La storia romanzata delle mie due settimane a Bressanone e del mio amore viscerale per gli As Friends Rust.

Ricordo le mie due settimane a Bressanone come tra le peggiori della mia vita. Non tanto per valore assoluto, quanto più per costanza e picchi di sgradevolezza.
Avrei evitato volentieri di andarci, ma se sono riuscito a rubare una laurea inutile il merito è tutto di quel paesino di merda e dei corsi che l’università di Padova tiene lì durante l’estate. Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le facoltà, solitamente vengono privilegiati gli esami più problematici e impegnativi di un determinato corso di studi. Io, ad esempio, svariati anni fa mi accodai al corso di statistica.
Il piano tutto sommato era semplice. Due settimane di full immersion sui libri per sostenere l’ultimo giorno, prima di fuggire, il maledetto esame. La formula dei corsi di Bressanone è di per sé valida. Aiuta a snellire le sessioni estive e le lezioni mirate a un numero ridotto di studenti vengono decisamente incontro a quelli come me. Si insomma, come dire, quelli ritardati.
Il tutto viene spacciato come una collaborazione tra atenei, la verità è che si tratta di un espediente perversamente ingegnoso per riempire le tasche di una regione che ha a tutti gli effetti un disperato bisogno di introiti. 
Non mi è ancora chiaro il motivo per cui io abbia dovuto dare un esame di statistica, ma considerando la mia inettitudine con i numeri quelle lezioni estive rappresentavano l’unica speranza per metterlo in saccoccia. Affrontai quest’impresa con il solito approccio serio e meticoloso. A una settimana dall’inizio del corso non avevo ancora un alloggio, una macchina per raggiungere Bressanone e nemmeno i libri di testo. Dovetti addirittura implorare il responsabile di inserirmi manualmente tra gli iscritti perché la mia richiesta era ovviamente arrivata in ritardo. Faticai perfino nella preparazione di un bagaglio degno di tal nome. Non sapendo organizzare gli spazi confezionai una valigia ignobile, impossibile da chiudere nonostante fosse vuota. Pessima partita a Tetris. Eliminato al primo livello.
Nonostante gli intoppi e l’insufficiente quantità di vestiti, montai in macchina nel pomeriggio di una calda domenica di fine luglio, consapevole che avrei dovuto passare il mio compleanno da solo, in un posto dimenticato da Dio e, per di più, studiando una materia per la quale non nutrivo il minimo interesse. Invecchiare non è la mia passione, mettiamola così, e l’umore non propriamente raggiante influenzò gli ascolti che virarono con decisione verso gli As Friends Rust, band che da sempre alimenta il mio lato oscuro.
Vorrei essere in grado di spiegare quanto questi ragazzi siano importanti per me. Mi piacerebbe costringere ogni singola persona di mia conoscenza ad ascoltarli, ma l’eventualità di una reazione fredda e distaccata mi terrorizza. So già che direbbero che non sono niente di che, che sono uguali ad altre centinaia di gruppi. Per me invece ogni ascolto è come se fosse il primo. Tutte le volte mi prendono a calci nello stomaco e poi, quasi sentendosi in colpa, mi si siedono vicino per accarezzarmi affettuosamente la nuca. Tutto fa schifo – mi ripetono – e noi non possiamo farci niente.
L’andata me la sono giocata così, con un’accurata playlist di pezzi presi dai loro primi lavori. Chitarre tamarre, qualche breakdown, urlacci. Tutte caratteristiche che solitamente mi danno il voltastomaco ma che loro, paradossalmente, riescono a rendere entusiasmanti.

Padova – Bressanone è una tratta di circa tre ore che diventa interessante solo verso la fine, quando l’autostrada comincia ad insinuarsi tra i monti e i costoni rocciosi sembrano volerti franare addosso. Da un punto di vista puramente estetico le montagne mi piacciono, tanto da farmele preferire al loro più acerrimo nemico, il mare. Il mio sfondo desktop parla chiaro: sì a neve, rocce e alberi, no a spiagge lucenti e acqua trasparente.
Trovo irresistibili soprattutto le classiche case sperdute di montagna, quelle inerpicate sulla parete scoscesa che sembrano restarci aggrappate più per grazia divina che per qualche sagace scelta architettonica. Mi interrogo sempre sul senso di vivere in una situazione simile. Così lontano dall’esistenza i problemi svaniscono? Più probabile diventino più grandi. Magari il cambio di panorama risulta ininfluente e la vita rimane il solito bluff.
Essendomi mosso con colpevole ritardo non trovai un letto in paese, tutte le locande erano già prenotate e gli alloggi di proprietà dell’Università erano già occupati da studenti ben più meritevoli del sottoscritto.
Alloggiai a Naz, frazione poco distante ma ancor più sperduta e isolata. Il mio hotel era di fatto quello di Shining. Imponente, circondato dal nulla, con i terrazzini in legno che disegnavano ghigni malefici che sembravano intimarmi di darmela a gambe perché lì sarebbe finita male molto presto. In un qualsiasi altro momento una sistemazione del genere mi avrebbe fatto impazzire. Spazi enormi, pace, silenzio. Perfino un campo da calcetto, con tanto di porte e reti nuovissime, immacolate. Ancora terribilmente bianche, come i sorrisi sui cartelloni appesi negli studi dentistici. Mi divertivo a calciare nella porta vuota un pallone duro come pane vecchio per poi esultare in maniera ridicola e scomposta. Dopo il gol che mi regalò la coppa del mondo mi tolsi la maglia, complice il clima favorevole, e la gettai con fare spaccone verso le montagne che mi circondavano. Così, giusto per arringarle.
La mia stanza era piccola e sparuta ma, come tradizione tirolese impone, impeccabile. Neanche l’ombra di una macchia. Sulla parete laterale più vicina alla porta d’ingresso si trovavano una vecchia scrivania in legno, accompagnata da una scomodissima sedia, e un armadio gigantesco che rendeva ancor più modesto il mio bagaglio. Infine, ai due estremi della stanza, c’erano due letti. In uno ovviamente ci dormivo, l’altro, spoglio di lenzuola e cuscino, divenne la cartolina della mia permanenza altoatesina.

Le mie giornate arrancavano secondo una precisa routine figlia dei ferrei orari germanici. Le lezioni terminavano a metà mattina e l’aula studio chiudeva alle 16. Ogni giorno mi ritrovavo con un sacco di tempo libero e pochissime idee sul come impiegarlo. Optai per la soluzione più ovvia, quella che non richiedeva alcun tipo di astrazione, camminare. Senza una precisa meta né alcuna velleità esplorativa. Andavo a zonzo come uno stronzo.
Io e la toponomastica non siamo mai andati troppo d’accordo. Ho praticamente sempre vissuto a Padova e tutt’oggi darmi un appuntamento da qualche parte diventa uno stillicidio di domande. C’è qualche bar lì vicino che conosco? Puoi descrivermi la zona? Ci siamo già stati assieme? Cerimoniale che diventa ancor più imbarazzante a parti invertite, quando mi ritrovo a dover indicare qualche luogo in particolare risultando puntualmente incapace di collocarlo all’interno di un’ipotetica cartina. I navigatori hanno semplificato di molto la vita, ciò non toglie che girare con la mappa della mia città sotto il naso è un’operazione troppo imbarazzante persino per me.
A furia di macinare passi arrivai a scoprire ogni angolo, ogni vicolo e ogni piazzetta di Bressanone. Non che sia una grande impresa, ma se per assurdo avessi avuto anche solo una leggera infarinatura di cartografia sarei riuscito a stendere a memoria un prospetto esaustivo e molto accurato.
In quei lunghi pomeriggi il mio corpo era diviso in due parti distinte e non comunicanti. La parte inferiore lasciava andare le gambe, ignorando distanze e stanchezza. Fluttuavo, come la tizia in quel video dei Royksopp, sentendomi totalmente estraneo al contesto, distante dalle persone che sfioravo con la manica della maglietta. Loro potevano vedermi ma sembravano non voler badare alla mia presenza.
La parte superiore percorreva ostinatamente strade tutte uguali nella speranza di riuscire, prima o poi, a vederle diverse. Gli occhi immagazzinavano dettagli, ritagli interessanti. Le orecchie invece rinnegavano il mio astio per gli EP consumando in un disperato repeat A Young Trophy Band in The Parlance Of Our Times. Si tratta dell’ultima uscita degli As Friends Rust prima dello scioglimento ed è forse la più ammiccante e orecchiabile della loro discografia. O magari solamente la più matura e a fuoco. Dentro ci sono alcuni dei miei pezzi preferiti, perfetti per dare un tono malinconico e agrodolce a qualsiasi tipo di pratica. Una passeggiata in montagna, una birra in solitaria o la definitiva accettazione della propria miseria.

In quei giorni a pesarmi non erano tanto la noia e la statistica. Anche Bressanone, in fin dei conti, è un paesino davvero grazioso e accogliente. Il problema era il troppo tempo a disposizione che mi portava inevitabilmente a fare i conti con me stesso, con tutti i miei limiti e l’innata propensione all’errore. Realizzai per la prima volta, concretamente, che nella vita è necessario possedere un certo tipo di stoffa che io purtroppo non avrò mai. La stoffa per adattarsi a tutte le situazioni, per abbracciare i cambiamenti, la stoffa per non avere paura di tutto ciò che esiste. Non so quante volte nel corso degli anni ho provato a convincermi che la soluzione ideale sarebbe stata partire, lasciare Padova con tutti i sui brutti ricordi. Quando le cose non giravano, quando mi convincevo che non mi era rimasto più nulla di indispensabile. Immaginare di mollare tutto, ricominciare con altri obiettivi e diversi stimoli in qualche modo mi confortava. Certo, sarebbe stata comunque una fuga, ma sarei riuscito a cucirle addosso un abito più elegante, quasi poetico.
A momenti invece davo di matto per poco più di dieci giorni a 200 km da casa.
Le persone come me hanno bisogno di qualcuno che, per carità o autolesionismo, sia disposto a guidarle in ogni passo. Una specie di cattivo tenente con ben chiaro in testa cosa sia necessario fare. Mi sono sempre impegnato al massimo per mandare tutto a puttane, ma questo non è altro che il riflesso di un blackout del destino al quale non riesco a smettere di pensare.
Ci pensavo ogni notte in quell’hotel in mezzo ai monti, mentre con la testa che affondava nel cuscino guardavo il materasso abbandonato su una rete a doghe totalmente inadeguata a fornire il minimo supporto lombare. Ci stavo pensando anche quella volta in cui riposavo le gambe su una panchina del Duomo di Bressanone. Avevo pranzato da poco e il sole scaldava la mia lenta digestione quando incrociai il professore del mio corso di statistica. Si fermò, forse sorpreso dal mio aspetto abbacchiato o dal libro che tenevo in mano, e mi concesse l’inaspettato diversivo di una breve chiacchierata. Mi parlò dei suoi autori preferiti, che io ovviamente finsi di conoscere a menadito, e di come Bressanone a lui piacesse da morire. “Aria pulita, tranquillità, persone ospitali” ripeteva in una stantia ma piacevole filastrocca. Fu talmente gentile che in lui, per un attimo, potei intravedere una flebile vena di reale preoccupazione nei miei confronti, quasi al limite del paterno, tanto che avrei voluto confidargli che non mi ero mai sentito così solo come in quel momento e che provavo un’enorme pena per me stesso. Evitai, temevo potesse sembrare uno stratagemma per elemosinare un buon voto. Lo salutai con sincera tristezza e tornai al mio libro, l’unico libro in mio possesso che può vantare una dedica al suo interno. Riporta la rosa della nazionale di calcio della Jugoslavia a Italia ’90, la squadra più romantica della storia. Rilessi ancora una volta tutti i nomi e imbattermi in quelli di Prosinečki e Stojković, lì per lì, mi fece sentire meglio.

L’ultimo giorno mi alzai con largo anticipo sulla sveglia, nel tentativo di pesare i pensieri. Da una parte ero estremamente preoccupato, fallire l’esame avrebbe significato sperperare un sacco di soldi e rendere di fatto inutile un viaggio già di per sé pesante. Dall’altra, sapevo che finiti gli esercizi sarei fuggito da quel posto e tale idea mi donava una certa euforia. Del compito non ricordo nulla. Non ricordo in cosa consistesse, non ricordo se lo trovai difficile e quali fossero le mie sensazioni una volta consegnato il foglio. Ricordo invece molto bene il momento in cui mi sedetti in macchina, con il navigatore impostato su ‘casa’, gli improperi territoriali scanditi a gran voce nella sicurezza del mio abitacolo e la visione della sbronza schifosa che mi sarei preso di lì a poco per dimenticare le ultime due settimane e, perché no, pure qualche giorno in più. Forse avrei dovuto trovare un disco in grado di amplificare quella sensazione di leggerezza, in modo da godermi appieno uno dei rari momenti dove la vita smette per un istante i panni dell’oscuro abisso di tristezza.
Un disco facile e spensierato sarebbe stata la scelta più ovvia, invece decisi di rimanere coerente con il percorso intrapreso all’inizio della mia scappatella e chiusi il cerchio con Won, un album certamente non allegro che però riesce sempre a scuotermi, a darmi una bella sveglia. È il classico disco che ti sceglie. Un bel giorno ti ci imbatti quasi per caso e non puoi far altro che ringraziare per la splendida opportunità, fiero di esserti avvicinato quella volta a ciò che la gente più competente di te chiama punk.
E poi Won ha tutto. I pezzi a mille all’ora, quelli più d’atmosfera, le melodie pazzesche e i soliti testi della madonna. Sparato a un volume vergognoso mi permise di percorrere il tragitto di ritorno in un tempo record. In barba al traffico autostradale di un sabato di inizio agosto e al pranzo. A lungo accarezzai la possibilità di non fermarmi neanche per urinare, ma l’idea di dover buttar via mutande, pantaloni e sedile dell’auto mi condusse infine alla scelta più saggia e sensata.
Onestamente non so cosa mi aspettassi di trovare una volta arrivato a casa. Forse banconote da 50€ sugli alberi e fontane di cioccolato in ogni piazza, ma un paio di giorni della solita routine bastarono per ricomporre prepotentemente la banalità del quotidiano.

Anche se non posso iscrivere il mio soggiorno in Alto Adige all’interno dell’album ‘ricordi preziosi’, in fin dei conti sono riuscito a fare tesoro di quella esperienza, imparando molto. Ho capito che la statistica non fa per me, che adoro alla follia i canederli e che la lingua tedesca mi causa un’incontrollabile senso di ilarità.
Ho poi imparato che con me luoghi e persone hanno poca importanza, sarò sempre in grado di trovare un modo per rendere insopportabili anche le faccende più banali.
Che io sia maledetto se in fondo la cosa non mi piace da morire. 

Ovviamente all’esame sono stato bocciato.
Scherzo, ho preso 30. Neanche a dirlo, un gioco da ragazzi.

Mentre perdevo ore preziose appresso un’arte che non sarò mai in grado di padroneggiare, gli As Friends hanno buttato fuori due pezzi nuovi. Due bombe, ma su questo non ho mai avuto dubbi.