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Febbre a Novanta #55

Quelli_che_benpensano

Giriamo di qua. Prima siamo passati di lì. Torniamo indietro. Se facciamo questa strada torniamo alla principale.

C’è una cosa che so fare bene, ed è orientarmi. C’è una cosa che invece proprio non fa parte delle mie caratteristiche: è il sangue freddo. Sembrano due skills completamente slegate l’una dall’altra.

E invece no.

doom

Qui sopra, uno degli ultimi fotogrammi di vita di un Doomguy. 72% e un razzo del Cyberdemone in arrivo. Nessuna via di scampo, il giocatore morirà di certo.

Gran parte delle cose che so della vita, me le ha insegnate Doom. Knee Deep in the Dead, The Shores of Hell, Inferno, e soprattutto Doom II Hell on Earth. A Doom III non ci ho mai giocato.

Negli anni 90 avevamo due computer in casa, uno in taverna e uno in camera, nostro padre ci capiva qualcosa e quindi io e mio fratello facevamo delle partite in LAN indimenticabili. Presto le abilità si polarizzarono. Io ero quello che si districava fra i complessi livelli, quelli che Francesco Di Gesù definisce rossi: bei posti come “Anomalia di Phobos”, “Palude della disperazione”, “Cascate di sangue”, “O della distruzione”, “Fine dei vivi”, “Icona del Peccato”.

Mio fratello sparava; restava sul posto se, aperta una porta, si trovava improvvisamente circondato da mostri, mentre io il più delle volte scappavo, sfruttavo la mia abilità per nascondermi dietro a colonne, angoli ciechi, aspettando che i nemici venissero a cercarmi per abbatterli uno ad uno con colpi di fucile. Ho sempre vissuto Doom più come un labirinto che come un campo di battaglia. E oggi, che girano giochi più complessi, più narrati, e in fin dei conti più noiosi, come questo video racconta magistralmente mi trovo maggiormente a mio agio, ma rimpiango quei mucchi di cadaveri che rimanevano anche se ti trattenevi ore sullo stesso livello, e non sparivano mai, a prova indelebile del tuo istinto omicida.

Odiavo le Lost Souls, i teschi infuocati che ti alitavano in faccia; non sopportavo i Cacodemoni e la loro idiota lentezza, che mi permetteva di giocare al tiro a bersaglio sparando razzi da lontano e abbattendoli come palloncini. Tremavo quando appariva l’Arch Vile, in grado di farmi secco con due colpi e far resuscitare i nemici appena uccisi. Non ero particolarmente spaventato né dai due ragni meccanici, né dal Mancubus. Tantomeno dai Baroni dell’Inferno. I Diavoletti mi facevano un po’ di paura, mai quanto i Demoni, quelle specie di tori rosa orrendi. Gli Zombie erano stupidi come gli Zombie, quasi più stupidi dei guerrieri in armatura di Golden Axe, che io chiamavo senza mezzi termini, per antonomasia, I Deficienti.

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Doom negli anni 90 era la violenza. Era il gioco proibito, era quello che le mamme non compravano perché non educativo, era accusato di nazismo latente quando invece non faceva che citare Wolfenstein; erano altri tempi, tempi in cui quattro milioni di persone giocavano a Doom, e quando due di queste decidevano di fare strage dei loro compagni a scuola si dava la colpa all’ID Software e a Marilyn Manson.

La gente a scuola s’ammazza ancora. Ma oggi non è più colpa dei giochi violenti. Sarebbe come dare la colpa dello spaccio di droga a GTA. Dell’abuso di sostanze allucinogene a Super Mario. Del massacro degli Aztechi a Age of Empires. I demoni sono sempre più realistici, ma li prendiamo sempre meno sul serio. Forse è un buon segno, forse significa che ancora una volta la scamperemo.

Febbre a Novanta #52

anouk

Even in the dressing room afterwards, I had no remorse. My attitude was, fuck him. What goes around comes around. He got his just rewards.

Alf-Inge Haaland è un calciatore norvegese. È un difensore, uno di quei difensori che gli allenatori piazzano davanti all’area come un bastione appuntito; una testa che fa da parafulmine sui palloni spioventi, gambe lunghe e legnose pronte ad alzarsi ad ostacolo su qualsiasi cosa osi oltrepassare la linea che porta dietro alla sua visuale. Haaland è uno di quei giocatori che ragionano per opposizione. Davanti, il nemico che avanza; dietro, il nulla: terra bruciata, la mia area di rigore, deserta, evacuata.

Ad Haaland hanno insegnato a giocare così. Gioca negli anni ’90, quando il calcio accelera, si gonfia i muscoli, e gli Zico e i Maradona servono ancora, ma non bastano più. Ci vuole anche un Haaland.

Haaland gioca in Inghilterra, il campionato in cui, per restare in piedi, bisogna buttare gli altri a terra. Gioca nel Leeds United, una delle squadre più cattive di sempre. Ed è cattivo anche lui, perché è così che gli hanno insegnato in Norvegia.

In Inghilterra gioca anche un altro giocatore cattivo. È Irlandese, è il capitano della squadra inglese più forte. Si chiama Roy Keane.

Roy Keane è uno di quei giocatori che corrono perché sembrano non avere alternative. Roy Keane non suddivide il mondo in due regioni, il dietro e il davanti, come fa Haaland; lo suddivide in due squadre: la sua e quella che deve battere, whatever the cost.

Ha quest’unico obbiettivo anche una domenica di settembre del 1997 quando corre, alla sua maniera, incontro a un pallone che rotola nell’area del Leeds, nel feudo di Haaland, nella terra bruciata del norvegese; che puntuale si mette fra lui e la palla tagliandogli la strada. Forse non lo tocca. Forse sì.

Fatto sta che Roy Keane sente qualcosa che non va, sente che una gamba non gli risponde più, tenta di bilanciarsi con l’altra, saltella, e poi rovina a terra come avesse i piedi legati. Urla. Ma urla più forte Haaland, che lo avvicina, mentre si contorce a terra, e gli ordina di rialzarsi, di smetterla di fingere. Ma uno come Roy Keane non finge mai, non può; fingere significa perdere tempo, fermare una corsa.

La diagnosi è impietosa, per uno che fa della vita una corsa: rotti i legamenti. C’è chi chiude le carriere così. Lui l’anno dopo, d’estate, ricomincia ad allenarsi.

Manchester United – Leeds United si rigioca ancora, altre volte; Roy Keane incontra Haaland, giocano contro; l’uno lancia le proprie gambe verso limiti di resistenza sconosciuti, come se non ricordasse il dolore; l’altro sempre noncurante di ciò che non copre la sua visuale, costantemente rivolta verso la linea nemica che avanza.

Non succede niente.

Poi gli anni Novanta finiscono. Inizia il nuovo millennio. Roy Keane è sempre più saldamente il capitano del Manchester, e si avvia a diventare una leggenda insuperata del calcio irlandese. Haaland invece nel 2000 abbandona il Leeds United, una squadra che sta per vivere una delle stagioni più magiche della sua storia recente, dopo i fasti degli anni Settanta; l’ultima, prima di un declino repentino, per motivi di quelli che lasciano l’amaro in bocca, per l’impotenza: i problemi finanziari. Haaland passa al Manchester. Non quello di Sir Alex, non quello di Roy Keane. L’altro. Quello dei ricchi, che non riescono a comprare la gloria sportiva, il Manchester City. Haaland va a fare il bastione lì, nella stessa città, dalla sponda opposta. È il 2001 quando si gioca il derby, sono passati quasi quattro anni da quando Haaland ha urlato a Keane di rialzarsi, sembra acqua passata.

Mancano cinque minuti alla fine della partita. Roy Keane è vicino a bordo campo, si libera di forza di un avversario ma si allunga troppo il pallone. Alza la testa, c’è Haaland, pronto a scagliarlo lontano dal bastione che è chiamato a difendere; ci arriverà prima lui, è in netto anticipo. Roy Keane potrebbe rivedere una scena già vissuta, potrebbe fermarsi per paura di infrangersi ancora una volta contro Haaland, Potrebbe non pensarci proprio, perché ormai è acqua passata.

Ma non è acqua passata.

I’d waited long enough. I fucking hit him hard. The ball was there (I think). Take that you cunt. And don’t ever stand over me sneering about fake injuries.

Haaland spazza via la palla, tenendoci lo sguardo fisso. Forse non guarda Roy Keane perché in fondo sa quello che sta per succedere. Se lo sente che il suo momento è arrivato.

Roy Keane ha deciso che è il momento. Tende la gamba e colpisce dritto il ginocchio di appoggio di Haaland. L’arbitro non fa in tempo a fischiare che l’urlo del Norvegese squarcia l’Old Trafford. Roy Keane si ferma, sputa. Sa che lo butteranno fuori, che probabilmente non giocherà per un mesetto. Ma sembra calmo, impassibile, appagato. Ha avuto ciò che voleva, la sua vendetta, whatever the cost. Si avvicina ad Haaland, senza urlare però. Lui gli parla e basta. Gli dice qualcosa. Forse “What goes around comes around”.

Haaland non si riprende più dall’infortunio e si ritira l’anno dopo, a soli 30 anni. Specifica che l’episodio non ha nulla a che fare con la decisione di smettere. Non specifica, però, se ha avuto il coraggio di voltarsi indietro, di guardare finalmente quella terra bruciata che difendeva dandole le spalle.

Artista: Anouk

Brano: Nobody’s wife

Album: Together Alone

Anno: 1997

Febbre a Novanta #49

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Mi chiamo Marco, sono nato il 3 novembre del 1987. Della mia infanzia non ricordo moltissimo. Sono nato a Padova, in via Forcellini era la mia prima casa, c’era anche un’altalena nel giardino. Ma nel 1990 siamo venuti ad abitare a Vigodarzere. Sono ripassato alcune volte in macchina per via Forcellini, la mia casa c’è ancora, ma non so qual è, non la so riconoscere. Ho diversi ricordi invece della mia casa nuova, quella in cui vivo tuttora, quando ci eravamo appena trasferiti: intanto la taverna era una specie di deposito, dal quale a mano a mano prelevavamo i mobili e gli oggetti da sistemare al piano di sopra; vi erano perciò tutti accatastati e io e mio fratello avevamo creato una specie di percorso a labirinto in cui giocavamo a prenderci e a nasconderci, al buio. Il labirinto veniva pian piano eroso dalla progressiva sistemazione della casa.

Ricordo anche che quando urlavo nella casa vuota le parole suonavano più forti. La camera dove adesso dorme mia sorella, che sarebbe nata due anni dopo, era una specie di ripostiglio, c’erano anche degli scaffali di ferro, tutti neri. Una mattina mi arrampicai su uno di questi scaffali per arrivare a una scatola di Lego, sentii un brutto rumore e mi affrettai a scendere, non prima di aver afferrato la scatola. Da terra vidi lo scaffale traballare, rimasi immobile, ma per fortuna non cadde su di me. Guardai lì dove avevo appoggiato il piede per salire, e c’era una scanalatura: l’avevo rotto.

Passai i primi anni della mia vita a leggere almanacchi di calcio, guardare 90° minuto e imparare tutto sulla storia del calcio, oltre ovviamente a tirare i miei primi calci a una palla. Ho fatto elementari e medie qui a Vigodarzere, sono sempre stato un po’ strano. Avevo i capelli lunghi e biondi, tagliati a codino come Roby Baggio. Fino agli 11 anni circa sono stato sistematicamente scambiato per una bambina. Poi sono andato alle superiori, in un liceo di un quartiere alle porte del centro costruito negli anni 70, con la pianta a forma di falce e martello. Ero di sinistra, i miei mi avevano insegnato che doveva essere così. La voce si sparse in paese probabilmente; un giorno, mentre bevevo alla fontanella del campetto, all’intervallo di una partitina fra amici, un tizio che stava giocando e che non conoscevo bene, attendendo il suo turno per bere mi disse “Ma è vero che tu sei Pacifista?”, come se mi avesse dato del pazzo sanguinario. Da quel giorno circa non mi sentii più a casa. Frequentavo sempre più spesso il centro, sempre più gente proveniente da fuori il mio Comune.

Ho anche cominciato ad andare alle manifestazioni contro le riforme scolastiche e universitarie, qualche sabato mattina. Si marciava, si incontrava un sacco di gente, anche alcuni punk, mettevano su gli Ska-P e si pogava. Una volta siamo passati davanti a una scuola privata, il Dante Alighieri, qualcuno dal carretto ci ha detto di alzare tutti verso l’edificio il nostro dito medio. L’abbiamo fatto tutti.

Mi sono candidato a rappresentante d’istituto in terza superiore, reclutato da una che non conoscevo nemmeno bene. Dissi sì senza pensarci troppo. Poi mi ammalai. Tornai a scuola a elezioni svolte, ma non fui eletto. Fui però eletto l’anno successivo e quello dopo ancora. Non ricordo di aver fatto nulla di rilevante per la mia scuola. Del resto sono uscito da scuola odiandola, sono fuggito felice all’università. All’università ho visto ogni anno venir meno una possibilità di carriera, però sono uscito tutte le sere e ho studiato un sacco di cose fighe e interessanti. L’Università non l’ho ancora finita.

Stamattina mi sono svegliato, e Berlusconi non c’era più.

È la prima volta che succede, nella mia vita. Non è sempre stato primo ministro, ma è sempre stato nella mia vita. È l’antagonista delle mie idee politiche da sempre.

Mi sono svegliato senza il mio antagonista, mi sono guardato dentro e mi sono accorto di non avere idee politiche. Ho sempre combattuto Berlusconi perché mi era stato insegnato, ho sempre votato la persona che più efficacemente avrebbe potuto contrastarlo, non ho appoggiato una ideologia politica, non ho votato un programma, non so nemmeno tra quali si possa scegliere, perché il PdL e la rivoluzione liberale sono un castello di carte che ieri è crollato senza far rumore, e non c’è nessuna ideologia politica forte dietro. Non combattevo un’ideologia, ma un personaggio. Ora che il personaggio se n’è andato, ho cercato la mia ideologia e non l’ho trovata.

Ho studiato la Cultura Politica della Democrazia Cristiana per il mio esame di Storia Contemporanea, ho letto il Manifesto del Partito Comunista, ho studiato di congressi e discorsi storici. Io voto da cinque anni, e non ho trovato nella mia cabina elettorale nulla di tutto questo. Ho visto i caroselli fuori dal Quirinale, poi sono andato su Youtube a vedere il video dell’Hotel Raphael. La prima cosa che ho capito è che l’Italia è uno stadio da prima del 1994. Ho sentito gente che invidia un’entità non ben definita che loro chiamano “I Politici” perché hanno i soldi e le puttane. Ho sentito gente che non crede nello Stato perché sempre questi “I Politici” hanno i soldi e le puttane. Scuoto la testa, leggo i siti di controinformazione e i loro post su Facebook, ci trovo immagini che recitano “Vendesi Italia, rivolgersi a Mario Monti”, scuoto la testa. Copie di quotidiani che non ho mai comprato per più di due giorni di seguito in vita, sono tutti accatastati, li butto. Il riso amaro scrollando Spinoza.it, il TG4, l’editoriale del Direttorissimo. Ho bisogno di leggere un programma politico, uno qualsiasi, ho bisogno di capire cos’è la politica, cerco qualcosa su internet. Niente, non trovo nulla.

Stamattina mi sono svegliato, mi chiamo Marco, ho 24 anni, ho imparato a parlare e a scrivere negli anni Novanta, da sempre credo nello Stato, ma da oggi non so cos’è, e sono un po’ preoccupato.

Febbre a Novanta #42


Se volete aprire un bar, uno di quelli che vanno di giorno, uno di quelli dove non si ordinano i rum e cola, ma i caffè, i gelati, i tramezzini, i pasticcini, al massimo gli spritz, sappiate una cosa. In questo decennio i bar sono tutti uguali. E anche il vostro lo sarà.

Potete dipingerlo di rosso, di bianco, metterci le tendine parasole o schermare il vetro, avere le seggioline hi tech o quelle di paglia, servire questo o quel cocktail, la promozione per gli studenti o quella per la terza età, a noi non farà molta differenza. Potrete fare solo una cosa per distinguervi. Prendere i gelati Motta, o gli Algida, o i Sammontana. Ma non sarà abbastanza. Qualsiasi marca sceglierete, anche se vorrete fare i fighi e prendere gli Antica Gelateria del Corso (che ormai se ne vendono, ahimè, pochi), sarete uno dei bar che hanno quella marca.

E così guarderete il vostro bar, il giorno prima dell’apertura, pronto per essere riempito di clienti, luccicante e con tutti i bicchieri in fila. Ma butterete l’occhio nell’angolo in fondo a destra e sarà vuoto. E vi ricorderete degli anni 90 e di quando lì c’era sempre il cassone dei videogiochi.

videogioco

Quello sì che vi dava un’identità, teste di cazzo. Credevate che fosse per i vostri arredi, per il cynar o per la coppa del nonno. Sbagliato. Eravate il bar di Virtua Striker, il bar di Puzzle Bubble, il bar di Street Fighter, Street Fighter II e Street Fighter III. E poi, se davvero ci tenevate a non fallire mai, se volevate diventare un punto di riferimento per il vostro comune, se volevate un continuo ricambio generazionale non c’era via d’uscita: dovevate prima o poi raggiungere il top e diventare il bar di Metal Slug.

Era tutto molto semplice: due giocatori al massimo, ognuno con una piccola manopola joystick e tre tasti. Combinandoli si potevano compiere tutte le imprese di questo mondo, da far scoppiare bolle verdi, a rovesciare in gol contro l’Arabia Saudita fino a far esplodere un carroarmato gigante. Le regole erano darwiniane. Il più alto e il più grosso aveva la precedenza, giocava tutte le partite che voleva finché non esauriva i gettoni o le monete da 500 lire. La frase “Insert Coin” era la prima frase che un bambino italiano imparava a dire in inglese nella sua vita. Prima ancora di “Tènchiu” e prima ancora di “Ailoviù”.

Nascevano un sacco di leggende metropolitane nei bar degli anni ’90. Per esempio, pareva che nessuno fosse mai riuscito a battere la Nigeria su Virtua Striker. Era un po’ come vivere in Holly e Benji e incontrare la nazionale Giapponese: non potevi vincere. Si raccontava sempre di “Un mio amico che c’era riuscito, ma solo ai rigori”. E per giocarsi i rigori serviva un altro gettone. Non bastava un pareggio.

Poi c’era la mitica top 10 dei punteggi, nella schermata senza il gettone. Ed era facile che i primi quattro posti fossero occupati dallo stesso nome, ché ancora non sapevamo si dicesse nickname. Eppure nessuno aveva mai visto qualcuno firmarsi così, dopo aver fatto il record. Si diceva addirittura che fosse uno che andava a giocare tra le 12 e le 15, quando di norma il videogioco aveva la spina staccata per la pausa pranzo. Il fantomatico campione andava, la riattaccava, giocava indisturbato, registrava un nuovo record e nessuno lo vedeva mai.

Io, devo ammetterlo, non ci giocavo troppo spesso al bar. E capitava che mi ci volessero diversi gettoni a ottenere risultati che magari alcuni frequentatori più assidui raggiungevano con un gettone. Non riuscii mai ad arrivare fino a Mr. Bison e batterlo con meno di tre gettoni. Non finii mai Metal Slug. Vinsi qualche mondiale di Virtua Striker, ma non incontrai la Nigeria. Feci fuori una solida Argentina. Prendere l’Italia era un suicidio.

Ma poi al Bar non potevo starci tanto, la mamma si arrabbiava perché tornavo con i vestiti che puzzavano di fumo. Molti se ne sono dimenticati, ma negli anni 90 si poteva fumare dentro ai bar. I grandi giocavano ai videogiochi con la sigaretta in bocca. Tutte e due le mani occupate, ma al tempo non potevo sapere quanto fosse difficile fumare una sigaretta senza mani, per di più concentrandosi su un videogioco ostico. Sapevo solo che quella vaschetta di metallo con le due conchette che stava a fianco dei tasti e in cui appoggiavo la mia scorta di gettoni era in realtà un posacenere. Mi arrabbiavo quando lo trovavo pieno di cenere, non potevo appoggiarci i gettoni. Ma avevo torto io. Ero io che ne facevo un uso distorto.

Quel posacenere pieno era l’essenza di cosa fosse un bar in quegli anni, e della gerarchia che si creava fra i giocatori che aspettavano e si davano il cambio alla postazione, senza quasi mai conoscersi, studiando gli uni le mosse degli altri. Pieno di cenere indicava che qualcuno si era divertito spendendo poco, offrendo solo alla sua sigaretta di condividere quell’intimo svago. Pieno di gettoni indicava un giocatore insicuro, scarso, uno come me che per assicurarsi una buona mezzora di divertimento doveva spendere molto, tenersi in vita a lungo prima che il conto alla rovescia del “Continue” non potesse essere fermato per dichiarare il perentorio “Game Over”; perché le macchine, allora come oggi, non hanno un cuore.

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Artista: Natalie Imbruglia

Brano: Smoke

Album: Left on the middle

Anno: 1997

Febbre a Novanta #39


Nel 1997 i telegiornali di tutto il mondo impazzirono nel presentarci e prepararci al fenomeno astronomico più importante del secolo: presto vicino alla terra sarebbe passata una cometa, una cometa luminosa come mai se ne erano viste prima, scoperta contemporaneamente da due osservatori indipendenti, il signor Hale e il signor Bopp. La cometa si chiamava appunto Hale-Bopp. Ne deduco dunque che Hale l’abbia scoperta qualche secondo prima.

L’anno prima a mio padre avevamo regalato un telescopio serio, arancione e nero, per assecondare la sua nuova passione per l’astronomia. Avevamo anche un floppy disk che conteneva un software che si chiamava Sky Map, un planetario multimediale che girava su Windows 3.11. Aveva una mappa lunare dettagliatissima, con tutti i mari annotati; il telescopio fu l’apoteosi e fu di un tempismo micidiale. Della cometa Hale Bopp in Italia si inizio a parlare piuttosto tardi. Mi ricordo che stazionò visibile a occhio nudo nel cielo per ben 18 mesi. Io in Italia ricordo qualche mese, o poco più.

E questa fu la prima delusione.

Sì perché io il passaggio di una cometa me l’ero sempre immaginato come una palla infuocata che sfrecciava nel cielo come un aereo, uno spettacolo di poche manciate di secondi, per il quale farsi trovare pronti con macchinetta fotografica usa e getta ben salda in mano. Una roba da dentro o fuori. Chi stava attento e paziente con gli occhi al cielo se la cuccava, chi si distraeva anche solo qualche secondo poteva pagarlo caro.

Ricordo invece che fra marzo e aprile del ’97 mio padre mi chiamò in terrazza, al tavolino dove era posizionato il telescopio, ma il telescopio non occorreva. Alzai gli occhi al cielo e vidi la cometa Hale Bopp. Una enorme palla luminosa con due code divergenti. E cazzo, era ferma. Più ferma di un paracarro.

Fu un colpo, passò quasi subito, capii cosa fosse una cometa davvero, me ne feci una ragione; non assomigliava alla stella di Betlemme del presepe, ed era pure ferma immobile. Una volta digerito questo, lo spettacolo mi piacque. Per poco, sì, poi tornai a vivere la mia vita di tutti giorni senza alzare gli occhi al cielo. In quel periodo ascoltavo i Third Eye Blind perché avevano i chitarroni taglienti e facevano tuttuttu, tutturuttu. Quella canzone la sentii anche in una puntata di Sabrina Vita da Strega. Faceva un sacco estate, quella canzone.

Era all’estate che mi preparavo. Una di quelle estati in cui non succede nulla di straordinario, ed è proprio per questo che magari la ricordi con piacere. Stavo per finire la quarta elementare, poi sarei stato io “i Grandi”. Avevo, prima di ogni mio compagno di classe, rivelato al mondo il mio interesse per l’altro sesso, mi piaceva una bambina e tutti mi prendevano in giro e ridacchiavano. Quando le spuntarono due tette così a settembre non rise più nessuno. Ci si liberava finalmente dall’onta del farsi cantare Fra Rose e Fior Nasce l’Amor, che per un uomo era come se alle superiori lo si sfottesse per il cazzo piccolo.

Non avevo troppi pensieri. Lei non me la dava ok, ma a chi altro? Nessuno. Mal comune mezzo gaudio. Passavo i miei pomeriggi al campetto con gli amici e tutti volevano avermi in squadra. La mia famiglia era felice. Il mio paese il migliore desiderabile. Tutto perfetto.

Non mi importava molto, quindi, che una cometa che non sarebbe tornata mai più stazionasse sulla mia testa incantando il mondo e trasformando le fashion victim degli hobby in astronomi pseudo professionisti (gli stessi che durante il Tour de France rompono i coglioni con le bici sui colli, che quando Luna Rossa vinceva avevano iniziato a risparmiare per comprarsi la barca e che alle Olimpiadi Invernali di Torino del 2006 si improvvisarono esperti di Curling). Non mi capitava spesso di alzare gli occhi al cielo. Un giorno poi me ne ricordai, lo feci, e la cometa non c’era più, era pure finita l’estate e la radio non passava più Semi Charmed Life. Ero in quinta, ero “i Grandi”, Lei continuava a non darmela ma in compenso aveva cominciato a limonarsi gli altri. Eppure ero il grande amore della sua vita, lo sapevo. Cominciò a mancarmi Hale Bopp. Mi interessai delle comete e scoprii che l’anno prima che nascessi, nel 1986, era passata la Cometa di Halley. La cometa di Halley passa da noi più o meno ogni 76 anni, perché ha l’orbita ellittica. I Cristiani, dopo aver saputo che passò nel 12 a.C., dicono che sia la stella di Betlemme.

. E’ passata nel 989 e i cinesi temevano annunciasse la fine del mondo. Qualcuno disse anche “tra mille anni cadrà il muro di Berlino” ma nessuno lo capì.

E’ raffigurata come un presagio di morte e rovina in un arazzo del 1066 che narra la battaglia di Hastings. La dipinge anche Giotto a Padova, 250 anni dopo.

Nel 1682 Halley si accorge che è sempre la stessa cometa, e la chiama col suo nome.

Nel 1910 è la prima cometa fotografata della storia.

Si dicono un sacco di cose sulla cometa di Halley. Si dice anche che tornerà nel 2061. Da quando lo so, per me quella data ha un valore simbolico decisamente lugubre. Ho deciso che non voglio morire prima di averla vista, di aver salutato il suo ritorno. Sarà fra cinquantanni esatti. Ne avrò settantaquattro. Posso farcela. Avrò più tempo e più motivi di passare il tempo guardando il cielo.

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Artista: Third Eye Blind

Brano: Semi Charmed Life

Album: Third Eye Blind

Anno: 1997

Febbre a Novanta #36

Mio padre è nato nel 1953. Se non sbaglio, dunque, nel 1970 aveva 17 anni. Un’età più che giusta per godersi le gioie e le amarezze sportive del mondiale messicano. Nell’82 ne aveva 29. Sposato da due anni, ancora senza figli, adulto ma ancora abbastanza giovane per poter fare festa e suonare tutta la notte il clacson della sua Fiat Ritmo dopo il trionfo al Santiago Bernabeu. Gioie calcistiche, cose che le donne non potranno mai capire, un po’ come noi non potremo mai capire il malumore che le tortura in Quei Giorni.

Il mio approccio alle passioni che mi accendevano è sempre stato storiografico, diacronico. Se una cosa mi piaceva volevo sempre saperne il passato, i cenni storici. So più o meno tutto di calcio, dagli anni ’60 in poi. Compravo in edicola gli inserti speciali della Gazzetta dello Sport, ogni tanto facevano uscire delle videocassette. Ne avevo una sulla storia della Coppa dei Campioni, realizzata nel 1996 proprio mentre la mia squadra del cuore stava compiendo la marcia trionfale che l’avrebbe portata a vincerla. La sequenza di chiusura è il gol della semifinale con il Nantes segnato da Michele Padovano.

Poi ne avevo una sulla storia del calcio mondiale in generale da Helenio Herrera al 1997. Imparai quasi tutto da lì: il calcio totale, il gol fantasma di Hurst in Inghilterra-Germania del ’66, il gol del dentista nordcoreano che eliminò l’Italia milionaria, le notti magiche.

Invidiavo molto mio padre. Perché vide, si godette e festeggiò Italia Germania 4-3 del 1970 e Italia Germania 3-1 del 1982, che ci valse il titolo mondiale. Partite epiche, storiche, entrate nel mito, che noi bambini negli anni 90 potevamo solo sognare, di fronte alle deludenti prove della nostra nazionale. O tuttalpiù guardare in videocassetta. Quelle partite le so a memoria nonostante non fossi ancora nato.

Finché non arrivò l’Italia Germania della mia generazione. La semifinale del 2006, il 2-0 maturato negli ultimi due minuti dei supplementari, dopo due ore di agonia e sofferenza.

E’ il destino che ci lega ai crucchi; due modi di intendere il calcio simili e dissimili allo stesso tempo. Noi, eterni favoriti e con un’insana passione per complicarci le situazioni più agevoli. Loro ogni anno dati per morti e ogni anno sempre lì, puntuali sul filo del trionfo a smentire tutti grazie a una concretezza di cui il Fuhrer sarebbe andato fiero.

Ci è andata sempre bene. La mia generazione e quella di mio padre è stata sempre appagata nello scontro diretto coi panzer tedeschi. Evidentemente è la sola e unica partita in cui sistematicamente tiriamo fuori i coglioni. E si potrebbero fare centinaia di paralleli fuori luogo con la Grande Storia, ma non è questo il momento. L’abbiamo sempre battuta la Germania, non è mai riuscita a incantarci, a ipnotizzarci, è un mondo troppo lontano dal nostro, nemmeno la stessa musica ci piace.

Prendiamo un gruppo come i Liquido.

I Liquido hanno fatto una canzone nel 1998, si chiamava Narcotic e aveva un giro di tastiere semplicissimo e irresistibile, come si faceva negli anni ’90. Piacquero a tutti, fecero ballare e sognare tutti; se li dimenticarono tutti, tranne me. Perché i Liquido sostanzialmente facevano cagare. O meglio, all’orecchio italiano facevano cagare. Troppo lontani, troppo distanti dalla nostra concezione del rock alternativo. Io li amai così tanto che mi ascoltai tutto il disco, e mi piacque. Sborone, ruffiano, a tratti ridicolo, ridicolo come i torsi nudi dei Rammstein. Pesanti influenze dance ed elettroniche che adesso spopolano fra gli indie e gli hipsters, ma alla fine dei ’90 chitarroni oleosi e tastiere giocattolo non andavano daccordo, erano solo merda. Già.

Insomma Narcotic piaceva a tutti, ma i Liquido piacevano solo a me. Li persi un po’ di vista; li risentii in uno spot delle Pringles qualche anno dopo e me ne reinnamorai. Nel 2005 uscì questa canzone e il mondo si riaccorse di loro. Mi arrabbiai molto. Fu più o meno come sentirmi la fiducia tradita, come se il mondo che ballava sulle loro note non si meritasse di farlo, dopo averli dimenticati per anni e non averli mai capiti fino in fondo.

I Liquido mi stregarono. Furono l’unico gruppo tedesco che riuscì a farlo, non so su che base. Ci sentivo una malinconia di fondo, una malinconia che sublimarono in canzoni come The Standard, ma soprattutto nel meraviglioso video di Ordinary Life. Una vita normale, di routine e tutta uguale finisce sempre per implodere su stessa, un giorno, così, di colpo.

A me accadde il 4 luglio 2006, cinque anni fa: feci il colloquio orale del mio esame di maturità lasciandomi alle spalle una scuola che non volevo più, fui lasciato da una ragazza che non mi voleva più, vidi la mia Italia Germania e smisi così di invidiare mio padre. Con un’esperienza sportiva mitica da poter raccontare, avevo ora tutto il necessario per ripartire.

Artista: Liquido

Brano: Narcotic

Album: Liquido

Anno: 1998

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Febbre a Novanta #35

BOY BANDS: A RETROSPECTIVE

Part IV

Te lo insegnano sin dalle elementari, è la logica dei gruppetti. I maschi perlopiù si dispongono a coppie, perché già dalle prime settimane l’ipocrisia dei banchi a ferro di cavallo per “favorire la solidarietà e la condivisione” cade miseramente prona alle logiche del profitto scolastico, e si formano file di banchi a due a due. E’ ancora troppo presto per sottoporre però dei poveri bambini ancora senza pelo pubico alla condivisione di un anno scolastico con l’altro sesso, alla pericolosa promiscuità sessuale, perciò maschi con maschi, femmine con femmine e tanta propaganda omofoba. Così non dovrebbero esserci problemi.

Va a finire che ogni maschio si fa un migliore amico. Non necessariamente il compagno di banco, ma comunque lo schema è binario. Io e l’altro. Poi si esce tutti insieme, si gerarchizza – Sì lui mi sta simpatico tot, lui è gentile, lui è tranquillo, lui no, lui ancor di meno – e si dispone tutto in una piramide al cui vertice resta sempre e comunque uno solo. Il tutto tacitamente.

Le ragazze invece paiono non aver problemi a legare subito, noi maschi da fuori le vediamo parlare di frivolezze, scriversi cosine sul diario con le pennine e i brillantini, dediche ridicole, “ricordati che oggi è il mio compleanno”, forse ricordo male io, ma ancora non era esplosa la mania del TVB. Quello, e tutte le sue orrende varianti, apparve solo alle medie. Si scambiavano gli astucci, si prestavano e finivano pennarelli, bianchetti di quelli con il pennellino, che era più facile usarlo per decorare le dediche. Le ragazze erano inspiegabilmente amiche dal primo giorno di scuola, mentre noi ancora ci perdevamo in prove, riti d’iniziazione e dimostrazioni di fedeltà per classificarci, gerarchizzarci, raggiungere una posizione solida. Perciò andavano via tutte assieme. Certo, erano visibili delle gerarchie anche lì, ma mentre ogni maschio aveva la sua personale, senza che una prevaricasse le altre, lì la gerarchia era La Gerarchia, unica e totalitaria; una sola al comando, una sola in fondo, in mezzo le dame. E nessuna, a parte ovviamente la Principessa che ben si guardava dal modificare lo status quo, poteva farci un cazzo e lo sapeva.

Logico che questo ancien regime si mostrasse all’esterno molto più solido di quanto in realtà non fosse, minato alle fondamenta da gelosie, trame di palazzo, mezze verità e doppi giochi. Le litigate fra ragazzine erano furibonde per profondità e violenza. Noi maschietti si arrivava spesso alle mani, al pomeriggio si andava a prendersi un ghiacciolo assieme. E se andava male, si chiamava l’Altro, quel numero 2 della coppia che puntuale rispondeva alla chiamata, garantendo così la sopravvivenza del Sistema. In quello femminile invece, cos’era la Principessa senza le sue fide Dame di compagnia? E viceversa? E l’ultima della cordata preferiva essere l’ultima della cordata o non essere proprio nulla?

Per questo durante l’intervallo, o le pause, o prima degli ingressi a scuola, capitava di vedere maschi dispersi a coppie, femmine a gruppi più consistenti ed eterogenei. Perlopiù quintetti. Come i Backstreet Boys, perché ogni ragazza ascoltava i Backstreet Boys, e ogni ragazza era la fidanzata ideale di uno di essi. Quintetti di ragazze si sceglievano un’anima gemella fra la boyband americana, e a seconda dell’amato scelto si poteva capire la conformazione del quintetto, quale ragazza amasse gli uomini dolci e profondi come Brian, quale invece il ragazzo acqua e sapone come Nick, quale preferisse il barbuto e glaciale Kevin e chi l’esuberanza alternativa di Howie. Potenzialmente osservare i Backstreet Boys, per un bambino nel 1997, era come guardare le sue compagne di classe allo specchio, vederne i caratteri complementari, rovesciati, capirle un po’ meglio per poi decidere che per la sessualità era ancora presto, e che in due si poteva sempre giocare ai rigori.

bsb

Artista: Backstreet Boys

Brano: As Long as you love me

Album: Backstreet’s back

Anno: 1997

Febbre a Novanta #23

depeche

La carriera dei Depeche Mode è iniziata più di trent’anni fa. Di video e singoli più importanti, belli e incisivi di Useless ce ne sono tanti da farci un doppio cd. Ma per me loro sono questa canzone. Loro sono quella macchina gialla che arriva in una cava di pietra, solca una pozzanghera e si ferma, lasciandoli sfogare ai loro strumenti davanti al nulla che alla fine del video si scopre nulla non essere.

E’ così che sono venuto a conoscere un pezzo di storia della musica britannica e mondiale. Con l’arrivo di quella macchina gialla. Ogni volta che su MTV iniziava questo video davo alla macchina giusto il tempo di arrivare alla pozzanghera, poi cambiavo canale e cercavo altri video interessanti su TMC2. Sì, Telemontecarlo 2. Quella che un tempo si chiamava Videomusic. Quella dove c’era il Roxy Bar.

Ritrovai loro e questa canzone quando comprai POP MANIA 97.

popmania

Il destino mi diede diverse opportunità di apprezzare i Depeche Mode, ci riuscii solo nel loro terzo decennio di esistenza. Si cresce.

Cercavo una canzone di cui parlare e ancora il destino mi propone loro e questo video, questa canzone, una vera persecuzione che col passare degli anni è diventata sempre più dolce, fino a piacermi proprio. Scorrendo i commenti del video su YouTube, ecco la folgorazione; ecco la quadratura del cerchio; ecco il dettaglio che pochi colgono, che è macroscopico, ma che spesso sfugge all’osservazione dei più, rimane nascosto nel suo essere palese; ecco il commento che mi illumina:

Isn’t this the same location the Power Rangers used??

E d’un tratto, ricordo come le nostre vite siano cambiate il 24 febbraio 1994, dalla messa in onda della prima puntata dei Power Rangers. Quelli storici. Quelli veri. Quelli della serie Mighty Morphin. Jason, Zack, Kimberly, Trini e Billy, ai quali poi si aggiunge quel tamarro di Tommy. E basta, perché quando cambiarono gli attori, sempre all’interno della stessa serie, per me non fu mai più lo stesso.

Giocare ai Power Rangers in giardino con mio fratello e i nostri (più suoi che miei) amici riempì la mia infanzia. Forse per non più di un anno, eppure mi sembra che non ci sia mai stato altro oltre alle mie magistrali interpretazioni del cattivo di turno, che era destinato sempre ad essere sconfitto per far trionfare il Bene, ma che aveva un vantaggio per me irrinunciabile: quello di poter cambiare. Di non dover restare col costume dello stesso colore e con i soliti poteri, ma potersi inventare di volta in volta nuovi modi per diffondere il Male.

Il Cattivo, il Mostro, lì in giardino fui sempre e solo io. Perché ero il più piccolo. Perché ero il più fantasioso. Perché già allora vincere non mi interessava troppo. Perché in fondo mi piaceva.

Quando volevo fare l’eroe c’erano pur sempre i pupazzi dei Power Rangers con cui giocare e impersonare la giusta parte del mondo. Li possedevo tutti, e ricordo nitidamente il Natale in cui ricevetti in regalo il Power Ranger giallo, e non volevo credere che avessero voluto umiliarmi davanti a mio fratello e i miei cugini regalandomi il Power Ranger femmina. Ma che cosa potevano saperne i nonni che dietro alla tuta gialla si nascondesse Trini?

Già, Trini. Trini è morta, lo sapevate? Nella vita reale. Si è schiantata in macchina nel 2001. E’ morta anche Rita Repulsa, ma era vecchia, lo si poteva immaginare. Gli altri tirano avanti, fra un interesse e l’altro. Riguardare un episodio oggi, dopo tutti questi anni, fa sorridere per la finzione quasi parodistica dei combattimenti che tanto ci tenevano col fiato sospeso negli anni 90. Combattimenti che, è vero, si svolgevano in arene desolate simili alla cava dove Dave Gahan e soci cantano in questo video.

Wikipedia è dissacrante da questo punto di vista, e l’ho già appurato la settimana scorsa. Uccide a sangue freddo il mito con una facilità e un cinismo che anni e anni di crescita non sono riusciti a scalfire. Questa pagina racconta tantissime verità scomode sul telefilm che più di ogni altro ha forgiato la mia concezione di Bene e Male da bambino.

Siete sicuri di volerla leggere?

Artista: Depeche Mode

Brano: Useless

Album: Ultra

Anno: 1997

Febbre a Novanta #11

 

Concediamoci un po’ di banalità. E’ il 3 gennaio, stiamo per lasciarci alle spalle uno dei periodi più banali dell’anno: il Natale della disperata ricerca di un regalo originale in posti banali; il Capodanno della disperata ricerca di una notte indimenticabile in un contesto banale.

Per una rubrica che si addentra negli anni ’90 non c’è capitolo più banale di quello che parla degli Aqua.

***

Una cosa che non facciamo più è andare, il giorno di Natale, a prendere i regali dalle Zie Ricche nella Bella Casa del Centro. Per diversi motivi, che hanno tutti a che fare con il Tempo Che Passa. Ma una volta lo facevamo, e lo abbiamo fatto anche nel 1997.

Il decimo Natale della mia vita non fu importante solo per il passaggio alla doppia cifra. Fu una questione di maturazione, di prime pallide tracce di caratteristiche che mi accompagnano ancora oggi. A Natale si sperava sempre in tot giocattoli; un paio di imprescindibili, fortemente richiesti per mesi, gli altri andavano bene lo stesso, bastava che ci fossero. Quando ai miei genitori sembrò di capire che desideravo il cd degli Aqua più di qualsiasi altro oggetto per quel Natale, si guardarono compiaciuti, un po’ come se fossi stato femmina e mi fossero venute le mestruazioni.

Ma la sera della vigilia da mio cugino non arrivò. La mattina del 25 a casa mia nemmeno. Tirai un sospiro di sollievo, e qualche salto di gioia solo il pomeriggio, dalle Zie Ricche nella Bella Casa del Centro. Aquarium accompagnò gli ultimi giorni di quell’anno e quasi tutti quelli dell’anno successivo. Lo riversai su nastro praticamente a tutta la mia classe delle elementari, compresa La Ragazza Che Aveva Già Le Tette, che io però amavo già da tre anni, prima che le spuntassero e che tutti si accorgessero delle sue tette e di lei. La sua preferita, fatalmente coincidente con la mia, era Roses Are Red, il singolo che li aveva resi delle star in patria l’anno prima, nonostante un video a tratti amatoriale.

Procurare a tutti la musica più alla moda non fu sufficiente a conquistare lei, ma perlomeno mi bastò ad acquistare un ruolo degno di rispetto fra i miei compagni.

Tramite le melodie irresistibili dei danesi la musica stava per la prima volta scavandosi un ruolo molto importante nella mia vita e nella mia personalità; si sarebbe presto arrivati, forse prima dell’approdo alle medie, ad un punto in cui io, senza la musica, sarei tornato ad essere niente.

Tuttavia peccai di immobilismo. Per tutto il periodo delle medie, l’idea di fare il grande salto, passare dall’altra parte, di cominciare a produrre musica, di cominciare a suonare, si fece più insistente e ghiotta. Non so perché ritardai tanto; forse l’essere rimasto chiuso nel Piccolo Paesino Di Periferia, senza aver ancora scoperto il Centro, non mi dava la lucidità di prendere una decisione e non mi avrebbe dato comunque l’occasione di dimostrare qualcosa a qualcuno. Fatto sta che quando presi in mano la mia prima batteria, e successivamente la mia prima chitarra, le medie stavano finendo, la Ragazza Che Aveva Già Le Tette ora le aveva molto più grandi e passava da un Ragazzo Grande Col Motorino all’altro, presto ci saremmo iscritti a due scuole diverse e io non avrei mai più potuto suonarle nulla per farla cadere ai miei piedi. Sarei sempre rimasto uno che doppiava le cassette, non una promettente rockstar.

Sempre per una questione che ha a che fare con il Tempo Che Passa, passai a duplicare ad altre persone musiche più dure di quelle degli Aqua, che dopo un pallido ritorno sparirono in un decennio che non li capiva più.

Gli Aqua, più di ogni altro nome degli anni 90, furono figli e padri del loro tempo perché giocarono come se non ci fosse un domani, perché infilarono il sesso nei giocattoli (Barbie Girl) e nelle caramelle (Lollipop), perché si colorarono di quei colori, nitidi come un Crystal Ball, che negli anni zero si sono sbiaditi, perché incantarono il mondo con melodie europop e un incrocio di voci azzardato ma efficacissimo, perché Soren il biondo si impaccava i capelli di gel per farsi Gli Spuncioni come ho fatto io nel vano tentativo di conquistare la Ragazza Che Aveva Già Le Tette.

aquaOggi Gli Spuncioni non se li fa più nessuno, vanno di moda le piastre.

Oggi la Ragazza Che Aveva Già Le Tette non la vedo più, perché forse non esiste più, è diventata una Ragazza Con Le Tette; ne conosco tante. Averle negli anni 90 era diverso.

Gli Aqua sono come quelle tette: non hanno senso al di fuori degli anni 90. E in questo, come nelle tette, mi pare che non ci sia proprio nulla di banale.

Artista: Aqua

Brano: Roses Are Red

Album: Aquarium

Anno: 1996

Negli anni 00 perde ogni senso

Febbre a Novanta #03

 


So che mi capiterà di dirlo un sacco di volte fino all’ultima puntata di questa rubrica, ma per me questa canzone E’ gli anni Novanta. Per il semplice motivo che ne incarna la più significativa differenza con gli anni zero.

Nel 1997 ero uno degli ultimi che passavano pomeriggi a registrare canzoni dalla radio su musicasette. Una pratica che non ha nulla di nuovo per molte generazioni, che è scomparsa con la mia, e che probabilmente per le successive è pura fantascienza, quasi inconcepibile.

E così, senza dovermi per forza comprare i Festivalbar blu e rossi, ottenevo lo stesso risultato con lo spiacevole ma sopportabile taglio degli inizi e dei finali delle canzoni, non appena la voce del dj si sovrapponeva in onda.

Ma non fui mai contento delle mie compilation (a proposito, sapete che questa parola non esisteva prima di Cecchetto?).

Mancava lei. Mancava Your Woman. E il fatto di non essere mai venuto a sapere di chi fosse e come si chiamasse rendeva la mia eterna ricerca di quel motivetto più epica, disperata e dall’esito sempre amaro. Ogni volta che la incontravo nell’etere non ero mai armato del mio registratore, e il dj non la nominò mai.

Finché quell’estate passò, fu dimenticata, e con essa la canzone. Io non me la scordai mai, rimase una ferita aperta.

Un giorno mi svegliai nel 2009, rendendomi conto che il mondo non era più quello di 12 anni prima; adesso c’era internet. C’erano siti che riportavano classifiche vecchie anche di dieci anni, c’era YouTube che permetteva di ascoltarle facilmente senza doverle scaricare, c’era il file sharing, il peer to peer e il torrent per scaricarle in men che non si dica.

Dopo una dozzina di tentativi finalmente la ritrovai, ma la felicità svanì in fretta. Perché forse la cosa più bella di questa one hit wonder di White Town era proprio il suo sfuggirmi dalle mani. Ora che la ascoltavo in loop per rifarmi del tempo perduto, vedevo paradossalmente i miei ricordi farsi sempre meno vividi.

Negli anni Novanta spesso sognavo di costruire una macchina diabolica, una specie di Jukebox dove digitare qualsiasi canzone esistente e poterla avere e ascoltare a mio piacimento. Uno dei pochi desideri fantascientifici che ho visto avverarsi nella mia vita.

Quasi non me ne sono accorto.

Artista: White Town

Brano: Your Womanwhitetown

Album: Women in Technology

Anno: 1997

Negli anni 00 si evolve in: Cut/CopyHearts on Fire

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