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It’s Oversimplified – Una storia sugli Offspring

Se vi chiedono di pensare all’inizio della vostra vita di solito fate fatica a riordinare i ricordi, perché non è semplice mettere in ordine a ritroso un flusso di cui voi avete organizzato delle tappe per mezzo di momenti salienti, e in fondo sapete di essere le persone più inaffidabili al mondo per esaudire questa richiesta.

Perché la triste verità è che un inizio non c’è, o se c’è non è stato inciso, come il pezzo di nastro rosso delle musicassette, quello che c’è all’inizio o alla fine di ogni lato; sono 3 o 4 secondi di riproduzione che suonano vuoti, sono i primi mesi della nostra vita in cui i nostri ricordi si perdono per sempre perché non li possiamo registrare. Perciò un inizio ce lo scegliamo, ed è un inizio come si deve, finto e drammatizzato, come si fa nei libri e nei film. Per me è Pretty Fly For a White Guy.

La prima volta che la sento, semplicemente la detesto: detesto quella vocina stridula che fa a-ha a-ha, quel video del cazzo con uno sbarbatello che fa l’idiota su una Mustang, quel riff wannabe rock, quei numeri spagnoli di merda. È un altro me quello che non coglie l’ironia in un videoclip.

Anche per questo la prima volta che, in un treno per la Francia, un mio compagno di scuola mi fa sentire The Kids Aren’t Alright, mi esplode la testa e in poco più di tre minuti la mia vita cambia completamente. Una fiaba morfologicamente perfetta: dopo l’antefatto, la rottura dell’equilibrio, e l’intreccio prende il via. È un’età in cui, appena arriva, il gruppo giusto non fa prigionieri e si prende tutta la tua vita. Americana, per decine di mesi, con buona approssimazione coincise con la mia. Molti anni dopo lessi il romanzo omonimo di Don De Lillo. Gli americani hanno questo potere di far diventare tuo fin nei dettagli un paese in cui puoi anche non mettere piede mai; io che sono cresciuto guardando Hunter con Fred Dryer, se domani mi svegliassi con bozzo in testa in una strada periferica di Los Angeles, dove la periferia è sistema, potrei orientarmi all’istante, e tutto, nella mia testa, suonerebbe come Smash.

Ron+Welty+ronawesomepic

Ron Welty è un biondo magrolino e che sembra nato col pizzetto, ed entra negli Offspring nel 1987 quando ha solo 16 anni e io ne ho zero, sostituendo un tizio dal nome vagamente esotico di James Lilja, che oggi fa il ginecologo a Orange County. È un batterista assolutamente inadatto al punkrock, e lo resterà per sempre. Eppure, in un gruppo in cui la tecnica media è appena sufficiente, funzionerà come una sorta di talismano. Se hai mai suonato, se hai mai avuto un gruppo che è stato più di qualche ora di svago alla settimana, un batterista è un animale strano: sotto la sufficienza tecnica, letteralmente massacra un intero gruppo di fenomeni. Appena la raggiunge, ne migliora la solidità in modo esponenziale, e succede così, un mattino, all’improvviso: ti alzi e riesci a far fare due cose diverse al braccio e al piede destro, dopo mesi che non ne vieni fuori e stai meditando di abbandonare tutto. Un batterista eccellente a volte non infila una rullata nemmeno a pregarlo in ginocchio; può essere diventato talmente bravo da essersi convinto che non ha bisogno di dimostrarlo a nessuno, perché, sempre a detta sua, la vera bravura sta appunto nella solidità, nell’irreprensibilità. Una canzone è un’opera che si misura in minuti. I minuti li decide lui. È molto semplice.

Gli Offspring mi hanno letteralmente sbattuto sullo sgabello della batteria e stretto delle bacchette in mano, ma la prima volta che ho suonato un pezzo degli Offspring per esercitarmi, per divertirmi, è stato non più di qualche anno fa: Leave it Behind. È un singolare scherzo del destino quello di innamorarsi della musica grazie alla band di uno dei batteristi che più detesti al mondo. Ancora una volta, una storia d’amore cominciata male.

Non che prima degli Offspring non ascoltassi musica, ma è stato Americana a trasformarmi in una persona che durante la propria vita ascolta musica e poi fa anche delle altre cose.

Uno dei miei più grandi feticismi sono i video degli early years delle band che ascolto; vedere video di come sono nati, di cui loro stessi probabilmente si vergognano come pazzi, mi offre materiale e spunti per capire cosa farne del mio di gruppo, capire cosa aggiustare, come cambiare, come riempire un gap che va dal video del garage alla canzone della carriera. Questo è uno dei primi video degli Offspring. Al basso c’è ovviamente lui, Greg Kriesel. Alla batteria si diverte quel californiano dai bei voti, i capelli biondi e la faccia da schiaffi, Dexter Holland. È già l’anti-rockstar.

Kriesel pianta a terra e piega le ginocchia ad angolo, fa oscillare il bacino spingendolo dalla paletta del basso. Farà così per tutta la vita, ad ogni singolo concerto, in ogni singolo videoclip. Dexter ride, sembra una zucca di Halloween.

Kriesel e Holland sono la classica coppia d’oro come ce ne sono tante nella storia della musica. Non ho voglia di azzardare paragoni, fateveli nella vostra testa. Il concetto credo vi sia chiaro. Suonano assieme nei Manic Subsidal, un gruppo che nel 1984 pubblica il brano Hopeless. Un brano hardcore punk che assomiglia a un incrocio fra i Dead Kennedys e i Dead Kennedys con una spruzzata di Dead Kennedys. Con loro, anche Kevin Wasserman, già nei Clowns of Death, che si fa chiamare Noodles. Lo sapete tutti: bidello, l’unico che poteva comprare l’alcool a ragazzi di buona famiglia, bla bla bla. Noodles sul palco è quello che ci crede più di tutti. Sempre concentratissimo, eppure l’unico da cui prima o poi di aspetti una chitarra rotta, uno sclero di quelli che diventano famosi, uno stage diving finito male, qualcosa. Il suo stile è molto semplice ed efficace: impara il power chord, fallo tuo, possiedilo, suonalo più veloce che puoi e combinalo in tutte le combinazione possibili in una scala. Lasciati andare in riff dal sapore orientale con la chitarra in lieve chorus. Puzzano di ristorante indiano Genocide, Pay the man, la recentissima Trust in You.

Qualche anno dopo gli Offspring sono già gli Offspring, Lilja non c’è più, Ron Welty è con Dexter, Greg e Noodles in studio a lavorare all’album di debutto, chiamato, con la fantasia e la verve tipica di questi 4 punk spaventosi, “The Offspring”. A guidarli c’è Thom Wilson.

Thom Wilson, dopo l’esplosione di Smash ha quasi smesso di fare questo lavoro e probabilmente si è messo a collezionare Ferrari, o ad allevare animali come Bush, o magari si è comprato villette che ora affitta mentre gira per Palm Beach senza fare un cazzo di niente, non lo so. Ogni tanto torna in studio, regala cose tipo qualche album dei Bouncing Souls (robetta), dal 2003 tace. Per gli Offspring lavorare al debutto con Thom Wilson è una specie di sogno, perché Wilson ha lavorato con gli Adolescents, ma soprattutto Wilson è il produttore di uno dei dischi punk hardcore più belli degli anni ’80, quella perla che è Dance With Me dei T.S.O.L.

Uscito nel 1981, è il disco senza il quale gli Offspring non esisterebbero, e in The Offspring, che vede la luce nel 1989, si sente dalle prime note di Jennifer Lost The War, un inizio che è una specie di calco di Sounds of Laughter. Il primo disco degli Offspring, già pervaso di una melodia squisitamente californiana mentre in molte parti di Dance With Me Grisham semplicemente parla, dicendo anche cose oscene e necrofile con la naturalezza con cui si direbbe che i politici fanno tutti schifo, è ancora un disco che si risolve in un’emulazione.

Già alla seconda traccia, Elders c’è un assolo di Ron Welty. Senza mezzi termini una merda. Una pisciata sopra al punk che di solito sta dalla parte dell’uretra. È la prima e unica volta che la batteria di Ron Welty risulta inopportuna nell’economia di una band che è ancora un abbozzo. Stupisce positivamente in Teheran, ma quelli non sono gli Offspring. Teheran è una delle canzoni più famose della band, ma non sono loro; non ancora.

I’d like to think I’ve gotten a little bit more solid. That’s all I’ve really been working on, playing a little bit harder and trying to mesh with the music more. Just making it sound like one thing, instead of a drum part and a bass part and a guitar part. Thom [Wilson, producer] really helped me out with that. He’s been with us since the first record, and he’s really been teaching me how to do that.

Ron Welty pronuncerà queste parole a ridosso dell’uscita di Smash, dopo 3 album e 7 anni nella band. Nel frattempo, nel 1992, gli Offspring sono finalmente diventati loro stessi, una promessa mantenuta. Ignition è a tutti gli effetti il primo album degli Offspring, quello in cui ogni loro elemento emerge con chiarezza e decisione, rendendoli inconfondibili per i 20 anni successivi, e quelli che devono ancora venire.

Offspring

Uno dei video live degli Offspring più belli che esistano su internet, ce li consegna come poche persone hanno avuto modo di vederli. Nel 1994, ancora ignari di cosa sarebbe successo di lì a poco, qualche settimana prima dell’uscita di Smash, con una scaletta ancora Ignition-centrica. Dexter è già frontman consumato, col cappellino all’indietro e la felpa. Io faccio fatica a trovare quadri così perfetti che descrivano la mia infanzia. Avevo 7 anni, come la carriera di Ron Welty, quando succedeva questo. Ne avrei passati altri 5 senza sapere un cazzo di loro. Non sono mai stato in California. Non ho conosciuto la violenza delle gang nelle scuole di cui si parla in Come Out & Play, ma questa è roba mia.

In questo live non c’è Noodles, che lavorava e non poteva ancora allontanarsi dal liceo. La venue del concerto sembra un enorme salone arredato come una villa anni 30, di dubbio gusto. In scaletta non c’è Dirty Magic.

Dirty Magic è il sesto brano in scaletta di Ignition, uno di quei pezzi che un giorno ti escono così, dal nulla, 4 accordi, un ritornello assurdo, e sei già 4 anni avanti rispetto alla tua carriera attuale. Tornerai subito al presente, ma intanto il brano è inciso, una finestra su ciò che sarai compare nel tuo disco. Probabilmente era troppo presto per Dirty Magic in quel tour, anche se già vecchia di due anni. E gli Offspring la tolgono dalla scaletta.

In Kick Him When He’s Down (24:30), Ron Welty fa veramente schifo.

A 39:40, dopo essersi fatto una proto-selfie col pubblico, Dexter annuncia il dodicesimo brano in scaletta, la canzone, splendida, che chiude Ignition: Forever and a Day. Ron Welty all’inizio sbaglia tutto, poi attacca col suo ritmo principe: le due mani sul charleston. Si sentono particolarmente bene qui. È la cosa che più me l’ha fatto odiare.

L’ho sempre trovato un modo inutilmente frenetico di suonare il punk. Non capisco perché Ron Welty lo chiuda quel cazzo di Charleston, non capisco perché usi sempre la campana del ride invece che farlo urlare come un Crash. Basterebbe così poco.

Sono giunto alla conclusione, Ron, che quello che suonavi non ti piaceva. O magari ti piaceva, da morire anche, ma non ci eri tagliato, non era semplicemente la tua roba.

Da Smash in poi decide di smetterla di cercare di coprire lacune con l’ansia da riempimento, e la sua batteria si fa secca, decisa, si concede giusto qualche finezza ogni tanto (Smash inizia con la rullata accentata di Nitro), rimane terribilmente noiosa.

Yeah. A lot of the time I think simpler is better. It seems to work a lot better for us that way. But I’m actually in another band called Spinning Fish, that plays a very different style of music than what Offspring does. It’s slower and gives me a little bit of a chance to open up and do stuff that I’m not able to do in a really fast punk band.

Chi cazzo sono gli Spinning Fish Ron, chi se li caga, che cazzo di nome è per una band, ma soprattutto smettila di toglierti tempo per gli Offspring, hai un mondo da conquistare a breve.

Dance With Me ha sicuramente influenzato soprattutto Ron Welty, che in alcune parti ne ricalca la batteria senza pudore. Non si sa mai a chi vadano imputate queste scelte, ma sentendo quel capolavoro di Gotta Get Away non può non tornare alla mente I’m Tired of Life. È proprio in Gotta Get Away a mio avviso che Ron Welty riesce però a debellare una volta per tutte quella che ho chiamato “ansia di riempimento”, e a tramutare il suo stile di batteria nella sua personale vittoria, che non arriverà mai a piacermi, ma che imparerò, col tempo, crescendo come batterista anche nei miei ascolti, a rispettare, fino ad apprezzare la sezione ritmica di una canzone come Leave It Behind.

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Nel 2003 Ron Welty lascia gli Offspring, dopo 16 anni, nel mezzo della composizione di Splinter, non il loro disco peggiore, sicuramente quello con i pezzi più brutti. Ma di lì in poi parlare di Offspring è puro esercizio di stile. Mettono insieme altri 3 album, con dei discreti pezzoni e della merda vera e propria. Suonano con batteristi pazzeschi come Atom Willard, Josh Freese e Pete Parada. Gente che a Ron Welty mangia diversi risi in testa. Ma guardatevelo un concerto degli Offspring con Parada. C’è qualcosa che non c’entra un cazzo di niente, e non è solo la retorica dell’”era meglio prima perché sì, cioè, l’imperfezione”.

Gli Offspring hanno fatto delle loro particolari individualità un magma perfetto. Kriesel, tanto essenziale da eseguire una sola mossa per ormai trent’anni. Noodles, che ancora non ha esplorato tutte le combinazioni possibili di power chord, e quell’amore mai sopito per una chitarra che diventa sitar. La voce di Dexter, io di voci di Dexter non ne ho trovate altre, di facce di Dexter non ne ho trovate altre, e non ne nasceranno mai. Di questo sono convinto.

Di Ron Welty, oltre a un batterista con cui non sono mai andato completamente d’accordo, mi rimane la consapevolezza che ho iniziato a suonare non con l’idea di diventare come qualcuno, ma con l’idea di non diventare come lui. Ma mi rimane anche il suo percorso, la sua battaglia con sé stesso, vinta chiedendo da sé stesso sempre meno, e poi abbandonata per ragioni che posso solo ipotizzare, come del resto ho ipotizzato tutto quello che ho scritto in questo lunghissimo pezzo.

In quei giorni, in cui mi andava in pezzi la testa scoprendo Americana, tornai a casa col CD prestato dal mio amico con l’intenzione di riversarmelo in cassetta: avevo solo il walkmen. Lo inserii nello stereo e lessi il numero 13. Senza pensare a quanto assurdo fosse, appresi che il disco durava 13 minuti, invece che 13 tracce. Un lato di una cassetta da 60 minuti sarebbe bastato e avanzato. Feci partire il nastro e mi misi ad ascoltare.

Non mi accorsi che il tempo passava, che i 13 minuti stavano diventando mezz’ora, che il lato A stava per finire. Ve l’ho detto, mi stava andando in pezzi il cervello.
A un certo punto della traccia 9, The End Of the Line, Noodles si abbandona come quasi mai nella sua carriera ai delay, e Dexter canta “finally”. Il mio nastro di Americana si interrompe lì. Se giro la cassetta, riprende al lato B con “your final resting day is without me”.

Ho ascoltato The End of the line intera solo anni dopo, quando mi sono concesso il lusso di scaricare Americana in mp3. È stato strano non sentirla divisa, sentire quei 3 secondi che sono andati irrimediabilmente persi in quel tratto di nastro rosso della cassetta. A volte, quando le cose cambiano in meglio, fanno schifo.

Febbre a Novanta #59

Guardando la gente in autobus a un certo punto della mia vita ho notato come tutti i reietti della società, quelli che di solito si siedono contromarcia, stanno scomposti con una gamba ad ostacolo che dà indolente sul corridoio e guardano un punto imprecisato del pavimento, vestono tutti Sergio Tacchini. Io avevo un marsupio Sergio Tacchini.

A Natale del 1998 io e mio fratello, all’epoca 11enne io e 14enne lui, uscimmo un pomeriggio in giro per il nostro comunelimitrofo al comune di Padova e battemmo la nutrita fauna locale di negozi; le cose 15 anni fa funzionavano un po’ diversamente in un comunelimitrofo, il nome del negozio contava poco, di solito altro non ti diceva che il cognome di colui che stava alla cassa; più spesso era seguito dal sostantivo che descriveva l’area tematica di quello che avresti potuto comprare. Non c’erano H&M, Jules, Sergio Tacchini, Decathlon, McDonald, Swarovsky e tutti gli altri nomi di brand che caratterizzano gli ingressi dei centri commerciali, e li fanno assomigliare ai campanelli di una residenza Erasmus. Per chi fino a poco tempo prima coltivava i campi e viveva in simbiosi col letame, le insegne dovevano parlare chiaro, il commercio si doveva distribuire per temi a compartimenti stagni, senza far perdere tempo con eccessiva scelta a chi era fermo al sistema del droghiere/panettiere/tabaccaio. E quindi sulle insegne si leggeva Gianfranco Marcato Arredamenti / Gomiero Mangimi / Scolaro Fornaio / Tognon Ferramenta / Abbigliamento Tosato, e altre antichità simili. Insomma, se volevi vendere dovevi metterti d’accordo con chi già lo faceva, trovare il tuo spazio e non confondere troppo il popolo, che non aveva tempo per collegare un marchio a quello che commerciava.

Dicevo, girammo un pomeriggio per questi negozi, esplorando tutto il commerciabile in sequenza, quasi in un’esperienza semplificata di quello che sarebbe stato un normale pomeriggio di shopping nelle nostre vite successive e attuali. Finì che comprammo non ricordo che cosa a mia sorella, che al tempo aveva 6 anni. Poi entrammo in tabaccheria e regalammo a mio padre due accendini bic con una carta geografica antica come motivo. Mio padre non fumava più già da quasi 20 anni. Infine, al “negozio di sport” del comunelimitrofo, quello in cui comprai il mio paio di guanti Reusch di cui ho parlato qui, comprammo a mia madre un costosissimo completo felpato di Sergio Tacchini. In pratica la cosa più lontana dallo stile di mia madre, che odia lo sport anche solo come concetto, e i completi ama assemblarseli da sola provando una soddisfazione proporzionale alla lontananza in chilometri dei luoghi in cui ha scovato i due elementi abbinati. Scartando il regalo sorrise quasi imbarazzata, emozionata; forse erano i nostri primi regali autonomi. Forse io avevo scoperto che Babbo Natale era una fregnaccia solo l’anno prima. Fu uno dei Natali più belli che ricordi, forse anche l’unico in cui affrontai la questione regali con una precisione scientifica che però non prevedesse alcuno stress, e certamente fu l’ultimo in cui pensai che in fondo tutto quello di cui avevo bisogno si trovava nel mio comunelimitrofo. Quell’anno, nei negozi, Believe di Cher era ovunque. Soprattutto in quei negozi che non si capiva bene cosa vendessero, e che prima non c’erano. I negozi di telefonia. Difficile capire come una linea telefonica potesse essere comprata in un negozio, e perché scegliere una invece che l’altra.

Io per il mio telefono cellulare avrei dovuto aspettare ancora molto tempo, ma se ce l’avessi avuto nel 1998 avrei certamente preso la scheda omniTel, perché ero innamorato di Megan Gale come se ne può innamorare un undicenne che ha appena capito cosa significa essere “eccitati” nel senso di sentire degli strani movimenti lì, causati dalle goccioline di sudore sulla pelle olivastra di un’australiana con gli occhi più verdi che tu abbia mai visto, verdi come il logo omniTel.

Oh che sciocca, ho scordato il reggipetto!
Oh che sciocca, ho scordato il reggipetto!

La canzone di sottofondo vale a Cher il poco lusinghiero record di cantante più anziana mai stata alla numero uno di una classifica. Aveva 53 anni, ed era già alla terza o quarta reinvenzione della sua carriera. Di lì a poco Megan Gale avrebbe finito per rompere i coglioni, dopo avermeli svuotati diverse volte in cui mi ritiravo in privato con le sue foto scaricate da internet. I video degli spot erano ancora troppo onerosi per la mia connessione a 56k appena attivata. Ci sarebbero stati due cinepanettoni, un Festival di SanRemo, lo switch ominTel->Vodafone. Anni in cui mia madre, senza mostrare alcun segno di squilibrio mentale, mise molte volte il completo di Sergio Tacchini, sempre in casa, ma lo mise spesso e volentieri, di quel volentieri tipico del rapporto tra genitore e figli che meglio non saprei e nemmeno vorrei definire, perché tutti, chi più chi meno, ne hanno un’idea piuttosto precisa in testa.

Febbre a Novanta #58

Con questa canzone volevo chiudere tutto, fare il Febbre a Novanta #90, lo pensavo da quando ho iniziato, nel 2010.

Mi sembrava perfetta. È sicuramente una delle canzoni più rappresentative del decennio, e vai con una ics. Mi piace anche tanto, tantissimo, e vai con un’altra ics. Anche due dai. Fanno già tre ics.
Il testo poi è di quelli che fai fatica a citare a spezzoni, perché costituiscono un corpo unico e programmatico, voglio dire, sarebbe come scriversi sul diario “con la figlia del dottore” senza citare il resto dell’Ambarabàciccìcoccò (con l’articolo davanti improvvisamente acquista pari dignità di, che so, La Traviata, o Il De Rerum Natura, o Il Natura Morta Con Gamberi; l’Ambarabàciccìcoccò). È un testo potente e pieno di speranza, una di quelle cose che ti dici da ubriaco a Capodanno se non ti ha pigliatomale; mi sembrava perfetto per chiudere tutta questa storia sugli anni Novanta. Non voglio ammetterlo, ma forse è una delle tante cose che lascerò incompiute questa storia degli anni Novanta. Ho messo pezzi degli LFO, degli Stiltskin, di Sonique, manca giusto giusto Whigfield, non potevo lasciare fuori gli Smashing Pumpkins, perciò per scongiurare il rischio me la gioco qui; in fondo tutta questa baracconata delle canzoni e dei momenti e i ricordi che si legano ad esse ha a chefare col crescere, e col fatto che non si può mai partire senza lasciare un pezzo di giovinezza, e col fatto che le nostre vite sono cambiate per sempre, che non saremo mai più gli stessi, e che più cambi meno senti.

Visto? Si fa fatica a fermarsi una volta iniziato.

Schermata 2015-10-22 alle 12.27.46Un po’ è stato come andare dallo -perdonatemi se uso una parola che esiste solo nei libri e i film tradotti dall’inglese e che non ho mai sentito pronunciare da qualcuno di reale- STRIZZACERVELLI (che ha tutto un altro effetto in Basket Case). Certe volte finivo per scrivere cose che nemmeno mi ricordavo, e che erano venute fuori nel processo di scrittura. Fa molto scrittore maledetto, ma la verità è che rileggendo tutti i Febbre a Novanta emerge chiaramente che io purtroppo non sono affatto quello che per tutto il tempo vissuto fino a qua ho sperato di diventare, ovverosia un genio. Io come tutti ho voluto diventare calciatore, pilota di aerei, pilota di formula uno, archeologo con le pistole, scienziato, fotografo, rockstar e presidente di qualcosa. Confidavo nel fatto che un giorno avrei fatto qualcosa di geniale, qualcosa a cui tutti avrebbero risposto OOOOO dopo svariati secondi di silenzio. Poi rileggendomi sono rimasto spaventato da tutti i dettagli che ho aggiunto alle cose che ho scritto. Ho pensato che alle cose ci penso troppo per essere un genio. E nel momento in cui mi rendo conto che sto pensando che alle cose ci penso troppo sono fregato dal pensare di stare pensando.

C’è troppo artificio dietro a ciò che faccio, troppa maniera, ed è per questo che ho un sacco di cose da raccontare e sono per la maggior parte passate e irrecuperabili. Qui torno agli Smashing Pumpkins, a Corgan, a quello che ha voluto regalare alla gente come me. Io non sono un fan degli Smashing Pumpkins, non sono mai arrivato alla fine di The Infinite Sadness, ho iniziato ad ascoltarli tardi solo quando ho vinto la repulsione per quel cazzo di miagolio e per quel maledetto batterista jazz che troppe volte ho visto replicato provincialmente in merdosi locali qui a Padova per merdose cover ad opera di merdosi machi del cazzo che una volta andati in Erasmus ad Alicante hanno inserito su Facebook un epiteto tipo El Loco tra il nome e cognome e hanno grazie a dio dimenticato per sempre la musica. Quando ho superato tutto questo ho potuto scoprire più o meno a scalpellate gli strati nascosti di bellezza che stavano negli Smashing Pumpkins.

Per Tonight Tonight è stato diverso, perché Tonight Tonight è arrivata subito, nel modo in cui ti arrivano le cose geniali, ovverosia quel OOOO dopo svariati secondi di silenzio, sfumati i tre accordi finali. Mitologicamente Corgan è il genio bastardo calcolatore che avrei voluto essere io, e mi sono ritrovato solo calcolatore, e nemmeno troppo bravo a far di conto.

C’è un momento, un istante preciso in cui una canzone entra in collisione con la tua quotidianità e si trasforma in una tua canzone, cioè quello che dovrebbe essere. È un po’ come quell’istante in cui Del Piero segna il suo primo tiro a giro sotto l’incrocio e diventa Alessandro Del Piero. Dopo svariati ascolti, la sviolinata di Tonight Tonight mi è esplosa in faccia un giorno grigio e passato a fare nulla di tanti anni fa, che ricordo come fosse ieri, un giorno in cui avevo finalmente convinto una con cui volevo assolutamente uscire a rispondermi che non ne aveva intenzione, con il garbo e la grazia che mi portavano a desiderare di uscire con lei più di ogni altra cosa, e ricordo che la cosa che più mi fece male, una sofferenza garbata e graziosa, fu il rendermi conto durante i ritornelli rullati che lei non aveva nemmeno voluto darmi una possibilità che avrei comunque accettato di fallire.

Fu in quel giorno passato a far nulla che mi bombardai di Tonight Tonight per ore, ore in cui stavo fondamentalmente spegnendo mozziconi sul mio presente come un tempo che sembrava nemmeno appartenermi più, ma scorrermi davanti nella maniera in cui scorre davanti a chi si trae dal flusso. Questo fa uno come me, uno che pensa, che pondera, che calcola, mentre c’è chi in un’altra lingua mi dice believe, believe in the resolute urgency of now, and if you believe there’s not a chance tonight. Un genio nei momenti di scoramento crede nella granitica urgenza dell’adesso, e non ha scelta. A me non succede mai. A me se mi chiedi “Cosa mi racconti” mi metti in una situazione di imbarazzo peggiore che chiedermi “Quanto lungo ce l’hai” perché faccio fatica ad afferrare il presente, davvero. È difficile, anche passata da molto l’adolescenza, rinunciare a qualcosa che si voleva diventare. Si può per esempio smettere di spegnere mozziconi sul presente.

Un passo tutt’altro che geniale che ho fatto in questa direzione è stato smettere di fumare.

La storia i cicli e i chitarroni

L’avevano predetto tutti, e alla fine sta succedendo davvero. La storia va a cicli di vent’anni, me lo disse mio padre quando mi comprai lo yoyo nel 98. Che lui nel 78 era troppo grande, ma nel 58 no. Però forse lui la frizione non ce l’aveva.

Dicevo. Ah sì la storia, cicli, casini, ecco.

Sta tornando il grunge, e molti penseranno a un cancro e io invece no perché il grunge tutto sommato mi piaceva, se consideriamo grunge anche tutto quel rock caciarone anni novanta alla Stiltskin. La cosa veramente figa è che sta tornando sempre più contaminato all’emo, e se non siete nuovi di qui sapete benissimo che mi tiro le pugnette in bagno con l’ultimo dei Basement in cui ci sono pezzi tipo questo.

I Daylight continuano su questa linea. Chitarroni, vocione indolente, tanta puzza di sudore e sentimento. Ci sono alcuni eccessi troppo soundgardeniani ma glieli passo (sì, per me gli eccessi soundgardeniani sono una bruttissima cosa).

daylight jar

Febbre a Novanta #57

newradicals

Il Centro Giotto ha aperto a Padova nel 1989, e si vede. Ha ancora le scale mobili classiche, quelle a gradino che dei disabili si fanno un baffo, in cui per salire e prenderle giuste devi calcolare la gittata delle tue mosse, un po’ come si fa quando si prende lo skilift. Ha una pianta caotica e che rende più o meno qualsiasi posto irraggiungibile, se vai a colpo sicuro cercando un solo negozio perché hai fretta. E l’unico divertimento presente all’interno è una giostrina per bambini di quelle che annoiano pure i bambini stessi. La struttura è ormai fatiscente e abbandonata a sé stessa, quasi archeologia commerciale. Gran parte della gente che ci va adesso non è lì per comprare, ma vendere, o semplicemente far passare il tempo. Ha il parcheggio sotterraneo, il parcheggio sul tetto, il parcheggio fuori al pianoterra, su cui non va nessuno perché è da sfigati. C’era Spizzico una volta. Faceva veramente cagare. Ma proprio tanto. Ma era l’unico a Padova, mi pare, e ci andavano tutti.

Negli ultimi dieci anni a Padova hanno aperto altri centri commerciali, tutti più belli, accoglienti e a misura d’uomo del Centro Giotto, che ormai è soltanto un luogo abbietto superstite e testimone di un’epoca che non c’è più. In questi posti principalmente si mangia e si passa il tempo, con la scusa di comprare qualcosa, o guardare semplicemente qualcosa che si vorrebbe comprare. Il consumo non è più la cosa più importante. Infatti io al Centro Giotto, al di là del fatto che quando ero ragazzino era poco raggiungibile, ci andavo poco. Preferivo l’Emporium.

L’Emporium era una galleria di negozi/posti-in-cui-ci-si-divertiva in Corso del Popolo, la grande via che parte dalla Stazione e va verso il centro storico e Prato Della Valle. C’era il SEGA Planet, il Virgin Megastore, un centro benessere e una profumeria. Ah, e Spizzico. La prima volta che ci andai fu qualcosa di simile alla classica gita di iniziazione che si vede nelle commediole americane per ragazzi. Tre sfigati con zainetto in spalla e giaccaavento che prendono l’autobus per attraversare il confine del piccolo comune ed esplorare la città vera e propria. Qualcuno di noi, non ricordo chi, sapeva la fermata, ma non come arrivare dalla fermata alla sala giochi, perché era quello il nostro obbiettivo, avevamo la tasca piena di monete come quando andavamo a fare scherzi telefonici dalle cabine. Scendemmo, ma fummo troppo orgogliosi per chiedere informazioni, così andammo a naso. Andò più o meno così:

emporium

Arrivammo alla Sala Giochi dopo circa due ore in cui avevamo affrontato la nostra prova di maturità nella città di cui, in fondo, eravamo abitanti già da dodici anni. Vedemmo le piazze, il centro pieno di ragazzi il sabato pomeriggio, ai nostri occhi anche piuttosto minacciosi; in Prato della Valle c’era il mercato. Io comprai una maglietta della Juventus di Del Piero. Un taroccone mai visto.

Al Sega Planet mi sputtanai non so quante migliaia di lire; la truffa era che per far andare certi giochi ci volevano due monete. C’era il gioco dei rigori in cui dovevi calciare una palla vera, e il resto lo faceva il computer. C’era sempre una fila gigantesca, e peraltro inutile perché ci giocava il più grosso, sempre. Finiti i gettoni uscimmo, e fu allora che vidi di fronte a me l’entrata del Virgin Megastore. Era il 1999, avevo appena iniziato a comprare dischi, prima me li facevo regalare in quelle 3-4 occasioni all’anno in cui mi si doveva fare un regalo. Fino ad allora i dischi andavo a vederli dal fotografo del mio paese, quello che mi faceva le fototessere; aveva anche un piccolo scaffale di Cd, ce ne saranno stati credo una cinquantina in totale, e io andavo a vedermeli ogni 10 giorni, per vedere se trovavo qualcosa di figo magari visto su MTV, e il più delle volte me ne tornavo a casa a mani vuote. Continuavo a vedere quel cazzo di disco con scritto Profilattika, che mi sembrava una band metal dai temi sessuali, invece era questa roba qui. Vedere quello sterminio di dischi al Virgin e trovarci tutto ciò che avevo per mesi cercato invano nel mio paesino fu uno shock che ad un tratto mi fece sembrare i videogiochi la cosa più stupida del mondo e i miei amici che mi aspettavano fuori sbuffando come un marito sbuffa alla moglie davanti alla vetrina del gioielliere dei perfetti cretini ignoranti.

Finì la scuola, passò l’estate, sembrò un’eternità e invece furono poco più di tre mesi; uscii sempre meno con quei due, andai sempre meno al Sega Planet, andai sempre più spesso al Virgin. Entro settembre ero un ragazzo problematico che ogni sabato pomeriggio prendeva l’autobus, andava al Virgin, prendeva 5-6 dischi dagli scaffali e se li ascoltava alla postazione apposita, uscendo con uno solo di questi, perché trentamilalire alla settimana un tempo le potevo spendere.

Non litigai mai davvero con quei due, semplicemente prendemmo le distanze.

Non era poi così grave, tanto ci si trovava sempre dopo, per una pessima pizza da Spizzico, che resistette molto più a lungo del Virgin, del Sega Planet, di molte cose, finché non cedette e se ne andò sia da lì che dal Centro Giotto, pochi anni fa.

Febbre a Novanta #55

Quelli_che_benpensano

Giriamo di qua. Prima siamo passati di lì. Torniamo indietro. Se facciamo questa strada torniamo alla principale.

C’è una cosa che so fare bene, ed è orientarmi. C’è una cosa che invece proprio non fa parte delle mie caratteristiche: è il sangue freddo. Sembrano due skills completamente slegate l’una dall’altra.

E invece no.

doom

Qui sopra, uno degli ultimi fotogrammi di vita di un Doomguy. 72% e un razzo del Cyberdemone in arrivo. Nessuna via di scampo, il giocatore morirà di certo.

Gran parte delle cose che so della vita, me le ha insegnate Doom. Knee Deep in the Dead, The Shores of Hell, Inferno, e soprattutto Doom II Hell on Earth. A Doom III non ci ho mai giocato.

Negli anni 90 avevamo due computer in casa, uno in taverna e uno in camera, nostro padre ci capiva qualcosa e quindi io e mio fratello facevamo delle partite in LAN indimenticabili. Presto le abilità si polarizzarono. Io ero quello che si districava fra i complessi livelli, quelli che Francesco Di Gesù definisce rossi: bei posti come “Anomalia di Phobos”, “Palude della disperazione”, “Cascate di sangue”, “O della distruzione”, “Fine dei vivi”, “Icona del Peccato”.

Mio fratello sparava; restava sul posto se, aperta una porta, si trovava improvvisamente circondato da mostri, mentre io il più delle volte scappavo, sfruttavo la mia abilità per nascondermi dietro a colonne, angoli ciechi, aspettando che i nemici venissero a cercarmi per abbatterli uno ad uno con colpi di fucile. Ho sempre vissuto Doom più come un labirinto che come un campo di battaglia. E oggi, che girano giochi più complessi, più narrati, e in fin dei conti più noiosi, come questo video racconta magistralmente mi trovo maggiormente a mio agio, ma rimpiango quei mucchi di cadaveri che rimanevano anche se ti trattenevi ore sullo stesso livello, e non sparivano mai, a prova indelebile del tuo istinto omicida.

Odiavo le Lost Souls, i teschi infuocati che ti alitavano in faccia; non sopportavo i Cacodemoni e la loro idiota lentezza, che mi permetteva di giocare al tiro a bersaglio sparando razzi da lontano e abbattendoli come palloncini. Tremavo quando appariva l’Arch Vile, in grado di farmi secco con due colpi e far resuscitare i nemici appena uccisi. Non ero particolarmente spaventato né dai due ragni meccanici, né dal Mancubus. Tantomeno dai Baroni dell’Inferno. I Diavoletti mi facevano un po’ di paura, mai quanto i Demoni, quelle specie di tori rosa orrendi. Gli Zombie erano stupidi come gli Zombie, quasi più stupidi dei guerrieri in armatura di Golden Axe, che io chiamavo senza mezzi termini, per antonomasia, I Deficienti.

golden-axe-1

Doom negli anni 90 era la violenza. Era il gioco proibito, era quello che le mamme non compravano perché non educativo, era accusato di nazismo latente quando invece non faceva che citare Wolfenstein; erano altri tempi, tempi in cui quattro milioni di persone giocavano a Doom, e quando due di queste decidevano di fare strage dei loro compagni a scuola si dava la colpa all’ID Software e a Marilyn Manson.

La gente a scuola s’ammazza ancora. Ma oggi non è più colpa dei giochi violenti. Sarebbe come dare la colpa dello spaccio di droga a GTA. Dell’abuso di sostanze allucinogene a Super Mario. Del massacro degli Aztechi a Age of Empires. I demoni sono sempre più realistici, ma li prendiamo sempre meno sul serio. Forse è un buon segno, forse significa che ancora una volta la scamperemo.

Febbre a Novanta #54

Nella vita del maschio ci sono 6 mesi cruciali in cui la crescita acquista un’accelerata imponente e improvvisa, più o meno come quando usando Windows e installando un programma una barra bloccata al 40% da un paio di minuti raggiunge il 60 in un secondo, lasciandoti solo coi tuoi dubbi sull’utilità di un’interfaccia che dovrebbe informarti sulla progressione e invece va a scattoni. Questi sei mesi capitano in età diverse per persona, a seconda della storia personale, della famiglia, del luogo in cui si cresce, dell’appartenenza o meno agli scout. Sono i sei mesi in cui nella vita di un maschio entra prepotentemente la Figa.

La Figa come concetto, come idea iperuranica, il momento in cui un maschio di orientamento eterosessuale comincia ad anelare la Figa, che probabilmente vedrà da vicino soltanto anni e anni più tardi.

Non vi dirò quando avvenne a me né l’una (i 6 mesi della scoperta) né l’altra cosa (i primi 35 secondi di sesso) perché non voglio che mi prendiate in giro. Ma ammetterete che sia successo a tutti. Si procede per piccoli segni.

“Figa” come parolaccia è quella che definiremmo un’idea innata, un residuo della primissima infanzia tanto quanto la “Cacca”; da lì a percepirne la carica sessuale passano anni di scambi di figurine, action-man, partite di calcio furiose e chilate di ciuccetti in patronato, che talvolta proseguono nei sei mesi fatidici e anche oltre.

Il primo mese ad esempio, impari perché cazzo sugli spessori dei libri di scuola dei compagni più svegli ci sia scritto a penna in maniera piuttosto sghemba “ELGA”.

Il secondo mese vai al cinemaestate a vedere Tutti Pazzi per Mary (o qualunque sia stato il film conturbante della vostra generazione) e ogni volta che vedi Cameron Diaz (o chiunque sia stata la star conturbante della vostra generazione) senti pizzicare lì sotto, ma ancora non capisci la scena del gel (o qualunque sia stata la scena del film conturbante con un doppiosenso gigantesco che voi facevate finta di capire perché vi mancavano le basi).

Il terzo mese il tuo vocabolario gergale si arricchisce a dismisura; la canzone “Fra rose e fior/ nasce l’amor” cade in disuso peggio dell’altalena, il verbo “baciare” viene relegato alla sfera dei troppo piccoli o troppo grandi, e diventa prima “farsi” (ma “farsi” all’inizio, anche se non sai perché, ti suona più carnale e proietta l’oscura ombra di -diomio- un rapporto serio di quelli che hai già visto in molti film e ti vergognavi a vedere insieme ai tuoi genitori), poi diventa “limonare”, espressione che non ti abbandonerà prima dei trent’anni. Nel frattempo scopri che se una ragazza “si è passata” alcuni ragazzi è sicuramente una troia.

Il quarto mese il gioco si fa duro, che faccia male quando sale: inizi a mettere a fuoco i due organi fondamentali che permettono il perpetuarsi della vita sulla terra e scopri di essere parte di questo processo. Ma scopri anche che ormai siete talmente esperti della cosa, che si può anche fare a meno di nominare il “cazzo” e la “figa”, oltre al fatto che il verbo giusto è dare. Quindi “me la dai”, “te lo do”, lo sfottò tutto veneto dei due ragazzi che camminano e gli amici goliardi che urlano “TANTO NO TEA DAAA”. Oppure l’immancabile gag sul diario:

+  Meladai – melo –

 

e il suo contrario. A dire il vero la foto di Felipe Melo è una modernizzazione della cosa, di solito sui diari si disegnava questo: melomelo ma Google Immagini mi ha offerto l’assist per questa irresistibile gag.

Il quinto mese diventa tutto un casino, perché arriva il tuo amico esperto di turno che ti fa confusione fingendo di sapere per dare aria alla bocca, e sfiora il disastro quando ti spiega che “bocchino” è quando una ti lecca il cazzo, e “pompino” è quando tu le succhi i capezzoli. Disastro.

Il sesto mese c’è l’esame finale; il festino di compleanno dall’amico con cena, POG, videogiochi e gran finale in soffitta, a vedere di nascosto un film porno di quelli superprodotti, con una color correction da far impallidire CSI Miami, bionde cotonate col costume succinto ma intero, petti giunonici, ancora nessuna traccia di POV, ma soprattutto le musichette soft che oggi dal porno sono completamente scomparse per far sentire meglio il rumore del divano che sbatte sul muro. All’epoca l’iperrealismo pornografico non aveva ancora preso piede. L’esame è: riesci a vederlo tutto senza mai sentirti in imbarazzo? Se sì, sei pronto.

Sei pronto per ascoltare gli Art of Love feat Sara Dobermann, il corrispettivo anni 90 di Donatella Rettore. Sei pronto per iniziare un lungo periodo di goliardia coi tuoi amici che corrisponde anche col fiorire delle bellezze più abbondanti di classe tua. Sei pronto per iniziare un lunghissimo periodo in cui altro non fai che prepararti al momento, quel momento in cui non ci sarà più un cazzo da scherzare, ma da avere una paura fottuta e nonostante tu ti sia preparato a puntino e ti sia immaginato mille volte come avrebbe potuto essere cercando di limare ogni dettaglio, si risolverà in una colossale figura di merda.

Febbre a Novanta #42


Se volete aprire un bar, uno di quelli che vanno di giorno, uno di quelli dove non si ordinano i rum e cola, ma i caffè, i gelati, i tramezzini, i pasticcini, al massimo gli spritz, sappiate una cosa. In questo decennio i bar sono tutti uguali. E anche il vostro lo sarà.

Potete dipingerlo di rosso, di bianco, metterci le tendine parasole o schermare il vetro, avere le seggioline hi tech o quelle di paglia, servire questo o quel cocktail, la promozione per gli studenti o quella per la terza età, a noi non farà molta differenza. Potrete fare solo una cosa per distinguervi. Prendere i gelati Motta, o gli Algida, o i Sammontana. Ma non sarà abbastanza. Qualsiasi marca sceglierete, anche se vorrete fare i fighi e prendere gli Antica Gelateria del Corso (che ormai se ne vendono, ahimè, pochi), sarete uno dei bar che hanno quella marca.

E così guarderete il vostro bar, il giorno prima dell’apertura, pronto per essere riempito di clienti, luccicante e con tutti i bicchieri in fila. Ma butterete l’occhio nell’angolo in fondo a destra e sarà vuoto. E vi ricorderete degli anni 90 e di quando lì c’era sempre il cassone dei videogiochi.

videogioco

Quello sì che vi dava un’identità, teste di cazzo. Credevate che fosse per i vostri arredi, per il cynar o per la coppa del nonno. Sbagliato. Eravate il bar di Virtua Striker, il bar di Puzzle Bubble, il bar di Street Fighter, Street Fighter II e Street Fighter III. E poi, se davvero ci tenevate a non fallire mai, se volevate diventare un punto di riferimento per il vostro comune, se volevate un continuo ricambio generazionale non c’era via d’uscita: dovevate prima o poi raggiungere il top e diventare il bar di Metal Slug.

Era tutto molto semplice: due giocatori al massimo, ognuno con una piccola manopola joystick e tre tasti. Combinandoli si potevano compiere tutte le imprese di questo mondo, da far scoppiare bolle verdi, a rovesciare in gol contro l’Arabia Saudita fino a far esplodere un carroarmato gigante. Le regole erano darwiniane. Il più alto e il più grosso aveva la precedenza, giocava tutte le partite che voleva finché non esauriva i gettoni o le monete da 500 lire. La frase “Insert Coin” era la prima frase che un bambino italiano imparava a dire in inglese nella sua vita. Prima ancora di “Tènchiu” e prima ancora di “Ailoviù”.

Nascevano un sacco di leggende metropolitane nei bar degli anni ’90. Per esempio, pareva che nessuno fosse mai riuscito a battere la Nigeria su Virtua Striker. Era un po’ come vivere in Holly e Benji e incontrare la nazionale Giapponese: non potevi vincere. Si raccontava sempre di “Un mio amico che c’era riuscito, ma solo ai rigori”. E per giocarsi i rigori serviva un altro gettone. Non bastava un pareggio.

Poi c’era la mitica top 10 dei punteggi, nella schermata senza il gettone. Ed era facile che i primi quattro posti fossero occupati dallo stesso nome, ché ancora non sapevamo si dicesse nickname. Eppure nessuno aveva mai visto qualcuno firmarsi così, dopo aver fatto il record. Si diceva addirittura che fosse uno che andava a giocare tra le 12 e le 15, quando di norma il videogioco aveva la spina staccata per la pausa pranzo. Il fantomatico campione andava, la riattaccava, giocava indisturbato, registrava un nuovo record e nessuno lo vedeva mai.

Io, devo ammetterlo, non ci giocavo troppo spesso al bar. E capitava che mi ci volessero diversi gettoni a ottenere risultati che magari alcuni frequentatori più assidui raggiungevano con un gettone. Non riuscii mai ad arrivare fino a Mr. Bison e batterlo con meno di tre gettoni. Non finii mai Metal Slug. Vinsi qualche mondiale di Virtua Striker, ma non incontrai la Nigeria. Feci fuori una solida Argentina. Prendere l’Italia era un suicidio.

Ma poi al Bar non potevo starci tanto, la mamma si arrabbiava perché tornavo con i vestiti che puzzavano di fumo. Molti se ne sono dimenticati, ma negli anni 90 si poteva fumare dentro ai bar. I grandi giocavano ai videogiochi con la sigaretta in bocca. Tutte e due le mani occupate, ma al tempo non potevo sapere quanto fosse difficile fumare una sigaretta senza mani, per di più concentrandosi su un videogioco ostico. Sapevo solo che quella vaschetta di metallo con le due conchette che stava a fianco dei tasti e in cui appoggiavo la mia scorta di gettoni era in realtà un posacenere. Mi arrabbiavo quando lo trovavo pieno di cenere, non potevo appoggiarci i gettoni. Ma avevo torto io. Ero io che ne facevo un uso distorto.

Quel posacenere pieno era l’essenza di cosa fosse un bar in quegli anni, e della gerarchia che si creava fra i giocatori che aspettavano e si davano il cambio alla postazione, senza quasi mai conoscersi, studiando gli uni le mosse degli altri. Pieno di cenere indicava che qualcuno si era divertito spendendo poco, offrendo solo alla sua sigaretta di condividere quell’intimo svago. Pieno di gettoni indicava un giocatore insicuro, scarso, uno come me che per assicurarsi una buona mezzora di divertimento doveva spendere molto, tenersi in vita a lungo prima che il conto alla rovescia del “Continue” non potesse essere fermato per dichiarare il perentorio “Game Over”; perché le macchine, allora come oggi, non hanno un cuore.

 imbruglia

Artista: Natalie Imbruglia

Brano: Smoke

Album: Left on the middle

Anno: 1997

Febbre a Novanta #34


Domani è il solstizio. Il giorno più lungo dell’anno. Inizia l’estate.

E’ una crudele punizione degli astri che da quel giorno le giornate inizino ad accorciarsi, ma in fondo da bambini non ce ne fregava poi tanto.

Ora è tutto diverso. All’università, per chi fa i semestri, spesso coincide col giorno di un esame per il quale si sono spese giornate di studio disperato. E se si è studenti diligenti coincide con l’inizio della preparazione del secondo esame, fra qualche mese. L’estate, quella vera, inizia a metà luglio e dura poche settimane, tre o quattro al massimo, se a settembre bisogna recuperare qualcosa. Tutto questo mentre il sole cala ogni giorno qualche minuto prima.

Prima di renderci conto che l’estate come la conosciamo da bambini non è eterna, siamo già incastrati nella spirale dello studio e del lavoro. Innocenza perduta, nostalgia dell’infanzia, sono chiacchiere da bar se volete; argomenti buoni per riempirci qualche saggio di poesia, o di psicologia. Ma l’estate sì, l’estate è un patrimonio che davvero perdiamo una volta cresciuti e che nessuno ci ridà più. Quel periodo in cui per non meno di tre mesi ci diamo alla cazzonaggine, al tempo libero, al dormire fino a tardi, allo star svegli fino a tardi, a sballarci orari e abitudini che tanto il tempo cominciamo a sentirlo per quello che veramente è: un flusso ininterrotto, non ventiquattro unità suddivisibili in cui incastrare i nostri doveri.

Avere l’orologio in estate è inutile e malinconico. Serve soltanto a misurare di quanto se ne va ogni giorno.

Negli anni zero l’orologio è inutile. Sia d’inverno che d’estate. O meglio, non serve per guardare l’ora. Serve per mostrare di averlo. Ma negli anni 90 non tutti avevano il cellulare. Figuriamoci i bambini.

L’orologio era un oggetto, non un simbolo, negli anni 90. E d’estate uscivo con le magliette a maniche corte e le braccia nude, in giardino a giocare coi miei amici, andavo al campetto, facevo le cose che fa un bambino che non va ai centri estivi perché non ha voglia di svegliarsi presto ora che non c’è scuola, e al Grest perché non è cattolico e la parrocchia è territorio vietato. Ma benché non me ne fregasse molto dell’ora in estate, non uscivo mai senza orologio. Anzi, non uscivo mai senza orologi.

orologio dash

Ne avevo tre.

Li mettevo tutti contemporaneamente.

Tutti sul braccio destro, invece che sul sinistro.

Li trovavo qui:

dash

Non c’è mai stata gara fra il Dash e il Dixan. Il Dash regalava un orologio super tecnologico in ogni bustina. Ci andavi anche sott’acqua, quando andavi in spiaggia, e fra bambini si giocava a chi aveva più orologi, chi aveva il più tecnologico, chi lo sapeva usare meglio, chi scambiava quello rosso con quello nero e con quello giallo, come fossero figurine.

E attorno i grandi pensavano alle loro cose, si divertivano in altri modi: ballavano, bevevano, correvano in scooter, o sulle moto d’acqua, come nel video dei LEN, come in Steal my sunshine, l’unica canzone con cui la band canadese dei fratelli Costanzo (sì, si chiamano così il tamarro con gli occhiali a vespa e la tipetta spigliata che sembra Chun-Li). Il ritmo, le voci leggere, la chitarrina sincopata e le percussioni che echeggiano dietro, anche se uscì nel 1999 e gli orologi Dash erano già un ricordo, da quell’anno in poi per me nessuna canzone ha rappresentato meglio l’estate al mare; quel periodo che comincia a finire quando inizia. Quel periodo in cui ci dimentichiamo del tempo proprio perché si fa sentire come non mai sul nostro collo scoperto. Quel periodo in cui se ci immergiamo con un orologio dimenticandoci che non è waterproof, lo rompiamo, ma forse ci va meglio così, è un pensiero in meno, è un rimando in meno alle giornate che si accorciano e alla vita che se ne va.

Artista: LEN

Brano: Steal My Sunshine

Album:You can’t stop the bum rush

Anno: 1999

Ah. Lo sapete che GREST altro non vuol dire che GRuppo ESTivo? Beh, ora lo sapete.

len