Prima che si spegnessero le luci del Live Forum e i Brand New salissero sul palco sono stato in completo silenzio per almeno cinque interi minuti, dondolandomi sulla pianta dei piedi, guardandomi attorno di tanto in tanto per studiare la disposizione del pubblico e fissando la grancassa della batteria con la familiare scritta CC.

In realtà lo faccio sempre. Appena prima di un concerto a cui tengo ho bisogno di staccare la spina da tutti e aspettarlo in quiete, almeno io, mentre il locale inganna l’attesa con canzoni che non voglio sentire e tutti intorno a me parlano creando un chatting indistinguibile. Uso “chatting” in luogo di “chiacchiericcio” non tanto per sentirmi vivo, quando perché lo ritengo più vicino alla sensazione di ciabatte che sbattono sulle pozzanghere che è circa il fastidio che mi provoca la gente mentre io fisso senza un perché una porta da cui dovrebbe uscire un gruppo.

Il fatto è che sono più emotivo di quanto io sia disposto ad ammettere. Vivo i giorni che si avvicinano al concerto come una seccatura, la giornata del concerto come un piacevole diversivo dal solito bicchiere di birra in centro, l’arrivo al locale come l’imprigionamento in un luogo colmo di persone che non possono, non devono sentire la data tanto quanto la sento io, i 5 minuti prima del concerto come i 5 minuti prima della mia discussione di laurea. E meno male che la musica unisce.

Non sono disposto ad ammettere la mia emotività per motivi che sarebbero chiari solo all’analista che non ho, ma non ho la pretesa di trovarli da solo. Ci convivo, vedendomi sbugiardato ogni volta che provo a mostrarmi più forte. Ma con i Brand New il discorso era ben diverso.

Nel 2001, quando uscì Your Favourite Weapon io amministravo con fatica i durelli mattutini. Nel 2003, quando uscì Dejà Entendu, il mondo in cui volevo entrare fece una bella festa e io ci arrivai tardi. Nel 2006, l’anno che finora più di tutti fa da spartiacque nella mia vita, quello che per la generazione precedente alla mia è il 1994, ero pronto a farmi prendere a ceffoni da The Devil & God Are Raging Inside Me. Di quel disco ricordo l’impatto devastante di Sowing Season, che mi stordì. Ricordo un interrogativo perenne, come facessero con intuizioni così semplici a creare un disco così complesso e stratificato, come le canzoni potessero essere scarne e allo stesso tempo così lavorate, così levigate. Mi ricordo l’inizio dell’università, quando ero poco più che un ragazzino appena patentato, e il mio primo viaggio in autostrada, fino a Zurigo, per andare a vederli perché mi ero perso Milano (e chi andò a Milano si perse il portafoglio), ricordo la macchina che si ruppe in Svizzera inoltrata, e il concerto guardato con un orecchio alle canzoni, e la testa al pensiero di come fare a passare la notte e tornare a casa da Zurigo con una macchina che non andava più in quinta.

Quella sera i Brand New non stavano granché bene. Capivano a malapena dove si trovavano. Io stesso credevo fosse tutto un brutto sogno, un preludio ad un periodo della mia vita che sarebbe stato sulle stesse frequenze: lontano, alienante, apatico. Al solito, generalizzavo, e andò un po’ meglio. O forse è un pensiero postumo, è ora che mi sembra che le cose siano andate meglio, ora che aspetto che i Brand New salgano sul palco quando nel frattempo, nell’immagine che io ho di loro, non è cambiato quasi niente. Di mezzo un disco, Daisy, nel 2009, che non ha lasciato impronte, né belle né brutte. Quindi, alla fine della fiera, le carte in tavola erano le stesse. E in quei cinque minuti di magone in cui non riuscivo a pronunciare una parola né ai miei compagni di viaggio, né ai tanti volti noti che si erano riuniti al Live Forum per celebrare un vero eterno ritorno, cercavo di trovare le corrispondenti differenze in me e in loro, ma io ero cambiato e loro no. The Devil & God are raging inside me era ancora lì, per nulla scalfito dal tempo. Avevo come la sensazione che fosse uscito da un mese, ed erano invece 7 lunghi anni. Allora mi sentii tradito. Mi sentii tradito da me stesso, perché avevo la presunzione di poter affrontare il ritorno dei Brand New, ibernatisi quella sera di gennaio 2007 a Zurigo solo per me e per permettermi il gioco del “cos’è cambiato oggi”. Pensavo di potercela fare a guardarli finalmente con un gelido distacco nato dalla maturità, dalla consapevolezza delle cose, dalla mia maturazione come persona e come musicista, e invece ero teso.

 

Il parcheggio del Live Forum, una volta finito tutto.
Il parcheggio del Live Forum, una volta finito tutto.

Alla fine di Limousine, il pezzo più eclettico di The Devil & God are raging inside me il concerto è diventato qualcos’altro. Jesse Lacey ha iniziato a vagare sperduto sul palco, e a guaire versi della canzone lontano dal microfono, si dovrebbe dire a cappella ma non era esattamente questo. Non era in realtà niente che si possa definire, e lì sul momento era abbastanza difficile trovare un nome a ciò che stava succedendo. Qualcuno c’è riuscito, sempre dopo averci pensato abbastanza credo. Ora, a bocce ferme, definirei quel minuto, minuto e mezzo (è stato di più? di meno?) come l’essenza della musica che cerco. Forse l’essenza di ciò che cerco, senza restringere il campo alla musica. È una comunicazione troppo diretta e simbiotica, qualcosa che è difficile da esperire in altri momenti della vita. Sono quegli attimi che ti parlano e forse capitano 4, facciamo 5 volte in un’intera esistenza. Non mi ci è voluto molto poi a connettere questi due momenti: i 5 minuti prima del concerto in cui ho dovuto, senza nemmeno accorgermene, risolvere 7 anni della mia vita, e il minuto e mezzo in cui  Lacey ha pensato bene di darmi le risposte, senza conoscermi, senza guardarmi in faccia, senza curarsi di me. Nel modo più inaspettato e fulminante possibile. Quella che chiameremmo epifania.

Di mezzo, un concerto. Che è sempre, quasi sempre, una cosa emozionante.