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Staying together for the kids | Storia mia e dei Blink 182 non ragionata | Parte II

I’VE BEEN HERE BEFORE A FEW TIMES

I tre anni tra il 2001 e il 2004 ne durarono dieci. Quando il video di Feeling This cominciò a girare su Total Request Live e in generale in heavy rotation su MTV, io MTV non la guardavo più tanto, perché non mi serviva più. Per scoprire le band ormai usavo internet, le webzine che proponevano recensioni a grappoli ogni settimana e tentavano di descrivere la musica. Credo che niente mi abbia formato più di questo esercizio di stile: cercare di capire dalle parole di altri se un disco sarebbe stato nelle mie corde o no, cercare di capire come avessero fatto a descriverlo così meravigliosamente, o, al contrario, come fosse possibile che trovassi una discrepanza così netta fra chi aveva tentato di descriverlo e le sensazioni che ne traevo dall’ascolto successivo. Non si poteva scaricare a caso, non ancora: bisognava operare una scelta, di tempo e di attenzione. Ed era così che avevo sepolto i Blink sotto a centinaia di altri nuovi ascolti che si moltiplicavano, si evolvevano, si imbastardivano sempre di più con suoni più violenti e strutture più complesse. Feeling This, a quel punto, mi parve un tentativo non troppo convinto di restare in vita, dopo 3 lunghissimi anni di silenzio in cui non solo io ero cambiato, ma tutto il mondo non era più lo stesso di prima.

Eppure il mondo era lì, ad aspettare un passo falso dei Blink 182, alla resa dei conti, seduto sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere di Mark, Tom e Travis passasse, solo qualche anno dopo di quello di tutte le boy band di cui si erano presi gioco nel video di All The Small Things, che una dopo l’altra avevamo visto galleggiare a pelo d’acqua.

Quando, una sera, compare un link che porta a una pagina bianca con la tracklist del nuovo disco dei Blink 182 e tutti i pezzi scaricabili, non esito un solo istante. Era passato così tanto tempo, e nonostante avessi poco più di 16, 17 anni, mi sentivo già come se stessi facendo un salto nel passato. Non fosse altro perché non stavo comprando il cd, ma stavo scaricando il disco.

Ricordo, come fosse ieri, un impatto devastante su di me.MI0000404160

Obvious attacca con un riff sporco e violento che punta tutto su un ritornello che non esplode mai, resta tentennante, finché la canzone non diventa un’altra. Sono colto in contropiede, diventa subito uno dei miei pezzi preferiti.

I Miss You è una rivoluzione. Il basso di Hoppus che per la prima volta non fa tappeto, ma diventa parte della sezione ritmica, gioca a nascondino, e innesta un dialogo di echi con la chitarra acustica di Delonge mentre Travis prende sempre più per mano la band, man mano che il disco procede. I Miss You è una ballata decadente di sconcertante bellezza, soprattutto perché a suonarla sono gli stessi che gli anni precedenti aprivano i concerti con Family Reunion. Ma è in Violence e Stockholm Syndrome che siamo portati con le spalle al muro e costretti ad uscire allo scoperto: o ammettiamo il nostro pregiudizio sui Blink 182 e spegniamo tutto per evitare di incappare in argomentazioni per noi insostenibili, oppure possiamo e DOBBIAMO riconoscere che se ci aspettavamo un salto in avanti, più o meno qui, loro sono arrivati lì. Nelle due tracce le strutture compositive dei Blink 182 raggiungono livelli fino a quel momento mai esplorati, forse mai nemmeno accennati, di sicuro mai immaginati dalla fanbase. In questo disco è ormai chiaro come Travis Barker, il più classico del terzo fra i due litiganti, abbia preso il sopravvento sulla coppia dei cantanti. Lui che nei video divertenti sembra non divertirsi mai. Lui che ha sempre la faccia da cane bastonato, nelle foto, come nelle interviste, che quando suona (e come suona!) arriccia le labbra come fanno i bambini quando si stanno impegnando in qualcosa.

Guarda mamma, senza mani
Guarda mamma, senza mani

Travis Barker non è mai stato solo un batterista punk-rock. Reclutato dai Blink 182 nel tour di supporto a Dude Ranch immediatamente precedente alla registrazione di Enema Of The State, Travis è coetaneo di Tom, all’epoca suona la batteria negli Aquabats, un gruppo ska/surf i cui membri si vestono da supereroi, e il suo nome d’arte è The Baron Von Tito. Ancora scherzi, ancora goliardia. Non sono sicuro che la cosa lo diverta, probabilmente sì, di certo non lo dà a vedere. In circostanze mai del tutto chiarite, i Blink 182 allontanano l’anonimo Scott Raynor perché i suoi problemi d’alcolismo stanno imbarazzando la band. Lui dirà che fu lui ad andarsene perché non a proprio agio con la commercializzazione spinta che il trio stava tenendo. Non è chiaro quale delle due versioni sia la più plausibile, ma se ne parla poco perché pensare a dei Blink 182 alle prese con problemi seri forse è sempre sembrato fuori luogo; per loro stessi, per la stampa, per i fans. Poco importa, Travis Barker è un batterista straordinario, uno dei più bravi e poliedrici della scena, ammirato da tutti gli addetti ai lavori, invidiato da molte band anche influenti per gli stessi Blink, amico fraterno di Tim Armstrong con il quale le collaborazioni si sprecano (i due suonano insieme in Cat Like Thief nel disco dei Box Car Racer, una specie di variazione sul tema di You’ve Got So Far To Go degli Alkaline Trio, e in tutto il disco della combo rap-core Transplants), aperto ad ogni influenza. Il suo stile è ben definito, e sembra avere un’unica direzione: non accontentarsi mai. Introduce nuovi elementi fino a quel momento estranei al punk rock: l’uso degli splash, il cow-bell; evolve gli elementi cardine del genere: i filler a velocità disumana. Per farsi un’idea di quanto Travis Barker riesca a rimanere libero pur in un genere codificato come quello dei Blink 182, Give me one good reason, contenuta in Take off your pants and Jacket è un esempio emblematico.

Per farsi un’idea di cosa cambia fra Scott e Travis invece, questo live dà qualche indizio importante.

Barker si concede una traccia assolo nel disco, The Fallen Interlude, che segue un altro singolo ballata, Down. L’ispirazione di Tom è a livelli che in carriera non raggiungerà mai più, finalmente libero dalle briglie, disperatamente e urgentemente desideroso di togliersi di dosso l’etichetta del coglione che ha una band che fa battute oscene ai concerti. Tra l’estro visionario di Travis Barker e il colpo di reni di Delonge, che dopo I Miss You piazza un altro colpo romantico e decadente di una bellezza straordinaria, la sincopata e memore dei Cure più ariosi Always, Hoppus resta a guardare come chi d’improvviso si rende conto di aver perso il controllo della band, nonostante l’anzianità. Ci vorrebbe un altro salto sullo skate, come 10 anni prima, questa volta magari senza rompersi l’anca. Ci vorrebbe qualcos’altro per tornare ad avere influenza su Tom, che sembra essere partito per la tangente, come in questo video che documenta le registrazioni di un album straordinario, che significativamente si chiama come la band; una nuova band.

Ma i pezzi di Hoppus sono tutt’altro che deboli. In Go lo sentiamo quasi con la voce spezzata, Here’s your letter sembra uno scarto di Take Off your pants and jacket, Easy target è un tributo a Bad Religion e Social Distortion. C’è posto per un ultimo sussulto di stupore, la voce di Robert Smith che a sorpresa irrompe in All of This, il massimo livello di sperimentazione mai raggiunto dal trio. Blink 182 è un album che ci risveglia tutti nel nuovo millennio, che all’improvviso ci costringe a una scelta: cresci con noi oppure no, fa nulla, ma noi abbiamo dimostrato che meritiamo di stare dove stiamo. Non ho più sentito un disco così, un disco sulla stessa atmosfera, con le stesse intuizioni e le stesse contraddizioni, la stessa capacità di rivoltare in ogni suo aspetto una carriera che è stata simultaneamente il successo e la rovina di tre persone che abbiamo eletto a emblema di un certo modo di restare bambini, di restare scemi, una scusa che avevamo per sentirci in diritto di tornare a rotolarci nel fango e nella merda anche quando questo suonava troppo infantile per noi. E nonostante questo, Blink 182 è un disco dei Blink 182 e le coordinate di riferimento restano queste per tutti i 50 (cinquanta!) minuti della sua durata.

Nel video di Always lo schermo si divide in tre sezioni orizzontali, disturbandocene la visione. Una ragazza bella e volgare si muove in un set che sembra tratto da Friends, mentre Mark, Tom e Travis la insidiano, la corteggiano, si muovono impacciati nella loro tenuta in giacca, cravatta e spillette. È tremendamente malinconico vederli così adulti, così cresciuti, così diversi. Eppure, nel 2004 i Blink 182 sono questo: una band matura, che scrive canzoni punk-rock influenzate dai Cure e dal pop anni ottanta, innamorati delle loro mogli, con la testa da un’altra parte, quella dove muovono i primi passi i loro figli. Always è l’ultimo vero respiro dei Blink come li conosciamo. L’ultimo singolo, l’ultimo videoclip girato insieme, forse il loro testamento, la più esatta rappresentazione di ciò che stavano diventando: una band di tre uomini sereni, con un passato che non poteva più tornare, un presente che aveva dato una risposta forte e sottovalutata a una realtà che faticava a digerirli e accettarli in un millennio nuovo in cui tutto era ormai cambiato, un futuro incognito ma non certo spaventoso.

Il 22 Febbraio del 2005, quasi tutta la mia generazione scopre il significato della parola Hiatus: divisione, distanza.

Sullo scioglimento dei Blink 182 sono state raccontate tante storie, sono state fornite molte versioni, ci sono tantissime dichiarazioni più o meno esplicite, ci sono due band. I dimenticabili +44 di Hoppus e Barker, i pretenziosi Angels & Airwaves di Delonge. I primi sbattono il mostro in prima pagina con No It Isn’t, la canzone che sulla fine dei Blink 182 dice più di mille interviste, i secondi sono una creatura mai perfettamente a fuoco, sempre puntualmente fuori dal tempo, che sfugge di mano allo stesso Delonge quando, prima del disco di esordio dichiara che il mondo deve prepararsi alla più grande rivoluzione del rock ‘n roll. Dirà poi di aver detto quelle parole annebbiato dagli anti-depressivi.

I Blink che prendono anti-depressivi e si scrivono canzoni contro.

Quando prima ognuno aveva un motivo per avercela coi Blink, da quel momento in poi ognuno si è sentito in dovere di dare la propria versione della fine dolorosa di una band che col dolore aveva sempre mostrato di avere ben poco a che fare. La versione più accreditata è quella del Tom impazzito, del Tom pieno di sé che ripudia i vecchi amici e un passato ormai troppo scomodo e imbarazzante; io non credo a questa versione. Perché forse è un limite solo mio, ma io non riesco a dividere l’entità Blink 182, vissuta di tre forti personalità che in qualche modo, fra contrasti innegabili, riusciva sempre a fondersi in un’alchimia che in un trio è capace di spostare l’ago della bilancia di una carriera tra l’insignificante e la gloria eterna.

Mark Hoppus è uno dei miei modelli di vita, ma a guardarlo bene è una persona terribilmente insicura, un uomo che ha la capacità di devastarti con parole appartenenti a un bagaglio lessicale a buon mercato, un uomo che forse di crescere non vuole saperne, e lo fa solo se accompagnato, se convinto con le buone, se accontentato. Mark è un musicista egocentrico, un pagliaccio vero, che pur di avere la situazione sotto controllo non esita a soffocarla coprendosi di ridicolo; uno strano kamikaze dello humor, un songwriter in grado di scendere dal punto più alto a quello più basso di una scala umorale con la facilità con cui passa da una corda all’altra, e tutto questo senza probabilmente rendersene conto; basta una frase come Please Tell Mom this is not her fault a dirci tutto di lui. La colpa che non è di nessuno, la delega a qualcun altro, perché io non ci riesco se non così. Mark è un leader subdolo con la smorfia sorridente alle telecamere, e una paura folle e irrazionale di rimanere solo con le sue maschere.

mark

I NEED SOME MORE TIME TO FIX THESE PROBLEMS

Nel 2008 la morte, quello spauracchio allontanato nell’ultimo ritornello di Adam’s Song ferisce Mark Tom e Travis. Prima Jerry Finn, l’uomo che ha cambiato la mia vita e la vostra, senza che né io né voi ce ne rendessimo conto fino in fondo, muore per un’emorragia cerebrale il 21 agosto, all’età di 39 anni.

Poco più di un mese dopo, Travis rimane coinvolto in un incidente aereo con DJ AM, ex membro dei Crazy Town, quelli di Butterfly. Muoiono quattro persone, loro due si salvano non si sa bene in che modo.

A quella data, Tom e Mark non si parlano più o meno dal febbraio 2005. Delonge viene a sapere dello schianto dal telegiornale, mentre aspetta un volo all’aeroporto.

A riunire i Blink, una band vera fondata su un’amicizia vera e complessa, fu la paura della morte; come nelle favole più belle, Mark Tom e Travis, dopo aver rischiato la tragedia, tornano insieme e superano i problemi, annunciano una tournée e un disco nuovo, “Siamo tornati, per davvero”. E ci crediamo tutti, ci credono anche loro. Se c’è una cosa che riconoscerò sempre ai Blink 182 è una sincerità a volte anche ingenua; nonostante Take off your pants and jacket, nonostante il live fatto in studio, nonostante si comportassero come 15enni a 25 anni, li ho visti sempre in balia del tempo che passava, impegnati in una lotta contro le lancette, spesso in una strenua resistenza che hanno abbandonato con tempi diversi. Passato il tempo, passa anche lo spavento. Passato lo spavento, tornano i problemi.

Dal 2005 ad oggi io non ho più messo magliette a maniche lunghe. Sono entrato all’università e ne sono anche uscito, dopo essermela goduta. Mi è capitato sempre meno spesso di sentirmi inadeguato, quando è successo ho avuto bisogno di ben altre parole che la voce di Mark che mi urla I’m so lost, I’m barely here, I wish I could explain myself but words escape me. Mi sono trovato tante volte a dire I miss you, e nemmeno una volta mi sono visto patetico nel farlo. Ho ascoltato persone dirmi che per loro non contavo più niente, che non volevano più saperne di me. Ho detto ad alcune persone che le cose fra noi non sarebbero mai più tornate come prima. Ho avuto paura della morte. Non della mia, di quella di altre persone. Alcune persone, poi, sono effettivamente morte; ho dovuto scendere a patti con la loro assenza. Ho rivisto persone che sono state importanti per me, e nella loro nuova incarnazione non hanno avuto alcun effetto su di me: ci siamo aggiornati, mi hanno detto cos’hanno fatto, ho detto loro cos’ho fatto, ci siamo salutati dimenticandoci ciò che ci eravamo appena detti. Neighborhoods, del 2011, il ritorno sulle scene dei Blink 182, l’album della reunion, è un disco spento che si accontenta, un disco in cui l’ombra degli Angels & Airwaves è ormai troppo pesante per essere ignorata, che alterna ottimi pezzi che potevano dare una via, un accenno di futuro come This is Home, Natives e Wishing Well a pasticci che sembrano davvero conversazioni di circostanza, quelle che si concludono con “Scusa ma ora sono proprio di fretta, ma beviamoci un caffè uno di questi giorni!”. È una frase che mi sono promesso di non dire mai, a meno che io non voglia davvero bere un caffè con qualcuno uno di questi giorni.

I Blink 182 oggi sono una band composta da Mark Hoppus e Travis Barker. Tom Delonge è fuori dalla band. Non è come prima, prima si erano fermati, oggi no. Dello scambio di lettere, accuse e veleni di questi giorni mi importa poco, davvero. Ci vorrà del tempo perché si sappia qualcosa di più concreto, o forse non lo sapremo mai. Ma la storia dei Blink 182 è un dramma autentico, costruito sull’immagine di una band fra le più spensierate e leggere di sempre, un gruppo capace di parlare a chiunque con una freschezza e una formula che nessuno, ancora è riuscito a imitare, e che pure non è rimasta sempre uguale a sé stessa. È squallido, e allo stesso tempo meravigliosamente poetico che tre ragazzi che ci hanno dato un motivo per bearci della nostra stupidità e delle nostre debolezze infantili, oggi si detestino da veri adulti.

Stay together for the kids. È un’esortazione? I miei genitori devono essersela rivolta l’un l’altro silenziosamente, quando hanno capito che fra di loro era finita. Per fortuna, in questi casi, nemmeno i kids, nemmeno i figli sono abbastanza. E non ce l’hanno fatta a stare insieme. Meglio lontani, meglio divisi. Meglio ammettere di aver avuto paura. Meglio buttarle via le maglie a maniche lunghe, che metterci sopra quelle a maniche corte.

Staying together for the kids | Storia mia e dei Blink 182 non ragionata | Parte I

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FAMILY REUNION

Per capire come mi comporterò con mio figlio, cerco sempre di ricordare le volte in cui mia madre mi ha accompagnato a comprarmi da vestire, a cavallo tra il primo e il secondo anno di liceo, periodo in cui, per la prima volta, ha cominciato a fregarmene qualcosa di ciò che mi mettevo al mattino per andare a scuola. Erano avventure in negozi che, di base, non mi piacevano, nei quali giravo cercando di scacciare in me il pensiero di troppi pomeriggi con gli amici in cui mi ero sentito inadeguato, stretto in abiti che raccontavano più della persona che ero stato che di quella che volevo diventare, cosa che, peraltro, mi era tutt’altro che chiara. Nel giro di pochi mesi allora le feci comprare magliette con le maniche lunghe e jeans bellini. Bellini, non belli, non di marca, perché in fondo ero ancora lì, sulla soglia fra chi voleva un po’ essere personale, un po’ diverso, un po’ punk (del resto, io già ascoltavo il punk dalle medie inoltrate), e invece quello che si sarebbe prostrato ai piedi della classe dirigente delle mie amicizie, abiurando e promettendo severa fedeltà ai canoni estetici ammessi.

Fu così che mi comprai, di mio gusto, delle merdose magliette a maniche lunghe con dei loghi simil-università americana. I peggiori retaggi dell’OVS pre-restyling, quelli che sopravvivevano perché H&M era ancora un lontano spettro. Mia madre mi guardava con un sorriso storto, che diceva pressappoco ‘povero, piccolo bambino mio, troverai una tua strada, e una tua ragazza che te la farà cambiare’.

Le mie merdose magliette a maniche lunghe non cambiarono di una virgola la mia posizione fra la classe dirigente. Nemmeno la aggravarono, come spesso succede quando ti compri un vestito sbagliato. Ma la vita mi stava offrendo una meravigliosa, e pure ecologica, opportunità di imparare dai miei errori, di trasformare i miei fallimenti in vittorie. Di lì a poco, avrei deciso che la mia strada non era l’abiura, ma il punk-rock, e comprai su internet delle magliette a maniche corte con su scritto OFFSPRING, NOFX, GOOD RIDDANCE, AFI, quelle cose lì, e me le misi sopra alle merdose magliette a maniche lunghe comprate meno di 6 prima per impressionare le ragazze e i compagni di classe.

Non ebbi esitazioni a farlo, perché lo facevano anche i Blink.

Negli anni in cui improvvisamente la tua vita cambia prospettive con il corpo che non è ancora pronto ad assecondarle, Adam’s Song per me era tutto. La canzone che ascoltavo quando volevo stare bene, la canzone che ascoltavo quando volevo stare male, la canzone che mi aveva salvato la vita, la canzone che probabilmente me l’avrebbe rovinata. In quegli anni, i Blink-182 ogni giorno di più diventavano delle star, capaci di bucare il terreno brullo della campagna padovana e farsi notare anche fra chi, la musica, se la lasciava scivolare addosso, fra chi non aveva mai preso in mano una chitarra e sicuramente non aveva la minima intenzione di farlo, chi nelle canzoni ci si imbatteva senza andarle a cercare. Io non ero così, ma il loro successo esplosivo, planetario, mi rendeva pari ai miei compagni di classe. Per quanto ne potevo sapere io, Adam’s Song poteva anche aver salvato la loro di vita.

Enema Of The State era, in seconda media, la cosa più cool che ti potesse capitare. Un disco fresco, veloce, squillante e impattante come poche altre uscite nel decennio. In copertina un bel paio di tette, tanto per scendere subito a patti con l’inadeguatezza, sul retro 3 ragazzi tatuati, con la faccia da bambini, che circondano l’infermiera pornostar e si permettono anche di fare gli imbecilli.

enema

Nella nostra mente scatta immediatamente il cortocircuito: si può essere sfigati, e allo stesso tempo cool e frequentare una bionda con un corpo da threesome. Ecco la strada maestra per chi non ha abbastanza fiato per finire la corsa campestre: cantare male in un gruppo punk. Servono solo altre due persone, sfigate come te.

E poi, delle canzoni, delle canzoni che funzionino.

Dumpweed parte fragorosa ma tentennante, e poi esplode su un riff limpido, la voce di Tom Delonge, riverberatissima, si mostra in tutto il suo caratteristico timbro bastardo. Ho sempre preferito il timbro chiaro e adolescenziale di Mark Hoppus, che risponde subito in Don’t Leave Me. La doppietta iniziale è sufficiente a capire chi siano, nel 1999, i Blink 182, senza per questo snocciolare subito i pezzi migliori.

Hoppus ha 27 anni suonati, la mia età di adesso, quando scrive Going Away To College, usando parole che a me non verrebbero mai in mente per parlare dei miei quindici anni. Ma è così, con queste parole, che si stende un quindicenne.

I haven’t been this scared in a long time

and I’m so unprepared so here’s your Valentine

Bouquet of clumsy words, a simple melody

This world’s an ugly place but you’re so beautiful to me

30 minuti scorrono velocissimi fino ad Anthem, l’ultimo pezzo, uno dei più forti e liricamente più ispirati della carriera di Tom; il chitarrista non ha il dono di Hoppus di arrivare dritto al nocciolo della questione senza risultare banale, ma riesce con rapide pennellate a delineare un quadro ironico, a volte perfino squallido, nei testi che scrive.

In mezzo, ci sono i singoli, i pezzi che trasformano i Blink 182 nella prima e forse unica anti-boyband della storia, in un periodo in cui le boyband non facevano prigionieri; è la loro condanna definitiva.

 

 EVERYTHING IS GONNA BE FINE

 

Quando girano il video di Josie, Mark, Tom e Scott sono una band affermata, che ha appena pubblicato l’esordio su major, dopo essere stata contesa tra etichette come la Epitaph che si sta ancora cercando di arginare l’enorme successo di Smash degli Offspring e la loro conseguente fuga alla Sony.

Mark Hoppus e Tom Delonge si conoscono il 2 agosto 1992 a Poway, California. La sorella di Mark, Anne, è fidanzata con un amico di Tom, più giovane di Mark di tre anni. Mark, appena conosciuto Tom, si ruppe un’anca con trick sullo skate, nel tentativo di fare impressione su di lui. È un aneddoto che, visto oggi, da distante, ci dice tantissimo sulla band: sull’aura da personaggio controverso e maledettamente carismatico di Delonge; sull’insicurezza cronica nascosta dietro all’esuberanza e alla vocazione a fare lo scemo del villaggio di Hoppus. Josie è un tributo a una fidanzata perfetta, capace di farsi carico di tutte le stronzate di Mark, del suo essere fondamentalmente una testa di cazzo. Ma il video è un ritratto abbastanza fedele di quello che dovevano essere i Blink nel 1992. C’è un divario di 5 anni, forse di più per Mark, che permette loro di tornare su una vita che hanno vissuto davvero, con la consapevolezza di un ragazzo adulto, per poter parlare a chi nella merda adolescenziale, quella che non puzza di merda ma di ascelle pezzate, c’è dentro fino al collo. I Blink 182 in tutti i video dell’epoca ridono, scherzano, fanno le scoregge con le ascelle e con il culo, ruttano, dicono “cacca e pupù” e lo fanno divertendosi veramente, trovando veramente la cosa divertente, ma hanno tra i 22 e i 25 anni, e nessun problema mentale. Sono, in parole povere, a un livello superiore del loro output, hanno la situazione sotto controllo. Temo che questo, a noi che li osservavamo, li giudicavamo, li ostracizzavamo dal punk e in ultima istanza dalla musica vedendoli come “just a joke”, non sia stato sempre ben chiaro.

D’altra parte, dopo l’esordio di Cheshire Cat, acerbo nelle composizioni, buttato in vacca dopo l’ottava traccia con canzoni davvero cabarettistiche (Does my breath smell, Ben Wah Balls, Just about done), Dude Ranch è già un disco punk rock maturo, energico, diverso da tutto ciò che sta uscendo in quel periodo e uscito in precedenza. Siamo nel 1997, chi ha 16 anni in quel momento e ama le chitarre e le batterie veloci probabilmente crede di vivere nel migliore dei mondi possibili.
In Pathetic, la traccia di apertura, le voci di Hoppus e Delonge convivono in un botta e risposta che poche altre volte nella loro carriera funzionerà così alla perfezione, nello stesso brano. Il drumming di Scott Raynor viaggia scolastico e senza troppe concessioni all’estro, ma paradossalmente finisce per diventare il segno distintivo di un disco che contiene la prima hit mondiale targata Blink: quella Dammit con la quale ancora chiudono i concerti.

Ma la parte più interessante di un disco che si sforza di avere difetti a cominciare dall’inspiegabile copertina (quasi un meme ante-litteram) è quella centrale: Waggy è uno dei migliori pezzi mai scritti da Hoppus, con un testo che esalta la sua capacità di dire sempre la cosa giusta, senza girarci attorno.

I think you need sometime alone

You say you want someone to call your own

open your eyes you can suck in your pride

you can live your life all on your own

Enthused ci mostra quella che doveva essere al tempo la libertà compositiva secondo Tom, quella di cui oggi spesso sentiamo parlare come la causa della fine dei Blink 182. Breakdown, cambi di tempo, simil-virtuosismi di chitarra, nessun ritornello. Il pezzo post-hardcore di Dude Ranch. Mark poi spara in rapida successione la doppietta Apple Shampoo e Emo, due canzoni che sono sicuro compaiano fra le influenze non dichiarate di tutta l’ondata pop-punk degli anni duemila. Ed è difficile pensare che i Taking Back Sunday non abbiano sezionato queste canzoni, che il ritornello quieto, quasi rassegnato di Emo non sia diventato legge in casa Deep Elm.

THIS IS THE BEST TIME WE EVER HAD

Nel 2001, quando i Blink 182, ormai delle vere rockstar in bermuda e magliettina, entrano in studio per registrare Take Off Your Pants and Jacket, alla MCA che li ha sotto contratto non pare quasi vero di aver trovato una seconda via alla costruzione di boy band, mettendo sotto contratto una band vera, che suona tendenzialmente male, ma che ha quell’alchimia e quella capacità di scrivere melodie e ottime canzoni che sotto la mano del produttore Jerry Finn, il vero indiscusso artefice del Blink-sound diventa letale. Enema of the state non può bastare, lo show deve continuare dopo la pubblicazione di un live finto che oggi suona quasi imbarazzante come concetto. Gli ordini sono chiari: uscite dallo studio con un Enema of the state parte seconda.

Take off your pants and Jacket, il disco che correrò a comprare il giorno dell’uscita (a memoria la prima volta che feci una cosa del genere), il disco che da quel giorno in poi non smetterò di scomporre in tutte le tue infinitesime parti per essere poi io stesso fatto di quelle melodie che mi sembrano irraggiungibili da qualsiasi altro umano sulla terra, è un disco che nasce in un clima quasi irrespirabile; all’ascolto delle pre-produzioni, il manager dei Blink riferisce alla band che non c’è nemmeno uno dei loro inni allegri da estate, figa e skateboard. Mark e Tom si infuriano, e nel giro di qualche ora compongono The Rock Show e First Date. I due singoli più di successo di Take Off Your Pants and Jacket non sono nulla più di un compitino. Io nel 2001 inizio il liceo, sto per conoscere un ragazzo con il quale fonderò la mia prima band e che suona ancora con me, già suono la batteria e la chitarra da un po’, le suono male ma non lo vedo come un problema. Il disco lo consumo, e alla fine, che The Rock Show e First Date siano degli specchietti per le allodole in un disco che testimonia una band che non è più solo quella della cacca e della pipì, lo intuisco.

Travis Barker sorride
Travis Barker sorride

Anthem Part Two suona ironica nel titolo nei confronti di chi voleva un secondo Enema Of The State. Ma la canzone rivela uno degli arrangiamenti più curati di questa prima vita dei Blink, un opener convincente che avrebbe potuto diventare tranquillamente un singolo e testimoniare una crescita artistica. A ribadirla c’è una ballad che vive in un’atmosfera inedita per il trio, in una posizione strategica del disco: Story of a Lonely Guy vede addirittura delle chitarre effettate inserirsi in un drumming compìto che comincia a prendere per mano il gruppo. È impossibile non accorgersi di una tinta più oscura che emerge dall’anima delle canzoni, per quanto la produzione di Jerry Finn miri ad accontentare tutti, e quindi anche la casa discografica: Reckless Abandon, Roller Coaster e soprattutto Stay Together For The Kids sono pezzi che lanciano un allarme che cade inascoltato: “Siamo un po’ stanchi di essere gli eterni bambini”. Il guaio è che nessuna di queste canzoni, nell’intento di mostrare una band seria e capace di colpire non solo al culo ma anche al cuore, riesce nell’intento così bene come ci era riuscita Adam’s Song. A funzionare, e benissimo, sono ancora una volta i brani come Everytime I Look For You, Please Take Me Home e Shut Up, in cui il mood rattristato viene trasformato dalla melodia fino a un contrasto che solo a chi si interroga sulle parole risulta evidente. Ma del resto, malinconia, melodia ed energia non si sono mai fatte la guerra fra loro.

 

La gita della prima superiore fu a Napoli, a Pompei; era la primavera del 2002 e io indossavo ancora le merdose magliette con le maniche lunghe che avevo fatto comprare a mia madre all’OVS, ma già cominciavo a sospettare che non mi avrebbero salvato dai miei problemi. La prima sera entrammo in un supermercato e comprammo delle birre. Una lattina a testa. Io presi la Heineken. Le nascondemmo sotto il letto del bocciato che si fece carico di questa marachella senza fiatare; c’aveva due palle così. La sera, in camera, si tirava tardi, tipo quasi mezzanotte, e bevemmo le birre. Fu la mia prima birra, penso. Una lattina di Heineken, calda. Una merda. Finsi di essere ubriaco, era una sensazione così cool esserlo, fare il coglione, non avere finalmente limiti.

In gita non c’era un altro mio compagno, un punk, ma punk per davvero. Uno che ascoltava i Sex Pistols, i GBH e stava per scoprire l’hardcore, che si infervorava spiegandomi che i Blink non erano punk, erano solo dei coglioni con le magliettine firmate, che il vero punk era marcio e sputava sulle chiese, cagava sullo stato, vomitava sulla pace e il perbenismo, se ne fotteva dell’estate come dell’inverno, non credeva nel futuro. Lui tentò ripetutamente di trascinarmi nel mondo in cui si era rinchiuso e nel quale si divertiva davvero. Io non mi fidai mai, a volte lo assecondai, altre preferii stare lontano. Erano gli anni in cui i Blink erano il pericolo numero uno nell’ambiente in cui stavo cercando di entrare sfondando la porta. Venduti ormai già da cinque anni, colpevoli di aver avuto un successo planetario, di non aver mai rotto il cazzo a nessun politico, di parlare di cacca e pipì nei loro testi, di girare video nudi, di essere su TRL, di finire regolarmente in copertina su TRIBE generation, la rivista musicale di RINGO che su Blink e Limp Bizkit ci faceva un anno di pubblicazioni; colpevoli di aver smerdato il punk, di averlo trasformato in uno scherzo, di essere dei bamboccioni che non sanno crescere, che non si prendono le proprie responsabilità, colpevoli di suonare-male-tranne-Travis, colpevoli senza appello tanto da meritarsi le sassate a un festival nel quale erano headliner.

Ci provai a vederla così, e non ci riuscii. Per me i Blink rimanevano ancora la mia band preferita. Lo testimoniavano le maglie a maniche corte che portavo sopra alle merdose maglie a maniche lunghe. La mia metamorfosi era iniziata, la band ce l’avevo, ora non mi rimaneva che crescere. A me, d’altro canto, era permesso.

FINE PRIMA PARTE

Fa freschino eh?

Piove. Figata. Spero possiate perdonarmi l’esultanza fuori luogo, ma il caldo esagerato delle ultime settimane mi stava creando un numero esagerato di difficoltà. Mi sono fatto trovare impreparato, pochi cazzi. Ho i capelli troppo lunghi per questo clima, il mio guardaroba estivo è pressoché inesistente, il ventilatore che tenevo in camera è passato a miglior vita e l’aumento del numero delle docce settimanali è un grossissimo nemico del mio già citato piano di austerity personale.
Mi fa un po’ schifo dirlo, ma a me queste giornate nuvolose non stanno dispiacendo affatto.
E questa cosa un po’ mi fa pensare. Perché a me l’estate, fino a poco tempo fa, piaceva da morire. Il sole, le birrette alla sera, le ragazze che smettevano i loro cappotti, l’insalata di riso e così via. Adesso invece mi ritrovo a neanche trent’anni a gioire delle giornate di pioggia, a pranzare al bar da solo leggendo la Gazzetta dello Sport, a preferire una zuppa all’insalata di riso, a rifiutare le birrette la sera. Sono arrivato addirittura a rivalutare la positività dell’outfit estivo delle ragazze. Sono peggiorato talmente tanto che quei fottutissimi shorts di jeans mi sembrano addirittura troppo corti.
Io davvero non so cosa come sia potuto arrivare a una metamorfosi del genere. O meglio, lo so, ma è una storia a parte.
E quindi che si fa? Direi che o si combatte la cosa, o ci si lascia portare alla deriva. Considerando che ieri, passando davanti ad un cantiere, per qualche secondo, ho sentito un’irrefrenabile voglia di fermarmi a guardare gli operai lavorare, ho deciso di optare per la soluzione “lotta”.
E la lotta comincia subito. Oggi ad esempio ho da sbrigare delle commissioni, dovrò stare in auto un’oretta. Quindi? Quindi vedo di darmi una svegliata. Con in testa la massima che recitò moltissimi anni fa un mio caro amico: “il poppanc non serve solo d’estate, ma serve anche quando fa freddo e piove, per ricordarti di quanto è bella l’estate”. Lacrime.

Per farla breve, ho deciso di rispolverare la mia vecchia playlist estiva denominata “viaggio breve macchina ESTATE”. Per scacciare le nuvole, per cercare di farmi trovare preparato quando se ne andranno, nel tentativo di tornare a godermi una stagione che ultimamente ha regalato troppi smazzi e delusioni.
Sono dieci pezzi spaventosi e ignoranti che ho messo insieme, credo, non meno di cinque anni fa in non più di 6 minuti.
D’altronde se ti devi gasare con della musica d’estate ti gasi con il poppanc. Non ti gasi con il post-metal, con il sophisti-pop o con lo shitgaze. Ti gasi solo e unicamente col poppanc. Col poppanc e basta. Spero di esser stato abbastanza chiaro.
Io oggi pomeriggio me la sparo, con aspettative altissime, con la mente settata all’estate 2008.
Quando girare in macchina col sole mi faceva sentire un drago. Quando mangiavo insalata di riso cinque giorni alla settimana. Quando le ragazze riuscivano ad essere belle senza vestirsi da mignotte. Quando l’estate era una figata. Quando tutto, insomma, era più bello. Pure io.

 

Blink 182 – Dogs Eating Dogs

Sono andato per curiosità sul sito dei Blink verso Natale, ho visto un video trailer del loro nuovo ep in uscita di cui assolutamente ero ignaro, mi sono gasato e ho fatto un preorder di 4,99$ con la mia carta prepagata. Per ringraziarmi, mi hanno subito inviato una canzone intera come anteprima, Boxing Day.

manineicapelli

smash

blink182Detto questo, canzoni come la title track per me bastano a giustificare l’esistenza trascinata dei Blink, che ormai non esaltano più neanche nei bridge (ovvero le parti in cui Tom e Mark smettono di suonare e Travis fa una cosa impossibile). Dogs Eating Dogs è un e.p. di merda, ma contiene la miglior canzone dei Blink dal 2001. I Green Day ormai fanno ridere. I Blink mi fanno incazzare.

Nota: questa è la prima uscita dei Blink autoprodotta. Ma voi continuate pure a cercarvi il contratto ragazzi, che va bene così!

Febbre a Novanta #45

Nirvana,_Heart-Shaped_Box_(Anton_Corbijn)
Il Natale del 1998 me lo ricordo, fondamentalmente perché fu uguale al Natale del 97, del 96, del 95 e del 99. E anche poco più in là nel millennio non rammento particolari differenze. Un po’ come per i film che nello stesso periodo escono a firma Vanzina.

Tutti nel salotto della nonna, sull’albero domina il rosso ma talvolta si fa qualche concessione all’oro. Quando tutti sono arrivati, poco prima che inizi il pranzo, allontaniamo i cuginetti piccoli con una scusa e non appena sentiamo il segnale li osserviamo precipitarsi in salotto urlando, mentre noi li seguiamo col passo di chi ormai sa già. Il rumore di carta che si scarta echeggia nella stanza per un buon quarto d’ora. A noi ormai toccano pochi pacchetti, ma abbiamo già imparato ad apprezzare il gesto, più che l’oggetto. Io la mattina stessa sotto l’albero di casa mia ho trovato una batteria di quelle a consolle, piccole, giusto per imparare. La desideravo da tanto. In famiglia si è sparsa la voce che mi son messo ad ascoltare musica; quella pestata. Così oggi, a me, da parte degli zii, tocca il cd. E anche a mio fratello.

Lo scarto, e mi si illuminano gli occhi. Proprio il disco che volevo, con tutte le canzoni che per tutta la stagione avevo tentato di intercettare in radio per doppiarmi nella cassetta, cercando di tagliare le parole del dj. Azzeccatissimo. Davvero azzeccatissimo. Consumerò quel disco, e lo riascolto ancora volentieri.

Mio fratello invece non è proprio appassionato di musica. Sì gli piace, la ascolta, condivide qualche mio gusto. Lui scarta un cd dalla copertina inquietante, beige, con al centro una specie di venere di Milo montata in collage con le interiora di fuori. In Utero, si chiama il disco. E’ dei Nirvana.

Ah i Nirvana, cazzo.

Se ne parla un gran bene sulle riviste. E anche sui guestbook dei siti punk che mi leggo. Una volta avevo accostato i Nirvana ai Green Day con una persona su un guestbook. La persona mi rispose indignata, dicendomi che i Nirvana col punk non c’entravano un cazzo. I Nirvana erano Grunge.

Grunge.

Che bella parola. Mai sentita nominare. La imparai lì. E così quindi i Nirvana non facevano né Punk né Rock, facevano Grunge. E quali altri gruppi facevano Grunge?

Dei Nirvana sapevo che s’era ammazzato il cantante biondo, Kurt Cobain. Che da quando si era ammazzato era diventato l’eroe del nostro decennio, la vittima più illustre della musica, il più grande peccato pensando a ciò che sarebbe potuto essere e non sarebbe mai più stato. Ma io i Nirvana non li avevo mai sentiti. E passò molto tempo da quel Natale prima che io infilassi In Utero nel lettore cd. Ricordo quel momento come fosse ieri.

Ero appena tornato da un negozio di dischi dove la mamma mi aveva accompagnato a comprare Enema Of The State dei Blink 182, nel 1999. Conoscevo già a memoria i singoli fino ad allora usciti, What’s My Age Again e All the small things. Tornai a casa eccitatissimo, presi subito il lettore cd portatile di mio fratello, misi le cuffiette e schiacciai immediatamente Play.

Senza neanche aver messo dentro il cd.

Quattro colpi di bacchetta e una schitarrata arrogante. Poi partiva un riff fastidioso e iniziava a cantare una voce roca e irridente. Pensai che era un inizio piuttosto serio per una band che faceva i video correndo nudi. Qualcosa non quadrava. Stoppai il disco, alzai il vano: dentro c’era In Utero. Lo tolsi e iniziai la mia vera e propria mania per i Blink.

Per i Nirvana, c’era ancora da aspettare.

Fine prima Parte

 

Artista: Nirvana

Brano: Heart Shaped Box

Album: In Utero

Anno: 1994

Febbre a Novanta #27

millencolin

La scorsa settimana Febbre a Novanta non è uscito perché era Pasquetta, e perché ero appena tornato dal Groezrock insieme ai miei tre compari. Al Groezrock ho fatto la parte del pivello: per ragioni anagrafiche, due anni di differenza dagli altri, che in fatto di erudizione musicale ed evoluzione dei gusti significano moltissimo; per ragioni culturali, perché effettivamente ho una cultura musicale più ristretta della loro, che in genere giustifico con lo spendere più tempo ed energie su un singolo gruppo piuttosto che su ascolti massivi. Ma temo che questa teoria non regga.

Il Groezrock quest’anno, l’ho già detto, aveva un cartellone che poteva tranquillamente risalire al 2001. O 2002. Escludiamo le novità assolute, tipo Asking Alexandria, Acacia Strain, merda del genere dalla quale ci siamo tenuti ben alla larga. C’era molto emo del decennio scorso, quello che adesso non si suona più: Thursday, Further Seems Forever, Boysetsfire.

C’era l’immortale e immutabile Irish Punk di Dropkick Murphys e Flogging Molly, che in Belgio gode di ottima salute e di consenso oceanico per motivi che mi sfuggono. C’era l’hc new school di Snapcase e Comeback Kid.

E poi c’era la Storia. Gli Anni 90. I NOFX, i Saves The Day, e loro.

I Millencolin.

Quelli di Penguins & Polarbears. Quelli di Pennybridge Pioneers. Quelli che non erano Americani, ma Svedesi. Quelli che correvano nel video.

Io i Millencolin li ho amati per più di dieci anni senza mai cagarmeli di striscio. Perché una volta saliti sul palco del Groezrock e attaccato con No Cigar (avrebbero, solo per noi, suonato tutto Pennybridge Pioneers) a stento ho riconosciuto le loro facce, in quel preciso istante ho imparato i nomi degli altri tre. Non avevo mai visto un loro video live, non ho mai ascoltato per intero un altro loro disco, eppure li ho adorati, loro e quel disco, senza mai rinnegarli, per più di dieci anni.

the-box

Penso sia stata colpa di The Box (The music television YOU control!). Una specie di canale che alla fine degli anni 90 ha occupato le frequenze venete di teleregione per un paio d’anni, o forse di più. Era molto semplice, e senza palinsesto. Niente pubblicità, niente programmi o Veejay, solo videoclip di cui si poteva richiedere il passaggio tramite un codice telefonico. Non ho mai capito se fosse vero, passavano in rotazione sempre gli stessi.

Appena uscì Titanic arrivavano a passare Celine Dion anche due volte di seguito. La DiCaprio-mania.

E che dire di Marilyn Manson? Lo conobbi su The Box, con la loro fissazione per il video di Antichrist Superstar.

E mentre su MTV imperversavano i redivivi Offspring con i video tratti da Americana ed erano appena esplosi i Blink 182, The Box proponeva timidamente il video di questi tizi che correvano, con una canzone molto al passo coi tempi, con quella vena malinconica in più che traspariva dal loro stesso nome. Io mi ero appena avvicinato all’ambiente. Qualsiasi cosa suonasse punk e apparisse in televisione era oro colato per me. Poco importava se il canale avesse dei grossolani difetti di regia: interruzioni brusche, schermate nere e silenziose per lunghi intervalli, interfaccia grafica ridicola e fastidiosa.

MTV e gli Offspring erano il potere. The Box e i Millencolin la nicchia, l’alternativa.

Dopo più di dieci anni, in Belgio, mentre vedevo finalmente su un palco i Millencolin sentendomi un po’ in colpa per averli approfonditi così poco, per aver come al solito fatto il generalista, realizzavo di meritarmi di soccombere sotto i violenti colpi del pogo, che mi spingevano sempre più lontano dalla posizione di partenza, minacciando anche di farmi cadere fra la polvere sotto a un mare di gente che saltava e si dimenava. Penguins & Polarbears è la traccia 6 del disco. Ho resistito sei canzoni, poi ho ceduto e sono andato a vedermi il concerto da più indietro, ricordandomi di The Box, di quelle che mi sembravano le mie conquiste della “musica che non conosceva nessuno”, che mi facevano sentire tanto figo, in un periodo in cui ascoltare e procurarsi musica non era affatto facile come adesso.

Non ho giustificazioni. Sono il pivello. Merito di fare il pivello. Ma, fra quattro uomini sverginati, vaccinati e nostalgici, le tende dagli acquazzoni so salvarle solo io.

Artista: Millencolin

Brano: Penguins & Polarbears

Album: Pennybridge Pioneers

Anno: 1999