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Resa dei conti col gruppo della mia vita

Gran parte delle mie sfortune come appassionato di musica, come musicista e come persona deriva dal fatto di aver avuto la mia Bildung con la band sbagliata. È una cosa che non puoi controllare, quando hai 15 anni bisognerebbe che tutti avessimo un amico di 3 o 4 anni più grande, un fratello musicofilo, un cugino attento alla tua formazione che ti tengano lontani dai pomeriggi seduti sulle selle del motorino in gelateria e ti portino piuttosto in un negozio di dischi a scegliere quello che ti piace di più, stando però attenti ad avere quantomeno sempre l’ultima parola se si finisce su qualcosa che per un 15enne non va bene, che ne so, i Simply Red, che poi non vanno bene per nessuno forse. Io queste cose non ce le ho avute. Gli amici più grandi di me mi snobbavano. Mio fratello più grande passava i pomeriggi sulla sella del motorino in gelateria, ascoltava i Green Day ecco, ma senza approfondire. Cugini più grandi di me non ne ho.

In breve ho dovuto fare tutto da solo, e a complicare le cose è arrivato internet proprio quando cominciavano a spuntarmi dei peli (pochi) e dei brufoli (non esagerati).

Insomma, The Art of Drowning, l’ho detto mille volte ma perdonatemi, è giusto che lo ripeta al lettore ogni volta che parlo degli AFI per una questione di onestà intellettuale e di trasparenza, è il disco della mia vita. Quello che per mio padre è stato Led Zeppelin II, per alcuni miei amici è stato Punk in Drublic, per gente più affermata di me è stato Automatic For The People, The Bends, Vitalogy, Revolver per qualche inguaribile stronzo dall’animo vintage prima che fosse cool, Spiderland per chi ne sa, The Shape of Punk to Come per chi di musica pesa vive tuttora, e se vado avanti finisco col fare la classica lista dei 100 dischi più influenti del secolo che ne pubblicano una ogni anno e ce ne mettono sempre tre o quattro degli U2 così, giusto per ricordarli. Son paragoni pesanti, ma a conti fatti, se ripercorro la mia (sic) sensibilità artistica, il discernere il bello dal brutto, gli AFI sono l’origine di tutto, il fattore discriminante, il vademecum e anche il testo sacro, con fragilità interpretativa annessa.

Vera e propria ossessione per almeno tre anni in cui non ho ascoltato altro, se non cose che mi davano come dichiaratamente simili, gruppi tipo i Thought Riot, i Pipedown, i Pitch Black; tre anni in cui persino i Misfits mi sono sembrati robetta. Tre anni in cui pensavo che mai nessuno più avrebbe prodotto qualcosa di più perfetto della tripletta Black Sails in the Sunset (LP, 1999), All Hallows (EP, 1999) e The Art of Drowning (LP, 2000), con una prolificità che realizzo solo ora mettendola nero su schermo. Per certi versi è una credenza che dura ancora oggi, seppure per un fatto nostalgico.

afi-black-sails-on-the-sunsetAFI_-_All_Hallow's_EP_coverThe_Art_Of_Drowning

Quel periodo, il periodo in cui trovai la mia strada musicalmente, fu anche l’apice degli AFI, il punto dal quale cominciarono quella cosa che in genere dentro al gruppo si chiama evoluzione, nei forum del punk si chiama vendersi, e per i fan feriti ma innamorati si chiama declino. Di declino parlo senza vergogna e con convinzione, perché agli AFI ho sempre riconosciuto onestà. Voglio dire, ascoltando i loro dischi, tutti, ho sempre la netta sensazione che stiano facendo ciò che vogliono, senza curarsi troppo di ciò che succede fuori. Così Crash Love (2009) era un disco smaccatamente pop-rock in cui era possibile trovare una certa classe, e il look della ritrovata mascolinità di Davey Havok sembrava calzare a pennello con canzoni eleganti come Beautiful Thieves.  Mi sorprendo ancora oggi ascoltando gli esordi hardcore da east bay area di Answer That and stay fashionable (1995) e gli ultimi lavori, costretto a riconoscere che si tratta della stessa band, che ha seguito un percorso evolutivo dai tratti trasparenti e scientifici, su cui si potrebbe condurre una tesi di laurea.

Per un po’ ho pensato anche di barare, di partecipare al bando del “racconta il tuo primo concerto” di bastonate millantando che la mia prima esperienza fosse stata all’Independent Days 2003 dove andai per vedere gli AFI alle 5 del pomeriggio (e anche i Rancid e i Lagwagon certo, ma non sarebbe stato lo stesso, e poi i Rancid suonarono un’ora davanti a un pubblico che aveva appena sputato addosso ai Cramps). La verità è quell’Independent Days fu almeno il mio quarto concerto, e il mio primo fu Piero Pelù solista che faceva pezzi dei Litfiba. Eppure di ingenuità ne commisi molte, su tutte quello che all’epoca si chiamava “tenuta da concerto” con una prolissità tipico-italiana, che i francesi chiamano mise e che oggi più o meno tutti chiamano outfit: vale a dire, maglietta degli AFI (che sfigato), pantaloni camouflage sintetici versione militare-in-siberia, scarpe da skater e devilock. Per fortuna lasciai a casa il pearcing finto comprato su Carnaby Street (non a Carnaby Street) altrimenti sarei qui a raccontare un’altra sconfitta.

Sconfitta non fu, in effetti: riuscii a vedermi quella che era qualcosa di più della mia band preferita dalla prima fila all’arena parco nord. Non male per un novellino del cazzo, anche se la verità è che più cresci meno te ne sbatte della prima fila, anche se la seconda volta che andai a vederli, al Rolling Stone a Milano, un posto dove una birra piccola costa 5 euro, arrivai fino alla seconda fila, ma non riuscii a farmi spazio fra due ciccione incollate che facevano foto con le loro reflex del cazzo.

afiindependent

Dicevo dell’Independent. Era il tour di Sing The Sorrow (2003), unanimemente riconosciuto come il miglior disco della band, e credo che se nel mio caso non ci fosse in mezzo molto di più di una valutazione musicale ma anche la mia vita stessa, pagine e pagine di diari e libri scolastici riempite di testi a cazzo degli AFI che mi canticchiavo in testa quando non avevo voglia di ascoltare le lezioni, pomeriggi passati sul forum di afireinside.net e altre cose imbarazzanti che potete immaginare, ecco se non fosse così mi toccherebbe essere d’accordo. Sing The Sorrow lo scaricai a pezzetti qua e là dove al tempo si scaricavano gli mp3 a 128, circa un mese prima dell’uscita. La prima versione che trovai di Girl’s Not Grey era una registrazione con il dj di KROQ che annunciava con un accento zarrissimo here’s the afi song Girl’s not grey on KROQ. Era tipo gennaio, febbraio 2003? Il disco era previsto per il dieci marzo, il giorno in cui mi fiondai a comprarlo da Ricordi, sorpreso di trovarlo. Sapevo che trovarlo lì significava che presto la mia band preferita sarebbe diventata la band preferita di qualche altro italiano. Su ragepunk tutti davano Death Of Seasons come canzone dell’anno. Io, di mio, ho passato più di qualche notte prima di addormentarmi ad immaginarmi su un palco ad aizzare la folla che canta in coro Miseria Cantare. Miseria Cantare è l’intro di un disco più gasante della storia. Ho divertito più di qualche amico cantandone una versione di sole bestemmie; so che non fa ridere, ma molte persone, anche molto credenti, trovano divertente che io bestemmi. Non so dirvi perché.

Sing the Sorrow, a posteriori, è stato anche l’ultimo disco degli AFI che io ritenga alla loro altezza. Va detto che di mio ho settato la loro altezza molto in alto. Decemberunderground è un disco con tanti pezzi clamorosi e tante schifezze inenarrabili. Di Crash Love ho già detto, ha un’onestà di fondo pazzesca che te lo fa sembrare addirittura un ottimo disco, nonostante ci sia una canzone che ricorda tantissimo Candyman di Cristina Aguilera. Lo ascolterete e mi darete del cretino. Ma vale per qualsiasi disco della loro discografia, ve lo ripeto. Gli AFI per la storia della musica non sono niente di che perché tutto quello che potevano essere per qualcuno ce lo siamo presi io e qualche altra persona con cui non ho nient’altro da condividere, tipo tizie ciccione americane che disegnano cuori e darkettoni che si vestono di velluto e altre cazzate del genere ma in realtà amano troppo la vita per ascoltarsi i Sister of mercy.

Non mi aspetto più niente dagli AFI, da quasi dieci anni ormai. Ma ho l’obbligo morale di ascoltare un loro nuovo disco, quando lo fanno. E così, appena mi è capitato un link per Burials, l’ho tirato giù e l’ho lasciato lì a fermentare nella barra sotto di Chrome, il file aveva un nome minaccioso per la mia coscienza: AFI.zip

Non ho potuto ignorarlo troppo a lungo.

Il disco è una schifezza ragazzi. È l’ennesimo disco non buono della band, ma il primo veramente brutto. Oscuro, cupo e crepuscolare come ai bei tempi, ma attestato su un rock/glam con sfumature elettroniche che non sono mai state il loro forte, e che andavano bene come una tantum (questo pezzo in chiusura di Decemberunderground). Ho trovato due pezzi belli, che li trovano in grande forma. Ci sono i tempi sostenuti, i cori singalong che mi hanno fatto perdutamente innamorare di loro, perché la loro coralità ha sempre vinto ogni mia resistenza. Sono la traccia 5 17 Crimes e la traccia 11 Greater Than 84. Il resto è desolante. Stavolta invece che Cristina Aguilera, c’è una canzone, l’ultima, che ha la stessa linea vocale dell’intro di The Summer is Crazy di Alexia.

Non che mi aspettassi nulla di diverso. Però è la prima volta che prendo atto del fatto che il gruppo più importante della mia vita non fa più musica che mi piaccia, e in un certo senso c’è stato un tempo in cui ho pensato che li avrei accompagnati per la loro intera carriera, e che loro avrebbero accompagnato me per la mia, ancora non so in che cosa, ma una carriera dovrò avercela pure io un giorno. Mi aggrappo perciò a quei due pezzi in cui si sente ancora del punk. Lo so che è un discorso del cazzo, ma c’è poco da fare. Quando gli AFI si ricordano del loro passato punk-hc sfornano cose splendide. Ne sono ancora capaci, a me toccano ancora. È per questo motivo che questo disco è una merda. Perché poteva non esserlo, se solo gli AFI fossero un gruppo meno onesto, se dessero un po’ più ascolto ai fan, se facessero un po’ anche quello che vogliono gli altri invece che quello che vogliono loro.

Mi fermo qui, ma ho ancora un sacco di cose da dire sugli AFI che non interessano a nessuno fuori che a me stesso, e che dirò forse in altri pezzi dopo aver elaborato e digerito questo. Grazie per non avermi compatito troppo ed essere arrivati fino in fondo.

Dieci canzoni col WOAH che hanno reso la mia vita migliore

Prima che i Coldplay decidessero di sostituire in pieno i testi con questo stilema mutuato dal Panc, ingolfando i loro dischi con cori insopportabili per farsi i segoni ai concerti con la gente che canta Viva La Vida, il WOAH era robba nostra.

Ai concerti, quando c’è un WOAH non si sbaglia mai. Nessuno stona, nessuno si tira indietro, tutto va perfettamente, come deve andare. Il WOAH è sicuramente uno dei motivi per cui ho iniziato ad ascoltare musica, questa musica in particolare, e non me ne sono mai allontanato. Il WOAH lo mettono nei dischi da 30 anni e ancora nessuno si è mai azzardato a dire che ha rotto il cazzo, perché un WOAH fatto come dio comanda non rompe mai il cazzo, è semplicemente impossibile.

Questa è una selezione di 10 WOAH che mi hanno fatto stare bene, in macchina, nelle arene, la notte prima di addormentarmi, in moltissimi momenti che non sto qui ad elencare. Mancano un sacco di pezzi altrettanto importanti e di più; non si tengono conto di alcune cose; si è tentato soltanto un certo bilanciamento fra i periodi in gioco, e nient’altro: per il resto si seguono i miei gusti e basta, e se non vi vanno bene apritevi un blog e chiamatelo il Bananone.

The Offspring – The Kids Aren’t Alright

Il primo WOAH non si scorda mai

Pennywise – Bro Hymn

Paragonando il WOAH alla storia dell’umanità, non dico che Bro Hymn sia la nascita di cristo, ma magari la scoperta dell’america sì.

Dropckick Murphys – I’m shipping up to Boston

Non è mica colpa loro se questo pezzo è ormai parte della cultura dei freakettoni che ballano la pizzica

Sum 41 – Summer

Ero giovane e incazzato, ma prima di tutto adolescente. Andate a fare gli esperti di musica da un’altra parte.

Hot Water Music – A Flight And A Crash

Il primo tentativo, riuscito alla grande, di innovare il WOAH. Sempre secondo me e nessun altro.

AFI – Of Greetings And Goodbyes

Vabbè, chevvelodicoaffà.

Bad Religion – Atheist Peace

Seriamente mi stai per rompere i coglioni perché ho messo un pezzo del 2004 invece che uno qualsiasi dei Bad Religion? Cosa vuoi dimostrare? Che conosci gli album vecchi?

The Bouncing Souls – True Believers

Qui siamo un pelo fuori tema, perché non ci sono WOAH, bensì degli AAAAAH. Scusatemi, ma non sarei andato a letto sereno se li avessi esclusi.

Polar Bear Club – Boxes

Scusatemi, amici, se nel 2010 vi ho cavato la vita con questa canzone. Però non me ne pento. Il WOAH del nuovo corso.

Red City Radio – Two for flinching

La prova vivente che in questo decennio si può fare ancora un disco punk rock pieno di WOAH senza far sbadigliare nessuno.

Il doppio album è sempre il più difficile nella carriera di un artista

C’è stato un tempo in cui pensavo che il doppio album fosse una inevitabile spia del fatto che il gruppo che decide di realizzarlo ha perso completamente il senso della realtà, ed è impazzito pensando di poter reggere con canzoni di al massimo 5 minuti due ore abbondanti di disco senza cagare il cazzo, pretendendo addirittura che l’ascoltatore non spezzi l’ascolto perché “è un’opera concettuale”. Insomma, quel momento in cui da musicisti si pensa di essere diventati artisti immortali. Per esempio quando è uscito American Idiot tutti abbiamo pensato di Billie Joe “ah che simpatico, che sagoma, che artista, riesce a fare un concept punk e ci mette pure due canzoni da 10 minuti, bravo, grande” ma alla fine a tutti piaceva solo Saint-Jimmy. Ecco, quando invece è uscita la “seconda opera rock”, ovvero “21st Century Breakdown”, ecco, lì, avremmo dovuto fermarlo. Invece no, abbiamo aspettato che gli passasse, e io invece mi sono trovato con un musical con il mio idolo della giovinezza, il cantante degli AFI, che si rendeva ridicolo oltre il già fatto, in questo modo. Voi invece vi siete ritrovati con Uno!, Dos!, Tres!, e non ho voglia di fare il punto esclamativo al contrario perché odio gli spagnoli del cazzo e adesso che anche il papa parla spagnolo sarà tempo di vacche magre per tutti, sappiatelo. E insomma, la fine che hanno fatto i Green Day l’ha detta meglio di me Impatto Sonoro con la recensione di Tre! , e io non voglio rincarare la dose, voglio solo ricordare quanto spaccava Californication (non la serie Tv, stupidi nerd) e quanto invece mi ha fatto cacare sangue Stadium Arcadium, e continuare pensando che un conto è il punk rock, un conto è essere troppo rock per fare punk, e troppo punk per fare rock, ed essere troppo dignitosi per fare Indie, e mille, milioni, migliaia di altre cose, pregiudizi, preconcetti e giudizi musicali sommari, tutte cose che pensavo sostanzialmente prima di sentire il nuovo incredibile album dei Biffy Clyro.

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I fell into yesterday

Per motivi che mi diventano sempre meno chiari man mano che invecchio, gli AFI sono da sempre il mio gruppo preferito. Dico da sempre, ma ovviamente non è così. Prima ci sono stati i Rancid, ancora prima gli Offspring, e ancora prima cazzi miei, troppo imbarazzante.

Fino al finire del 2000 in cui li ho scoperti: sentiti nominare perchè si muovevano intorno alla cricca della NITRO records, l’etichetta di Dexter Holland, non avevo mai approfondito, non ne avevo neanche i mezzi a dirla tutta; non so se lo ricordate, ma nel duemila le connessioni erano piuttosto lente, KaZaa provava ancora le versioni beta, collegarsi a internet di giorno costava un casino e teneva il telefono occupato. Inutile dire che sperare di trovare un disco Nitro al Ricordi di Padova era pura utopia.

The Art of Drowning uscì il 29 settembre 2000, dieci anni fa, e cambiò la mia vita.

Mi rendo conto ora che scrivo di musica da un bel pezzo ormai, ma degli AFI non ho mai scritto una singola riga.

Gli amici mi ricordano con un devilock sporco e mal assortito, prima ancora che cominciasse a venire scambiato per un ciuffo emo (Emo? In Italia? Nel 2000? Ma dai!!), stretto in vestiti darkeggianti ancora più ridicoli perché fai da te, mentre provavo a scrivere canzoni al limite del plagio e che mi riuscivano drammaticamente più patetiche di quanto non riuscissero a loro, nonostante tutto il mio impegno.

C’è molto di cui vergognarmi nella mia vita, lo so, ma di questo non mi vergogno. Ne rido, mi imbarazzo, ma non mi vergogno. Per me fu una carica vitale, fu la spinta, fu un po’ come quello che deve passare per la testa di Neil Il Grande Artista prima di realizzare le sue opere.

Mi piace pensare, e credo sia davvero così, che ogni mia velleità estetica sia scaturita dalla mia elaborazione di quel disco. Non ne ho più trovato uno così. Probabilmente ce n’è uno solo in ogni vita.

Non vi sto dicendo di andarvelo ad ascoltare se non l’avete mai sentito: ne restereste profondamente delusi; non è che un disco punk dalle atmosfere cupe e liriche, dark-punk lo chiamavo io, horror punk lo chiama l’industria, hardcore melodico lo chiamano gli esperti. In realtà non vi sto affatto parlando di musica, perché è inutile che tenti di spiegarvi quanto l’assolo di chitarra di 6 to 8 rappresenti per me la perfezione,  quanto mi abbia spiazzato l’inserto tecnico in The Despair Factor,  quanto il momento della cover doppietta di Ever and a daySacrifice Theory con la mia band fosse quello che valeva tutto il concerto,  quanto Morningstar piacesse a mia madre, quanto sia impazzito quando al loro concerto a Milano quattro anni fa ho riconosciuto l’attacco di Wester, quanto Of Greetings and Goodbyes sia ancora, dopo dieci anni, la mia canzone preferita.

C’è chi ha i Pearl Jam, chi gli Smashing Pumpkins, chi i Clash, chi i Nirvana, chi i Pixies, i Radiohead.

Io no, io ho gli AFI e non me lo spiego. Ma soprattutto, devo?