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Vicenza, Verona, Portogruaro…

Vivere a Padova, devo ammetterlo, non è poi così male. In fin dei conti è un bel posto. Non è né troppo grande né troppo piccola, esteticamente è piuttosto gradevole e si trova a metà strada da diversi punti d’interesse. Mare, montagna e città più attrezzate.
Ha l’unico difetto di essere in Veneto. E in effetti è un gran bel problema, perché il Veneto può vantare un discreto numero di cose estremamente irritanti. Gli indipendentisti. L’orgoglio veneto, che ancora non ho capito che diavolo sia. I bestemmiatori folli che ogni domenica sono in prima fila in chiesa. Bitonci. E chi più ne ha più ne metta. Di questo deprimente quadretto mi sento di salvare, appunto, solo le bestemmie. Quelle spaccano. Quelle fanno ridere. Sono l’unica cosa in grado di farmi sentire ancora virile, assieme all’alcool e alla confezione di Cialis che custodisco gelosamente nel comodino di camera mia.
Nell’immaginario musicale solitamente dare addosso alla propria città di provenienza è un classico piuttosto abusato. Anche se sei di New York, o, ancora meglio, se sei uno svedese sovvenzionato e coccolato dalla mano statale.
Io invece negli anni mi sono concentrato maggiormente nel dare addosso ad altre città. Anche senza conoscerle. Anche senza motivi fondati. Non so spiegarvi perché, ma temo che questo comportamento viaggi parallelamente al mio apprezzamento per Padova. Mi spiego, temo che l’incensare la mia città snobbando le altre, faccia parte di un processo di auto-convincimento atto a mascherare la mia schifosa pigrizia e la mia totale mancanza di iniziativa e spirito d’avventura.
Anche perché basta scostare la sottile patina in superficie per accorgersi che le mie brutte opinioni sulle altre città non fanno altro che mascherare un sentimento di invidia e un senso di inferiorità nei loro confronti che non sono mai riuscito a togliermi di dosso.
Occorre specificare che invidia e senso di inferiorità derivano dal confronto diretto tra città basato sulle due cose più importanti del mondo. Le uniche per le quali valga ancora la pena vivere. Calcio e musica.
Provo a farvi un paio di esempi pratici. Senza fare troppa strada, rimanendo in Veneto.

Cominciamo da Verona. Ho sempre detestato Verona e i suoi abitanti. Perché è sicuramente più bella di Padova e ci massacra per bene negli ambiti sopra citati.
Innanzitutto questi (purtroppo) hanno vinto uno scudetto, mica cazzi. E non uno qualsiasi ahimé, quello 84-85. Il campionato con le designazioni arbitrali ottenute col sorteggio a gruppi. Forse l’unico campionato in età moderna libero da qualsiasi dubbio e ipotesi di complotto.
Purtroppo si tratta di un’impresa storica, la classica “storia da raccontare ai nipoti” con tanto di puntata di Espn Classic dedicata. Quel personaggio di Bagnoli, il gol senza scarpa di Elkjaer, Nanu Galderisi vecchio cuore biancoscudato, il campionato vinto davanti al Napoli di
Maradona e alla Juve di Platini. A noi padovani una cosa così chiaramente non potrà mai capitare. Ormai siamo fuori tempo massimo, e viviamo in una città che in vent’anni non è mai riuscita a sistemare uno stadio che è da sempre fonte di scherno e vergogna.
E quindi Hellas merda, sempre e comunque, ma non avete idea di quanto avrei voluto essere un quindicenne veronese nel 1985. E non finisce qui.
Conoscete i Rituals? Se sì, siete dei grandi, altrimenti siete dei poveracci.
Band, ahimè, veronese. Clamorosa quanto sottovalutata. Giuro che farei carte false per averli di nuovo in giro. Ho avuto la fortuna di vederli “crescere” e mi ci sono ovviamente affezionato. Dagli inizi in stile Kid Dynamite, al periodo Wynona con un occhio di riguardo ai Lawrence Arms, fino ad arrivare a Celebrate Life, che credo sia una delle cose più belle mai prodotte da un gruppo i
taliano.
Negli anni ho cercato di trovare degli aggettivi che potessero riassumere questo disco, senza mai riuscirci. Troppo originale, troppo ispirato per poterlo descrivere in modo completo.

A volte credo che la cosa migliore da fare sia semplicemente ascoltare, rendendosi conto di star impiegando il proprio tempo, per una volta, in maniera ottimale.

Cominciate a capire cosa intendo?
Possiamo passare al secondo e altrettanto eloquente esempio: Vicenza.
Procediamo per gradi. La storia calcistica del Vicenza è purtroppo fighissima, e il potersi vantare di aver avuto Rocco e svezzato Del Piero non credo sia sufficiente ai padovani per salvarsi. Perché ci sono superiori, nonostante il ridicolo nome Lane Rossi e i recenti quindici ripescaggi negli ultimi quattro anni.
Paolo Rossi e il secondo posto da neopromossa, il Divin Codino, la coppa Italia con Guidolin e quella pazzesca semifinale di Coppa delle Coppe mettono sempre i brividi. Murgita, Otero, Di Carlo, Jimmy Maini, il toro di Sora e quel fenomeno di Zauli. Tantissima roba, specialmente per i nostalgici della mia generazione.
E nella musica la batosta si fa ancora più umiliante.
Basterebbe citare i Derozer per chiuderla qui.
Giusto per farvi un esempio, qui in due minuti mi si sbeffeggia su tutta la linea.

E poco importa che piacciano o meno, io in primis ho sempre preferito i Punkreas, ma qua si parla della storia del punk-rock italiano.
E i Derozer non sono altro che lo specchio di una “scena punk” che nonostante i recenti stenti, a Vicenza è sempre stata sanissima e più che mai viva. Soprattutto negli anni della mia turbolenta giovinezza, quando nei miei magnifici occhi azzurri splendeva la luce della speranza, ormai spenta dalle troppe lacrime.
Ho avuto la fortuna di vedere diversi concerti pazzeschi, Latterman, Since By Man, Dead To Me e Owen, giusto per citarne alcuni. Sempre in posti fighissimi e sempre pieni di gente.
E ho avuto la fortuna di imbattermi in un paio di band locali che con gli anni sono diventate per me estremamente importanti.
Una su tutte, gli Argetti.
Gli Argetti erano una bomba a mano, perché riuscivano a mixare l’hc melodico con tutto quel filone emo-punk di casa No Idea, che in quegli anni mi aveva letteralmente fottuto il cervello.

Il loro ultimo EP, registrato prima di scomparire, è quello che in fin dei conti mi ha preso di più, nonostante il cambio di rotta piuttosto deciso.
Temo sia molto difficile da recuperare ed è un peccato, perché i sei pezzi di New Seeds sono uno più bello dell’altro. Tra punk-rock all’americana, post-punk all’inglese e le solite melodie eccellenti.

Spiace che entrambi i gruppi abbiano deciso di smettere subito dopo aver buttato fuori un disco della madonna. E spiace, cercando di riportare la riflessione ai giorni nostri, che non abbiano potuto usufruire appieno dei mezzi di comunicazione che oggi la fanno da padrone. Facebook su tutti. Fuori giusto di qualche anno, sono sicuro che avrebbero potuto ricevere le meritate attenzioni e avrebbero evitato di diventare una sorta di feticcio per pochi appassionati. Cosa che, per carità, mantiene sempre e comunque il proprio fascino.

E quindi, in definitiva, a me padovano cosa rimane? Lalas e i due anni passati in A più per caso che per altro non mi possono bastare. 
Così come non può soddisfarmi sapere che Padova è conosciuta ed apprezzata per i gruppi glam e hard rock.
Glam e hard rock.
E quindi non è vero che a Padova si sta bene ragazzi. Non è un bel posto. Padova fa schifo.
Il Santo è pieno zeppo di mendicanti rompicoglioni e venditori ambulanti di santini, Prato della Valle è una merda, ogni settimana apre una nuova hamburgeria che vorrebbe farmi pagare un hamburger 20€, lo spritz fa cagare e se voglio andare a sniffare coca a Milano mi devo fare 3 ore di macchina.

Let’s set this city ablaaaaze…

Febbre a Novanta #56

aceofbase

Non è bello quando un seme viene piantato nella terra, innaffiato, curato, osservato, finché comincia a germogliare, a far nascere dapprima un piccolo arbusto, che poi genera le foglie, cresce cresce cresce fino a diventare un maestoso albero? Non trovate fantastica la natura, il perpetuarsi della vita, gli alberi?

Io no, un cazzo.

Gli alberi sono stati un’orrenda arma a tradimento messa sul tavolo dalle vecchie megere del mio palazzo. Ho già parlato diffusamente della mia passione per il calcio; ho già spiegato i molti modi in cui con gli amici trovavo il modo di praticarlo; ho sicuramente già anticipato di come si svolgevano epiche partite nel mio giardino. Perché il mio giardino era fatto apposta, con buona pace delle vecchie del terzo piano. E’ un’enorme area di verde e d’asfalto tra ben 5 condomini; e in particolare, c’è un rettangolo rialzato d’erba, facciamo di 40 metri per 30. Se ciò non fosse abbastanza, ha quattro alberi disposti a coppie, allineati, sui lati più corti. Due fottute porte da calcio.

Sì ecco poi c’era qualche cespuglio qua e là, ma niente di serio. Il centro del campo era tutto sgombro, perché alla fine un campo era. Non era colpa nostra, la natura aveva voluto così.

Eravamo degli animali; spaccavamo tutto. Bombe addosso agli alberi che staccavano sedici generazioni di foglie; pallonate devastanti su automobili, portoni, terrazze, garage, a volte persino tetti. Luca del palazzo 18 la tirò sul tetto una volta, e restò lì. Fu il re del giardino per almeno una settimana.

La vecchia del secondo piano, quella che aveva uno yorkshire dal nome vichingo Halar (!!!) che terrorizzava i bambini (anche questa l’ho già detta sì), rompeva tantissimo i coglioni sulle piante. Arrivò addirittura a mettere dei rami strappati davanti al nostro garage come per dirci “guardate cos’avete fatto, assassini”. Mia madre s’incazzò tantissimo, perché quella volta, incredibilmente, non eravamo stati noi. La vecchia stronza era fascista. Alternava momenti di tenerezza da nonna premurosa a momenti di follia infanticida che facevano veramente dubitare della sua personalità deviata. Giravano anche certe leggende in torno al fatto che desse la Peroni da bere al cane, cosa che lo rendeva ancora più famelico e bastardo. Non so ancora oggi contare quante domeniche il piccolo botolo mi abbia svegliato abbaiando alle otto di mattina nel giroscale, senza che nessuno mai capisse che cazzo aveva da abbaiare. L’altra vecchia, quella del terzo piano, era una specie di maschio alfa dominante con lunghi capelli bianchi e faccia da veneta saccente, di quelle che per intenderci moriranno votando Berlusconi. Arrivava con l’auto, una panda bianca, davanti al cancello elettrico, suonava il clacson e faceva fare ogni volta tre piani di scale per farsi aprire al povero marito ingobbito e triste, che probabilmente provato da una vita intera con lei aveva perso qualsiasi facoltà decisionale, ed era diventato una specie di maggiordomo di Lara Croft, quello che chiunque abbia giocato a Tomb Raider III si divertiva a rinchiudere dentro la cella frigorifera: un corpo semovente, lento e muto. Credo sia morto da molti anni. Se n’è andato con lo stesso fragore con cui aveva vissuto.

Un inverno, senza che ce ne accorgessimo bene, le due vecchie in combutta fecero piantare alberi e cespugli in mezzo al nostro perfetto campo da calcio. Prima che arrivasse la primavera, era già impraticabile per le nostre consuete partite. Finiva un’epoca di scontri leggendari. Non eravamo ancora abbastanza cresciuti per potercene fare una ragione. I nostri genitori si rassegnarono e non combatterono una battaglia che noi invece volevamo fortemente. Forse il fatto che non avremmo più potuto nuocere alle vecchie sollevava anche loro. Non fu poi male dover uscire dal giardino per cercare di fare sport. Per il calcio e la bici non si cresce mai abbastanza, per nascondino e guardie e ladri avevamo già perso troppi denti da latte. Il verde del nostro condominio conobbe da allora un periodo di quiete come non succedeva da anni. Vinsero loro.

Il tiranno del terzo piano, anche se vedova, è ancora viva, è ancora uguale a un tempo. Neanche mi saluta.

La vecchia del cane, lei è morta. E’ morto prima il cane, ne aveva comprato un altro dello stesso tipo, dal nome più convenzionale e meno mitologico di “Bubi”, ma non è riuscita a goderselo molto. I bambini con cui giocavo in giardino francamente ora non so dove siano.

Quanto a me, oggi durante il pranzo pasquale sono uscito in terrazza per buttare nell’umido i resti del mio piatto. C’era il sole, non si vedeva da tre settimane. Ho sentito un pallone rimbalzare, ho guardato giù e dietro agli alberi sono riuscito a scorgere due bambini che giocavano a calcio. Non ho idea di chi siano.

L’ATP, il portafoglio biologico del metabolismo

Ci sono poche cose che mi vengono veramente bene, una di queste non è collegare le cose.

La prima volta che mi sono messo alla prova con questa insidiosa disciplina, è stata in occasione degli esami di maturità.

Ve li ricordate i temibili “collegamenti” vero?

Oggi li chiamano link, ma sono sempre la stessa cosa.

Nello scrivere la tesina della maturità, l’elemento su cui i professori dicevano di puntare erano i collegamenti interdisciplinari, che ne so, riuscire a passare con disinvoltura dall’adenosintrifosfato, il micidiale ATP, alla metafisica, per concludere con le tre leggi di Keplero.

Ricordo di non essermi mai impegnato più di tanto nel farlo, il tempo che dovevo dedicare a loro l’occupavo a sviluppare la teoria secondo cui si dimostra molta più elasticità mentale nel passare da un argomento all’altro, D’EMBLÈE, invece che ad arrampicarsi sugli specchi, cercando di convincere i professori che De Chirico avesse bisogno di molta energia per dipingere mondi fantastici in cui il sole non era il fuoco dell’orbita della terra.

Teoria a cui, in tutta onestà, non ho mai creduto per un istante, ma che si è rivelata perfetta per svolgere il suo vero ruolo: l’auto-assoluzione.

Così oggi avevo queste due cose che si inseguivano tra i miei pensieri seduto sulla poltrona del barbiere, ed erano Thierry Henry e i Weakerthans.

Come collegare il protagonista di quella che si candida a diventare la storia sportiva del 2012 ad una band canadese il cui leader si appresta a pubblicare un disco che si candida a diventare la storia musicale del 2012?

Non ne avevo idea.

Per dimostrarvi quanto io sia scarso nella disciplina del link porterò alla vostra attenzione, quindi, un paio di esempi che avevo valutato.

Il primo era terribile, volevo goffamente sommare la Francia, patria di monsieur Henry, e l’Inghilterra, nazione che l’ha appena riabbracciato, sperando di ottenere come risultato il Canada, ovvero la terra che ha dato i natali a John K. Samson.

Ora che ho riscritto il procedimento tutto mi sembra ancora più ridicolo.

Il secondo tentativo, invece, aveva delle fondamenta un po’ più solide.

Le due storie, infatti, potrebbero avere delle affinità.

Se ci pensate Tt, andato a svernare nel campionato statunitense, decide di tornare dai suoi Gunners a 34 anni, per aiutare un club che sta vivendo un periodo difficile, e lo fa nel più commovenArsenal v Blackburnte dei modi, ovvero segnando il goal decisivo entrando a metà del secondo tempo.

John, invece, dopo anni trascorsi in giro per il mondo coi suoi Weakerthans, a insegnare che Joe Strummer, Bob Dylan e J Mascis possono convivere dando vita a un miracolo musicale, decide di farsi un po’ di cazzi suoi pubblicando il suo primo disco solista dopo 15 anni.

In poche parole entrambi si stanno prendendo ora quelle soddisfazioni che, all’apice delle loro carriere, non erano mai arrivate pienamente.

Voglio dire, Henry non ha mai vinto il Pallone d’Oro, lui Raul Gonzales Blanco e Alessandro Del Piero, stando agli albodori, valgono meno di un Sammer, un Owen o uno Schevchenko; deprimente.

John invece fa quello che, da meno di un lustro, fa ogni musicista, ovvero unire folk e indie-rock,  e lo fa meglio di qualsiasi sedicente cantautore ventiseienne anoressico.

Insomma si stanno prendendo una bella rivincita, e io alle rivincite ci credo.

Credo che qualsiasi nodo, in una maniera o nell’altra, sia destinato a venire al pettine, e così, per assolvermi dai miei fallimenti, mi racconto storie, prendo dei riferimenti, dei modelli in poche parole.

Quelli per il 2012 li ho scelti, mi sembra chiaro, ora devo solo capire come applicare le loro dritte alla mia vita, ma temo che quello che mi vogliono insegnare non sia, purtroppo, andare a giocare a calcio in Quebec.

Febbre a Novanta #49

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Mi chiamo Marco, sono nato il 3 novembre del 1987. Della mia infanzia non ricordo moltissimo. Sono nato a Padova, in via Forcellini era la mia prima casa, c’era anche un’altalena nel giardino. Ma nel 1990 siamo venuti ad abitare a Vigodarzere. Sono ripassato alcune volte in macchina per via Forcellini, la mia casa c’è ancora, ma non so qual è, non la so riconoscere. Ho diversi ricordi invece della mia casa nuova, quella in cui vivo tuttora, quando ci eravamo appena trasferiti: intanto la taverna era una specie di deposito, dal quale a mano a mano prelevavamo i mobili e gli oggetti da sistemare al piano di sopra; vi erano perciò tutti accatastati e io e mio fratello avevamo creato una specie di percorso a labirinto in cui giocavamo a prenderci e a nasconderci, al buio. Il labirinto veniva pian piano eroso dalla progressiva sistemazione della casa.

Ricordo anche che quando urlavo nella casa vuota le parole suonavano più forti. La camera dove adesso dorme mia sorella, che sarebbe nata due anni dopo, era una specie di ripostiglio, c’erano anche degli scaffali di ferro, tutti neri. Una mattina mi arrampicai su uno di questi scaffali per arrivare a una scatola di Lego, sentii un brutto rumore e mi affrettai a scendere, non prima di aver afferrato la scatola. Da terra vidi lo scaffale traballare, rimasi immobile, ma per fortuna non cadde su di me. Guardai lì dove avevo appoggiato il piede per salire, e c’era una scanalatura: l’avevo rotto.

Passai i primi anni della mia vita a leggere almanacchi di calcio, guardare 90° minuto e imparare tutto sulla storia del calcio, oltre ovviamente a tirare i miei primi calci a una palla. Ho fatto elementari e medie qui a Vigodarzere, sono sempre stato un po’ strano. Avevo i capelli lunghi e biondi, tagliati a codino come Roby Baggio. Fino agli 11 anni circa sono stato sistematicamente scambiato per una bambina. Poi sono andato alle superiori, in un liceo di un quartiere alle porte del centro costruito negli anni 70, con la pianta a forma di falce e martello. Ero di sinistra, i miei mi avevano insegnato che doveva essere così. La voce si sparse in paese probabilmente; un giorno, mentre bevevo alla fontanella del campetto, all’intervallo di una partitina fra amici, un tizio che stava giocando e che non conoscevo bene, attendendo il suo turno per bere mi disse “Ma è vero che tu sei Pacifista?”, come se mi avesse dato del pazzo sanguinario. Da quel giorno circa non mi sentii più a casa. Frequentavo sempre più spesso il centro, sempre più gente proveniente da fuori il mio Comune.

Ho anche cominciato ad andare alle manifestazioni contro le riforme scolastiche e universitarie, qualche sabato mattina. Si marciava, si incontrava un sacco di gente, anche alcuni punk, mettevano su gli Ska-P e si pogava. Una volta siamo passati davanti a una scuola privata, il Dante Alighieri, qualcuno dal carretto ci ha detto di alzare tutti verso l’edificio il nostro dito medio. L’abbiamo fatto tutti.

Mi sono candidato a rappresentante d’istituto in terza superiore, reclutato da una che non conoscevo nemmeno bene. Dissi sì senza pensarci troppo. Poi mi ammalai. Tornai a scuola a elezioni svolte, ma non fui eletto. Fui però eletto l’anno successivo e quello dopo ancora. Non ricordo di aver fatto nulla di rilevante per la mia scuola. Del resto sono uscito da scuola odiandola, sono fuggito felice all’università. All’università ho visto ogni anno venir meno una possibilità di carriera, però sono uscito tutte le sere e ho studiato un sacco di cose fighe e interessanti. L’Università non l’ho ancora finita.

Stamattina mi sono svegliato, e Berlusconi non c’era più.

È la prima volta che succede, nella mia vita. Non è sempre stato primo ministro, ma è sempre stato nella mia vita. È l’antagonista delle mie idee politiche da sempre.

Mi sono svegliato senza il mio antagonista, mi sono guardato dentro e mi sono accorto di non avere idee politiche. Ho sempre combattuto Berlusconi perché mi era stato insegnato, ho sempre votato la persona che più efficacemente avrebbe potuto contrastarlo, non ho appoggiato una ideologia politica, non ho votato un programma, non so nemmeno tra quali si possa scegliere, perché il PdL e la rivoluzione liberale sono un castello di carte che ieri è crollato senza far rumore, e non c’è nessuna ideologia politica forte dietro. Non combattevo un’ideologia, ma un personaggio. Ora che il personaggio se n’è andato, ho cercato la mia ideologia e non l’ho trovata.

Ho studiato la Cultura Politica della Democrazia Cristiana per il mio esame di Storia Contemporanea, ho letto il Manifesto del Partito Comunista, ho studiato di congressi e discorsi storici. Io voto da cinque anni, e non ho trovato nella mia cabina elettorale nulla di tutto questo. Ho visto i caroselli fuori dal Quirinale, poi sono andato su Youtube a vedere il video dell’Hotel Raphael. La prima cosa che ho capito è che l’Italia è uno stadio da prima del 1994. Ho sentito gente che invidia un’entità non ben definita che loro chiamano “I Politici” perché hanno i soldi e le puttane. Ho sentito gente che non crede nello Stato perché sempre questi “I Politici” hanno i soldi e le puttane. Scuoto la testa, leggo i siti di controinformazione e i loro post su Facebook, ci trovo immagini che recitano “Vendesi Italia, rivolgersi a Mario Monti”, scuoto la testa. Copie di quotidiani che non ho mai comprato per più di due giorni di seguito in vita, sono tutti accatastati, li butto. Il riso amaro scrollando Spinoza.it, il TG4, l’editoriale del Direttorissimo. Ho bisogno di leggere un programma politico, uno qualsiasi, ho bisogno di capire cos’è la politica, cerco qualcosa su internet. Niente, non trovo nulla.

Stamattina mi sono svegliato, mi chiamo Marco, ho 24 anni, ho imparato a parlare e a scrivere negli anni Novanta, da sempre credo nello Stato, ma da oggi non so cos’è, e sono un po’ preoccupato.

Thank God, It’s Friday! #20

Il calcio nel corso degli anni mi ha regalato molto. Momenti belli, momenti brutti, forti emozioni, grosse delusioni.
Dalle gioie e dolori donatemi dalla squadra della mia città, passando per i rigori sbagliati in maglia azzurra da Baggio prima, da Di Biagio poi, fino ad arrivare al bagno nella fontana di Prato Della Valle nel 2006.
Anche se, inevitabilmente, i ricordi più difficili da cancellare sono quelli ereditati dal campo. Non scorderò mai l’eurogol che segnai contro l’Audax, in anni in cui la vita non solo era più facile, ma era anche molto più divertente, o le semi-risse scatenate in spogliatoio da qualche parola di troppo. Per un passaggio sbagliato, o addirittura, mai tentato.
Senza contare i diversi doni avuti da questa mia passione: un’ottima conoscenza dei pipponi che negli anni hanno affollato il nostro campionato, due caviglie da novantenne, e delle ginocchia dallo scricchiolare intenso e fastidioso. Senza dubbio è questo bagaglio di ricordi che ha contribuito ad amplificare la mia delusione riguardo lo sciopero di qualche settimana fa.
Insomma, non potevo starmene in disparte, dovevo assolutamente dire la mia.

Anzi no…momento…non volevo parlare di questo.
Che senso avrebbe? Sono in ritardo di due settimane, e tutto quello che mi sarebbe piaciuto dire è stato già detto da colui che, negli ultimi mesi, è diventato il mio guru calcistico, il mio secondo padre: Stefano Benzi. Respect, bro!

In verità volevo raccontarvi che grazie al tanto bistrattato sciopero ho potuto passare una domenica veramente clamorosa. A Castiglione delle Stiviere. A vedere i Gamits. Concerto orario aperitivo. Panini con salsiccia e birre a prezzi popolari. Palco bassissimo e tavolo da ping pong utilizzabile gratis. Di più non avrei potuto chiedere. Il locale era fighissimo, la compagnia d’eccezione, la gente era poca, le bariste erano tope e pure il gruppo spalla, tali Goodbye Fairbanks dalla Svizzera, si è rivelato oltremodo gradevole.
Insomma, non potevo esimermi dal fare un resoconto dettagliatissimo del concerto.

Anzi no…momento…non volevo parlare di questo.
Se volete leggere un live report della serata all’Arcidallò di Castiglione delle Stiviere, a pensarci bene, siete nel posto sbagliato. Non ho mai fatto un live report, perchè con tutta probabilità non ne sono capace, e non ho intenzione di cominciare ora, alla soglia dei trent’anni.

Volevo invece scrivere due parole sullo spassoso viaggio di ritorno, e su come abbiamo impegnato quell’oretta abbondante di autostrada che ci ha riportato a casa. Saranno state le Pedavena da litro a 5€, o il nostro irriducibile animo panc, ma si è deciso, senza mezzi termini, che il viaggio di ritorno sarebbe stato un’unico sing-along su canzoni degli Alkaline Trio, sparate a volumi imbarazzanti sull’autoradio.
Ecco qual’era, allora, il nodo gordiano della questione. Il mio amore sconfinato per gli Alkaline Trio. Volevo descrivervelo, nei minimi dettagli.
Volevo raccontarvi quanto sono stati importanti per la mia non-crescita musicale, di quanto mi piacciano i loro testi, gli intrecci delle voci, di quanto mi faccia sburrare ogni singolo batterista che hanno avuto. Insomma volevo solo mettere al corrente più gente possibile che per me, gli Alkaline Trio, fino a Good Mourning compreso, sono probabilmente la band più figa della storia.
Voglio scrivere tutte le mie canzoni preferite, magari postare qualche spezzone di qualche testo, come va di moda su facebook. Potrei pure piazzare qualche bel video, le possibilità sono illimitate. Lo faccio? Facciamolo!

Anzi no…momento…non volevo parlare di questo.
Però finalmente sono arrivato alla punta dell’iceberg, giusto in tempo per fare la formazione del fantacalcio.
Volevo solo dirvi che Dan Andriano, che degli Alkaline Trio è il bassista pelato, ha fatto un disco solista.
Che è ovviamente fighissimo, e che dovete  assolutamente ascoltarlo.
Facile, no?

Febbre a Novanta #18

 

Ho camminato per i corridoi della mia scuola elementare anni dopo averla abbandonata. Non mi ricordo nemmeno il perché. Cinquanta centimetri più alto, il giusto disincanto nello sguardo, ché il mondo era cambiato tutto nel frattempo, e mi aveva trascinato con sé.

Avere l’impressione di sbattere la testa sul soffitto, essere più alti di un attaccapanni al quale arrivavo ad appendere il bomber solo saltando, rendersi conto che il corridoio per il quale correvo a perdifiato altro non era che una sala dov’era arduo persino organizzare una partita di calcio.

Perché il bello del calcio è questo. E’ che basta uno spazio ragionevole, quattro “cosi” nel vero e proprio senso della parola, ovvero qualsiasi oggetto esistente al mondo che possa fungere da palo, e ovviamente un qualcosa che rotoli; meglio se una palla.

Se da bambini lo spazio/tempo si dilati, o se invece si restringa quando diventiamo grandi, quello non l’ho mai capito. Ricordo però intervalli lunghissimi. Intervalli in cui prendevano vita le nostre epopee calcistiche. Prima calciando dei sassi. Poi una pigna, che quando perdeva tutte le alette andava sostituita con una nuova.

Poi ci comprarono i supertele.SUPER_TELE

Non c’era tanto tempo da perdere per fare le squadre; la rivalità storica fra sezioni, l’odio che ci divideva, alimentato da alcune insegnanti che ci dipingevano come classe modello contrapposta a “quegli animali lì” bastava a trasportare l’opposizione anche sul prato: sezione A contro sezione B. Sempre. Ad ogni cazzo di intervallo.

Agli occhi di un ragazzino abituato alla classe perfettina, la sfida che ogni giorno si rinnovava doveva ricordare quei film sul calcio americani (loro, che di calcio non c’hanno mai capito niente), dove la squadra onesta e leale del protagonista arrivava sempre in finale con i più cattivi, brutti e antisportivi del torneo. E ovviamente vinceva all’ultimo secondo con un rigore, ma sempre nel segno della lealtà.

Ero la colonna della mia sezione. Alto, snello, mancino di piede, un codino più che evocativo, ma soprattutto l’unico depositario dell’arte del dribbling. Li fregavo tutti, sempre. Ero semplicemente più veloce di loro. Forse più intelligente. Insomma, facevo gol a grappoli.

Me lo ricordo perché ci segnavamo tutto. Tenevamo la classifica cannonieri. Avevamo il nostro almanacco. Per un periodo ci furono anche alcuni nostri compagni che si invasarono con la storia che volevan fare l’arbitro. Si procurarono un fischietto, si ritagliarono e colorarono dei cartellini. Era strabiliante quanta fantasia mettessimo al lavoro per assomigliare sempre di più alle immagini che ogni domenica ci rapivano su 90° Minuto, quando le partite erano sì già a pagamento, ma almeno erano tutte alla domenica.

Io la classifica cannonieri me la contendevo sempre all’ultima giornata, che era poi l’ultimo giorno di scuola, con Alessandro, il bambino di B, che era la mia esatta antitesi. Poco agile nel dribbling, ottimo tiro, forza fisica brutale. Un degno rappresentante della sua sezione. Eravamo nemici giurati, e il campo non ne faceva mistero. Talvolta mi surclassava. Talvolta lo umiliavo, e lui non la prendeva molto bene: perdeva la testa, entrava violento in scivolata, per fare male, per fermare la mia corsa in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive.

Erano gli anni dal 1996 al 1998. Gli anni più belli, più poetici di Ronaldo. Quello vero, non Cristiano. Sembrava inarrestabile. Sembrava il più forte giocatore mai esistito. Sembrava questo e quello. Era l’idolo dei campetti di provincia e anche di città. E quando, all’inizio delle nostre partite all’intervallo era ora di darci una qualifica, una giustificazione per ciò che stavamo facendo, il primo che alzava la mano urlando “Barcellona, Ronaldo!” metteva con l’immaginazione la maglia azulgrana a tutti i suoi compagni di squadra, e riservava per sé la più prestigiosa, la numero 9, e qualunque fosse la sua reale bravura si vedeva che giocava più leggero.

Magie, che un tempo erano possibili.

E mentre Ronaldo arrivava a Milano per cinquanta miliardi di lire, i nostri campionati sulle sue orme e la sfida personale dei goleador fra me e Alessandro continuavano, fino agli esami, nel 1998. Dopo l’estate io e il mio rivale ci svegliammo alle medie in classe assieme, e come per magia tutti i suoi tratti animaleschi svanirono. O meglio, mi parvero normali, quasi simpatici.

Fu in pullman, diretti non mi ricordo neanche dove, che mi diede uno dei suoi auricolari, “Senti qua, questo è Rock! Questa è la musica sana e dura”. Sana e dura. Disse proprio così. Era Rock ‘n Roll is Dead, prima traccia di Circus, di Lenny Kravitz. Trascinante. Melodica. Aveva un’anima. Alessandro si accorse che apprezzavo e sorrise compiaciuto. Eravamo diventati amici.

Ma nel 1999 le radio pompavano Fly Away, dal nuovo disco 5. Volare via. I due desideri più pregnanti dell’uomo, specie negli anni in cui non si vuole più essere bambini: volare e andarsene. Volare via da un posto che non ti piace più.

Nel 1999 gli intervalli duravano meno, le squadre si cambiavano ogni giorno, non c’erano classifiche, non c’erano epopee. Il calcio diventò solo un modo di riempire l’intervallo, non più l’intervallo un modo di contenere il calcio. E io, beh io il codino non ce l’avevo più, e venivo quasi sempre scelto per ultimo dai capitani delle squadre.

Ronaldo? Quell’anno Ronaldo, ultimo condottiero di un calcio epico e guerresco che non c’è più, iniziò un devastante calvario finito per sempre una settimana fa, quando ha detto al mondo “non ce la faccio più”. Si infortunò al tendine rotuleo il 21 novembre 1999. Il giorno del dodicesimo compleanno di Alessandro.

Artista: Lenny Kravitz

Brano: Fly Away

Album: 5

Anno: 1998

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