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Come i sassi, come gli alberi

Quando sbaglio strada per distrazione, perché non sto pensando a dove sono, mi accorgo che non me ne sono mai veramente andato dalla mia città, e i tempi in cui ventilavo l’ipotesi di farlo sono ormai stati spazzati via come un pensiero randagio. Non credo si tratti di rassegnazione, ma mentre mi godo una città che in fondo sento a mia misura, o quantomeno non così stretta da soffocarmi, mi accorgo anche che gli anni in cui apprezzare il resto del mondo mi stanno scivolando dalle mani. 
Molti dei miei amici, invece, se ne sono andati, chi per inseguire progetti che poi sono sfociati in tutt’altro, chi per seguire una persona, chi perché il mondo bisogna girarlo presto. Molti di loro non se ne sono andati davvero, sono qui ogni Pasqua, ogni Natale, ad ogni ponte possibile. Sono le occasioni in cui ricapitano nella mia routine, quella che mi sono costruito al netto degli abbandoni, della perdita dell’abitudine a inviare loro il messaggio per chiedere che fai stasera, annoiamoci assieme, in una cerchia che fra uscite di scena e new entries ogni anno chiude in passivo. Una città come questa fatica ad allargarsi, si trascina a rimescolare le carte all’interno di confini che sono sempre definiti, e resistono cocciuti per la volontà di chi non è disposto a pagarne il prezzo. Qui ho provato a crescere lo stesso, a una velocità sempre minore. 
I piani delle nostre esistenze sghembe tornano a incrociarsi quasi sempre all’improvviso, un messaggio nel pomeriggio Sono a Padova questo weekend, che si fa?”. Mi infastidisce molto, mi infastidisce tanto più quanto voglio bene alla persona che me lo manda. Cosa gli fa pensare che io sia a Padova? Che abbia il weekend libero? Che abbia voglia e tempo di passarlo con chi non sento da mesi? La risposta a tutte le domande è che la staticità di un luogo assorbe il moto delle esistenze che ne fanno parte, che diventano parte del paesaggio per chi guarda da fuori. Per questo poi mi ricaccio sempre in gola l’irritazione, respiro e rispondo che ci vedremo. E alla fine ci vediamo, e ci facciamo le domande di rito: Cosa mi racconti?”, non ho niente da raccontare, non so bene a che punto fossi rimasto, se ci troviamo al punto B ho bisogno del punto A per raccontare cosa ci sta in mezzo, perdonami se non me lo sono segnato. Ti ricordi quella volta che siamo andati lì quanto ci siamo spaccati? Perché non ci torniamo?”, non ci torniamo perché ha chiuso, ha cambiato gestione, ci vanno i ragazzini, noi lo eravamo e non lo siamo più. E poi non ne ho voglia, devo dirti la verità, ho questa cosa al lavoro che mi sta un po’ assorbendo, ma penso sia solo un periodo, nulla di che. Mi sento addosso gli occhi di un giudizio impietoso, che suona come Stai stonando col paesaggio”. Ci provo, a distinguermi dal paesaggio, a non diventare io stesso contesto. Il fatto è, per chi se ne va, il dove è il quando. Chi torna in una città, vuole tornare nel passato che ha vissuto in quella città, e io, che non me ne sono mai andato, nella sua testa sono cristallizzato in quel quando, senza facoltà di affrancarmi. 
È davvero poca, una serata davanti al bar di sempre, o al bar nuovo, quello che ha aperto da poco e fa sentire giusto un po’ meno a casa, per trovare un nuovo incrocio tra le nostre esistenze. Io che non rispondo alle esigenze di chi cerca in me ciò che ero dieci anni fa, l’altro che sfoggia un bagaglio di novità che si rovescia sul pavimento, e non dà modo di coglierle tutte, ma crea solo un senso di disordine. Sono poche le persone con cui questa distanza fisica non è anche temporale, le persone in grado di accettarsi sempre e comunque nel presente. 
Mi prometto sempre di dare tempo alle persone, e alle loro nuove identità costruite lontano da me. Ma non me lo lasciano, se ne vanno prima. Con i dischi, ho la fortuna di poterlo decidere io. Ho voluto dare tantissimo tempo a Il numero sette, per raccogliere dal tappeto tutto il contenuto della valigia rovesciata. Credo sia una cosa della vecchiaia questa, di non reggere il ritmo di nuove uscite in continuazione, questa cosa di riuscire ad ascoltare solo una manciata di dischi ogni anno, preferendo cannibalizzarne pochi. È un fatto personale, oltre che un fatto di vecchiaia che mi ostino a chiamare maturità. 
All’uscita de Il numero sette, a febbraio, ho ascoltato discorsi sulla tristezza programmata, sullo smalto perduto, su calcoli che non sento appartenenti alla dimensione dei Fine Before You Came. Mentre ascoltavo queste critiche, ancora non mi sentivo pronto ad accoglierle, né a rifiutarle, perché intanto il disco non era ancora entrato in circolo. È stato abbastanza strano dare a questo disco una fiducia, una dignità alla quale i testi sembravano ribattere, quesito su quesito. Tu solo sai quanto poco valgo, eppure mi tieni così”.

Crescere assieme a un gruppo non è mai facile, perché tu stai con loro, ma loro non stanno con te. Ti aspetti che un disco possa sapere tutto di te solo perché ti ha accompagnato giorno per giorno, ma al disco successivo torna in città, suona canzoni inedite, e frattanto ti chiede E tu che mi racconti?” Che ti racconto? Pensavo lo sapessi già. 
È questo senso di inadeguatezza, il senso di colpa per essere rimasto, che davanti al sorriso di un amico che torna, colora di amaro il mio. A nessuno piace sentirsi passato, e per questo siamo riluttanti a dare dignità alla crescita dell’altro. I Fine Before You Came non sono più quelli di Sfortuna, ma non lo siamo più nemmeno noi. Solo che la seconda cosa è più difficile da accettare. 
Davanti alle luci di un chiosco che serve birre in bottiglia e vino in bicchieri di plastica, sulla riva di un fiume, il mio sguardo e quello di altri due miei amici, che per motivi diversi dai miei hanno deciso di restare, si sono incrociati esaurendo all’improvviso argomenti di angoscia quotidiana, lasciando solo il fruscio degli alberi e del fiume sui sassi. È durata per una finestra di tempo che non so quantificare. Stanchi di giri dall’esito incerto, ciò che sentivamo più alto era far parte di realtà che nessuno possa confutare; semplicemente come i sassi, come gli alberi. 

Credo di essere riuscito nella mia vita a dare ai gruppi e ai dischi la stessa libertà di crescere, la stessa dignità di cambiare restando nello stesso posto che ho sentito di dovere a me stesso. Invecchiare mi ha dato meno brillantezza, meno immediatezza, meno urgenza. Mi ha convinto ad accettare il riso amaro con chi mi ha trovato diverso da ciò che secondo lui dovevo restare. Mi ha costretto a non fare il suo stesso errore. Mi ha spinto ad accettare il mio desiderio episodico di confondermi col paesaggio. Mi ha reso migliore. 
Il numero sette forse non sarà il disco più bello dei Fine Before You Came, ma è il loro miglior disco. 

Per chi ritorna a scuola, e per un disco dimenticato

È sempre stato molto soleggiato, nella mia vita, il primo giorno di scuola. Ogni anno.
Il non aver mai sperimentato un primo giorno sotto il diluvio probabilmente ha negato alla mia esistenza una consapevolezza dura e brutale del ricominciare delle cose, sicché il primo giorno di scuola finiva per essere semplicemente un’esperienza alienante in un ambiente che conoscevo fin troppo bene ma che, solo per quelle 5 ore all’anno, assumeva contorni sfumati per via di un sole ancora troppo arrogante, in orari della giornata che non mi appartenevano da qualche mese; a peggiorare la situazione l’immancabile, nuovo professore di matematica, i compagni abbronzati, alcuni con un nuovo look, quasi irriconoscibili, altri le solite persone derelitte che avevo imparato a disprezzare, disilluso presto dall’idea di trovare una famiglia tra i banchi di scuola, che mi ero portato a farmi altrove.
Nella mia scuola niente armadietti di metallo colorati, niente scene in cui si passa a testa bassa in corridoio con una cazzo di cartelletta in mano mentre ai lati un pubblico liquido ti osserva farti strada timido fra le sue correnti. Solo la scuola per come è davvero: le lezioni, le interrogazioni, le dinamiche di classe, il professore che esce un attimo scatenando una bolgia, gli scherzi di pessimo gusto, il rotolo di carta igienica inondato di piscio, la sala fotocopie che puzza di carta calda, i muri color menta, il pavimento color merda.

Se la vedi in un disco dei Something Corporate, la scuola è come nella classe in cui Britney Spears si annoia in Baby One More Time, ma con anche il rock. Il video di If U C Jordan, il pezzo che fa esplodere in tutto il mondo il fenomeno Something Corporate, è una noiosa summa reazionaria di come si immagina la vita uno che ha un gruppo alle superiori: concerti clandestini in palestra, in mezzo a ragazze festanti in delirio che magari non ti hanno mai visto sotto quella luce, e non perdono tempo a sequestrarti appena finito il live per farti cose indicibili. È così patinato, prevedibile e stereotipato che non sorprende che sia stato dimenticato.

Perché i Something Corporate ce li siamo un po’ tutti dimenticati. Incastrati nella rotazione del tempo che ripesca tendenze a cicli ventennali, loro sono esattamente nel cono d’ombra, e probabilmente non torneranno presto. Nati dall’iniziativa di un biondino, genio del pianoforte con il gusto per il pop-punk fatto come si deve, Andrew McMahon, i Something Corporate sono una band che oggi uno spazio nel mondo non potrebbe mai trovarlo. Perfettamente a loro agio nei panni dei bulli del college che abbandonano una facile vita ai vertici della società americana per imbracciare il verbo degli outsiders, la musica, oggi a riguardarne i video sembrano più una boyband che si faceva trainare dal colpo di coda di quello che per un po’ è stato chiamato Corporate Punk all’inizio del nuovo millennio. O almeno questo è ciò che ho pensato io quando ho visto Punk Rock Princess su MTV, bollandolo facilmente come una pessima imitazione degli originali; originali che tutt’ora non ricordo quali fossero.
Leaving Through The Window lo scopro nella sua serafica imponenza di plastica solo nell’estate del 2005, quando le mie disavventure sentimentali possono finalmente caricare di significato una narrazione che altrimenti per me sarebbe rimasta solo un sentito dire.

In effetti, tutto il disco offre momenti perfetti per un 18enne, dall’opener infermieristico I Want To Save You, alla già citata Punk Rock Princess, alla Mucciniana I Woke Up In A Car, alla scatenata Hurricane, fino alla ballata disperata Fall. Il tutto con una produzione senza un filo di polvere che oggi puzzerebbe di inculata, è una copertina che cita Dawson’s Creek più di quanto non voglia ammettere.
Per un’estate di una scuola che sta finendo, in cui vivi da grande con un cervello da piccolo, forse non c’è un disco migliore di uno in cui trovi una canzone che ti urla in testa

I kissed a drunk girl
I’m sure I could’ve been anybody else

Leaving Through The Window, senza che lo decidesse nessuno, entrò stabilmente nella colonna sonora delle vite della nostra compagnia per tutta un’estate, un’estate in cui per me la scuola era appena finita, e anche male, per altri lo era già, per altri sarebbe durata ancora. Ed era forse per quello che non ci importava, che non era un punto di riferimento di alcun tipo. Non solo perché la scuola dei Something Corporate non si avvicinava minimamente all’idea di scuola che apparteneva a noi, quasi tutti liceali. Anche per quello, le giornate passavano senza una reale corrispondenza al calendario: si tirava fino al mattino al martedì, si dormiva presto al sabato, capitava di restare a casa a guardare film con ragazze semisconosciute portate da qualcuno e date in pasto a chi, solitamente sempre lo stesso, era più veloce a collezionarsele, e puntualmente poi lasciarsele scappare. Guardavamo lo schermo, tutti in una taverna buia con un divano che non poteva ospitare tutti. Io del divano me ne sbattevo, perché me ne sono sempre sbattuto anche dei film. Avevo deciso di sedermi a fianco al tavolo, e di osservare due miei amici duellare sotto la coperta di lana a chi toccasse con più trasporto questa nuova arrivata nella compagnia, illusi che finito il film lei avrebbe avuto sicuramente le idee più chiare su chi meritasse più attenzioni. Sul tavolo c’era la copia di Leaving Through The Window che avevo comprato, e che accompagnava le nostre giornate come fosse lo stendardo della nostra estate. Mi rigiravo la jewelbox nelle mani, chiedendomi dove saremmo finiti quella sera, se in discoteca a Jesolo a fare i nuovi tamarri, o sul tetto di qualche casa libera a spegnere sigarette nei vasetti dello Yogurt. In quel momento, Andrew McMahon era già nel pieno della sua battaglia alla leucemia, dalla quale sarebbe guarito mettendo però di fatto fine alla storia dei Something Corporate, che nel 2003 avevano pubblicato North, un disco che ti racconta un po’ quale sia la differenza fra finire la scuola e crescere.

Di tutti i mesi, settembre è quello che si porta via più cose senza chiedere; di tante, in fondo, non sentirai mai più la mancanza in vita tua, altre tornano a farsi corporee ogni settembre, quando ti accorgi che qualcosa che per te è finito per altri ricomincia, con la promessa di essere uguale a com’era puntualmente disattesa. Non tornerei mai a scuola, davvero, per me è stato orrendo. Anzi, probabilmente rivedrei più volentieri quella tipa che stava sotto la coperta a guardare il film, tra due miei amici, con l’intenzione di viversi la sua estate sopra le loro battaglie. Le direi, a distanza di 10 anni, che ha fatto bene, e che le sono grato perché ha fatto accadere nella realtà qualcosa che altrimenti avrei trovato solo in un disco.

Pinegrove – Cardinal

Odio i miei amici.
Davvero, non li sopporto.  Stupidi beoni, inaffidabili e con seri problemi a fornire un comportamento socialmente accettabile.
E voi direte: “Che bello, hai appena elencato le caratteristiche che li rendono speciali”.
Un gran cazzo, ragazzi. Ho appena elencato le caratteristiche che li rendono insostenibili, dei perfetti trogloditi. Ho appena elencato le caratteristiche che mi fanno desiderare di fargli indossare una tuta arancione e sgozzarli come capre.

I miei amici sono quelle persone che ti invitano al loro compleanno e ti portano al ristorante. E non solo non pagano nulla costringendoti a spendere 40€ per mangiare, il più delle volte, in posti di merda, ma pretendono anche che il festeggiato riceva il regalo, portando ogni volta la spesa complessiva a cifre ridicole. Per serate, chiaramente, quasi sempre orribili.
I miei amici sono quelle persone che mi portano al cinema a vedere Suicide Squad.
I miei amici sono quelle persone che non hanno mai ascoltato una canzone del mio gruppo, ma che pretendono ugualmente magliette e dischi gratis.

I miei amici sono quelle persone con le quali l’altro giorno mi ero accordato per vedersi intorno alle 21. I miei amici sono quelle persone che dopo decine di messaggi a vuoto e chiamate ignorate si fanno vivi alle 23:20. I miei amici sono quelle persone che alle 23:20 mi intimano di scendere “molto velocemente” perché “sono praticamente sotto casa mia”. I miei amici sono quel branco di stronzi che si è presentato sotto casa mia a mezzanotte e mezza.
Non posso certo raccontarvi cosa mi è passato per la testa in quell’ora passata come un perfetto imbecille aspettando seduto su un marciapiede, puntando costantemente l’occhio all’inizio della via nella speranza di scorgere la forma di un modello di automobile conosciuto.
Posso dirvi però che nonostante tutto ne sono uscito mantenendo la mia fedina penale pulita e, perché no, anche un discreto aplomb.
Ringrazio, nell’ordine:

  • il buon Dio, che mi ha fatto trovare gli auricolari nella tasca dei pantaloni;
  • l’innovazione tecnologica che, sotto forma di smartphone, mi permette di aver sempre a portata di mano un gran quantitativo di musica di merda con la quale passare il tempo;
  • i Pinegrove e il loro Cardinal, che ultimamente sto ascoltando sempre più spesso e sempre più volentieri.

Il mio pezzo preferito del disco è quello che lo chiude e si chiama, neanche a farlo apposta, New Friends. A un certo punto il testo recita:

I resolve to make new friends
I liked my old ones
But I fucked up so I’ll start again

Ci sono diverse divergenze con quella che è la mia situazione, bisogna ammetterlo.
Però queste parole mi hanno fatto pensare alla reale possibilità di cambiare il mio giro. Di cominciare a frequentare altri posti, nel tentativo di instaurare rapporti seri e duraturi con persone più gradevoli e più affidabili. Per migliorare così le mie serate e, in parte, anche la mia persona.
Però poi mi sono ricordato di quella che è una verità inconfutabile della vita.
Ognuno ha gli amici che si merita.
Ed è vero. Se io ho degli amici che sono dei perfetti ritardati è perché io in primis sono solamente un grandissimo stronzo. Tutti i buoni propositi di rivoluzione sono velocemente finiti nel cestino e in men che non si dica ho fatto ripartire il disco in repeat.
Il primo pezzo si chiama Old Friends.
Ma pensa un po’.

I Like Allie – The Wounds You Leave

Sono da sempre convinto che il mondo si divida in due grandi fazioni. I vincenti e i perdenti. Io appartengo ovviamente alla seconda, avendo toppato tutto il toppabile e potendo vantare una serie di fallimenti che coprono indiscriminatamente qualsiasi contesto della vita quotidiana. Tra i fallimenti più easy e meno problematici non posso non menzionarne uno legato all’aspetto musicale. Il non essere mai riuscito ad imparare le basi della chitarra. Non che ci abbia provato granché a dire il vero. Non ci sono riuscito subito e così ho smesso [cit.].
Però un po’ mi dispiace. Mi dispiace perché avrei potuto scrivere delle canzoni. E avrei potuto provare a cantarle. A grandi linee, so già come sarebbe finita. Avrei innanzitutto avuto il gruppo punk che non sono mai riuscito ad avere. Poi dopo un po’ mi sarei stufato di fare casino e mi sarei buttato sul classico progetto solista in acustico, riuscendo sicuramente a far sciogliere i cuori di moltissime donzelle in giro per il mondo.
Alla fine mi sono accontentato di suonare molto male la batteria e, nonostante tutto, devo dire che mi è andata pure bene. 
Chi invece ha imparato a cantare e suonare la chitarra piuttosto bene è Renato, la principale mente dietro il progetto I Like Allie. Renato ha fondamentalmente fatto tutto quello che avrei voluto fare io, facendolo per fortuna molto meglio. Ha solamente preferito fare un viaggio diverso. Perché I Like Allie nasce come il più classico progetto solista in acustico. Poi evidentemente Renato si è stufato di non fare casino, e insieme a membri di Low Dérive e Teenage Gluesniffers ha deciso di passare al lato oscuro, rispolverando la chitarra elettrica e alzando il volume degli amplificatori.
The Wounds You Leave è un Ep che fin dal primo ascolto mi è sembrato eccellente. Perché ha una fortissima personalità, che traspare dagli arrangiamenti e soprattutto dai testi, sempre lucidi e coraggiosi nel trattare temi estremamente personali con grande onestà.
Ha inoltre tutto quello che deve avere un bel dischino punk-rock, perché è veloce, è rumoroso e ha delle belle melodie che ti permettono di canticchiare le canzoni dopo pochi ascolti, proprio come piace a me. La voce di Renato poi dona un bel tocco “emo” ai pezzi, che mi ricordano le prime cose elettriche di Into It. Over It., i Get Up Kids di Four Minute Mile e pure certi Jimmy Eat World.
A conferma dell’ottimo lavoro svolto dai ragazzi, l’Ep esce per Paper+Plastick. Insomma, non proprio gli ultimi degli stronzi, 
QUI trovate il free download del disco, il cui ascolto è vivamente consigliato.
Per quanto mi riguarda, io vado a prendere in mano la chitarra e riprovo a fare qualche accordo. Ah no, devo preparare la borsa per la partita di stasera.
Dai, sarà per la prossima volta. Promesso.

The Falcon – Gather Up The Chaps

Questo disco è una gran bella bomba.
Dopo questa necessaria premessa potete mettervi comodi, perché sto per raccontarvi una favola.
L’altro giorno mi sono sciaguratamente imbattuto in un articolo di Noisey. Inspiegabilmente, mi sono preso la briga di leggerlo dall’inizio alla fine.
L’articolo consisteva in un lunghissimo elenco di frasi che, se pronunciate almeno una volta nella vita, facevano di te una merda. Tutto vero.
Stranamente, l’articolo non faceva assolutamente ridere. Però tra le frasi citate compariva la famosissima “preferivo il disco precedente”. Frase che da quindici anni a questa parte mi trovo a pronunciare almeno una volta al giorno. E quindi sono una merda. E non per i miei comportamenti che trascendono i limiti del buon senso, del buon gusto, della dignità, della decenza e dell’amor proprio. Lo sono perché lo dice Noisey.
E nonostante questo, anche stavolta continuo a preferire il disco precedente. E a non capire dove stia il problema.
E qua torniamo alla premessa. Perché questo disco è proprio figo e ci sono tantissime cose che mi fanno impazzire.
Il buon Neil dietro le pelli è in forma smagliante. I testi del vecchio Brendan sono come sempre ottimi e divertenti. Le melodie sono sempre le stesse, è vero, però sono come al solito eccellenti e ti rimangono incollate in testa dopo pochissimi ascolti.
Anche se la cosa che più ho apprezzato è l’aver dato maggior spazio alla voce di quell’eroe di Dan Andriano, che si conferma essere un idolo assoluto, a 360 gradi. Le canzoni che più mi hanno preso sono quelle dove c’è il suo zampino, e sono fermamente convinto che sia stato lui a dare una marcia in più a questo disco.
E quindi cosa c’è che non va?
Di base nulla, il disco è figo e suona alla grande. Ho solo un problema. La canzone dove canta Dave Hause. Cazziatemi, sputatemi in faccia, ma a me fa pesantemente cagare. La trovo una tamarrata clamorosa, assolutamente evitabile. Senza contare che, essendo completamente diversa a livello di suoni da tutte le altre, mi dona quella fastidiosa sensazione di star ascoltando una specie di compilation. E questa cosa mi fa incazzare tantissimo. Ecco, io il pezzo di Dave lo skippo. Cosa mai successa nel disco precedente.
Insomma, la differenza è minima, però c’è.
Mi viene in mente quella gag di Pieraccioni: “bella Carpi ma più bella Capri”. Dove, se siete troppo stupidi per capirlo, Carpi è questo disco e Capri è Unicornography.
Però mi fermo subito. Perché mi par di ricordare che per Noisey sei una merda anche se ti fa ridere Pieraccioni.
E prendersi della merda da Noisey va bene una volta.
Ma due cominciano a essere troppe.

Le cose di chi muore

In un certo senso, ero pronto alla morte di mio nonno, per quanto sia stata una valanga sempre più accelerata. Si può imparare dai lutti, si può imparare che ogni visita può essere l’ultima, che concedere al nostro tempo indaffarato una visita a loro è un passo che ci separa dalla solitudine che un giorno toccherà a noi.
In un certo senso ero pronto perché questo Natale, nel loro salone, che io ho conosciuto sempre straripante di zii, nipoti e di una famiglia che negli anni si è crepata ma che di pezzi non ne ha persi mai, ma che per la maggior parte dei giorni dell’anno era governato da una calma stantia come può esserlo solo il nostro declino fisico, ho percepito nettamente per la prima volta la compiutezza di quel momento.

Ho sempre trovato piacevole fare conversazione con mio nonno. Era una persona profondamente cattolica, ma che non definirei religiosa. Non nel senso spirituale del termine. Non era solito tirare fuori concetti trascendenti, né consciamente né nei motti e nei modi di dire radicalmente veneti. Mai un “Lo sa solo Dio”, mai un “Ah, Signore!”. Sembrava quasi che per lui la religione non fosse un fatto linguistico, né tantomeno confidenziale. Una dimensione strettamente privata, o dalla quale comunque mi teneva fuori con cortesia, eppure estrema attenzione. Molto più di tutto questo me lo raccontavano le sue cose. I libri sulla spiritualità, i libri del Papa, il numero di Famiglia Cristiana sempre pronto sul divano, il Presepe più sobrio che abbia mai visto, con il bue, l’asinello, Maria, Giuseppe e il Bambino in culla, sul mobile dove per tutto il resto dell’anno stava un abat-jour; i santini, le croci e le madonne appese ai muri, in bilico sui comò, sul calendario in cucina in cui tutte le ricorrenze famigliari erano segnate meticolosamente, e con una presenza sempre più fitta di appuntamenti medici.
Se le sue cose non avessero parlato di lui, forse non l’avrei conosciuto così bene.

Dal mio posto di lavoro alla casa dei miei nonni ci sono circa sei, sette minuti di strada. Nell’ultimo mese è stato un viaggio ricorrente, per assistere a qualche pranzo ormai spogliato dall’appetito.
Sì, trovavo piacevole parlarci, e sostanzialmente per questo, una delle ultime volte che l’ho visto, ero scappato dall’ufficio in pausa pranzo per vederli mangiare, salutarli, sincerarmi di una situazione che in famiglia mi raccontavano come preoccupante all’improvviso. Preoccupante lo era, sì, con una nonna ormai persa nella nebbia di quel morbo che ti cancella i ricordi, incapace di distinguere giornate tutte uguali, e lui invece lucido di disperazione, consapevole di non farcela più, che spendeva le sue ultime energie ad assicurarsi che sua moglie prendesse tutte le medicine previste. Volevo parlarci, provare a distrarlo, e allora gli chiesi cosa prendeva a colazione. Mi guardò come chi sa la risposta ma non riesce ad aprire bocca per paura di sbagliare. Il caffè con… mi disse, per poi fermarsi. Mi dimenticai di averglielo chiesto quasi subito, in fondo ero riuscito a distrarlo, e invece avevo finito per distrarmi io, e chiedere qualcosa a mia nonna. Quando posai di nuovo lo sguardo su di lui, si era alzato da tavola, aveva raggiunto la dispensa e mi stava mostrando il barattolo con la grande scritta in rosso ORZO. Me la indicava. Allora ricordai. È stato l’ultimo gesto che ha fatto per me. Non si ricordava una parola, allora mi ha portato la cosa che quella parola rappresentava.

Gli ultimi trent’anni della sua vita, che sono stati i miei primi, mio nonno li ha passati a dipingere, e per l’esattezza a dipingere cose: nature morte, cesti di frutta, vasi, ampolle, bottiglie, pozzi, libri, per poi spostarsi sui paesaggi e rischiare di tanto in tanto dei ritratti.
Lo andavo a trovare sempre meno spesso, perciò ogni volta che passavo aveva sempre più pezzi da mostrarmi; ricordava sempre dov’ero rimasto col segno. Forse, pensandoci adesso avrei dovuto ricordarlo anch’io.

Una mattina grigia dell’anno scorso lo convinsi a farsi accompagnare dal dentista, che aveva lo studio a più di 30 km da casa sua, nell’alta campagna padovana, a Massanzago.
Massanzago è un paese piatto e senza niente che si raggiunge attraverso quelle statali spoglie, tutte dritte, residuato della pianificazione romana, mentre si solcano campagne dai colori fangosi, a metà tra un’opulenza di cui ormai non è rimasto che il cemento e la miseria di chi non vuole che le cose cambino. Parlammo tanto in quei due viaggi verso Massanzago che facemmo. Io avevo trovato un lavoro da poco, lui mi raccontò dei lavori che aveva fatto: della società elettrica, della miniera a Carbonia-Iglesias, dove per due giorni scampò al massacro di una rapina che non fece prigionieri. Perché in fondo, in mancanza delle cose che parlassero per lui, si concedeva volentieri ai racconti. Voleva solo la certezza di non rompere le scatole a chi ascoltava.
Ma soprattutto, quel viaggio a Massanzago mi offrì un’occasione di riparare un rimorso enorme.
Lungo la strada, vicino alla casa dove da anni faccio le prove col mio gruppo, c’era un rudere di campagna che stava per crollare, e la rete di plastica arancione ammoniva che presto qualcuno l’avrebbe demolita. Mio nonno mi disse che ogni volta che passava di lì voleva fermarsi per fotografare quella casa, per poi poterla dipingere con calma nel suo studiolo, ma ovviamente non aveva mai la macchina fotografica con sé. Dissi a mio nonno che l’avrei fatto io, tanto facevo quella strada una volta alla settimana per andare a suonare. Mio nonno sembrò grato di questa cosa, come se non ci sperasse nemmeno.
Appena lo riaccompagnai a casa capii cosa stava succedendo. Il mio nonno materno morì nel 2005, era un cercatore di funghi, e negli ultimi anni ci aveva portati con sé nei boschi. Una mattina avevamo trovato dei porcini enormi, li avevamo portati a casa, puliti e fotografati, un po’ come gli americani fanno con le trote. Mio nonno era raggiante, e ci aveva chiesto di avere le foto, una volta che avessimo sviluppato il rullino. Aveva passato poi qualche mese a chiedermi delle foto che io forse non sviluppai mai, fino a quando non morì.
Le cose mi stavano offrendo un riscatto. Non passarono molti giorni, e feci la strada per la sala prove. Persi un po’ l’orientamento, non riuscivo a individuare la casa. Possibile che in quei due cazzo di giorni avessero buttato giù quel rudere? Avrei avuto un’imperdonabile promessa non mantenuta anche nei confronti del mio nonno paterno? Feci un altro chilometro e la vidi. Non credo di essere mai stato tanto felice di vedere un rudere. Scesi dall’auto, feci delle foto da ogni angolazione possibile. Mi aiutava una giornata di sole, di quelle in cui il cielo fa quasi ansia da quanto è azzurro.
Rimontai in auto, corsi verso la città e le portai subito a far sviluppare. Non era più questione di rullini e di camere oscure ormai, ma di schedine SD e terminali che stampano le foto in alta risoluzione. Portai le foto a mio nonno il giorno stesso, che forse aveva ancora male ai denti da qualche giorno prima. Qualche mese dopo, mi fece vedere la sua tela in cui aveva riprodotto il rudere.
È bellissimo nonno, dissi, e non parlavo solo del quadro.

Ero pronto alla morte di mio nonno perché non riuscivo a immaginarlo a spremersi ancora. Ero pronto perché a un certo punto riesci a capire quando qualcuno molla la presa, e io, per stare male prima, ho iniziato ad ascoltare il disco che sapevo mi avrebbe accompagnato alla sua fine. Ascolto quasi tutto in chiavetta USB, da mp3. Ma Carrie & Lowell di Sufjan Stevens l’ho ascoltato da supporto fisico per tutto questo tempo, perché mi sembrava di dovergli un po’ di corporeità.

Questa settimana sono stato a casa sua senza di lui per la prima volta nella mia vita, a riordinare la cameretta dove dipingeva. Sul cavalletto c’era ancora l’ultimo quadro su cui stava lavorando. Sembra finito, ma probabilmente lo sa solo lui. Ho riordinato le sue tele, alcune le ho portate nel garage, dove ne ho trovate altrettante ordinate su degli scaffali. Abbiamo ritrovato uno scatolone pieno di pennelli e tempere, con su scritto ENZO, con la sua grafia non eccelsa ma precisa, rigorosa.

Ho cercato di farmi trovare pronto alla morte di mio nonno, ma non ero pronto alle cose di chi muore, mi sono rimaste tra le mani, sono rimaste solo loro a parlarmi di lui al presente. E mi è rimasto un disco che continua ad andare, che non abbandona i miei ascolti e gira nello stereo, scaldandosi.

Gli anni d’oro

Le ultime vacanze estive che fai con i tuoi genitori testimoniano sempre un periodo della tua vita in cui non sei né questo né quello. In fondo in vacanza coi tuoi genitori ci sei sempre andato, e sono le prime volte che ti trovi a dover mettere in discussione la cosa. Loro lo sanno che prima o poi arriverai alla conclusione che ormai in quell’automobile che viaggia per chilometri e chilometri lungo l’Italia ci stai troppo stretto; già ti metti la musica in cuffia e fingi di essere da solo. Inoltre non lo sai dove stai andando, e forse non te ne frega poi molto.

Ho un ricordo nitido eppure abbastanza surreale del momento in cui ho capito che tutto questo era finito. Forse in Sardegna, forse in Campania nel Cilento, forse a Ischia, che fu l’ultima mia vacanza in famiglia. Ci trovavamo tra le mura di una costruzione, di un colore giallo ocra accecante, che invasa dal sole sembrava una gigantesca pepita dorata. Siamo tutti vestiti abbastanza male, da turisti balneari. Pochi straccetti leggeri sopra ai costumi, bandane legate sulla testa, marsupi e zaini. Mio padre ci scattava delle foto, ma non ricordo un clima disteso. Io non lo sapevo, anche se lo immaginavo, ma in quegli anni stava accadendo qualcosa che ci fu taciuto, e di cui avremmo pagato le conseguenze solo molto tempo più tardi. Mi restano delle foto che non vedo da troppo tempo: mia madre col volto imbronciato, mia sorella piccola, ancora troppo piccola per desiderare di vestirsi con qualcosa di diverso da quella maglietta coloratissima e per ribellarsi a un bruttissimo cappellino con la visiera; era tanto tempo fa, sì, ma i berretti con la visiera erano già roba da sfigati.

Le ultime vacanze coi miei genitori sono state in posti bellissimi, che magari non rivedrò mai più, o comunque non avranno quella luce dorata che ricordo pervadere tutto, dalla baia dove passavamo interminabili giornate cotti dal sole, senza parlarci, con loro che mi guardavano aspettando che anch’io, come mio fratello più grande, da un momento all’altro scoppiassi nel pieno della mia ribellione adolescenziale e li piantassi in asso. E loro facessero finta di essere delusi: un po’ perché ormai anche io me ne stavo andando, un po’ perché immagino sia bello vedere un figlio crescere fino a diventare insopportabile. Nei momenti in cui non sono insopportabile, soprattutto.

Ma io non scoppiai mai, almeno non ricordo di averlo fatto. Aspettai che gli anni d’oro finissero, e un bel giorno, in primavera, mia madre mi chiese “Cosa fai quest’estate?”.

Avrebbe potuto chiedermi “Vieni con noi quest’estate?” e darmi l’imbarazzo di dirle No. Non lo fece. Mia sorella avrebbe capito.
Stamattina mi sono svegliato desiderando di trovarmi sulle mura di quella costruzione, ancora immerso negli anni d’oro. Gli anni d’oro non sono mai questi. Sono sempre quelli, quelli lontani. Anche se poi ci pensi, e la tua istantanea degli anni d’oro è in realtà una giornata di merda, la rileggi adesso e ci ritrovi il seme della tua famiglia distrutta eppure ancora in piedi.

Cosa c’entrano i Moonlit Sailor con tutto questo?
Niente. We come from exploding stars è un bel disco, e la canzone più bella si chiama The Golden Years. Mi tiene compagnia mentre vedo immagini di spiagge photoshoppate con una luce dorata.

Spostare la cartella nel cestino?

I Pianos Become The Teeth sono sempre stati uno di quei gruppi che sostanzialmente non mi sono mai filato. Sono sempre rimasti lì, ad occupare uno spot su Itunes e qualche centinaio di mega sul mio HD. Senza mai riuscire ad entusiasmarmi o a farmi abbastanza cagare da spostare i loro dischi nel cestino.
Con il nuovo Keep You hanno deciso di darsi una bella ripulita e di rivoluzionare completamente la loro proposta musicale, abbandonando del tutto urla e territori del post-hardcore e alleggerendo quelle vaghe influenze post-rock presenti nei precedenti lavori.
Lo spiazzamento provato inizialmente mi ha così portato ad un ascolto più attento, e questo ascolto più attento mi ha portato ad un cambiamento piuttosto deciso nella valutazione che avevo di questo gruppo. Perché questo disco fondamentalmente ha rotto tutti gli indugi che fino ad ora li avevano salvati dal cestino virtuale del mio computer.
Io ve lo devo dire, a me questo Keep You non piace proprio per niente.
E il radicale cambiamento che li ha visti protagonisti, vi posso assicurare, non ha nulla a che fare con questo mio netto cambio di posizione.
Semplicemente, più lo ascolto e più mi convinco che questo MAPPAZZONE di emo, alternative/college rock dal nauseante sapore “christian”, non sia in grado di dare nulla a me e più in generale alla musica. Come non lo è stato nei suoi “anni d’oro” e come non lo sarà mai.
Keep You mi da l’idea di essere il classico compitino fatto per strappare la sufficienza senza particolari sforzi. Sufficienza che tra l’altro, paradossalmente, credo meriti appieno. Perché è inutile raccontarsela, il disco suona bene. Benissimo. È un prodotto confezionato con criterio, cura e attenzione. Sono sicuro che molti lo apprezzeranno e in questo non c’è assolutamente nulla di male.
Per me però rimane un disco anonimo, ruffiano e insipido. Dove, in tutta onestà, non sono riuscito a sentire in nessuna traccia la personalità della band, persa tra soluzioni sentite migliaia di volte e melodie che mi sembrano diventare sempre più deboli e ripetitive di ascolto in ascolto.
Ad ogni modo, se inspiegabilmente sentite la mancanza di certi gruppi e certe sonorità fiondatevi immediatamente su questo disco. Vi assicuro che nel giro di qualche canzone vi troverete, pene in mano, a venir meno a un paio di comandamenti di Dio Nostro Signore.
E mentre lo fate, prima pensate a me, che nonostante tutto vi ho consigliato tale ascolto.
E poi vomitate, pensando agli opinabili modi che nel frattempo avrò trovato per imitarvi.

Il mio tribolato rapporto con l’hardcore

Se il mio rapporto con il punk-rock è sempre stato di amore incondizionato e totale fiducia, quello con l’hardcore è sempre stato più complesso. Lo definirei occasionale e tribolato. Rapporto dove alcuni esaltanti alti sono sempre stati annullati da desolanti e deprimenti bassi.
Probabilmente perché ho sempre provato disgusto per i Terror, il metal, il mosh e gli pseudo-machi tutti muscoli e tatuaggi. Oppure perché, essendo una persona orribile, non me ne è mai fregato un cazzo dei diritti degli animali e delle teorie straight-edge.
Fatto sta che che io l’hardcore l’ho sempre costeggiato, senza mai buttarmici a capofitto. Ho sempre preferito, diciamo così, piluccare, quando ne avevo voglia, di tanto in tanto. Il più delle volte in concomitanza con l’accorciarsi delle giornate, oppure, ancora meglio, quando il mio sentirmi una merda viene esasperato da incontrollabili fattori esterni.
Quest’anno, tra una cosa e l’altra, è toccato agli United Nations farmi sentire bello becero. Chi sono gli United Nations? Ecco, questo non si sa bene. Quello che so, è che oltre ad avere il nome più bello della storia della musica, sono il progetto di quel gran bravo ragazzo di Geoff Rickly. Personaggio che stimo dalla notte dei tempi ma che negli ultimi anni, tra dischi tutt’altro che convincenti dei Thursday e l’imbarazzante collaborazione con gli ex-Lostprophets, mi aveva fatto girare leggermente i coglioni.
Con questo disco invece il ritorno è in grandissimo stile perché The Next Four Years è un discone, che riesce non solo a riprendere il discorso iniziato nel lavoro precedente ma anche ad estremizzarlo e a renderlo ancor più spiazzante ed interessante.
È un disco violento, furioso, dove i rarissimi momenti più riflessivi, gli unici dove la voce del buon Geoff è riconoscibile, vengono puntualmente sommersi da una pioggia di urla e blast-beat senza Dio. Sembra quasi di ascoltare la versione moderna e ben registrata dei Reversal Of Man, ed è una gran goduria.
Detto questo, bisogna precisare che si tratta di un disco particolare, che definire semplicemente hardcore sarebbe quantomai riduttivo. Le influenze sono diverse, e sono combinate in una maniera tanto caratteristica quanto intelligente. Il mostruoso lavoro delle chitarre ne è un esempio lampante. Originali, mai banali, potentissime e trascinanti senza però mai scadere in soluzioni troppo abusate o, ancor peggio, in tamarrate metal.
La sezione ritmica, devastante anch’essa (la batteria l’ha registrata davvero Koller dei Converge?), mi ricorda con molto ardore e nessuna pietà che quello che faccio io non è suonare la batteria, ma è un qualcosa di molto più triste e ridicolo.
E poi c’è Geoff. Una gran brava persona. Che in questo disco regala una prova vocale della quale non lo credevo assolutamente capace e un bel po’ di testi pazzeschi che racchiudono splendidamente l’attitudine e lo spirito degli United Nations. Diretto, vero, senza fronzoli o inutili orpelli. E coraggioso nell’affrontare diverse tematiche che ultimamente in ambito punk/hc vengono sempre più spesso messe da parte.
Quindi, per chiuderla: trovo che The Next Four Years sia un discone. Suonato, come già accennato prima, in maniera pazzesca da personaggi che sanno maledettamente il fatto loro e registrato, se possibile, ancora meglio.
Consigliatissimo.
A tutti.
Dall’hardcorer tutto d’un pezzo allo sfigato come me.

Un disco per l’estate senza mare

Il mio disco dell’estate deve avere alcune ben determinate caratteristiche. Innanzitutto non deve assolutamente essere impegnativo. Deve essere bello cazzone e deve sostanzialmente essere divertente. Insomma, deve sposarsi bene con lo stereotipo che vuole l’estate come una stagione splendida. Sole, mare, birrette in spiaggia, fighe. Non deve quindi assolutamente rimandare alle notti insonni dovute al caldo, alle zanzare o alle prese in giro al mio fisico non propriamente adatto alla prova costume e alla spiaggia.
Fondamentalmente il mio disco dell’estate ha una sola utilità. Ossia quella di fare da colonna sonora nel tragitto casa-mare.
E qui è doveroso considerare un’altra cosa. Bisogna considerare  il fatto che io non vado mai al mare. Mai.
Sono troppo povero e, soprattutto, non esiste alcuna persona nella mia vita che al momento sia disposta a passare una giornata al mare con me.
Detto questo potete facilmente capire che il mio disco dell’estate è un disco totalmente inutile. Non serve a un cazzo. Perché il più delle volte, dopo avergli affibbiato tale scomodo titolo, finisce nello stesso cassetto dove si trovano costume, crema solare e occhiali da sole.
Shamebirds dei Needles//Pins è il mio disco dell’estate. Un disco che Itunes mi tagga come power-pop, ma che secondo me ha più richiami a un certo indie-rock americano, al pop-punk più becero e a quella sorta di garage da stronzi che tirava un sacco fino a un paio di anni fa. Il mio disco dell’estate è di una band di cui non so assolutamente nulla. È stato registrato in una cantina, con quello che molto probabilmente è il peggior cantante della storia dell’uomo e con quello che è sicuramente il peggior batterista della storia dell’uomo.
Il mio disco dell’estate è senza ombra di dubbio una merda. Che però alle mie orecchie risulta assolutamente adorabile.
E posso confidarvi che Shamebirds finirà nel cassetto del costume con un leggero ritardo rispetto ai suoi predecessori.
Perché ho tutta intenzione di tenermelo stretto durante quei giorni in cui, a casa da solo, penserò a quanto sarebbe bello avere qualcuno con cui andare al mare.

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