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Febbre a Novanta #59

Guardando la gente in autobus a un certo punto della mia vita ho notato come tutti i reietti della società, quelli che di solito si siedono contromarcia, stanno scomposti con una gamba ad ostacolo che dà indolente sul corridoio e guardano un punto imprecisato del pavimento, vestono tutti Sergio Tacchini. Io avevo un marsupio Sergio Tacchini.

A Natale del 1998 io e mio fratello, all’epoca 11enne io e 14enne lui, uscimmo un pomeriggio in giro per il nostro comunelimitrofo al comune di Padova e battemmo la nutrita fauna locale di negozi; le cose 15 anni fa funzionavano un po’ diversamente in un comunelimitrofo, il nome del negozio contava poco, di solito altro non ti diceva che il cognome di colui che stava alla cassa; più spesso era seguito dal sostantivo che descriveva l’area tematica di quello che avresti potuto comprare. Non c’erano H&M, Jules, Sergio Tacchini, Decathlon, McDonald, Swarovsky e tutti gli altri nomi di brand che caratterizzano gli ingressi dei centri commerciali, e li fanno assomigliare ai campanelli di una residenza Erasmus. Per chi fino a poco tempo prima coltivava i campi e viveva in simbiosi col letame, le insegne dovevano parlare chiaro, il commercio si doveva distribuire per temi a compartimenti stagni, senza far perdere tempo con eccessiva scelta a chi era fermo al sistema del droghiere/panettiere/tabaccaio. E quindi sulle insegne si leggeva Gianfranco Marcato Arredamenti / Gomiero Mangimi / Scolaro Fornaio / Tognon Ferramenta / Abbigliamento Tosato, e altre antichità simili. Insomma, se volevi vendere dovevi metterti d’accordo con chi già lo faceva, trovare il tuo spazio e non confondere troppo il popolo, che non aveva tempo per collegare un marchio a quello che commerciava.

Dicevo, girammo un pomeriggio per questi negozi, esplorando tutto il commerciabile in sequenza, quasi in un’esperienza semplificata di quello che sarebbe stato un normale pomeriggio di shopping nelle nostre vite successive e attuali. Finì che comprammo non ricordo che cosa a mia sorella, che al tempo aveva 6 anni. Poi entrammo in tabaccheria e regalammo a mio padre due accendini bic con una carta geografica antica come motivo. Mio padre non fumava più già da quasi 20 anni. Infine, al “negozio di sport” del comunelimitrofo, quello in cui comprai il mio paio di guanti Reusch di cui ho parlato qui, comprammo a mia madre un costosissimo completo felpato di Sergio Tacchini. In pratica la cosa più lontana dallo stile di mia madre, che odia lo sport anche solo come concetto, e i completi ama assemblarseli da sola provando una soddisfazione proporzionale alla lontananza in chilometri dei luoghi in cui ha scovato i due elementi abbinati. Scartando il regalo sorrise quasi imbarazzata, emozionata; forse erano i nostri primi regali autonomi. Forse io avevo scoperto che Babbo Natale era una fregnaccia solo l’anno prima. Fu uno dei Natali più belli che ricordi, forse anche l’unico in cui affrontai la questione regali con una precisione scientifica che però non prevedesse alcuno stress, e certamente fu l’ultimo in cui pensai che in fondo tutto quello di cui avevo bisogno si trovava nel mio comunelimitrofo. Quell’anno, nei negozi, Believe di Cher era ovunque. Soprattutto in quei negozi che non si capiva bene cosa vendessero, e che prima non c’erano. I negozi di telefonia. Difficile capire come una linea telefonica potesse essere comprata in un negozio, e perché scegliere una invece che l’altra.

Io per il mio telefono cellulare avrei dovuto aspettare ancora molto tempo, ma se ce l’avessi avuto nel 1998 avrei certamente preso la scheda omniTel, perché ero innamorato di Megan Gale come se ne può innamorare un undicenne che ha appena capito cosa significa essere “eccitati” nel senso di sentire degli strani movimenti lì, causati dalle goccioline di sudore sulla pelle olivastra di un’australiana con gli occhi più verdi che tu abbia mai visto, verdi come il logo omniTel.

Oh che sciocca, ho scordato il reggipetto!
Oh che sciocca, ho scordato il reggipetto!

La canzone di sottofondo vale a Cher il poco lusinghiero record di cantante più anziana mai stata alla numero uno di una classifica. Aveva 53 anni, ed era già alla terza o quarta reinvenzione della sua carriera. Di lì a poco Megan Gale avrebbe finito per rompere i coglioni, dopo avermeli svuotati diverse volte in cui mi ritiravo in privato con le sue foto scaricate da internet. I video degli spot erano ancora troppo onerosi per la mia connessione a 56k appena attivata. Ci sarebbero stati due cinepanettoni, un Festival di SanRemo, lo switch ominTel->Vodafone. Anni in cui mia madre, senza mostrare alcun segno di squilibrio mentale, mise molte volte il completo di Sergio Tacchini, sempre in casa, ma lo mise spesso e volentieri, di quel volentieri tipico del rapporto tra genitore e figli che meglio non saprei e nemmeno vorrei definire, perché tutti, chi più chi meno, ne hanno un’idea piuttosto precisa in testa.

Febbre a Novanta #57

newradicals

Il Centro Giotto ha aperto a Padova nel 1989, e si vede. Ha ancora le scale mobili classiche, quelle a gradino che dei disabili si fanno un baffo, in cui per salire e prenderle giuste devi calcolare la gittata delle tue mosse, un po’ come si fa quando si prende lo skilift. Ha una pianta caotica e che rende più o meno qualsiasi posto irraggiungibile, se vai a colpo sicuro cercando un solo negozio perché hai fretta. E l’unico divertimento presente all’interno è una giostrina per bambini di quelle che annoiano pure i bambini stessi. La struttura è ormai fatiscente e abbandonata a sé stessa, quasi archeologia commerciale. Gran parte della gente che ci va adesso non è lì per comprare, ma vendere, o semplicemente far passare il tempo. Ha il parcheggio sotterraneo, il parcheggio sul tetto, il parcheggio fuori al pianoterra, su cui non va nessuno perché è da sfigati. C’era Spizzico una volta. Faceva veramente cagare. Ma proprio tanto. Ma era l’unico a Padova, mi pare, e ci andavano tutti.

Negli ultimi dieci anni a Padova hanno aperto altri centri commerciali, tutti più belli, accoglienti e a misura d’uomo del Centro Giotto, che ormai è soltanto un luogo abbietto superstite e testimone di un’epoca che non c’è più. In questi posti principalmente si mangia e si passa il tempo, con la scusa di comprare qualcosa, o guardare semplicemente qualcosa che si vorrebbe comprare. Il consumo non è più la cosa più importante. Infatti io al Centro Giotto, al di là del fatto che quando ero ragazzino era poco raggiungibile, ci andavo poco. Preferivo l’Emporium.

L’Emporium era una galleria di negozi/posti-in-cui-ci-si-divertiva in Corso del Popolo, la grande via che parte dalla Stazione e va verso il centro storico e Prato Della Valle. C’era il SEGA Planet, il Virgin Megastore, un centro benessere e una profumeria. Ah, e Spizzico. La prima volta che ci andai fu qualcosa di simile alla classica gita di iniziazione che si vede nelle commediole americane per ragazzi. Tre sfigati con zainetto in spalla e giaccaavento che prendono l’autobus per attraversare il confine del piccolo comune ed esplorare la città vera e propria. Qualcuno di noi, non ricordo chi, sapeva la fermata, ma non come arrivare dalla fermata alla sala giochi, perché era quello il nostro obbiettivo, avevamo la tasca piena di monete come quando andavamo a fare scherzi telefonici dalle cabine. Scendemmo, ma fummo troppo orgogliosi per chiedere informazioni, così andammo a naso. Andò più o meno così:

emporium

Arrivammo alla Sala Giochi dopo circa due ore in cui avevamo affrontato la nostra prova di maturità nella città di cui, in fondo, eravamo abitanti già da dodici anni. Vedemmo le piazze, il centro pieno di ragazzi il sabato pomeriggio, ai nostri occhi anche piuttosto minacciosi; in Prato della Valle c’era il mercato. Io comprai una maglietta della Juventus di Del Piero. Un taroccone mai visto.

Al Sega Planet mi sputtanai non so quante migliaia di lire; la truffa era che per far andare certi giochi ci volevano due monete. C’era il gioco dei rigori in cui dovevi calciare una palla vera, e il resto lo faceva il computer. C’era sempre una fila gigantesca, e peraltro inutile perché ci giocava il più grosso, sempre. Finiti i gettoni uscimmo, e fu allora che vidi di fronte a me l’entrata del Virgin Megastore. Era il 1999, avevo appena iniziato a comprare dischi, prima me li facevo regalare in quelle 3-4 occasioni all’anno in cui mi si doveva fare un regalo. Fino ad allora i dischi andavo a vederli dal fotografo del mio paese, quello che mi faceva le fototessere; aveva anche un piccolo scaffale di Cd, ce ne saranno stati credo una cinquantina in totale, e io andavo a vedermeli ogni 10 giorni, per vedere se trovavo qualcosa di figo magari visto su MTV, e il più delle volte me ne tornavo a casa a mani vuote. Continuavo a vedere quel cazzo di disco con scritto Profilattika, che mi sembrava una band metal dai temi sessuali, invece era questa roba qui. Vedere quello sterminio di dischi al Virgin e trovarci tutto ciò che avevo per mesi cercato invano nel mio paesino fu uno shock che ad un tratto mi fece sembrare i videogiochi la cosa più stupida del mondo e i miei amici che mi aspettavano fuori sbuffando come un marito sbuffa alla moglie davanti alla vetrina del gioielliere dei perfetti cretini ignoranti.

Finì la scuola, passò l’estate, sembrò un’eternità e invece furono poco più di tre mesi; uscii sempre meno con quei due, andai sempre meno al Sega Planet, andai sempre più spesso al Virgin. Entro settembre ero un ragazzo problematico che ogni sabato pomeriggio prendeva l’autobus, andava al Virgin, prendeva 5-6 dischi dagli scaffali e se li ascoltava alla postazione apposita, uscendo con uno solo di questi, perché trentamilalire alla settimana un tempo le potevo spendere.

Non litigai mai davvero con quei due, semplicemente prendemmo le distanze.

Non era poi così grave, tanto ci si trovava sempre dopo, per una pessima pizza da Spizzico, che resistette molto più a lungo del Virgin, del Sega Planet, di molte cose, finché non cedette e se ne andò sia da lì che dal Centro Giotto, pochi anni fa.

Febbre a Novanta #56

aceofbase

Non è bello quando un seme viene piantato nella terra, innaffiato, curato, osservato, finché comincia a germogliare, a far nascere dapprima un piccolo arbusto, che poi genera le foglie, cresce cresce cresce fino a diventare un maestoso albero? Non trovate fantastica la natura, il perpetuarsi della vita, gli alberi?

Io no, un cazzo.

Gli alberi sono stati un’orrenda arma a tradimento messa sul tavolo dalle vecchie megere del mio palazzo. Ho già parlato diffusamente della mia passione per il calcio; ho già spiegato i molti modi in cui con gli amici trovavo il modo di praticarlo; ho sicuramente già anticipato di come si svolgevano epiche partite nel mio giardino. Perché il mio giardino era fatto apposta, con buona pace delle vecchie del terzo piano. E’ un’enorme area di verde e d’asfalto tra ben 5 condomini; e in particolare, c’è un rettangolo rialzato d’erba, facciamo di 40 metri per 30. Se ciò non fosse abbastanza, ha quattro alberi disposti a coppie, allineati, sui lati più corti. Due fottute porte da calcio.

Sì ecco poi c’era qualche cespuglio qua e là, ma niente di serio. Il centro del campo era tutto sgombro, perché alla fine un campo era. Non era colpa nostra, la natura aveva voluto così.

Eravamo degli animali; spaccavamo tutto. Bombe addosso agli alberi che staccavano sedici generazioni di foglie; pallonate devastanti su automobili, portoni, terrazze, garage, a volte persino tetti. Luca del palazzo 18 la tirò sul tetto una volta, e restò lì. Fu il re del giardino per almeno una settimana.

La vecchia del secondo piano, quella che aveva uno yorkshire dal nome vichingo Halar (!!!) che terrorizzava i bambini (anche questa l’ho già detta sì), rompeva tantissimo i coglioni sulle piante. Arrivò addirittura a mettere dei rami strappati davanti al nostro garage come per dirci “guardate cos’avete fatto, assassini”. Mia madre s’incazzò tantissimo, perché quella volta, incredibilmente, non eravamo stati noi. La vecchia stronza era fascista. Alternava momenti di tenerezza da nonna premurosa a momenti di follia infanticida che facevano veramente dubitare della sua personalità deviata. Giravano anche certe leggende in torno al fatto che desse la Peroni da bere al cane, cosa che lo rendeva ancora più famelico e bastardo. Non so ancora oggi contare quante domeniche il piccolo botolo mi abbia svegliato abbaiando alle otto di mattina nel giroscale, senza che nessuno mai capisse che cazzo aveva da abbaiare. L’altra vecchia, quella del terzo piano, era una specie di maschio alfa dominante con lunghi capelli bianchi e faccia da veneta saccente, di quelle che per intenderci moriranno votando Berlusconi. Arrivava con l’auto, una panda bianca, davanti al cancello elettrico, suonava il clacson e faceva fare ogni volta tre piani di scale per farsi aprire al povero marito ingobbito e triste, che probabilmente provato da una vita intera con lei aveva perso qualsiasi facoltà decisionale, ed era diventato una specie di maggiordomo di Lara Croft, quello che chiunque abbia giocato a Tomb Raider III si divertiva a rinchiudere dentro la cella frigorifera: un corpo semovente, lento e muto. Credo sia morto da molti anni. Se n’è andato con lo stesso fragore con cui aveva vissuto.

Un inverno, senza che ce ne accorgessimo bene, le due vecchie in combutta fecero piantare alberi e cespugli in mezzo al nostro perfetto campo da calcio. Prima che arrivasse la primavera, era già impraticabile per le nostre consuete partite. Finiva un’epoca di scontri leggendari. Non eravamo ancora abbastanza cresciuti per potercene fare una ragione. I nostri genitori si rassegnarono e non combatterono una battaglia che noi invece volevamo fortemente. Forse il fatto che non avremmo più potuto nuocere alle vecchie sollevava anche loro. Non fu poi male dover uscire dal giardino per cercare di fare sport. Per il calcio e la bici non si cresce mai abbastanza, per nascondino e guardie e ladri avevamo già perso troppi denti da latte. Il verde del nostro condominio conobbe da allora un periodo di quiete come non succedeva da anni. Vinsero loro.

Il tiranno del terzo piano, anche se vedova, è ancora viva, è ancora uguale a un tempo. Neanche mi saluta.

La vecchia del cane, lei è morta. E’ morto prima il cane, ne aveva comprato un altro dello stesso tipo, dal nome più convenzionale e meno mitologico di “Bubi”, ma non è riuscita a goderselo molto. I bambini con cui giocavo in giardino francamente ora non so dove siano.

Quanto a me, oggi durante il pranzo pasquale sono uscito in terrazza per buttare nell’umido i resti del mio piatto. C’era il sole, non si vedeva da tre settimane. Ho sentito un pallone rimbalzare, ho guardato giù e dietro agli alberi sono riuscito a scorgere due bambini che giocavano a calcio. Non ho idea di chi siano.

Febbre a Novanta #47


Quel Natale, quello in cui mio fratello ricevette In Utero, io ricevetti Post Orgasmic Chill degli Skunk Anansie. Lo avevo puntato da qualche mese nei negozi di dischi, ma alla fine compravo sempre qualcos’altro. Qualcosa con cui andare sul sicuro. Un gruppo con tre brutti ceffi e una cantante pelata comportava diversi rischi; avevo sentito alla radio Secretly, la passavano anche su MTV, c’era una scena gay piuttosto imbarazzante, ogni volta che qualcuno della mia famiglia mi sorprendeva a guardare il video di Secretly in TV cambiavo canale, come se non mi interessasse, finché rimaneva nella stanza. E’ un po’ quando guardi i film con i tuoi e ci sono le scene di sesso.

Poco prima avevo comprato una compilation dal titolo improbabile di All the Hits Now! La traccia di apertura era Charlie Big Potato.

Charlie, grossa patata.

Un pezzo heavy. Dannatamente heavy. Poco a che fare con Secretly. Un video cupo, spaventoso. Mi sfuggiva il bandolo della matassa. Cos’erano questi Skunk Anansie? Un gruppo cattivo, sporco e senza peli sulla lingua? O un gruppo che amava le ballad a tutto spiano? Io alle ballad non ero pronto. Sì a Secretly sì, a un intero disco di ballad no. Venivamo da un anno di Titanic. Da un anno di Celine Dion. Da un anno di My Heart Will Go On a tutto spiano su ogni circuito di diffusione possibile: radio, televisione, negozi, cinema. Dovunque quella cazzo di canzone. Basta, col miele.

Ascoltai quel disco più di ogni altro per quasi un anno. Un disco facile, se ci ripenso adesso; eppure così ben costruito. A rianalizzarlo adesso la raffinatezza e la cura con cui fu confezionato mi appare sempre più chiara; gli episodi più smaccatamente pop sono pregiati, c’è un impianto rock consapevole che mi spiazza ogni giorno di più. Io non ero affatto pronto per gli Skunk Anansie quando li ascoltavo a ripetizione. Non capivo, e non potevo capire, che stavo ascoltando un disco che non mi avrebbe stufato mai, pur diradando sempre più gli ascolti.

Durante il pranzo di Natale, mia zia, quella che me l’aveva regalato, quella un po’ più attenta ai miei gusti musicali, quella che ascoltava Alanis Morrisette, scherzava sui titoli che ci aveva comprato al negozio di dischi: In Utero, Post Orgasmic Chill, titoli spregiudicati, quasi scandalosi.

“Perché? – mi affrettai a chiedere giusto così per provocare un po’ di imbarazzo, lo stesso che rifuggivo quando capitavano scene di sesso in tv- che significa Post Orgasmic Chill?”skunk

Mi rispose qualcosa come “Quando sarai più grande lo capirai”. E io non avevo mai scopato, ma sapevo l’inglese.

Artista: Skunk Anansie

Brano: Secretly

Album: Post Orgasmic Chill

Anno: 1998

Febbre a Novanta #44


La notizia cominciò a spargersi in mattinata, a scuola. Mirko, il bullo della scuola, quello col motorino più grosso e più nero, quello che aveva avuto tutte le ragazze sia del comune che delle frazioni, quello che parlava talmente male che non si capiva mai quello che diceva, ma nessuno tuttavia osava dirgli proprio un cazzo, Mirko, lui, la sera prima si era spaccato un dente sugli Autoscontri Grandi, e per questo oggi non c’era, al secondo giorno del suo secondo anno di terza media.

La notizia attraversò il giardino durante l’intervallo e tutti si sentirono come se il nemico avesse sfondato al fronte e stesse per dirigersi senza ostacoli verso la città. Non fu solidarietà o pena, almeno non la mia. Io odiavo Mirko. Arrivava al campetto e ci cacciava per giocare con la sua compagnia di orsi, incapaci di parlare anch’essi e tantomeno di incutere timore; i classici scagnozzi come si vedono nei film; ma bastava lui, purtroppo per noi, e ce ne dovevamo andare sulla polvere.

Era un bocciato e se la prendeva coi secchioni. Il bello è che vinceva lui, e le professoresse non facevano valere abbastanza quella che era la giustizia ideale. Avrebbe meritato punizioni corporali, castighi dietro alla lavagna, orecchie da asino. Tutte cose che a scuola non vidi mai. Leggevo dei fumetti troppo vecchi. E va bene la riforma scolastica e l’Unicef, ma lasciare un teppistello spadroneggiare così non era di certo la soluzione.

Io ero più piccolo di lui, di due o tre anni forse. Probabilmente se non l’avessero bocciato diverse volte non l’avrei mai conosciuto. Del resto, così era: non credo lui sapesse chi fossi, non se la prese mai con me direttamente. Ero semplicemente fuori dal suo mondo.

Da parte mia era diverso: la sua fama lo precedeva, le sue imprese, più spesso malefatte, erano sulla bocca di tutti; lo osservavo da lontano, durante gli intervalli, col suo comportamento sopra le righe e impossibile da non notare. Pareva un gabelliere fra il popolo impaurito. Incuteva timore, timore e odio.

D’un tratto me lo immaginai a letto premersi una borsa di ghiaccio sulla guancia, con l’espressione sofferente, finalmente piegato da una vita che lo aveva sempre visto dalla parte dei più forti. Cercai anche di immaginarmi l’incidente che lo aveva reso mansueto. E il conducente dell’autoscontro che lo aveva centrato e ridotto così, chissà quali minacce aveva ricevuto, chissà quale punizione esemplare doveva spettargli, una volta guarita la bocca di Mirko. Chissà se era colpa sua o di Mirko. Non sarebbe cambiato nulla lo stesso, Mirko aveva sempre ragione, e se aveva torto rimediava con le cattive.

Ma adesso era KO, il mostro era caduto e ancora non si era rialzato, a scuola quella mattina si respirava un’aria di paura per la forza ingovernabile degli Autoscontri Grandi, mista a sollievo per essersi levati dalle palle, almeno per un po’, un despota assai scomodo.

La sera sarebbe stata la sera conclusiva della sagra, e con Mirko a letto si preannunciava una serata unica. Saremmo tutti stati più liberi di spadroneggiare, meno esposti alle prepotenze, perché i suoi amici senza di lui erano poca cosa, non erano in grado di imporsi. E poi anche noi stavamo crescendo, cominciavamo a imparare come farci rispettare.

Ero sugli autoscontri, partì Life di Des’ree, che quella primavera aveva polverizzato ogni record. Mi piaceva quella canzone, mi dava un gran senso di libertà, unita alla consapevolezza che le braccia prepotenti di Mirko erano sgonfie e altrove. Seduto sull’autoscontro, mentre un mio amico guidava, mi rilassai un attimo per canticchiare e godermi quel momento perfetto in intimità e cristallizzarlo in eterno. Feci appena in tempo. Tornai alla realtà avvertendo un lancinante dolore al ginocchio. Eravamo finiti addosso a un Autoscontro, nulla di particolare, ma alienatomi per quel mezzo secondo fui colto di sorpresa. Avevo sbattuto la rotula sul ferro del volante.

Faceva male.

Mirko si era vendicato su di me. Senza mai avermi conosciuto.

 desree

Artista: Des’ree

Brano: Life

Album: Supernatural

Anno: 1998

Febbre a Novanta #37

Torno da una settimana di silenzio perché ho affrontato una delle sessioni di esami più stressanti della mia vita. Non tanto per la reale difficoltà delle prove, o perché l’estate l’afa il caldo la cappa la macchina senza aria condizionata la biblioteca le mani sudate sul tavolo le bibite calde nelle macchinette rendano tutto più pesante; quanto perché dopo cinque anni lisci come l’olio, ero nel mezzo di una piccola crisi. Sessione invernale in cui ho maturato sei miseri crediti, e incombenza della laurea che comincia a farsi sentire, con tutto ciò che questo comporta, specie dal triste profilo monetario. E le notti in bianco per il troppo caldo, l’impossibilità di svegliarsi prima delle undici, ed essere operativi prima delle tredici quando ormai è ora di pranzo, quindi apertura del libro rinviata alle quindici circa. Crollo di fiducia in sé stessi, perdita di riferimenti, cacca liquida nei boxer.

Sono le strane estati dell’universitario. Certo migliori di quelle del metalmeccanico. Di sicuro peggiori di quelle dell’undicenne del ’98. Deluso dal mondiale di Francia, non mi restava che riempire la mia estate con quel che ne rimaneva. Negli anni ’90 l’estate iniziava a giugno, faceva sempre bel tempo tranne la settimana di ferragosto e soprattutto il tg2 faceva un servizio sul gran caldo solo una volta al mese, quando effettivamente poteva essere una notizia. Le scalette si riempivano con i servizi veri.

Il bel tempo mi permetteva di scorrazzare per il mio Comune Limitrofo con la bicicletta. Ero ancora per le Mountain Bike; conferivano un’aria più aggressiva e sportiva, erano immensamente scomode ma io non lo sapevo ancora, perché non ero mai salito su una bici “da femmine”, come la chiamavo al tempo. Negli anni ’90 o avevi la Wild Wind oppure eri una merda.

Io ero una merda.

Mio fratello aveva la Wild Wind. Con i corni. I corni sul manubrio. Cazzo quanto spaccavano i corni sul manubrio. Ricordo ancora il viaggio che facemmo in bici io, mio padre e mio fratello per andare a farci montare i corni. Era per il compleanno di mio fratello, ma io ovviamente con una frignata provvidenziale ero riuscito a strappare la promessa di farmeli montare anch’io. Facevo sempre così. Rompevo sempre i coglioni al festeggiato di turno, e spesso ottenevo un regalo fuori stagione. Più spesso ceffoni. Mio fratello non diceva mai niente, non si arrabbiava mai. Gli importava solo di averlo lui, se poi lo davano anche a me non era geloso.

Dopo una lunga pedalata per la strada verso Bragni (mi pare di ricordare, ora che ci passo; al tempo lo ignoravo completamente), arriviamo dal biciclettaio. Monta dei bellissimi corni d’acciaio a mio fratello. Io volevo quelli curvi, quelli che proprio sostituivano le manopole del manubrio e non erano solo delle appendici. Li trovavo più regali, mi ricordavano l’eleganza di un cervo. Niente. Non li avevano. Tornai a casa senza. Frignando, delusissimo. Mio padre si arrabbiò. Poche volte lo vidi così arrabbiato. Neanche; più infastidito.

Erano gli anni in cui sopra alla BMW di mio padre avevamo montato i portabiciclette, e potevamo permetterci di portarle dovunque. Mia sorella era ancora troppo piccola per poterla usare. Due ci stavano comode. Dalla mia casa in montagna si vedeva un monte spelacchiato e verde, e una casa grande e con tre finestre, desolata lì sulla cima, in mezzo a un prato. La osservavo sempre, sperando di coglierci un segno di vita, vedere una delle finestre aprirsi. Sembrava così lontana. Un giorno mio padre mi disse che vi saremmo andati in bicicletta. Pensai che fosse pazzo, che fosse un’impresa impossibile, ma subito dopo la realizzabilità di quell’impresa (se lo diceva il papà…) ebbe il sopravvento su ogni mio timore.

Tornammo indietro, dopo meno della metà della strada, per colpa di miei insistenti capricci per la fatica e la stanchezza. Ancora una volta le mie gambe mi avevano riportato sulla terra. Mio padre si arrabbiò. Poche volte lo vidi così arrabbiato. Neanche; più infastidito.

Al mare, al solito campeggio al Lido Cavallino non andò meglio. Andai a fare la doccia in bicicletta. Mentre tornavo, la cintura dell’accappatoio si infilò fra i raggi della ruota, persi il controllo della bici proprio nel momento in cui un bambino tedesco decise di attraversare incautamente la stradina: lo centrai in pieno col manubrio sulla pancia. Si mise a urlare, arrivò la madre. Cercai di spiegarmi al limite delle lacrime dicendo che mi dispiaceva. Ovviamente non capiva un cazzo, ma mi faceva segni di andare pure che era tutto “Okè, okè, okè, okè”. Non dimenticherò mai quella cantilena. Corsi in tenda in lacrime, convinto di aver rovinato le vacanze e forse la vita a un povero bimbo tedesco. Mio padre non si arrabbiò.

Nell’agosto del 1998 mio fratello compiva 14 anni. Secondo la legge poteva quindi guidare il motorino. Se ne interessava già da mesi, faceva giri nei motorini dei suoi amici. Usciva sempre più spesso coi suoi amici che con me. Una volta stavamo giocando a basket nel cortile, io mi ero stancato e volevo tornare di sopra, lui per convicermi a restare mi disse “Guarda che queste sono le ultime volte che giocheremo insieme”. Restai a giocare finché non si stancò lui.

Ormai stava mollando gli ormeggi. Era riuscito a farsi regalare l’SR Aprilia. Girava in motorino, usciva con gli amici. Lasciò in garage la splendida Wild Wind grigia e nera con i corni e i cambi Shimano; non la usò più perché ormai non gli serviva. Me la lasciò volentieri, quasi come un risarcimento della sua compagnia che avevo perso. Fu un’estate agrodolce. Di lì a poco avrei cominciato a usare bici scassate e vecchie ma molto più comode, per affrontare tragitti più lunghi, per uscire anche dal mio Comune Limitrofo. Avrei percorso distanze che avrebbero fatto impallidire quella per arrivare alla Casa Desolata Con Tre Finestre Sul Monte Dirimpetto. Sarei diventato talmente bravo da non cadere mai più, non fare più incidenti e non investire mai più nessuno. La Wild Wind la usavo ogni tanto, per le occasioni più importanti, o per fare veloce. Il 1 giugno del 2005 mi trovai con la mia fidanzatina in Piazza delle Erbe. Vi rimasi poco più di mezzora, il minimo della mia storia. Di solito vi rimanevo ore. Quando tornai al portabiciclette trovai solo una ruota. Mio fratello non si arrabbiò.gazzefabi

Artista: Max Gazzé/Niccolò Fabi

Brano: Vento d’estate

Album: La favola di Adamo ed Eva

Anno: 1998

Febbre a Novanta #36

Mio padre è nato nel 1953. Se non sbaglio, dunque, nel 1970 aveva 17 anni. Un’età più che giusta per godersi le gioie e le amarezze sportive del mondiale messicano. Nell’82 ne aveva 29. Sposato da due anni, ancora senza figli, adulto ma ancora abbastanza giovane per poter fare festa e suonare tutta la notte il clacson della sua Fiat Ritmo dopo il trionfo al Santiago Bernabeu. Gioie calcistiche, cose che le donne non potranno mai capire, un po’ come noi non potremo mai capire il malumore che le tortura in Quei Giorni.

Il mio approccio alle passioni che mi accendevano è sempre stato storiografico, diacronico. Se una cosa mi piaceva volevo sempre saperne il passato, i cenni storici. So più o meno tutto di calcio, dagli anni ’60 in poi. Compravo in edicola gli inserti speciali della Gazzetta dello Sport, ogni tanto facevano uscire delle videocassette. Ne avevo una sulla storia della Coppa dei Campioni, realizzata nel 1996 proprio mentre la mia squadra del cuore stava compiendo la marcia trionfale che l’avrebbe portata a vincerla. La sequenza di chiusura è il gol della semifinale con il Nantes segnato da Michele Padovano.

Poi ne avevo una sulla storia del calcio mondiale in generale da Helenio Herrera al 1997. Imparai quasi tutto da lì: il calcio totale, il gol fantasma di Hurst in Inghilterra-Germania del ’66, il gol del dentista nordcoreano che eliminò l’Italia milionaria, le notti magiche.

Invidiavo molto mio padre. Perché vide, si godette e festeggiò Italia Germania 4-3 del 1970 e Italia Germania 3-1 del 1982, che ci valse il titolo mondiale. Partite epiche, storiche, entrate nel mito, che noi bambini negli anni 90 potevamo solo sognare, di fronte alle deludenti prove della nostra nazionale. O tuttalpiù guardare in videocassetta. Quelle partite le so a memoria nonostante non fossi ancora nato.

Finché non arrivò l’Italia Germania della mia generazione. La semifinale del 2006, il 2-0 maturato negli ultimi due minuti dei supplementari, dopo due ore di agonia e sofferenza.

E’ il destino che ci lega ai crucchi; due modi di intendere il calcio simili e dissimili allo stesso tempo. Noi, eterni favoriti e con un’insana passione per complicarci le situazioni più agevoli. Loro ogni anno dati per morti e ogni anno sempre lì, puntuali sul filo del trionfo a smentire tutti grazie a una concretezza di cui il Fuhrer sarebbe andato fiero.

Ci è andata sempre bene. La mia generazione e quella di mio padre è stata sempre appagata nello scontro diretto coi panzer tedeschi. Evidentemente è la sola e unica partita in cui sistematicamente tiriamo fuori i coglioni. E si potrebbero fare centinaia di paralleli fuori luogo con la Grande Storia, ma non è questo il momento. L’abbiamo sempre battuta la Germania, non è mai riuscita a incantarci, a ipnotizzarci, è un mondo troppo lontano dal nostro, nemmeno la stessa musica ci piace.

Prendiamo un gruppo come i Liquido.

I Liquido hanno fatto una canzone nel 1998, si chiamava Narcotic e aveva un giro di tastiere semplicissimo e irresistibile, come si faceva negli anni ’90. Piacquero a tutti, fecero ballare e sognare tutti; se li dimenticarono tutti, tranne me. Perché i Liquido sostanzialmente facevano cagare. O meglio, all’orecchio italiano facevano cagare. Troppo lontani, troppo distanti dalla nostra concezione del rock alternativo. Io li amai così tanto che mi ascoltai tutto il disco, e mi piacque. Sborone, ruffiano, a tratti ridicolo, ridicolo come i torsi nudi dei Rammstein. Pesanti influenze dance ed elettroniche che adesso spopolano fra gli indie e gli hipsters, ma alla fine dei ’90 chitarroni oleosi e tastiere giocattolo non andavano daccordo, erano solo merda. Già.

Insomma Narcotic piaceva a tutti, ma i Liquido piacevano solo a me. Li persi un po’ di vista; li risentii in uno spot delle Pringles qualche anno dopo e me ne reinnamorai. Nel 2005 uscì questa canzone e il mondo si riaccorse di loro. Mi arrabbiai molto. Fu più o meno come sentirmi la fiducia tradita, come se il mondo che ballava sulle loro note non si meritasse di farlo, dopo averli dimenticati per anni e non averli mai capiti fino in fondo.

I Liquido mi stregarono. Furono l’unico gruppo tedesco che riuscì a farlo, non so su che base. Ci sentivo una malinconia di fondo, una malinconia che sublimarono in canzoni come The Standard, ma soprattutto nel meraviglioso video di Ordinary Life. Una vita normale, di routine e tutta uguale finisce sempre per implodere su stessa, un giorno, così, di colpo.

A me accadde il 4 luglio 2006, cinque anni fa: feci il colloquio orale del mio esame di maturità lasciandomi alle spalle una scuola che non volevo più, fui lasciato da una ragazza che non mi voleva più, vidi la mia Italia Germania e smisi così di invidiare mio padre. Con un’esperienza sportiva mitica da poter raccontare, avevo ora tutto il necessario per ripartire.

Artista: Liquido

Brano: Narcotic

Album: Liquido

Anno: 1998

liquido

Febbre a Novanta #32

drinkininla

Era il 1998 quando uscii dalle scuole elementari. Cosa sono le elementari nei ricordi di un ragazzo all’ultimo anno di università?

Poco, ben poco di scuola. Ricordo alcuni cartelloni, lavori che imperversavano fra le classi; entrare in una classe senza cartelloni, o con dei cartelloni brutti voleva dire entrare in una brutta classe. Era lo specchio del lavoro, dell’unione dei singoli, dello spirito di gruppo e di competizione con le altre sezioni. Ricordo le mie prime lezioni di inglese, prese in 4a e 5a. Nel ’97 il McDonald era appena sbarcato a Padova, in stazione. Facemmo un intero lavoretto con parole tratte da un opuscolo di McDonald, in inglese. Al McDonald ci andai solo anni dopo però. I miei non volevano. Gli hamburgers facevano male. Ricordo lunghi intervalli con la nostra epopea calcistica, ricordo alberi del giardino che erano sedi di club ai quali non era ammesso l’accesso se non si affrontava l’iniziazione (in genere, qualche giro del giardino). Ricordo un cumulo di ghiaia poco fuori dal cancello che formava una montagnola. Alla mattina, prima che l’ingresso a scuola ci fosse consentito, lo saltavamo con la bicicletta prendendo la ricorsa su una rampa di legno.

Finché qualcuno non si fece male.

Ricordo anche qualche ragazza. Tante bambine carine, io avevo consacrato il mio amore a una e una soltanto; all’inizio tutti mi presero in giro, cantavano sempre fra rose e fior / nasce l’amor, e io invece che offendermi ne andavo fiero. Ci vidi giusto: Lei alle medie diventò una figa inenarrabile. Ripagò la mia lungimiranza facendosi tutti tranne me. Ma in generale verso la 4a e la 5a si superava l’imbarazzo dei sessi, e salirono in superficie i primi inciuci, le prime relazioni, i primi due di picche.

Finché, ancora, qualcuno non si fece male.

Com’è giusto, ciò che si ricorda di più delle scuole elementari è tutto quello che sta attorno alle lezioni. Non le lezioni. Perché è per questo che si va a scuola da bambini; per crearsi un embrione di vita sociale. Ed è per questo che chi non ci riesce, lo zimbello, viene torturato senza pietà, e le patetiche difese e i tentativi di integrazione forzata da parte degli insegnanti non fanno che peggiorare le cose.

A giugno 1998 lasciai la scuola elementare uscendone vincitore, quasi da leader. Ero amato, rispettato, stimato. O almeno così mi parve che fosse. Quell’estate cambiò molto della mia vita, fu l’anno in cui la Musica entrò prepotentemente fra i miei interessi, e questo era un fatto piuttosto strano in un paese di periferia come il mio. MTV era quasi una tv di nicchia. Guardarla anche al mattino, ora che le mie mattine le passavo a casa, ad aspettare il pomeriggio per andare al campetto, accrebbe notevolmente le mie conoscenze sul jet-set musicale.

La mattina, su Mtv, non avevano voglia di lavorare troppo, dunque c’erano due programmi di video a rotazione: Wake Up, ma era troppo presto, dormivo ancora. Sapevo godermi l’estate pure da undicenne; poi toccava a Pure Morning, e di roba bella ne passavano tanta.

Il jingle del bumper iniziale erano delle voci femminili che facevano UUU-AAA-UUU su una base hip hop. Accompagnò le mie esplorazioni della musica per diverse estati. Ma non sapevo da che canzone venisse. Perché quando sul riquadro appariva “Bran Van 3000Drinkin’ in LA” e quella voce diceva “Hi, my name is Stereo Mike” e quelle tute arancioni si mostravano, io cambiavo subito canale. Mi piaceva il rock. Quella canzone non avrebbe potuto darmi niente. Arrivai a sentirla per intero solo qualche anno dopo, scoprendo che il jingle veniva da lì. Ma nel frattempo, il bumper l’avevano cambiato. E nel frattempo mi ero ripresentato alle medie e il mondo splendido in cui vivevo mi aveva voltato le spalle. La mia scuola media era l’unica dentro al comune, perciò raccoglieva ragazzi che uscivano dalle elementari delle frazioni limitrofe. Nel giro di un’estate non ero più leader, non ero più corteggiato, non ero più neanche simpatico. Ero rimasto indietro, non mi ero aggiornato, ed eccomi lì, a cominciare daccapo.

Il primo passo fu tagliare i capelli. Il secondo buttare lo zaino O’Hara, e prendermi quello Seven. I tempi erano cambiati.

Ma il tempo perso davanti a MTV e a Pure Morning non fu, poi, perso. La mia cultura musicale avrebbe presto dato i suoi frutti in quanto a popolarità e punti stima. Era la prima volta che avevo bisogno di lottare per avere qualcosa.

L’ultimo giorno di scuola si fanno i conti. Se fare i conti è assolutamente inutile perché non hai sofferto per conquistare una posizione, come accadde a me alle elementari, l’ultimo giorno di scuola è un giorno come tanti altri. E’ inutile. E infatti, io, non lo ricordo.

Artista: Bran Van 3000

Brano: Drinkin in LA

Album: Glee

Anno: 1998

Febbre a Novanta #19

tillicome

C’è Manuel che suona il clacson del suo Booster Spirit con i neon azzurri sotto casa di Gessica. Intanto si accende una cicca. Fuma da tre anni. Ne ha 16. Gessica deve compierne 13. Si sono conosciuti in pizzeria, al compleanno di una compagna di classe di Gessica. Lui era lì coi suoi amici, sui motorini. Si erano bevuti una birra, fumati una cicca, lanciato qualche sguardo maschio al gruppo delle ragazze. Che non si erano certo fatte pregare. Avevano lasciato gli sfigati di classe loro con il baffetto incolto a parlare di calcio e figurine, ed erano sprofondate nella lascivia. Poi erano tornate dentro per pagare il conto e fumare qualche sigaretta fra gli sguardi allucinati e invidiosi dei loro compagni, mentre il gruppo dei grandi sfrecciava verso “il centro” facendo un gran baccano con le marmitte elaborate.

Gessica scende. Bellissima, con i capelli biondi platinati e un chilo di troppo fra mascara e fondotinta. Certe sere l’Acne va lasciato a casa. Sale dietro al motorino, senza casco. Lui il casco ce l’ha solo appoggiato, slacciato, non preme sulla testa. Gli rovinerebbe la corona: ha i capelli ingellati ai bordi della testa, stanno dritti come stalagmiti; quelli al centro del cranio sono schiacciati con forza. Partono così, ma c’è poca strada da fare.

Maicol si è allenato tutta l’estate tirando pugni sul suo cuscino. Poi ha fatto il grande salto, si è comprato i guantoni e la sacca. Si sistema i capelli davanti allo specchio, si spruzza un po’ di propoli in gola, chiude il bomber Nike ed esce. Va a piedi, abita praticamente dietro alla Chiesa e al campetto.

Arrivo alla Sagra abbastanza tardi, sono quasi le nove. La mia famiglia cena tardi, non alle sette. Siamo come gli spagnoli. Io e i miei amici leghiamo la bicicletta a un palo vicino al camion dei dolcetti dove ci sono gli adulti. Venticinquenni, una c’ha pure un bebè in braccio. Gente che non farebbe paura a nessuno, ma è meglio starci alla larga. Appena mi affaccio sul piazzale sento il rumore che tutti gli anni mi dà il solito brivido; quando finisce il gettone degli aerei, dopo la battaglia finale, quella in cui si spara tutti contro tutti alla stessa altezza. Ne rimane su solo uno, quello che vince la corsa successiva. L’annuncio si accompagna al suono di un robot che si spegne agonizzante.

Ho voglia, una voglia matta di salirci e onorare quella magnifica giostra spendendo lì il mio primo gettone dell’anno, ma mi vergogno di dirlo ai miei amici. Ormai siamo grandi, sono cambiate tante cose. Riccardo ha già iniziato a farsi la barba. Infatti, fra il mio silenzio, saltiamo gli aerei e andiamo dritti verso gli autoscontri.

Il mio pesce rosso è morto quell’estate, penso che potrebbe essere carino provare a vincerne un altro lanciando le palline nei vasetti, ma rimando a più tardi. Passo davanti al Coso Dove Si Tirano I Pugni. In fila ci sono I Forzuti, che aspettano di dare la loro prova di forza di fronte a delle ragazze con i jeans zebrati che sono lì per tutto fuorché per seguire la gara di ormoni davanti ai loro occhi. Tira il pugno il primo, le trombette sono tranquille. Lo tira il secondo, sono un po’ più forti. Lo tira Maicol, le trombette impazziscono: una dura estate di allenamento ha dato i suoi frutti.

Una dura estate di risparmio ha dato i suoi frutti anche a Michele, è il più ricco di noi e può permettersi più o meno tutti i giri in autoscontro che vuole. Qualche coca in meno al patronato, ed eccolo ora a raccogliere il giusto premio per le sue settimane di abnegazione. L’unica volta che non sale non è per ristrettezze economiche, ma perché l’autoscontro con la bandiera del Milan è occupato.

O Milan, o morte.

Sull’autoscontro dell’Inter sono fissi due Grandi. Uno guida, un piede sul pedale, l’altro disteso sul cofano con arroganza. Con ancora maggiore arroganza il suo passeggero, con una faccia da imbecille che sa farsi rispettare dai più piccoli, è seduto non sul sedile ma sulla carrozzeria posteriore; con un braccio si aggrappa alla bandiera, con l’altro tira ceffoni sulla nuca a chiunque incroci, tranne che alla Ester.

Dopo qualche giro scorgo Manuel e la Gessica che limonano sul Booster. Sono lì da mezzora, sotto le gabbie. Sulle gabbie non ci salii mai. Avevo troppa paura di fare una figura di merda, di restare sempre a terra e non fare mai il giro, non ero forzuto. Era la giostra dove andavano I Forzuti dopo essersi scaldati per un’oretta buona al Coso Dove Si Tirano I Pugni. Mi giustificavo dicendo che erano soldi buttati. E io i soldi non volevo buttarli.

Il mio sogno era riuscire a stare in piedi sul Tagadà. Ci salivo sempre quasi nascondendomi tra la folla, come un parassita non degno di essere a bordo. Mi andavo a sedere in un posto tattico, stringendomi forte alle sbarre protettive. La leggenda secondo cui un ragazzo più grande di noi si era spaccato un dente sul Tagadà terrorizzava tutti anche se nessuno era tanto stupido da mostrarlo anche solo lontanamente.

Sto a terra a guardare la corsa, c’è un ragazzino basso ma fiero, con gli spuncioni esattamente come li vorrei io, i jeans stinti sul culo. Salta e balla come un ossesso mentre il Tagadà si agita come un mare in tempesta, sbatte con forza le sue Buffalo
buffalosulla pista e non accenna un secondo a perdere l’equilibrio mentre dalle casse esce 9PM (Till I Come) di ATB dando un ritmo ai suoi movimenti eleganti e machi.

Ma c’è qualcosa che non va.

I Migliori, quelli che di solito sul Tagadà stanno in piedi senza problemi e addirittura si concedono un ballo come si fa a La Scala (dove si Vola con la Pasticca in Gola), hanno molte difficoltà. Alcuni vanno a sedersi, altri rimangono strenuamente ma collezionano delle cadute epiche; forse il gioco non valeva la candela.

Mi accorgo che sulla pista c’è una polvere bianca, scivolosa. E’ borotalco.

Solo il ragazzino resta lì. E’ il figlio di un giostraio. Riesce addirittura a tenersi la starlight in bocca senza ingoiarla con i sobbalzi. E’ Dio.

Ho deciso. Neanche quest’anno proverò a stare in piedi sul Tagadà. Starò seduto con le mie scarpe di Pittarello e i miei capelli che non stanno su col Gel neanche se ne metto un secchio. Tornerò a casa tamburellandomi sulle ginocchia, con un sacchetto di ciucci alla Coca Cola e qualche gettone avanzato; penserò al domani, a cosa mi aspetta, a chi sono e a che cosa voglio, mentre l’oggi passerà alla storia come la serata in cui ho desiderato essere il figlio di un giostraio.

Artista: ATB

Brano: 9pm (Till i Come)

Album: Movin Melodies

Anno: 1998

Negli anni 00 suona come: Alex Gaudino – Destination Calabria

Febbre a Novanta #17

 

iris

Se state leggendo, probabilmente è perché la vita non vi offre di meglio. E di conseguenza non siete fidanzati. E di conseguenza oggi, S.Valentino, per voi è un giorno di sofferenza e odio misto a invidia verso il mondo.

Oppure siete i classici stereotipi umani che dicono che “è solo una festa commerciale per spillare soldi”, sentendovi così fuori dalle logiche del mercato.

Oppure siete fidanzati felicemente, ma a voi di S.Valentino non ve ne fotte niente, anzi “Io manco la vedo la mia ragazza a S.Valentino”, non accorgendovi che non vedendo la vostra lei apposta perché è S.Valentino, state facendo tutto tranne che ignorare questa ricorrenza.

Oppure siete fra quelli che fanno finta di fregarsene, ma sotto sotto nel regalino, o nel messaggino carino, o nel film romantico al cinema, ci sperano. E se poi non accade, ecco che il 15 febbraio diventa il giorno più nero per tutte le coppie del mondo.

Oppure organizzate tutto alla perfezione, in perfetto accordo con il vostro partner; una scaletta precisa che comprende perfino la visita alla Gipsoteca del Canova, o addirittura Amore e Psiche al Louvre per i più abbienti; non lasciate niente al caso, tranne la scopata il più delle volte. Nel novanta per cento dei casi, se siete di questa categoria, significa che siete cornuti.

Mettetevela via. Non importa se siete single, fidanzati, fanatici, tolleranti, snob o addirittura detrattori. San Valentino porta alla luce, in un modo o nell’altro, la nostra incapacità di stare al mondo, la nostra inettitudine, il nostro non bastare a noi stessi.

E il dramma è che è proprio come pensate: San Valentino è una festa falsa, senza fondamenti storici e con soli scopi commerciali, eppure non siete capaci di ammettere che è radicata nel nostro costume e nelle nostre coscienze. E che per quanto cerchiamo di distinguerci, tutti viviamo il cosiddetto Amore allo stesso modo.

Iris dei Goo Goo Dolls ne è l’esempio perfetto: è l’inno d’amore universale dal 1998, e mai nessuna canzone l’ha mai raggiunta nell’immaginario romantico collettivo; è il brano sfacciato e mieloso ma con quel piglio di rock che cattura i gusti più diversi e trionfa trafiggendo a tradimento il cuoricino infranto di tutti, di qualsiasi livello di esperienza di vita e cultura si stia parlando.

Non avete scampo con Iris. Io stesso ho visto in un autobus, affacciato con sguardo mesto al finestrino, un metallaro con la maglia dei Obituary, con tanto di guancia rigata, e la canzone della band americana sparata nelle cuffiette tanto da farla percepire anche agli altri passeggeri.

Nella vostra vita avete visto almeno due o tre film o puntate di telefilm in cui, nella scena più romantica, parte questa canzone. Negli anni ’90 avete regalato alla ragazzina che vi piaceva almeno una musicassetta o un cd con dentro le canzoni che avrebbero potuto farla vostra, e fra le prime tre c’era di sicuro questa. Avete scritto “I don’t want the world to see me cause I don’t think that they’d understand” in chissà quanti diari, banchi, bigliettini in quinta ora, spogliatoi, cessi, sms alcolici col Nokia 3210, chat su IRC, blog.  Avete mangiato Baci Perugina a palettate ascoltando Iris, ai tempi in cui le frasi nell’incarto vi sembravano belle, o semplicemente vi capitava raramente di leggerle perché le Bacheche di Facebook non esistevano.

Dal 1998 avete tutti un ricordo triste, malinconico, raffigurabile in una persona dietro alla quale avete perso il sonno, per Iris dei Goo Goo Dolls.

Già.

Siete tutti uguali. Ad amarsi negli anni 90 lo si era un po’ meno.

Artista: Goo Goo Dolls

Brano: Iris

Album: Dizzy up the girl

Anno: 1998

Negli anni 00 suona come: se avete capito il senso dell’articolo, rispondetevi da soli.

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