Non so dire quante volte ho visto quell’espressione sul volto di mia madre. Si tratta di una peculiare miscela di scoramento, insoddisfazione e delusione. A causa di uno strano movimento della pelle, gli zigomi vengono messi in risalto e le labbra finiscono accerchiate da due leggeri solchi che tracciano il viso per lungo.
È una specie di sorriso amaro. Amarissimo, stile aranciata di Elio.
Quella Santa Donna ne ha passate di tutti i colori. E se penso alle pantagrueliche quantità di merda che ha dovuto ingiustamente ingoiare a causa mia, mi sento un verme.
Con il tempo quello sguardo ho imparato a conoscerlo, a temerlo e, infine, ad accettarlo, senza mai riuscire a sentirmi completamente immune.
Lo riconobbi per la prima volta quando mi presentai a mia madre con i capelli viola. Lo sconforto e la delusione non nascevano tanto per il ridicolo colore dei miei capelli, bensì per quello che avevo combinato prima e, considerando l’arguzia di mia madre, perché con tutta probabilità aveva capito che il dopo sarebbe stato ancor più frustrante e problematico.
Se non si considerano contesto e indelebili strascichi, la storia dei capelli viola diventa piuttosto divertente. In fin dei conti comprende una specie di fuga da casa, una capitale europea, altri due imbecilli e una ventina di giorni vissuti come rifiuti della società. Tra sporcizia, degrado personale, sbronze e intere giornate passate ad estremizzare il concetto di bisboccia.
Il gin bevuto alla mattina pensando fosse acqua, le surreali chiacchierate col pakistano del 24h, le abbuffate di paté d’oca scaduto e i capelli viola sono solo le porcherie meno imbarazzanti commesse in quei giorni.
Periodo estremamente divertente, lo ammetto. E, nel suo piccolo, memorabile. Zero figa, zero programmi, solo un grandissimo disprezzo per il nostro corpo e una ferrea volontà di abbassare sensibilmente la nostra aspettativa di vita.
Rivista ed analizzata con occhio più anziano, anche se non tanto più maturo, quella gita fuori porta rappresenta senza ombra di dubbio uno dei miei primi tentativi di ingenua e inconcludente ribellione giovanile. Una ribellione senza un vero scopo, senza valori e senza ideali. Una ribellione che mi ha portato solo guai e che sarebbe meglio titolare in altro modo. Ad esempio “Ode all’idiozia”, o con il più accademico “Scadente rappresentazione della sconfinata stupidità umana”.
Si potrebbero avanzare infinite tesi sulle cause di tutte le cazzate che ho combinato da ragazzino, ma persino il peggior detective sarebbe in grado di capire la realtà dei fatti. Una realtà che mi vede innocente, totalmente privo di colpe, vittima di un’entità astratta che ha corrotto e traviato la mia mente. Entità verso la quale non avevo alcun efficace meccanismo di difesa.
Chi è quindi il vero colpevole di tutta questa sofferenza? Il punk-rock, ovviamente.
Verosimile, no?
Mi è addirittura facile stimare il momento in cui si scatenò il maremoto, il giorno esatto in cui decisi di attraversare lo Stargate.

 

 

 

 

Deco 2003. Il primo viaggio in treno da solo. Il primo concerto fuori dalle mura della mia città e la prima vera occasione di vedere gruppi di un certo calibro. Gruppi che di lì a poco avrebbero influenzato in maniera netta non solo la mia cultura musicale ma anche la mia vita, il mio approccio ad essa e alle altre persone. È fin troppo facile individuare in questo festival il momento in cui tutto è cominciato. Il luogo dove ho capito che il punk-rock e la musica in generale sarebbero stati i campi dove investire tutto il mio interesse e tutte le mie energie.
Avevo 17 anni ed ero una persona decisamente più interessante di quanto lo sia ora. E non perché a 17 anni la condizione di miserabile fallito sia meno ingombrante, ma semplicemente perché ero una persona diversa. Non avevo ancora la pancia, ero ottimista, ricettivo, propositivo, mi fidavo delle persone e, soprattutto, ero in possesso di una curiosità vorace. Una specie di fuoco interiore che non solo mi trascinò a Bologna, ma che mi fece vivere quel festival come se fosse il paese dei balocchi.
Fa veramente male vedere come quella sana curiosità sia svanita da un pezzo. Oscurata, annichilita dalla pigrizia, dall’apatia e dalla vergognosa e presuntuosa convinzione di aver ormai visto e provato tutto.
Credo di non aver più guardato nessuno da sotto il palco come guardai i BoySetsFire a quel concerto.
Con gli occhi sgranati e probabilmente un po’ umidi. Con il groppo in gola e la mente ingabbiata in una sorta di trance. Come se loro in quel momento fossero il pastore Jones e io uno dei suoi umili adepti, pronto, al segnale, ad ingoiare il cianuro per liberarmi per sempre dal male.
Nella mia vita mi sono sentito diverse volte minuscolo, insignificante. Davanti a una donna, all’università, in un colloquio andato male. E ne sono sempre uscito umiliato, con la voglia di nascondermi sotto dieci metri di terra.
Quella volta a Bologna mi sono sentito minuscolo e insignificante per tutto il loro set, ma le sensazioni erano completamente diverse. Era come se loro, dall’alto di quel palco forse anche troppo grande, mi stessero dicendo di stare tranquillo. Che sì, era giusto che mi sentissi una merda, ma che non era colpa mia, semplicemente erano loro ad essere fuori concorso. Non c’era niente da fare, se non certificare, e di conseguenza accettare, la loro grandezza.
After The Eulogy è uno di quei dischi che mi hanno cambiato la vita. Mi ha svezzato, non solo musicalmente, e mi ha insegnato moltissime cose.
L’importanza dei testi e di determinati valori, che un uomo bellissimo può essere anche un cantante della madonna.
Mi ha fatto inoltre capire che sì, il punk è una bomba, con quella storia dei tre accordi e del non saper suonare, ma che al contempo avere una discreta confidenza con il proprio strumento non è poi una gran tragedia. Anzi.
Ma il merito più grande di questo disco è probabilmente quello di aver spalancato le porte di un mondo nuovo. Quello fatto di tante misteriose definizioni di genere, il più delle volte precedute dalla magica parolina “post”. Potrà sembrare un percorso tortuoso, un collegamento un po’ forzato, ma senza i BoySetsFire non conoscerei i Fugazi e probabilmente non avrei mai ascoltato i Mogwai.
Alla fine non è questo il bello della musica, scoprirne sempre di nuova? Probabilmente no.
Anche perché, per quanto mi riguarda, potrei morire felice ascoltando unicamente questo pezzo per il resto dei miei giorni.

Punk-rock saved my life” è proprio una bella frase. Mi è sempre piaciuta molto, eppure non sono mai riuscito a farla mia.
Sono convinto che il punk-rock in fondo la mia vita l’abbia rovinata. Facendomi credere in sogni per lo più irrealizzabili e distraendomi da aspetti della vita decisamente più importanti. Certo, mi ha anche dato tantissimo, sarebbe ingiusto negarlo. Amici, una passione che ancora non è appassita, esperienze uniche, tante storie da raccontare e, soprattutto, la voglia di continuare a suonare nonostante le difficoltà e la totale mancanza di talento.
Troppo spesso, però, mi ritrovo a chiedermi se il gioco sia valso la candela.
Da un po’ di tempo, diciamo più o meno da trent’anni, sto attraversando una profonda crisi esistenziale. Questa è iniziata quando ho capito lo sconfortante destino delle nostre esistenze. Ossia donare tutto il nostro amore a persone che non lo vogliono o, ancora peggio, che non lo meritano.
Mia madre ha avuto la sfortuna di vivere in prima persona la seconda situazione e, principalmente per causa mia, ha finito col pagare un conto salato.
Forse è per questo che con il passare del tempo quella smorfia sul suo viso è diventata indelebile e il suo volto ha cambiato definitivamente fisionomia.
Di recente ho però notato che quella smorfia ogni tanto scompare. Per momenti brevissimi, quasi impercettibili. Questa cosa succede solo quando mia madre si cimenta nell’ascolto dei dischi che ho registrato con i miei gruppi di merda. Può sembrare assurdo, un qualcosa di inverosimile, ma è la pura verità.
Magicamente la smorfia svanisce, il volto si distende e la delusione, la frustrazione e l’amarezza si fanno più timide.
Non riesco davvero a decifrare cosa succeda in quegli attimi, cosa contribuisca a ridare serenità al viso di mia madre. Se è il fatto di non capire assolutamente nulla di quello che sta ascoltando o se, in fondo, riesca a provare del timido e ingiustificato orgoglio per qualcosa che mi vede coinvolto.
Ogni tanto vorrei chiederle cosa succede, sapere la verità. Scoprire a cosa pensa mentre ascolta quel guazzabuglio di suoni immondi, ma ho troppa paura di rovinare tutto.
L’idea che il punk-rock abbia davvero combinato qualcosa di buono alla mia vita mi piace molto. E intendo rimanerci aggrappato il più a lungo possibile.