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Canzoni che non riusciremo mai a scrivere

I Caspian sono, ad oggi, all’acme del loro genio compositivo e, credo di poterlo affermare con buona approssimazione, il mio gruppo preferito, perché sono quelli che più si avvicinano alla mia idea di post-rock e più in generale di musica.

Quando la band ad agosto annunciò come un fulmine a ciel sereno l’improvvisa morte del bassista Chris Friedrich il mio primo pensiero egoisticamente andò al fatto che non avrebbero retto a un colpo simile, che avrebbero suonato quella domenica e poi si sarebbero sciolti devastati dalla cosa. Che li avrei visti solo una volta, quella volta che li vidi lo scorso novembre senza esserne ancora completamente sotto e mi lasciarono senza parole. Che appena trovata la band che cercavo da tanto tempo l’avevo già perduta.

Poi è andata diversamente. La band ha metabolizzato la morte di Chris, non ci è dato sapere in che modo, ma sembra non essersi fermata un attimo. Il tour europeo con gli H.I.M. che mi ha fatto anche riflettere sul fatto che i fanboy postrockers non siano così aggressivi come quelli punk, nel senso che tanto è stato lo sgomento nel vedere una lineup così improbabile ma niente insulti o accuse di essersi venduti o cose del genere molto nineties. Solo perplessità, necessità di capire, impossibilità di mettersi nei panni di chi sul palco ci sale. La band spiegava, e tutto andava a posto. Non so voi, io a un tour con gli H.I.M. non avrei detto no. E il Metal a me fa cagare. Figuriamoci il Love Metal.

Adesso, questo e.p., che a conti fatti altro non è che un ponte tra il sensazionale Waking Seasons e ciò che ci riserverà il futuro di una band che ha rischiato di non avercelo affatto un futuro. Per questo si tratta già, a scatola chiusa, di un bel futuro.

Procedendo a ritroso, in Hymn for the greatest generation ci sono 3 tracce su 6 perfettamente trascurabili, ovvero una demo e due remix di brani dello scorso album.

Poi ci sono le altre 3.

Una, CMF, che se tanto mi dà tanto è un tributo a Chris, composto di un solo riff di chitarra acustica galleggiante sugli archi, una cosa che non è giudicabile al di là della scelta di quale tasto premere sul lettore.

Una, The Heart That Fed, riprende con successo il vocoder che ha reso Gone in Bloom and Bough uno dei pezzi più riusciti di Waking Seasons e del genere in assoluto direi.

Poi, poi c’è (Hymn for) The Greatest Generation. Ho un po’ di difficoltà a parlare di questa canzone. Un po’ perché quando è uscita all’improvviso su Soundcloud ho sentito come bussare alla porta qualcuno che davo per disperso. Ascoltarla poi è stata la parte più complessa del tutto. È stato il primo di una lunghissima serie di ascolti, che continua anche nel momento in cui sto scrivendo con parole inadeguate e banali questa mia dichiarazione di resa a un riff dalla melodia semplice e altalenante, costruito con un arrangiamento francamente imbarazzante e commovente, che poi quando si dissolve all’improvviso appena raggiunto un picco emozionale mi fa sbracciare per riacciuffarlo e fargli finire il giro mentre atterra sugli archi (5:06); sono senza parole e strumenti di comprensione, non ho altri argomenti. A casa mi metto a tracolla la chitarra, guardo i miei pedali di seconda mano, e il manico della mia chitarra mi sembra indecifrabile, non ho il coraggio di toccarla e sullo sfondo del ronzio dell’amplificatore mi chiedo se riuscirei mai io a fare uscire un cosa così bella, semplice e complessa dalla mia testa in cui evidentemente non ci sono cose così belle, semplici e complesse, e a quel punto è evidente che la risposta sarà per sempre “no”, ma sarà addolcita dal fatto che almeno qualcun altro ce l’ha fatta e sono arrivato ad ascoltarlo e posso continuare a provarci.

Una vita andata male

Allora praticamente ‘sti qua sono i Defeater. Non nel senso che sono un progetto parallelo ma nel senso che sono uguali. Ecco, un po’ meno tirati, un po’ più frignoni, ma comunque con due palle così. Disco della settimana per me. Per svariati motivi:

1. Il primo è che se qualcuno fa un disco uguale a un disco che adoro, posso fare tutti i discorsi che voglio ma quando lo ascolterò la logica mi porterà a farmelo piacere.

2. Il secondo è che in un genere come l’hardcore la differenza sta per forza nei dettagli, e i dettagli piano piano vengono a galla.

3. Il terzo è che questi hanno il nome, Landscapes, più bello del mondo, insieme al titolo di disco, Life Gone Wrong, più bello del mondo.

 

Vengono in Italia a febbraio con Defeater (ma dai?) e Caspian. Una di quelle date a cui andrei anche con la diarrea.

Ritorno a casa

L’altro giorno ho chiamato il mio amico Andrea perché ero nella merda, e Andrea è la miglior persona al mondo che si possa chiamare quando si è nella merda, perché è quel tipo di persona che te ne tira fuori sempre, senza farti aspettare e senza chiederti nulla in cambio. Una volta lo chiamai per aprire il lucchetto della mia bicicletta perché avevo sbadatamente smarrito le chiavi in un parco. Arrivò con credo quattro attrezzi diversi, ordinati dal più comune al più devastante. Nel caso non fossimo riusciti ad aprirlo, avevamo l’occorrente per portarci via un pezzo della rete metallica a cui era ancorata la bici. Sarebbe stato divertente, ma purtroppo non fu necessario. Un giorno ha riparato via telefono il rubinetto di un mio amico che non aveva la minima idea di dove mettere le mani.

L’altro giorno l’ho chiamato per una prova davvero difficile: aprire come un cocomero il mio netbook. Stavo registrando dei demo caserecci in taverna, quando distrattamente, gettando l’occhio sulla barra degli strumenti di Windows in basso a destra, mi sono accorto che campeggiava ancora l’icona della batteria. Cosa che non doveva essere, dato che l’avevo attaccato alla corrente. Il led dell’alimentatore era acceso. Questo significava una cosa sola: il computer non riceveva più la corrente. Provando con un secondo alimentatore il mio dubbio è diventato un’atroce certezza. Il mio netbook aveva un’ora di vita, o poco più. Scaricata tutta la batteria, sarebbe morto. In preda al panico ho mixato alla cazzo la canzone, l’ho estratta in mp3, ho trasferito il trasferibile puntando a spegnere il netbook il prima possibile. Quando ho “chiuso la sessione”, la batteria segnava ancora un’autonomia di dieci minuti.

Non credo di star rendendo in maniera tangibile l’ansia che ho provato quel pomeriggio, nel conoscere la triste sorte del mio computer scandita da un timer, più o meno la sensazione macabra che si provava nel 2002 quando si andava su The Death Clock constatando che ti dava sempre la stessa data e che quindi doveva essere vero, senza la consolazione del fatto che fosse tutto un enorme scherzo, o che comunque la data fosse piuttosto lontana.

Ma mi rimaneva una timida possibilità, ed ho chiamato Andrea, che ovviamente mi ha dato appuntamento a meno di 24 ore dopo. In una splendida domenica di sole.

Andrea vive in una casa molto grande e bella, con un giardino curato in cui può usare tutti gli attrezzi che possiede, cose su cui io non saprei nemmeno come mettere le mani; per intenderci, alcuni di quelli che aveva portato per rompere un innocuo lucchetto della bicicletta. Mi viene incontro lui poco dopo il suo cane, nella sua classica tenuta da lavoro, e mi dice “Andiamo in laboratorio”. Conosco la strada. 

Saletta

 

Il laboratorio è la nostra prima saletta, perché Andrea è stato il mio primo bassista, e ha suonato con me per sei anni. L’ho trovato mettendo un annuncio al liceo, ero in prima, volevo fare cover dei Blink. Qualche giorno dopo, passando davanti alla bacheca vidi che qualcuno ci aveva scritto qualcosa. Era Andrea, aveva scritto sopra il suo numero, con scritto chiamami. Bizzarro modo, quasi letterale, di rispondere a un annuncio.

Era un bassista mancino, e, per quanto poteva sembrare a me, molto bravo. Ci trovammo nella sala che ora si chiama “il laboratorio” per la nostra prima prova, e, pochi cazzi, When I Come Around con un basso vero sotto suonava in tutt’altro modo. Da allora il basso divenne imprescindibile per la mia idea di band, iniziai ad ascoltarlo di più nelle canzoni, a capirne l’importanza vitale.

Mentre comincia a tirare fuori varie misure di cacciavite per aprirmi il netbook, mi indica un modello anni novanta di stereo posato sul tavolo, uno di quelli col corpo centrale e le due casse laterali, e col caricatore triplo di cd. Archeologia musicale ora, e infatti il caricatore di cd ora lo chiama “il portavivande”, perché appunto ne fa quell’uso.

“Hai bella musica nel telefono? Che la attacchiamo al cavetto mentre lavoriamo”.

Mi sale l’ansia da prestazione. Io e Andrea ormai, da quando le nostre carriere musicali si sono divise pacificamente, non ci vediamo più tanto. Fargli ascoltare della musica è quindi qualcosa di più del semplice atto di mettere su un disco. E’ anche un po’ come raccontargli cos’ho fatto in questi anni. Non ci siamo persi troppo di vista, lo testimonia il fatto che mi anticipi dicendo “Metti della musica d’atmosfera, metti del post-rock”. E io gli metto i Caspian, perché hanno fatto il disco che ho ascoltato di più quest’anno. Waking Season va tutto, mentre, una vite dopo l’altra, riusciamo a raggiungere i circuiti del netbook e a scollegare la tastiera. Scollegare lo fa lui, perché alcune cose su cui lo vedo mettere le mani, io nemmeno immagino che siano dei collegamenti. Mi sembrano quasi pezzi di stoffa. Non capisco come possa passarci l’elettricità lì.

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Riesco a distinguere, piano piano, l’hard disk, la ventola, la RAM; altre cose non so proprio cosa cazzo siano. Non è mio compito capire, del resto. Prendo un panno, uno spray detergente speciale, altro pezzo dell’armamentario di cose strane che solo a casa di Andrea sono reperibili, e comincio a pulire la mia sporchissima tastiera. Ci sono peli, capelli, polvere, caccole, briciole di pane. Una che mi si era infilata sotto la tastiera era talmente grossa che a turno si spostava sotto diversi tasti, e per un periodo non riuscivo più a schiacciare la a, o la s, o la x, il gran pacco fu quando mi andò sotto alla barra spaziatrice.

Intanto il disco dei Caspian finisce senza che Andrea abbia minimamente sussultato, se l’è lasciato scivolare addosso, e mi ricordo improvvisamente perché non suoniamo più assieme. “Metti qualcosa di più ritmato” mi dice. Vuole musica che non conosce, gli metto i Basement; altra mia fissa dell’anno scorso, l’ultimo disco ricorda in alcune parti i Nirvana di In Utero, a lui piacciono i Nirvana, quindi mi sembrano la scelta giusta. In effetti sembra apprezzare, mentre costruisce un rudimentale circuito elettrico che tenta di bypassare la presa di corrente del netbook e vedere se risponde ai segnali. Ci prova un po’, effettua delle saldature da cui partono scintille poco rassicuranti. Lui non fa una piega, io mi rassicuro. Sarà normale. Il computer però non si riprende. Restiamo lì un paio d’ore in tutto, alla fine dobbiamo arrenderci, e rimontare tutto. Il mio computer ora è pulitissimo, bianco candido, composto come si fa quando si mette il vestito buono ai morti nella bara.

Ci ha provato Andrea, stavolta ha dovuto arrendersi anche lui a una sfida troppo complessa. Fa niente. Usciamo dal laboratorio, la nostra sala prove senza batteria; al mio computer ci penserò un altro giorno, ma non ho affatto la sensazione di aver perso il mio tempo.

Salgo in macchina, accendo l’autoradio, stacco la chiavetta usb e ci metto un cd. Non lo faccio mai. Parte Nihilism dei Rancid, ha un giro di basso killer, la facevamo dieci anni fa. I Caspian e i Basement oggi possono aspettare. C’è il sole, è domenica.

 

I migliori dischi secondo Marco Macchini

Altro anno, altra classifica inutile.
Quest’anno è stato piuttosto facile trovare cinque dischini per la mia top. Nessun intoppo quindi, è filato tutto liscio.
Eppure mi ritrovo ad avere uno strano sapore, fastidioso e spiacevole, in bocca che non riesco a decifrare.
Non può essere la tortina Loacker che ho appena mangiato, e nemmeno lo sciroppo di lumache contro la tosse, essendo queste due tra le più deliziose leccornie che abbia mai gustato in vita mia.
Non riesco proprio a capire di cosa si tratti. A meno che…
A meno che non sia quella specie di consapevolezza raggiunta durante la stesura di questa classifica a riempirmi le fauci di questo sapore acre e sgradevole.
Effettivamente mi sono reso conto di aver ascoltato pochissimi dischi quest’anno. Ma davvero pochi.
La cosa peggiore è che questa sensazione era sopraggiunta, anche se in misura minore, pure l’anno scorso.
Il perché non so spiegarmelo. Non è un problema di tempo, e il discorso qualitativo non fa per me, essendo uno di bocca buona.
Che succede? Che stia perdendo la voglia, l’interesse? Sono un po’ spaventato.
Se il prossimo passo sarà quello di smettere di interessarsi alla musica quello successivo sarà smettere di mandare la formazione del fantacalcio.
E tutto ciò, come avrete già capito, non va affatto bene.

Ad ogni modo, in ordine incredibilmente casuale:

 

PrawnShips

BaronessYellow & Green

MonoFor My Parents

Caspian – Waking Season

John K. SamsonProvincial

E, per celebrare il mio viscerale amore per il tricolore, piazzo quattro dischini più “italiani” di Casa Pound. Perché, che ci crediate o meno, io amo il tricolore e il paese che esso rappresenta.
No dai, non credeteci.

PutiferioLOVLOVLOV

MecnaDisco Inverno

Disquieted ByLords Of Tagadà

Girless & The OrphanNothing to be worried about except everything but you

I migliori dischi secondo Marco Vezzaro

Di solito succede che esiste una routine di fondo, e in un anno accadono episodi brutti ed episodi belli, ma poi tutto tende a riequilibrarsi. Nel 2012 invece mi sono successe delle cose davvero bellissime in un mare di merda. Ecco, credo di essere quel tipo di persona che preferisce l’altro tipo di anno. Perciò, vai, inutile 2013 con l’inutile Confederations Cup, e ricordati di santificare questi dischi:

 

1. Caspian – Waking Seasons

L’ho ascoltato solo gli ultimi due mesi perché ci sono arrivato con colpevole ritardo, ho rischiato di non vedere neanche una data del loro tour, ipotesi poi scongiurata. I Caspian non hanno niente che non vada, molto semplicemente.

 

2. Basement – I wish I could stay here

Al ballottaggio con Prawn e Everyone Everywhere per lo slot emo in classifica vincono loro. Forse per la freschezza (non che gli altri due siano dei veterani), forse perché sono inglesi, forse perché devo giustificarmi i 17 euro pagati per il loro vinile, dio stronzo. E chissenefrega se è uscito nel 2011.

 

3. Deftones – Kay No Yokan

Non hanno mai sbagliato un disco, non si sono mai ripetuti, non hanno mai smarrito un senso di fondo ai loro lavori, non credo di volere molto altro da una band. Disco a tratti commovente.

 

4. Title Fight – Floral Green

Ne ho già parlato qui. Hanno qualcosa in più che lentamente sta emergendo. Dal vivo, ovviamente, ho tirato pacco.

 

5. Ef – Delusions of Grandeur

Ogni anno devo metterci un disco della sezione ricchiona del post-rock. L’anno scorso toccò agli Immanu El, con cui peraltro gli Ef condividono l’etichetta. Cercatevi una ragione per essere tristi ma non depressi, malinconici, e ritenere che il mondo sia comunque il risultato di una perfetta armonia fra le creature, e poi mettetevelo nelle orecchie: funzionerà.