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Parlare dei Daughter senza citare la figa

Parto spesso prevenuto nell’ascoltare gruppi che prendono certi votazzi dappertutto, specie se sono inglesi, specie se le recensioni escono tipo il giorno prima o la mattina stessa dell’uscita del disco, come si usa fare adesso insomma.

In tutto ciò credo che un ruolo determinante nel farmi piacere questo disco e questa band nonostante tutti questi ostacoli e questo svantaggio di partenza lo abbia giocato senza dubbio la figa. Elena Tonra ha tutto: è una bella gnocca, ha una bella voce anche piuttosto personale, si veste nella maniera che piace tanto a noi maschietti che possiamo a stento permetterci le magliette a 4,95 tinta unita di H&M, ha un cognome vagamente vichingo e fa convergere insomma ogni elemento della sua personalità musicale e non in una freddezza che manda in brodo di giuggiole noi ma soprattutto anche un pubblico femminile che nasconde l’invidia dietro all’ammirazione, quando se una compaesana avesse le stesse doti della buona Elena volerebbero gli insulti e le cattiverie. Sessismo? No dai, o meglio, anche sì, ma sicuramente ipocrita da parte mia dato che questo disco in molti momenti avrebbe mandato a puttane ogni briciolo di mascolinità residua in me se solo una telecamera mi avesse ripreso nei momenti in cui mi sono sorpreso a canticchiarlo come il peggiore dei cretini in gilet da maitre che capita di vedere ai concerti degli XX.

A me i Daughter piacciono sinceramente, oltre alla questione della figa che rimane comunque centrale, perché hanno delle atmosfere che mi ricordano in più punti Bon Iver, perché il disco è architettato bene e registrato pure meglio, e perché pezzi come Tomorrow io non riuscirei mai a scriverli di proposito, e giuro che lo intendo come un complimento a loro e un’offesa a me.

Solo una cosa. Smettila di fare cover del cazzo su Youtube di pezzi famosi e intelligentemente lontani dall’universo Daughter. Mi riempi la bacheca di maschietti in acido e di donnine introspettive ma comunque cool e a me bastano già gli status al modo infinito di eventi strani perfettamente normali di cui non frega un cazzo a nessuno se non alle sedici persone che sono taggate nello status, pratica per la quale ricordo, esistono le chat di Whatsapp, dove forse vi accorgereste che la gente che aggiungete si toglie subito grazie a una nuova tendenza di sdoganamento delle cattive maniere che solo l’avvento degli smarphone ha saputo regalarci.

Best of 2011

 La classifica dei migliori dischi dell’anno

MARCO VEZZARO

Cento di questi anni. Il 2011 è stato un anno stranamente prolifico per le uscite. Tanti ritorni, tante reunion (chiedete al Groezrock), pochi ma pesantissimi scioglimenti (chiedete ai R.E.M.), molte sorprese.

Ho scelto cinque dischetti da cui non si può prescindere. Potevo sceglierne di più, ho pensato che fosse inutile. Perciò farò delle menzioni d’onore per chi si merita una nota, e delle menzioni di disonore per dischi che attendevo e che invece mi hanno deluso.

 

 

 

 

 

 

 

5. Manchester OrchestraSimple Math : quando senti che un disco è confezionato con cura maniacale, rischia di suonare manierista il più delle volte. Con loro non accade. Di classe quanto il bianco della loro copertina: la compianta ESTzine avrebbe detto che “l’abito fa il monaco”.

4. Immanu ElIn Passage

Avevo una certezza, prima del 2011. Che il post-rock fosse un genere virile. Cazzo duro. Loro me l’hanno distrutta; mi hanno insegnato che anche dei froci possono fare un disco post-rock della madonna.

3. Polar Bear ClubCrash, Battle, Guilt, Pride

Il disco in cui una delle mie band punk-rock preferite in attività ha osato di più. Il carisma dei capiscuola, le intuizioni degli outstanding. Temo che di qui si possa solo declinare.

2. MogwaiHardcore will never die but you will

I Mogwai non fanno hardcore. Sono hardcore. In questo ennesimo, straordinario disco è spiegato come ciò sia possibile.

1. Kite PartyBaseball Season

Un’istantanea sbiadita di un tempo che ci sfugge, il ricordo di quella vacanza al mare che non abbiamo mai fatto. Un album inaspettato, breve, intenso e inafferrabile.

 

 

A conferma della grande annata per il post-rock ci sono le uscite maestose dei Maybeshewill (I was here for a moment, then I was gone), degli intramontabili Explosions in the Sky (Take Care, Take Care, Take Care) nonché l’ottimo secondo album, che è sempre il più difficile nella carriera di un artista, dei Moonlit Sailor. Virando un po’ sull’emo, You Can’t just leave it all dei Prawn ricorda paurosamente gli Appleseed Cast e questo non può che essere un punto a favore. Aspettando cose nuove, gioiamo della comparsata degli Hot Water Music con un bell’e.p.; in netta ripresa la scena italiana con un ritorno in grande spolvero (e madrelingua) dei Raein e con i pigliatutto Gazebo Penguins.

Grosse, grossissime delusioni invece dai La Dispute con il loro Wildlife (lo spengo sempre troppo presto) e dai Moving Mountains, che nell’ultimo album Waves hanno pulito i suoni, migliorato i testi, scritto belle canzoni, ma alla fine il disco scorre via e lascia poche tracce. Pneuma era un’altra cosa. Per quanto riguarda gli Alkaline Trio, preferisco pensare che abbiano solo skateato tutto l’anno invece di registrare inutili cover dei loro pezzi vecchi.

 

ANDREA LEJEUNE

 

1. Gazebo PenguinsLEGNA

Rabbia, parole, frasi, ricordi, lacrime e, ovviamente, un sacco di legnate.

2. Bon IverBon Iver

Mille e più strati di suoni per la musica più densa dell’anno.

3. Josh T. PearsonLast of the Country Gentlemen

Un’amica l’ha definita “musica per la crisi”, ed è proprio così. Una chitarra e una voce incredibile.

4. Middle Brothers/t

Quando i punk suonano il country succede questo.

5. Kurt VileSmoke Ring for my Halo

Un disco fatto di canzoni toccanti e sbilenche. Si, ho detto canzoni.

MARCO MACCHINI

Non mi sono mai interessate più di tanto le classifiche di fine anno. Voglio dire, davvero vi interessa sapere cosa ha ascoltato durante l’anno un qualsiasi stronzo di Pitchfork? O un qualsiasi idiota di Alternative Press?
A me, in tutta sincerità, no.
Di conseguenza, spero che voi cari quattro lettori non abbiate alcun interesse a conoscere i dischi che hanno segnato il mio sciagurato anno.Devo ammettere però che, anche se trovo noiosissimo leggere le altrui classifiche, trovo quantomeno utile stilare la mia. Non divertente, ma utile.
D’altronde un’operazione del genere è un qualcosa di strettamente personale. Senza presunzione alcuna, ho pescato alcuni dischi che hanno avuto la fortuna/sfortuna di caratterizzare un determinato periodo del mio anno. Piacevole o disgraziato che fosse.
Fabio Volo direbbe che questi dischi non sono altro che dei segnalibri nell’enorme e imprevedibile libro della vita. E sticazzi.
Però non mi dispiace l’idea di tornare qua tra qualche mese, rispolverare qualche bel pezzone, e ricordare il Groezrock, o la bella gita fuori porta in furgone di qualche mese fa.
Proprio per questo la mia non è una vera e propria classifica.
I dischi sono messi a casaccio, nessuna posizione e nessun commento. Sarebbero inutili. Irrilevanti.
Giusto un pezzo per disco.
Magari potrete trovare qualcosa di sconosciuto ma di vostro interesse, chi può dirlo.
In tal caso, il passo che porta a bandcamp, o alla sempre appagante pratica del download illegale è piuttosto breve.
Credo sia tutto.
In soldoni, botti di capodanno permettendo, ci ritroveremo qui fra un annetto.

 

Crash Of RhinosDistal

OwenGhost Town

Bon IverBon Iver

ThriceMajor/Minor 

Red City RadioThe Dangers Of Standing Still

Des ArkDon’t Rock The Boat, Sink The Fucker 

Cold Cave – Cherish The Light Years 

 

MARCO LEZZERINI 

 

Red City Radio The Dangers of Standing Still

Fatevi crescere la barba e indossate la vostra camicia di flanella preferita. i RCR sono i migliori esponenti dell’orgecore.

Into it. Over it. Proper

Questo è il suo L.p. di debutto. Emo90’s, indiefolk e pop punk come se non ci fosse un domani. 

Algernon Cadwallader – Parrot files

L’album della mia estate 2011 che può diventare della vostra estate 2012 se ve lo siete perso.

Chief – Apply within

Dieci tracce di punk rock, hip hop, reggae, e pop. In generale, tanta carne al fuoco da una band prevalentemente vegetariana. 

Ngod – XL

E.p. della madonna. Se Kele Okereke fosse stato etero i Bloc Party suonerebbero così.

Buona estate

Agosto. Che mese di merda.
Adorarlo da bambino era facile, detestarlo ora, da adulto nullatenente, lo è ancora di più.
Da bambino invecchiavo di un anno, e il giorno dopo ero subito in spiaggia, a giocare a calcio con gli “amichetti del mare”.
Ultimamente invece le cose sono diventate piuttosto pacco. E quest’anno non fa eccezione. Dopo aver festeggiato il mio superamento del quarto di secolo in mutande (è una storia lunga, discretamente divertente), me ne sono rimasto a Padova. Niente mare, niente amichetti, niente sabbia e niente bagni.
Al posto di tutto questo ho un paio di dischi nuovi che ho potuto ascoltare in questi giorni. Cosa che, manco a dirlo, non mi consola affatto. Anche perché farsi consolare da quell’hipster di Bon Iver è maledettamente difficile. Molto più facile è accompagnare l’ascolto del suo disco con la consumazione di un’intera cassa di birra da discount.

A me, Bon Iver, piace pure. Sicuramente è noioso, sicuramente spararsi tutto il disco di fila è un’impresa da martire, però non posso certo mettermi a dire che è un pagliaccio o un totale incapace. Per quanto mi piaccia sputare sui fenomeni del momento, in questo caso sarebbe ingiusto e da beota.
Forse non riesco ad apprezzarlo al 100% perché continuo a preferire le cose più semplici. Più “tradizionali”. Più immediate e forse più sincere.
Un esempio? Frank Turner. Forse il buon Frank non ha il talento di “buon inverno”, però Frank è uno di noi. Un panc. England keep my bones è un disco molto carino. Semplicissimo, si lascia ascoltare alla grande. Frank suona quel folk che proprio folk non è. E che risulta quindi perfetto per quelli che come me, di folk, non ci hanno mai capito una sega. Il fatto che dopo un paio di ascolti, cari compari, si ritorni senza alternative a rispolverare un disco dei Million Dead, è un altro punto a favore di questo disco.

Nonostante abbia visto più volte la Trilogia del Mariachi, non ho mai capito niente nemmeno di musica tradizionale messicana. Forse perchè non l’ho mai ascoltata? Possibile. Ma non è mai troppo tardi. Soprattutto da quando i The Bronx sono impazziti, si son stufati di tirare la bocca in pezzi suonati a mille all’ora, e hanno deciso di conciarsi, in tutto e per tutto, da Mariachi. Mariachi El Bronx II è uscito da pochissimo ed è un disco pazzesco.
Pazzesco per qualsiasi vacanza che comprenda temperature equatoriali, palme, tante tope in bikini e litri di tequila.
Io, ovviamente, non posso disporre di nessuna di queste tre cose.
Voi?

All my fault

La coerenza è una virtù che non mi appartiene, è una frase forte, lo so, infatti occorre fare delle dovute specifiche.

In realtà negli aspetti importanti della vita (valori, relazioni sociali…) mi ritengo una persona piuttosto coerente, ma per quel che riguarda gli aspetti più “ricreativi” tendo a spararle grosse per poi rimangiarmi tutto, senza pietà.

Sono un sensazionalista, non lo nego.

Adoro le frasi ad effetto.

Detesto tantissime cose a pelle per poi ricredermi, a volte lo ammetto e altre no, ma ciò che è peggio, odio molti atteggiamenti di altri, che scopro poi essere miei.

Per esempio odiavo i Fleet Foxes.

Non che li avessi ascoltati troppo lo ammetto, ma un paio di anni fa, all’uscita del loro disco, mi ero ritrovato a non sopportare la moda del folk di cui erano gli alfieri.

Bon Iver, Grizzly Bear, Local Natives, Mumford & Sons e Fleet Foxes appunto, erano i nomi che subito avevo messo sulla graticola.

Ogni volta che un movimento musicale sale alla ribalta, d’altra parte, è fisiologico schierarsi, prendere una posizione netta, si sa che è sbagliato, ma inevitabilmente si tende a cascare nel tranello.

Il motivo per cui mal digerivo questa “scena” era molto semplice: prima della sua esplosione, infatti, mi ero scoperto grande amante di cantautori e folk singers provenienti soprattutto, dalla scena punk rock americana e, in poche parole, non capivo perché a questi non era toccata la stessa fortuna dei nomi citati sopra.

Voglio dire, perchè Chuck Ragan e Dallas Green non hanno avuto la stessa fortuna di Bon Iver e Co.?

Poi, circa un anno fa, ricevo un’epifania.

Un’epifania che ha impiegato diversi mesi per rivelarsi nella sua interezza.

Cazzeggiando su Youtube scopro questo ragazzo americano, Chris Dodgens, che fa cover chitarra e voce di Saves the Day, Get Up Kids e Fleet Foxes. In pratica due gruppi che adoro e uno che non sopporto.

Questo accostamento mi fa riflettere. Un po’ come l’amico con cui condividi tutti i gusti musicali che ti rivela una passione sfrenata per i Queen.

La sua confessione per qualche secondo ti insinua il dubbio che, forse, anche i Queen andrebbero approfonditi, ma resisti e riesci a non farti ipnotizzare dal canto delle sirene.

In questo caso, invece, le sirene mi catturano in pochi secondi e ascolto la cover dei Fleet Foxes.

La sua versione di “White Winter Hymnal” è geniale.

Ascoltando e guardando questo video la canzone arriva alle mie orecchie pulita.

Pulita da qualsiasi pregiudizio e barriera, ne percepisco, finalmente, la melodia e le armonie in maniera genuina.

Mi innamoro subito della canzone, e di Chris, ovviamente.

Afferro il coraggio a due mani e decido di ascoltare questo disco dalla copertina fiamminga.

Ok, non è una merda, lo devo riconoscere, tuttavia non mi colpisce. Ne ascolto ogni tanto qualche canzone, ma senza mai appassionarmene.

Poi qualche mese di calma e, pochi giorni fa, l’atto conclusivo della vicenda.

Esce il nuovo singolo dei Fleet Foxes, “Helplessness Blues”, e come spesso mi accade, l’ascolto di una novità mi fa venire voglia di riscoprirne il passato.

Fleet Foxes – Helplessness Blues by subpop

Do un’altra chance all’omonimo disco dei quattro giovinotti barbuti e, finalmente, scocca la temuta scintilla.

Mi sono sbagliato sui Fleet Foxes.

Sono una grande band, già, un cambio d’opinione radicale.

Di loro, semplicemente, mi piacciono le canzoni, non lo stile, non il genere, non gli arrangiamenti, le canzoni, che banalità vero?

Quello di cui voglio parlare ora però, non è il finale della storia, non voglio descrivervi cosa mi piace di una band, ora non mi interessa, io voglio parlarvi di una cosa più importante: la morale.

Ho imparato la lezione, una cosa non può, e non deve, escludere l’altra.

Continuerò ad ascoltare i Rumbleseat, questo è certo, ma non mi precluderò più (lo giuro!) l’ascolto del disco nuovo di Bon Iver, perché ogni adolescenza coincide con la guerra ma la mia, di adolescenza, spero sia finita da un pezzo.