera è l’ultima sera, e si vuole spaccare. E’ alla pista da ballo intanto, poi si muoveranno tutti verso una discoteca più fuori in cui far la notte.

Il sedicenne è passato alla tenda degli amici a controllare che le loro preziose birre ci fossero tutte. Loro sono in tenda perché il bungalow non se lo possono permettere; le tende sono ancora di quelle complicatissime da montare e pesantissime da trasportare. Sì, amici delle generazioni successive, proprio così: gli igloo non sono sempre esistiti. Il sedicenne non fa che pensare alla figa, ma ancora non ne ha vista una: anzi, in tutta la vacanza ancora non ha limonato. La tipa che gli piace si limona ogni sera un suo amico diverso, lui spera che stasera tocchi a lui. Limonare, beh quello si può fare ovunque. E se succede di scopare, cazzo che figata, lo facciamo dove capita, anche in spiaggia. Una voce gli dice speriamo di non scopare perché c’ho una caga pazzesca della prima volta, ma fa finta di non sentirla.

Il bambino di dieci anni ha la cerniera del sacco a pelo tirata su fino al mento, i genitori l’hanno mandato a letto da quasi un’ora, ma di dormire non ne vuole sapere. Allo spettacolo dei pagliacci delle nove ha visto tra il pubblico una bambina con una maglietta bianca a pallini fucsia, con i capelli lisci castani e un filo di rossetto pastrocciato sulle labbra, e non ha più smesso di pensarci. Sta pensando troppo spesso alle bambine, una volta le femmine gli facevano schifo, e se i suoi amici lo sorprendevano a parlarci con una cominciavano a cantare Fra rose e fior nasce l’amor e allora sì che era finita. Ma anche di quella filastrocca cominciava a non fregargliene più niente. Da lontano sente il ritmo della canzone che stanno pompando forte alla pista da ballo, poco lontana dalla sua tenda chiusa in cui tutto tace. I fratelli dormono già. Riconosce la canzone, la canta una ragazza grande con le treccine che balla. L’ha vista al Festivalbar.

Il sedicenne c’è stato al Festivalbar, a vedere Alexia ballare. Non le ha staccato un secondo gli occhi dal culo in quei pantaloni a vita alta, e quell’ombelico. Mamma, l’ombelico fuori! Sta facendo un sacco di scalpore, a scuola i professori insorgono contro le ragazze che se lo scoprono, ma per lui non esiste nulla di più bello delle pance femminili e degli ombelichi scoperti. E quello di Alexia è L’ombelico.

Il ventiduenne si è scopato una tipa che sembrava Alexia, aveva anche lei le treccine e le zeppe. Ballava anche da dio. L’ha conosciuta al Muretto. Alexia gli piace, gli ricorda quando era giovane e ballava Corona.

The Summer is Crazy piace tantissimo a tutti e tre. E’ una canzonetta, ha un testo un po’ così, è fatta su una base e poche note di tastiera effettata. Tutti e tre pensano che magari le cose resteranno sempre così, o che, in ogni caso, non è certo la sera adatta per pensare a come cambieranno le cose. Non stanotte, non qui.

Adesso siamo nel 2010. Il Festivalbar non si fa più. Alexia fa ancora musica, è vero, ma non così.

Non ci sarà mai più nulla, così.

Artista: Alexia

Brano: The Summer is crazy

Album: Fun Club

Anno: 1996

Negli anni ’00 non c’è niente così, niente.

Febbre a Novanta #04

midge ure

Forse, ma non ci metterei la mano sul fuoco, negli anni 90 la tivù si poteva ancora guardare. Per fare solo un nome c’erano i Giochi Senza Frontiere, c’era Mixer ma eravamo ancora troppo piccoli per apprezzare, c’era Quelli che il Calcio e non faceva cagare mattoni come gli starnazzi della Ventura.

Il nostro amato decennio è il punto di non ritorno per la TV italiana. Cresce e diventa intoccabile Mediaset, comincia a distruggere la Rai soffiandole format commerciali sempre più di successo e sempre più ignoranti. La rete statale deve accontentarsi di Frizzi (sì, lo stesso che c’è ancora) e del suo Scommettiamo Che…; gli anni 90 iniziano con Fiorello che gira le piazze col Karaoke e finiscono con Cloris Brosca che gira le piazze con la Zingara.

La TV negli anni 90 insomma comincia a diventare merda, e in parallelo aumentano a dismisura gli spazi pubblicitari; così l’arte della pubblicità deve affinarsi, evolversi, farsi spettacolo essa stessa: su questo sono avanti anni luce le pubblicità delle grandi case automobilistiche, in certi casi dei veri e propri cortometraggi al limite della poesia.

Ma è spesso la colonna sonora quello che rimane più impresso di uno spot; nasce un nuovo fenomeno, ridicoli jingle fatti su misura per il prodotto sempre più spesso vengono sostituiti pescando a piene mani dall’industria musicale, e i pubblicitari capiscono una cosa: mettendo in sottofondo un successo, una canzone nota, si distrae il pubblico dal messaggio; bisogna mettere brani nuovi, di nicchia, o passati inosservati.

Lo capisce la Swatch, che affida i suoi spot a Midge Ure, eclettico cantautore scozzese che negli anni ’80 aveva spadroneggiato con i suoi Ultravox nella new wave.

Breathe è la title track dell’album solista uscito nel 1996, riscoperto nel ’98 grazie appunto agli orologi più famosi degli anni ’90, quando non si poteva guardare l’ora nel cellulare, quando si andava ogni mese a cambiare i cinturini, così come agli inizi degli anni zero si cambiava la cover al Nokia 3210.

Breathe si muove ancora negli anni 80 come atmosfere, ma l’approccio a un certo pop cantautoriale tipicamente british e finemente stratificato è figlio del suo tempo. Il suo dovere il grande successo a uno spot pubblicitario è però una novità, che la dice lunga sul livello del rapporto fra musica e televisione, vista anche la rapidissima ascesa di MTV in tutta Europa.

Oggi non ci stupiamo più per certe dinamiche, un po’ perché la pubblicità in tv nell’epoca dei viral ha detto ormai già tutto, e non la si ascolta neanche più. Un po’ perché se la TIM ci martella giorno e notte per mesi con le due canzoni più fastidiose della stagione (Bad Romance di Lady Gaga e soprattutto Well Well Well di “VoceSoave” Duffy ), forse non è così sbagliata la sensazione di vivere, tuttosommato, in un mondo molto peggiore.

Artista: Midge Ure

Brano: Breathe

Album: Breathe

Anno: 1996

Negli anni 00 si evolve in: Travis – Why does it always rain on me?