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Febbre a Novanta #57

newradicals

Il Centro Giotto ha aperto a Padova nel 1989, e si vede. Ha ancora le scale mobili classiche, quelle a gradino che dei disabili si fanno un baffo, in cui per salire e prenderle giuste devi calcolare la gittata delle tue mosse, un po’ come si fa quando si prende lo skilift. Ha una pianta caotica e che rende più o meno qualsiasi posto irraggiungibile, se vai a colpo sicuro cercando un solo negozio perché hai fretta. E l’unico divertimento presente all’interno è una giostrina per bambini di quelle che annoiano pure i bambini stessi. La struttura è ormai fatiscente e abbandonata a sé stessa, quasi archeologia commerciale. Gran parte della gente che ci va adesso non è lì per comprare, ma vendere, o semplicemente far passare il tempo. Ha il parcheggio sotterraneo, il parcheggio sul tetto, il parcheggio fuori al pianoterra, su cui non va nessuno perché è da sfigati. C’era Spizzico una volta. Faceva veramente cagare. Ma proprio tanto. Ma era l’unico a Padova, mi pare, e ci andavano tutti.

Negli ultimi dieci anni a Padova hanno aperto altri centri commerciali, tutti più belli, accoglienti e a misura d’uomo del Centro Giotto, che ormai è soltanto un luogo abbietto superstite e testimone di un’epoca che non c’è più. In questi posti principalmente si mangia e si passa il tempo, con la scusa di comprare qualcosa, o guardare semplicemente qualcosa che si vorrebbe comprare. Il consumo non è più la cosa più importante. Infatti io al Centro Giotto, al di là del fatto che quando ero ragazzino era poco raggiungibile, ci andavo poco. Preferivo l’Emporium.

L’Emporium era una galleria di negozi/posti-in-cui-ci-si-divertiva in Corso del Popolo, la grande via che parte dalla Stazione e va verso il centro storico e Prato Della Valle. C’era il SEGA Planet, il Virgin Megastore, un centro benessere e una profumeria. Ah, e Spizzico. La prima volta che ci andai fu qualcosa di simile alla classica gita di iniziazione che si vede nelle commediole americane per ragazzi. Tre sfigati con zainetto in spalla e giaccaavento che prendono l’autobus per attraversare il confine del piccolo comune ed esplorare la città vera e propria. Qualcuno di noi, non ricordo chi, sapeva la fermata, ma non come arrivare dalla fermata alla sala giochi, perché era quello il nostro obbiettivo, avevamo la tasca piena di monete come quando andavamo a fare scherzi telefonici dalle cabine. Scendemmo, ma fummo troppo orgogliosi per chiedere informazioni, così andammo a naso. Andò più o meno così:

emporium

Arrivammo alla Sala Giochi dopo circa due ore in cui avevamo affrontato la nostra prova di maturità nella città di cui, in fondo, eravamo abitanti già da dodici anni. Vedemmo le piazze, il centro pieno di ragazzi il sabato pomeriggio, ai nostri occhi anche piuttosto minacciosi; in Prato della Valle c’era il mercato. Io comprai una maglietta della Juventus di Del Piero. Un taroccone mai visto.

Al Sega Planet mi sputtanai non so quante migliaia di lire; la truffa era che per far andare certi giochi ci volevano due monete. C’era il gioco dei rigori in cui dovevi calciare una palla vera, e il resto lo faceva il computer. C’era sempre una fila gigantesca, e peraltro inutile perché ci giocava il più grosso, sempre. Finiti i gettoni uscimmo, e fu allora che vidi di fronte a me l’entrata del Virgin Megastore. Era il 1999, avevo appena iniziato a comprare dischi, prima me li facevo regalare in quelle 3-4 occasioni all’anno in cui mi si doveva fare un regalo. Fino ad allora i dischi andavo a vederli dal fotografo del mio paese, quello che mi faceva le fototessere; aveva anche un piccolo scaffale di Cd, ce ne saranno stati credo una cinquantina in totale, e io andavo a vedermeli ogni 10 giorni, per vedere se trovavo qualcosa di figo magari visto su MTV, e il più delle volte me ne tornavo a casa a mani vuote. Continuavo a vedere quel cazzo di disco con scritto Profilattika, che mi sembrava una band metal dai temi sessuali, invece era questa roba qui. Vedere quello sterminio di dischi al Virgin e trovarci tutto ciò che avevo per mesi cercato invano nel mio paesino fu uno shock che ad un tratto mi fece sembrare i videogiochi la cosa più stupida del mondo e i miei amici che mi aspettavano fuori sbuffando come un marito sbuffa alla moglie davanti alla vetrina del gioielliere dei perfetti cretini ignoranti.

Finì la scuola, passò l’estate, sembrò un’eternità e invece furono poco più di tre mesi; uscii sempre meno con quei due, andai sempre meno al Sega Planet, andai sempre più spesso al Virgin. Entro settembre ero un ragazzo problematico che ogni sabato pomeriggio prendeva l’autobus, andava al Virgin, prendeva 5-6 dischi dagli scaffali e se li ascoltava alla postazione apposita, uscendo con uno solo di questi, perché trentamilalire alla settimana un tempo le potevo spendere.

Non litigai mai davvero con quei due, semplicemente prendemmo le distanze.

Non era poi così grave, tanto ci si trovava sempre dopo, per una pessima pizza da Spizzico, che resistette molto più a lungo del Virgin, del Sega Planet, di molte cose, finché non cedette e se ne andò sia da lì che dal Centro Giotto, pochi anni fa.

Febbre a Novanta #53

A quasi un anno dall’interruzione dopo la puntata 52 (ironia della sorte 52 settimane fanno un anno esatto) riprende Febbre a Novanta, incurante del fatto che nel frattempo, gli anni Novanta hanno già ampiamente rotto i coglioni, e su Facebook girano già revival degli anni Duemila. Gente che non sa cosa sia un floppy disk già si permette di tirare le somme di una inutile e breve vita.

E’ nato tutto stamattina. Facevo colazione al bar, come non capitava da tempo. A me fare colazione al bar non piace, perché non me lo posso permettere, sostanzialmente. In disaccordo con Ramboso, una delle cose che amo di più al mondo sono i succhi di frutta, di qualsiasi gusto. Pistola alla testa, lascerei fuori l’arancia rossa e quello al mirtillo, che non mi fanno impazzire, ma per il resto è tutta un’orgia di sapori. Una sveltina, più che altro. Perché di succo ne bevo un sacco (yo!), e i succhetti del bar costano un patrimonio. Tipo 2,50€ per 20cl. Quasi un centesimo a goccia. E mi ferisce profondamente che nessuno abbia mai detto un cazzo, nessuno sia disposto a schierarsi con me in una battaglia che considero fondamento della civiltà. Il diritto ai succhi di frutta parificato al diritto alla casa e al diritto di studio: questo è il mio sogno.

Per questo ho ripensato agli anni del Festivalbar, e di una delle più geniali operazioni di marketing mai condotte.

Ovvero questo blu-134 unito a questo 31702_100752293305388_1857405_a e a questo alessia-marcuzzi

Alessia Marcuzzi è un’altra battaglia che nessuno ha voluto condividere con me. Ancora oggi sento parlarne male. Ce ne sono di più fighe, ha una voce irritante, è scema, è di qua, è di là. Io l’ho sempre amata Alessia. E’ sempre stata la mia preferita. Particolare, spigliata, formosa, il miglior calendario di Max che io ricordi (ma devo essermi fermato circa al 2003 o 2004). Mi sbalordì quando durante un Festivalbar presentando la canzone dei Los UmbrellosNo tengo dinero” si esibì in una scioltissima traduzione del testo anglo-spagnolo in tempo reale. Cazzo la signorina parlava perfettamente tre lingue. Trovala una figa così in televisione.

E così non ho mai smesso di amarla. Neanche dopo il Grande Fratello. Perché lo so che tutti voi stronze anime buoniste odiate Alessia o perché siete femmine meno fighe di lei, o perché siete maschi che odiano tutto ciò che abbia a che fare col Grande Fratello. Ma suvvia, la prima edizione del Grande Fratello, quella con Pietro Lealidellalibertà Taricone, con Marina LaRosa, con Salvo che sembrava un carabiniere, con la pittrice de sto cazzo che non ricordo come si chiamava, l’abbiamo guardata tutti, è inutile nascondersi.

E le Iene; chi sei tu Ilary, al confronto della divina giunonica Alessia?

E Alessia, tra un successone e l’altro mi diceva di bermi il Derby Blue. Il succo più buono e figo del mondo. Perché?

Perché era blu. Perché era in una cazzo di bottiglietta blu che giustificava un costo di almeno mille lire in più. Che oggi, nonostante il Festivalbar non ci sia più e Alessia non parli altro che di Bifidus, è diventato un euro.

Credo di non aver mai bevuto il Derby Blu. Un lusso che non mi sono mai concesso. Però che geni cazzo. La bottiglia blu. L’esclusiva bottiglia Blu. Voi ci avreste mai pensato?

Febbre a Novanta #51

 

Era uno dei primi giorni di settembre, di lì a poco sarei tornato a scuola; quello era, in effetti, l’unico periodo in cui avevo voglia di andare a scuola. Quando sei alle medie l’estate dopo tre mesi rompe il cazzo. Rivuoi il tuo banco, le ricreazioni a giocare a calcio, le canzoncine sul Prete di Legnaro in spogliatoio prima dell’ora di educazione fisica, i capezzoli sempre più duri delle tue compagne e i loro jeans Miss Sixty zebrati con la varechina, che si attaccano ai loro culi come una seconda pelle; pazienza se il prezzo sarà alzarti alle sette e mezza della mattina, ti senti pronto. Anzi, non ancora.

Hai lo zaino giusto. La Seven ha sorpassato l’Invicta qualche anno fa, devi restare aggiornato. Hai preso quello blu e rosso, il Seven Music, ha la tasca per metterci il lettore cd. Il lettore cd è una novità assoluta.

L’astuccio l’hai ricomprato nuovo e per l’astuccio funziona nel modo esattamente inverso di quanto avviene per il cazzo: più piccolo ce l’hai, meno vieni sfottuto dai compagni. Hai provveduto a prenderti una penna nera a inchiostro liquido con cui impreziosire le fredde bic blu e rossa. Hai bandito i pennarelli; voglio dire, i pennarelli? Ma quanti anni hai? Al massimo una tratto pen verde. L’unica bambinata che puoi concederti è il temperamatite a serbatoio fatto a lattina di Coca Cola. Sprite, se sei davvero un duro. Quelle cose sono vecchie, ma valgono ancora a farsi accettare.

Manca solo una cosa.

Quel giorno di settembre ero seduto al tavolo di camera mia, per il momento non stavo più pensando al ritorno a scuola e ai preparativi. Sento che mia madre è rientrata in casa, punta dritto verso camera mia e “Tieni Marco, te l’ho preso”. Mi hai preso cosa, cazzo, ti prego non puoi averlo fatto. Dal sacchetto estraggo come fosse una scheggia sull’indice un cazzo di Diario della Seven. Uno di quelli in cui i giorni te li devi segnare da solo. E’ degli stessi colori dello zaino. Non può averlo preso per caso; non mia madre. Le faccio un sorriso ebete, perché sono un adolescente brufoloso e problematico, ma ho già imparato che non sta bene brontolare per i regali. Ma quel cazzo di diario mi manda in fumo tutti i piani. A me serviva una cosa sola, per garantirmi la tranquillità in quell’anno scolastico: la Smemoranda. La Smemoranda con i giorni che sono già segnati, con i quadratini di carta staccabili per mandare i bigliettini di scuse alla tettona di due banchi indietro se si incazza perché la palpeggio troppo, con gli inserti con quelle cose scritte da comici o personalità di spicco che non comprendo mai fino in fondo. Ma soprattutto la Smemoranda è l’unica della misura giusta per infilarci dentro i volantini delle discoteche. Quelli che oggi tutti chiamano Flyer. L’anno prima aveva vinto Gianmaria, era riuscito a procurarsi tutti i volantini della stagione de La Scala. La Scala era la cosa più vicina all’ideale di arena di drogati, alcolisti e menti sprofondate in coma che mi ero costruito sulle discoteche a quell’epoca, perché io ancora non ci andavo, e forse nemmeno molti dei miei compagni che millantavano di andarci. I volantini non facevano molto per smentire queste teorie: colori sgargianti, figure al neon, sovrapposizioni epilettiche di facce sconvolte generatrici di ansie; ripetizioni all’estremo di parole gergali senza apparente senso; slogan in vocoder: “alla Scala/ si vola/ con la pasticca in gola”; per il mondo sconosciuto a noi della periferia che rappresentavano, quei volantini erano tra le cose più fighe che potessero esserci, e li collezionavamo come figurine. Ne attaccavo sul diario decine e decine, e se a questo si univano le dediche con le penne brillantinate delle nostre compagne di classe, dediche direttamente dipendenti dalla quantità di volantini che offrivamo nel nostro diario, questo diventava un pacco ingestibile, difficile da richiudere.

Non andavo in discoteca e non volevo andarci. Ma quei volantini erano molto importanti; potevano essere la mia unica possibilità di infilare la mia mano in un paio di Onyx e sentire un perizoma rosso fra i polpastrelli, potevano valermi un Tvb sul diario da una di quelle cui non facevo che guardare le tette sballonzolare durante la prova dei sessanta metri. E chissenefrega se Gianmaria aveva il volantino della serata in discoteca di Gigi D’Agostino a La Scala e io no. A lui la discoteca piaceva davvero, ci andava davvero, io invece lo facevo sempre per amore. L’amour. Toujours.

 

Artista: Gigi D’Agostino

Brano: The Riddle

Album: L’Amour Toujours

Anno: 1999

Febbre a Novanta #40

sonique
Siete mai stati in una discoteca vera?

Non quelle con arredi da stabilimenti balneari ricavate da improbabili capannoni con una piccola nicchia per il dj e musica rock. Quelle sono le discoteche di chi vuole ballare ma si vergogna di andare in discoteca perché non si sente tamarro. Non ha il coraggio di sentirsi tamarro. Allora va a ballare rock, e così è assolto.

Le discoteche vere sono quelle in cui c’è il Dj, c’è il vocalist, ci sono i fottuti percussionisti e non hanno nulla a che fare con l’electro, Steve Aoki e compagnia cantante; le ragazze sono troppo fighe perché possano anche solo degnarti di uno sguardo, i ragazzi troppo vestiti da cretini perché tu possa prenderli sul serio, la musica troppo brutta e ignorante perché tu possa davvero prestarci attenzione. Peccato che poi quelle stesse ragazze con cui sogni la scopatina nei favolosi bagni del locale sono presissime dalla musica e si distraggono soltanto per andare a farsi una scopatina non con te ma con il tizio con la camicia bianca aperta che tu non avevi preso sul serio. Allora ti resta solo la musica, o il Mojito, e devi farteli bastare.

E’ lunga la gavetta nelle discoteche. Prima di arrivare a risultati concreti ti stufi di fare il pesce fuor d’acqua. Ma non esistono giustificazioni. Se non scopi è colpa tua. Se ti stanchi è colpa tua.

L’estate sta finendo, facciamocene una ragione. Disperiamoci, pensiamo a quello che non siamo riusciti a fare, tiriamo fuori i cappotti e passiamoci la spazzola per eliminare i peli. Ma di una cosa rallegriamoci: sta finendo la stagione delle Discoteche Vere. Si spopolerà Jesolo, chiuderà il Vanilla, chiuderà il Muretto, e se non chiuderà sarà comunque più sopportabile l’idea di perdersi una serata a ballare in spiaggia.  Torneremo a sentirci mediocri, e per questo normali, ai Banali, ai Fishmarket e ai circoli Arci di turno. Le ragazze ammareranno sul pianeta terra. Non avremo più l’obbligo morale e tutto sommato anche il desiderio di cacciarci in una situazione e in una realtà che non ci appartiene in nome del divertimento estivo che non conosce scappatoie, è rigorosamente gerarchizzato e il nostro dovere è puntare a quel top, a quel Paradiso: la discoteca tamarra. In una discoteca tamarra non metteranno mai Sky di Sonique, ma se voi ve la ricordate, beh, è proprio con questa canzone sotto che sognavate una festa in discoteca in riva al mare in cui avreste conquistato la bellona di turno. Poi cresci, Sonique continua a spopolare nei club di Londra ma qui non se la caga più nessuno, e quando finalmente metti piede in discoteca scopri che non va proprio come ti eri immaginato, e che più che toccare lo sky e volare so high, la tua esperienza assomiglia sempre di più a quella di Max Pezzali con la Regina del Celebrità.

Meno male che negli anni zero ci sono le discoteche rock, i cessi vacconi e gli Strokes.

Artista: Sonique

Brano: Sky

Album: Hear my cry

Anno: 1999

Febbre a Novanta #34


Domani è il solstizio. Il giorno più lungo dell’anno. Inizia l’estate.

E’ una crudele punizione degli astri che da quel giorno le giornate inizino ad accorciarsi, ma in fondo da bambini non ce ne fregava poi tanto.

Ora è tutto diverso. All’università, per chi fa i semestri, spesso coincide col giorno di un esame per il quale si sono spese giornate di studio disperato. E se si è studenti diligenti coincide con l’inizio della preparazione del secondo esame, fra qualche mese. L’estate, quella vera, inizia a metà luglio e dura poche settimane, tre o quattro al massimo, se a settembre bisogna recuperare qualcosa. Tutto questo mentre il sole cala ogni giorno qualche minuto prima.

Prima di renderci conto che l’estate come la conosciamo da bambini non è eterna, siamo già incastrati nella spirale dello studio e del lavoro. Innocenza perduta, nostalgia dell’infanzia, sono chiacchiere da bar se volete; argomenti buoni per riempirci qualche saggio di poesia, o di psicologia. Ma l’estate sì, l’estate è un patrimonio che davvero perdiamo una volta cresciuti e che nessuno ci ridà più. Quel periodo in cui per non meno di tre mesi ci diamo alla cazzonaggine, al tempo libero, al dormire fino a tardi, allo star svegli fino a tardi, a sballarci orari e abitudini che tanto il tempo cominciamo a sentirlo per quello che veramente è: un flusso ininterrotto, non ventiquattro unità suddivisibili in cui incastrare i nostri doveri.

Avere l’orologio in estate è inutile e malinconico. Serve soltanto a misurare di quanto se ne va ogni giorno.

Negli anni zero l’orologio è inutile. Sia d’inverno che d’estate. O meglio, non serve per guardare l’ora. Serve per mostrare di averlo. Ma negli anni 90 non tutti avevano il cellulare. Figuriamoci i bambini.

L’orologio era un oggetto, non un simbolo, negli anni 90. E d’estate uscivo con le magliette a maniche corte e le braccia nude, in giardino a giocare coi miei amici, andavo al campetto, facevo le cose che fa un bambino che non va ai centri estivi perché non ha voglia di svegliarsi presto ora che non c’è scuola, e al Grest perché non è cattolico e la parrocchia è territorio vietato. Ma benché non me ne fregasse molto dell’ora in estate, non uscivo mai senza orologio. Anzi, non uscivo mai senza orologi.

orologio dash

Ne avevo tre.

Li mettevo tutti contemporaneamente.

Tutti sul braccio destro, invece che sul sinistro.

Li trovavo qui:

dash

Non c’è mai stata gara fra il Dash e il Dixan. Il Dash regalava un orologio super tecnologico in ogni bustina. Ci andavi anche sott’acqua, quando andavi in spiaggia, e fra bambini si giocava a chi aveva più orologi, chi aveva il più tecnologico, chi lo sapeva usare meglio, chi scambiava quello rosso con quello nero e con quello giallo, come fossero figurine.

E attorno i grandi pensavano alle loro cose, si divertivano in altri modi: ballavano, bevevano, correvano in scooter, o sulle moto d’acqua, come nel video dei LEN, come in Steal my sunshine, l’unica canzone con cui la band canadese dei fratelli Costanzo (sì, si chiamano così il tamarro con gli occhiali a vespa e la tipetta spigliata che sembra Chun-Li). Il ritmo, le voci leggere, la chitarrina sincopata e le percussioni che echeggiano dietro, anche se uscì nel 1999 e gli orologi Dash erano già un ricordo, da quell’anno in poi per me nessuna canzone ha rappresentato meglio l’estate al mare; quel periodo che comincia a finire quando inizia. Quel periodo in cui ci dimentichiamo del tempo proprio perché si fa sentire come non mai sul nostro collo scoperto. Quel periodo in cui se ci immergiamo con un orologio dimenticandoci che non è waterproof, lo rompiamo, ma forse ci va meglio così, è un pensiero in meno, è un rimando in meno alle giornate che si accorciano e alla vita che se ne va.

Artista: LEN

Brano: Steal My Sunshine

Album:You can’t stop the bum rush

Anno: 1999

Ah. Lo sapete che GREST altro non vuol dire che GRuppo ESTivo? Beh, ora lo sapete.

len

Febbre a Novanta #33

La frizione.

Sì la frizione è quel pedale a sinistra, quello che si schiaccia più spesso. Va premuto quando si cambia la marcia. O quando si è fermi a uno stop, o in coda, e si vuole tenere il motore acceso. E’ da stupidi premerlo mentre si affronta una curva con la strada bagnata; peggio che peggio mentre si fa una frenata improvvisa: le ruote si bloccano, la macchina slitta e non tutti riescono a raccontarlo.

Questa è la frizione.

La frizione, negli anni ’90 era un’altra cosa. Nel 1999, precisamente, la frizione era un meccanismo che faceva roteare lo yoyo senza riavvolgere il filo.

Sì, si chiamava frizione.

Praticamente funzionava così. Dopo esserti assicurato lo yoyo al dito con una doppia asola, più sicura e comoda di una singola, si avvolgeva lo yoyo col palmo della mano, si caricava con un movimento “dall’interno verso l’esterno” e lo si lanciava bruscamente verso il pavimento. Se lo si faceva con la violenza necessaria lo yoyo magicamente (anzi, magicamente un cazzo: grazie alla frizione) restava giù, al termine del filo, a ruotare per diversi secondi, secondi in cui iniziava il vero divertimento, la vera figata dello yoyo.

Si poteva semplicemente contemplarlo mentre terminava le sue rivoluzioni. Si poteva per esempio farlo camminare, appoggiandolo piano piano, con la giusta leggerezza, che se no tornava subito su, sul pavimento; sembrava un cane al guinzaglio. I più bravi, sempre facendo molta attenzione, costruivano con un abile gioco di mani un triangolo con il filo, e facevano penzolare lo yoyo all’interno di questo triangolo: era un’operazione complicata e che andava svolta fulmineamente, in quei pochi secondi.

yoyo

Oppure c’erano anche gli yoyo che mentre stazionavano in quel vorticare paonazzo, si illuminavano e creavano giochi di luce a intermittenza che lasciavano stupiti ogni volta di più.

Poi tornavano su, bisognava essere pronti a riaccoglierli senza attorcigliare il filo, e il gioco poteva ricominciare, così, all’infinito.

Come tutte le mode, quella degli yoyo aveva la novità in più che la distingueva dall’ondata di mania precedente. Era appunto questa cazzo di frizione. Se non avevi lo yoyo con la frizione, non avevi lo yoyo. I genitori che non volevano spenderci 15mila lire e dicevano “Ti regalo quello di quando ero bambino io” fondamentalmente non avevano capito un cazzo. Quando era bambino lui lo yoyo non aveva la frizione. Saliva, scendeva e fine.

Lo yoyo più figo, quello Professionale (giuro, c’era scritto Professionale sulla confezione) non ricordo come si chiamasse: era una marca con un nome che ricordava una tribù, qualcosa di etnico. Su google non trovo niente. Me lo hanno regalato, infine, con una videocassetta in cui spiegavano tutte le mosse fatte dai Professionisti. Non credo di averla mai guardata.

Studiatissimo nei particolari, difficile da usare (la frizione non era così immediata), sulla confezione erano riportati i parametri aerodinamici. Non era più un gioco.

Per questo, credo, il mio yoyo del cuore fu un altro. Era verde, grossissimo, con delle lucine rosse che si illuminavano. Stava giù tantissimo, aveva una frizione portentosa, ci imparai i trick più interessanti, quelli con cui stupii un intero campeggio in Sardegna. Mi piaceva legare con gli altri ragazzini del campeggio, anche se ero in vacanza con la famiglia. Alla sera lasciavo fratelli e genitori in tenda, a rilassarsi e leggere, e correvo all’arena dell’animazione. Gli animatori erano bravi, simpatici, oggetto delle mire di tutte le ragazze, sapevano cantare, ballare, recitare e fare esercizi fisici. Chiudevano tutte le serate cantando quella stupidissima canzone dei Cartoons. Per la maggior parte degli spettacoli si vestivano da idioti anche loro.

Che idioti che erano in fondo, pensavo guardandoli, mentre lanciavo il mio yoyo fra mille evoluzioni. Io invece sì che ero figo con uno yoyo più grosso di me.

Si ruppe.

Nella maniera più stupida.

Lo lanciai, sicurissimo dei miei mezzi, non volevo fare acrobazie o evoluzioni, solo farlo stare giù un po’, vedere le luci accendersi. Forse stavo parlando in quel momento, non ci badavo; mi sembrava una cosa che potevo fare in contemporanea ad un’altra ormai.

Sbagliai le misure, toccò terra, si aprì in due e mi rimase solo il filo legato al medio. Non riuscii a ripararlo. Aveva una vistosa crepa su un emisfero. Qualche giorno dopo tornai a Padova. L’estate era quasi finita.

Artista: Cartoons

Brano: Doo-Daah

Album: Toonage

Anno: 1999

P.S. a Padova  Everybody sing a song doo-daa doo-daa veniva storpiato in Eriberto Ingesson Tuta, Tuta.

Tre calciatori: il primo, del Chievo, si scoprì che aveva documenti falsi, era più vecchio di 5 anni e si chiamava Luciano.

Il secondo era un onesto scandinavo del Bari.

Il terzo, del Venezia, segnò un gol che non voleva nessuno in una partita combinata. Non gli avevano detto nulla.

cartoons

Febbre a Novanta #25

BOY BANDS: A RETROSPECTIVE part II

Seconda puntata di una retrospettiva sul fenomeno più 90s esistente al mondo: la boyband.

Dicevamo; che cosa strana le boybands. Alcune spaccavano, sbancavano, si prendevano tutto, non lasciavano neanche le briciole; altre invece proprio no, non se le cagava nessuno, sembravano dei ridicoli wannabes, erano tanto patetici da non meritare nemmeno di essere osteggiati. Altri sbancavano alcuni paesi per passare inosservati in altri.

Una specie di guerra fredda fra Inghilterra, avamposto della scena Europea e Stati Uniti/Canada. Non dico America Latina perché lì la musica ha le sue regole, le sue leggi. I suoi dittatori; e laggiù si chiamano e si chiameranno sempre Menudo.

In sostanza, parlando al di fuori di quei 3 o 4 fenomeni planetari (ve ne parlerò presto), spesso le boyband inglesi polverizzavano ogni record in tutto il Vecchio Continente per poi invece poter fare tranquillamente la spesa al supermercato in America senza correre il rischio di essere riconosciuti, accerchiati e stuprati da qualche quindicenne. E viceversa. Non ricordo mie compagne delle elementari fan dei 98 Degrees ad esempio. Forse da noi non arrivarono mai.

I Lyte Funkie Ones si sente, e soprattutto si vede tantissimo, che sono americani. Per gli influssi soul hip-hop nella loro ballata patinata (ma vi ricorderete di sicuro anche Summer Girls, ancora più pronunciata da questo punto di vista), per il loro approccio “diversamente macho” rispetto a quei teneroni degli inglesi. Ti amano ragazza mia, te lo stanno dicendo in maniera dolcissima e banalissima, ma appena finirete a letto non saranno carezze.

Ma soprattutto, guardateli: tre truzzoni che giocano a biliardo, girano in decappottabile e guardano le fighe (per la precisione La Figa: Jennifer Love Hewitt) alla tv stravaccati sul divano. Bella vita. Uno ha le meches. Uno la barbetta perfetta con le basette e gli occhi penetranti. Uno la faccia da bimbetto difficile, e la maglia da football che indossa serve per fugare ogni dubbio anche ai più distratti. Se te li trovi a un party electro adesso credi che abbiano sbagliato discoteca, o magari sbagliato decennio. Se sei una ragazza ti aspetti che ti approccino in quel modo sdolcinato e finto insicuro che funziona sempre nei telefilm e mai nella vita reale (mai!). Ci credete che poco più di dieci anni fa non si trovava di meglio in tutti gli Stati Uniti? Quel che un tempo faceva sesso oggi fa pena. E’ la legge.

E ci credete che anche loro, come gli Ultra, si sono scelti e formati da soli, si sono scritti le canzoni e hanno consciamente scelto di diventare dei pupazzetti che cantano canzoncine del cazzo che paragonano ragazze alle stelle cadenti? Beh, è così. E ve li ricordate di sicuro tutti gli LFO e questa canzone.

Perché sì, erano americani, minori, tardivi e con una impronta rap che oggi si sente ormai dovunque, ma che nel 1999 non era così ovvia e diretta, li relegava quasi in una nicchia; erano tutto questo, eppure con due o tre canzoni spopolarono anche in Europa, anche in Inghilterra, anche qui.

Non furono, in ogni caso, così dirompenti da farmi essere geloso del loro successo con le mie amiche, come mi accadeva con tutte le boyband. Le case discografiche dovrebbero risarcire la mia generazione per i danni all’autostima che ci hanno causato. Essere adolescenti maschi eterosessuali negli anni 90 è stato più difficile che in ogni altro decennio.

Agli LFO invece non do colpe. Mi hanno piazzato in un video una delle più grandi patate mai apparse sullo schermo televisivo. E mi hanno fatto scoprire cos’è un Non Sequitur

The song itself contained numerous non sequiturs, such as “You’re the best girl that I ever did see/The great Larry Bird, jersey 33″ and “Fell deep in love, but now we ain’t speakin’/Michael J. Fox was Alex P. Keaton

Non ho mai augurato loro una tragica fine.

Invece Rich Cronin, il pirla con le meches, è morto a 35 anni Leucemia l’anno scorso.

Se ne vanno sempre i meno peggio.

Artista: L.F.O.

Brano: Girl on Tvlfo

Album: Lyte Funkie Ones

Anno: 1999

Febbre a Novanta #18

 

Ho camminato per i corridoi della mia scuola elementare anni dopo averla abbandonata. Non mi ricordo nemmeno il perché. Cinquanta centimetri più alto, il giusto disincanto nello sguardo, ché il mondo era cambiato tutto nel frattempo, e mi aveva trascinato con sé.

Avere l’impressione di sbattere la testa sul soffitto, essere più alti di un attaccapanni al quale arrivavo ad appendere il bomber solo saltando, rendersi conto che il corridoio per il quale correvo a perdifiato altro non era che una sala dov’era arduo persino organizzare una partita di calcio.

Perché il bello del calcio è questo. E’ che basta uno spazio ragionevole, quattro “cosi” nel vero e proprio senso della parola, ovvero qualsiasi oggetto esistente al mondo che possa fungere da palo, e ovviamente un qualcosa che rotoli; meglio se una palla.

Se da bambini lo spazio/tempo si dilati, o se invece si restringa quando diventiamo grandi, quello non l’ho mai capito. Ricordo però intervalli lunghissimi. Intervalli in cui prendevano vita le nostre epopee calcistiche. Prima calciando dei sassi. Poi una pigna, che quando perdeva tutte le alette andava sostituita con una nuova.

Poi ci comprarono i supertele.SUPER_TELE

Non c’era tanto tempo da perdere per fare le squadre; la rivalità storica fra sezioni, l’odio che ci divideva, alimentato da alcune insegnanti che ci dipingevano come classe modello contrapposta a “quegli animali lì” bastava a trasportare l’opposizione anche sul prato: sezione A contro sezione B. Sempre. Ad ogni cazzo di intervallo.

Agli occhi di un ragazzino abituato alla classe perfettina, la sfida che ogni giorno si rinnovava doveva ricordare quei film sul calcio americani (loro, che di calcio non c’hanno mai capito niente), dove la squadra onesta e leale del protagonista arrivava sempre in finale con i più cattivi, brutti e antisportivi del torneo. E ovviamente vinceva all’ultimo secondo con un rigore, ma sempre nel segno della lealtà.

Ero la colonna della mia sezione. Alto, snello, mancino di piede, un codino più che evocativo, ma soprattutto l’unico depositario dell’arte del dribbling. Li fregavo tutti, sempre. Ero semplicemente più veloce di loro. Forse più intelligente. Insomma, facevo gol a grappoli.

Me lo ricordo perché ci segnavamo tutto. Tenevamo la classifica cannonieri. Avevamo il nostro almanacco. Per un periodo ci furono anche alcuni nostri compagni che si invasarono con la storia che volevan fare l’arbitro. Si procurarono un fischietto, si ritagliarono e colorarono dei cartellini. Era strabiliante quanta fantasia mettessimo al lavoro per assomigliare sempre di più alle immagini che ogni domenica ci rapivano su 90° Minuto, quando le partite erano sì già a pagamento, ma almeno erano tutte alla domenica.

Io la classifica cannonieri me la contendevo sempre all’ultima giornata, che era poi l’ultimo giorno di scuola, con Alessandro, il bambino di B, che era la mia esatta antitesi. Poco agile nel dribbling, ottimo tiro, forza fisica brutale. Un degno rappresentante della sua sezione. Eravamo nemici giurati, e il campo non ne faceva mistero. Talvolta mi surclassava. Talvolta lo umiliavo, e lui non la prendeva molto bene: perdeva la testa, entrava violento in scivolata, per fare male, per fermare la mia corsa in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive.

Erano gli anni dal 1996 al 1998. Gli anni più belli, più poetici di Ronaldo. Quello vero, non Cristiano. Sembrava inarrestabile. Sembrava il più forte giocatore mai esistito. Sembrava questo e quello. Era l’idolo dei campetti di provincia e anche di città. E quando, all’inizio delle nostre partite all’intervallo era ora di darci una qualifica, una giustificazione per ciò che stavamo facendo, il primo che alzava la mano urlando “Barcellona, Ronaldo!” metteva con l’immaginazione la maglia azulgrana a tutti i suoi compagni di squadra, e riservava per sé la più prestigiosa, la numero 9, e qualunque fosse la sua reale bravura si vedeva che giocava più leggero.

Magie, che un tempo erano possibili.

E mentre Ronaldo arrivava a Milano per cinquanta miliardi di lire, i nostri campionati sulle sue orme e la sfida personale dei goleador fra me e Alessandro continuavano, fino agli esami, nel 1998. Dopo l’estate io e il mio rivale ci svegliammo alle medie in classe assieme, e come per magia tutti i suoi tratti animaleschi svanirono. O meglio, mi parvero normali, quasi simpatici.

Fu in pullman, diretti non mi ricordo neanche dove, che mi diede uno dei suoi auricolari, “Senti qua, questo è Rock! Questa è la musica sana e dura”. Sana e dura. Disse proprio così. Era Rock ‘n Roll is Dead, prima traccia di Circus, di Lenny Kravitz. Trascinante. Melodica. Aveva un’anima. Alessandro si accorse che apprezzavo e sorrise compiaciuto. Eravamo diventati amici.

Ma nel 1999 le radio pompavano Fly Away, dal nuovo disco 5. Volare via. I due desideri più pregnanti dell’uomo, specie negli anni in cui non si vuole più essere bambini: volare e andarsene. Volare via da un posto che non ti piace più.

Nel 1999 gli intervalli duravano meno, le squadre si cambiavano ogni giorno, non c’erano classifiche, non c’erano epopee. Il calcio diventò solo un modo di riempire l’intervallo, non più l’intervallo un modo di contenere il calcio. E io, beh io il codino non ce l’avevo più, e venivo quasi sempre scelto per ultimo dai capitani delle squadre.

Ronaldo? Quell’anno Ronaldo, ultimo condottiero di un calcio epico e guerresco che non c’è più, iniziò un devastante calvario finito per sempre una settimana fa, quando ha detto al mondo “non ce la faccio più”. Si infortunò al tendine rotuleo il 21 novembre 1999. Il giorno del dodicesimo compleanno di Alessandro.

Artista: Lenny Kravitz

Brano: Fly Away

Album: 5

Anno: 1998

lenny

Febbre a Novanta #13

 

cardigans

Una volta su MTV c’erano i video. I video musicali. Non c’erano i reality, non c’erano i cartoni, non c’era merda.

O meglio, c’era, ma sembrava puzzare meno.

Nell’angolo in alto a destra il logo “MTV”. In basso quello “Rete A“.

Marco Maccarini faceva la Webchart, Andrea Pezzi cucinava, Daniele Bossari aveva il pizzetto lungo e conduceva Select da Londra, Kris & Kris facevano la Dance Floor Chart con quell’accento che pareva solo appannaggio di Dan Peterson, Giorgia Surina dava lezioni di storia della musica alla sera tardi con Disco 2000.

A breve sarebbe nato TRL. Ma, ecco, vedete, prima non c’era. Non c’è sempre stato.

Guardare MTV ogni giorno, oltre ad ascoltare musica, serviva a prepararsi per l’evento televisivo dell’anno per i ragazzi della nostra età. Arrivava a Novembre.

Gli MTV Europe Music Awards (EMA).

L’edizione del 1999 fu per me l’apoteosi del mio rapporto con Mtv, l’apice della mia adorazione per quel canale, l’esplosione del mio interesse totale e totalizzante per la musica, l’industria musicale e tutto quello che ci girava attorno. Un’edizione perfetta sotto ogni aspetto. Ricordo che non ebbi il permesso di guardarla tutta, perché un po’ per il fuso orario un po’ perché era una serata di gala piuttosto lunga, mi avrebbe costretto alzato oltre alla mezzanotte, e ai miei questo non andava. La registrai, ne guardai metà in diretta, e il giorno dopo tornato da scuola guardai la cassetta dall’inizio alla fine.

Si svolse a Dublino, una città che sto aspettando di visitare da quasi tutta la vita. La presentò giocando in casa Ronan Keating, al tempo già un solista di successo, la carriera dei Boyzone era già finita e il fenomeno delle boy band era in decomposizione avanzata. Sfoggiava un caschetto biondo e una palandrana rossa di gran classe. Classe, una cosa pressoché sconosciuta ad Ali G.

Le premiazioni erano il meno. Quello che attendevo maggiormente erano le performance live, su tutte quella degli Offspring, mia freschissima passione. The Kids Aren’t Alright era al tempo la mia canzone preferita, ed è tuttora sicuramente fra le dieci canzoni più importanti della mia vita. Il fatto è che suonarono davvero male (e col tempo avrei capito che solo loro avevano fatto un live e non un playback) e se non fui deluso, di certo però mi aspettavo grandi cose che però non arrivarono.

Fu l’anno in cui il premio italiano fu ritirato da Elio e le Storie Tese vestiti come gli stereotipi italiani.

Fu l’anno di Britney Spears; aveva appena pubblicato Baby One More Time, vinse 4 (quattro!) premi, quasi tutti i più importanti, si rese protagonista di una performance/balletto/spogliarello che turbò non poco le mie gonadi (ma si ripeté e addirittura si superò negli anni successivi ai VMA prima ballando con un pazzesco vestitino color carne, poi praticamente nuda con un serpente vivo sulle spalle).

Ma se Britney fu il sesso, Nina Persson fu l’Amore. La performance dei Cardigans, rigorosamente in playback, fece risplendere l’algida bellezza nordica della loro straordinaria frontwoman, in rigoroso completo nero, più elegante di quella tutina in pelle sfoggiata nel video; la sua posa immobile di fronte all’asta del microfono, molleggiata sul piede perno per far ondeggiare il sedere, lo sguardo killer mai dritto verso lo spettatore, sempre accompagnato a un ghigno compiaciuto, così nel video come sul palco di Dublino.

Nina in pochi minuti mi rese suo schiavo, e il giorno dopo corsi a comprare il loro disco Gran Turismo. Quando mi vengono a raccontare che i leader che stanno fermi sul palco non sono dei buoni leader, ripenso al sexy ondeggiare di Nina e alla mia ipnosi totale e completa, al suo sorrisetto stronzo e la sua sciarpa.

Ripenso a distanza di anni a lei e al mio amore per lei, e capisco perché nessuna pornostar mi abbia mai entusiasmato più dell’inarrivabile, algida, rockeggiante Briana Banks.

banks

Artista: The Cardigans

Brano: Erase / Rewind

Album: Gran Turismo

Anno: 1999

Negli anni 00 suona come: Avril Lavigne – Nobody’s Home

Febbre a Novanta #12

 


Ero un bellissimo bambino. Avevo due begli occhioni azzurri, le cassiere dei supermercati me lo dicevano sempre, e mi regalavano le caramelle. Avevo il caschetto biondo, i capelli mi cadevano liscissimi sulla testa; erano gli anni di Roby Baggio e mi feci crescere un lungo codino. Vestivo sportivo perché sportivo lo ero. All’intervallo delle elementari si consumavano folli partite di calcio prima con le pigne, poi coi sassi, poi coi SuperTele. Segnavo tantissimo, il mio dribbling era irresistibile. Ero il leader indiscusso della A. In quelli della B c’era un altro bambino abbastanza forte, ma perdeva spesso la testa e interveniva sempre duro. Perdeva la testa perché arrivava secondo. Non mandò mai giù che mi laureassi capocannoniere ogni anno.

Sembrava andarmi tutto a meraviglia.

Poi però arrivarono le medie, e d’improvviso il codino non andava più bene, e neanche la tuta dell’Adidas. Mi guardavano strano, tutti, in quella scuola. Possibile che mi fossi perso qualcosa, in quell’estate di mezzo? A complicare il tutto, nelle partite di calcio durante l’intervallo del tempo pieno,  quello post-pranzo, venivo sempre scelto tra gli ultimi. Mi rivedo composto, davanti a quei nuovi compagni, con le sopracciglia arcuate, supplichevole e deluso dalla precoce fine della mia carriera.

In prima media è difficile una reazione d’orgoglio, è difficile fregarsene. Il popolo è sovrano, specie se sei stato abituato ad averne intorno molto.

lit-miserable-bLa ricerca di una propria identità, principalmente estetica, nel tempo delle mele non è una passeggiata, cambia come il vento. Non so dire se mi rifugiai nelle sonorità rock per questo.

Certo, quando per la prima volta vidi A.J Popoff ne rimasi folgorato. Decisi all’istante che volevo essere come lui: volevo quelle basettone folte e tagliate col righello, volevo quella faccia bastarda, i capelli corvini, ma soprattutto volevo che stessero in piedi da soli, per magia, come stavano a lui: appuntiti, minacciosi, armonici, come disegnati e tenuti in vita da qualcosa di superiore.

Scoprii che quell’Entità Trascendente portava il nome di Gel, dopo essermi consultato con chi già portava quel risultato divino ben saldo sulla testa. Il caso volle che si trattasse del Capocannoniere fisso delle medie, la persona che mi aveva rubato i riflettori. In tutto.

Il tempo dei codini biondi era finito, largo alle punte nere ingellate.

Tagliai il mio sudatissimo codino, e cominciai a passare ore allo specchio, a riversare barattoli interi di gelatina su ciocche di capelli modellate a punta. Il risultato finale mi deludeva sempre, come rendersi conto che il disegno appena fatto non è bello come lo si aveva in mente. Il fatto era che dovevo combattere con una madre che mi voleva coi capelli lunghi, naturali, e per quanto cercassi di spiegarle che quello era il tempo per cambiare, sembrò non capire cosa significasse per me avere capelli abbastanza corti da stare in piedi, e non franare irrimediabilmente dopo poche ore.

Non vinsi mai la mia battaglia contro lo specchio.

E oggi, a distanza di 12 anni, devo farmi una ragione del fatto che non suonerò mai sul culo di Pamela Anderson. Poco importa che non l’abbiano fatto davvero neanche i Lit, band come potevano nascerne solo negli anni 90: figli del metal, approdati al grunge e adagiatisi su un hard pop di appeal mondiale con l’ottimo A Place in The Sun. Oggi raccolgono i cocci di una carriera segnata dall’aver aspettato invano la guarigione del batterista Allen Shellenberger, scoperto malato di cancro al cervello nel maggio 2008 e sconfitto il 13 agosto 2009.

Miserable, ballata triste, malinconica, ambigua (“You make me cum/ you make me complete/ you make me completely miserable”) polverizzò molti record grazie anche a un video da intime sedute al cesso.

Ma giuro che prima di cominciare col gel mi lavavo le mani.

Artista: Lit

Brano: Miserable

Album: A Place in the sun

Anno: 1999

Negli anni 00 suona come: Good Charlotte – We Believe

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