C’è una farfalla in camera mia. È piccola, con delle belle ali bianche sporcate in prossimità dei bordi da alcune macchie marroni.
La incontro ogni sera da ormai un paio di settimane. Si posa sulle pagine del libro che sto leggendo o, attratta dai colori guizzanti del monitor, cerca di minare la mia concentrazione mentre porto il Padova a vincere la Champions su Fifa.
Nonostante il mio certificato odio per ogni tipo di insetto non ho mai sentito la necessità di ucciderla o scacciarla.
La farfalla continua a svolazzare per la mia stanza e la cosa comincia addirittura a piacermi. Mi distrae, diciamo così, in un periodo in cui stare da solo non mi piace proprio per niente.
Tempo fa lessi un’intervista a Marion Cotillard in cui parlava del suo rapporto con la solitudine, di come fosse riuscita non solo ad accettarla ma addirittura ad apprezzarla, fino a riuscire a trasformarla in una compagna di vita, in un’esperienza formativa e positiva.
Mi piacerebbe sapere quanto c’è di attendibile dietro queste parole. Se si poggiano su basi sincere e veritiere o se si tratta della solita trovata ad effetto per liberarsi dell’ennesima intervista inutile.
Lungi da me voler andare contro Marion, donna dallo sconfinato talento e dall’annichilente bellezza, ma il mio cinismo mi porta a propendere per la seconda opzione.

L’altra settimana, solo come un cane, sono andato a vedere un concerto fuori città. Tolta l’ora effettiva del set, una bella cannonata, per tutto il resto del tempo mi sono sentito incredibilmente a disagio. Nessuno con cui scambiare due chiacchiere, nessuno con cui condividere una birretta, nessuno con cui deridere i dementi del cazzo che nel 2019 fanno ancora violent dancing.
Non si trattava certo del primo concerto in solitaria, ma stavolta non ero dell’umore per affrontare un simile contesto e alla fine l’ho pagata.
Il punto più basso l’ho raggiunto in macchina, durante il viaggio di ritorno, dove mi sentivo così solo che ho cominciato a parlare con me stesso.
– Bomba il concerto.
– Pazzeschi, in forma smagliante.
– Scaletta della madonna.
– Solo pezzi vecchi, da paura.
– Sta diventando patetico, vero?
– Direi. Alza la radio e piantiamola qui, ti prego.

Mi riesce veramente difficile trovare qualche timida analogia tra la mia esperienza e quella della Cotillard, ancor di più adesso che la mia situazione risulta essere radicalmente cambiata rispetto a qualche anno fa. Nessun aspetto piacevole, nessun risvolto positivo, ad oggi i momenti in cui mi ritrovo da solo sono sempre e comunque un’imposizione e rappresentano il misero fallimento delle mie scelte di vita.
Ormai mi è impossibile non prestare il fianco a noia e angoscia, e tutto ciò si traduce spesso e volentieri in attimi di inutile, dannosa e immotivata introspezione.
Mi chiedo quanto ancora mi rimanga da vivere e se la mia attuale condizione possa concretamente essere definita vivere. Mi chiedo se sia davvero possibile smettere di bere e come avrebbe potuto essere la mia vita se mi fossi scoperto omosessuale.
Ieri, mentre la sentivo per puro caso immerso nel buio bollente di camera mia, ho cominciato ad interrogarmi sui motivi che mi hanno portato ad evitare per diversi anni questa canzone.

La risposta all’ultima domanda è piuttosto immediata, a dire la verità, e trova la sua collocazione nella concezione della musica come entità e non come semplice passatempo, in una sua rappresentazione d’insieme estremizzata che le dona un’importanza forse maggiore del dovuto. Importanza che la rende parte integrante del quotidiano, agevolando così il suo insinuarsi in ogni singolo spaccato di vita.
Non c’è nulla di male in questo, sia chiaro. Disgraziatamente, ha ragione Sono.
La vita è dolore, vivere fa male.
Questo assioma, se inglobato nella teoria precedente, porta alla luce un intoppo tanto seccante quanto piuttosto ovvio. Tutti i brutti ricordi e le esperienze poco piacevoli inevitabilmente si appiccicano alle canzoni, le imbastardiscono, lordano i testi, trasformano le melodie in mattoncini Lego da calpestare coi talloni, rendendo certi ascolti impossibili.

Potrei facilmente stilare una sorta di cronistoria, utilizzando un processo mnemonico immediato e dal fascino fanciullesco, con accanto ad ogni avvenimento sgradevole una nota che riporta la canzone o il gruppo che in quel momento stavo ascoltando con più slancio.
Io sono un provinciale, come più volte mi è stato ripetuto in tono sprezzante e denigratorio, e la stragrande maggioranza delle esperienze le ho vissute tra le mura della mia squallida città. Sarebbe quindi interessante recarsi in una qualunque libreria per acquistare una mappa di Padova, una bella cazzatona da turisti con le vie riportate a caratteri cubitali e i disegni stilizzati dei luoghi d’interesse, stenderla sul mio poco stabile tavolino Ikea, imbracciare un gigantesco pennarello rosso e segnare con un bel cerchio tutti quei posti che ancora frequento regolarmente e che, con tutto me stesso, vorrei radere al suolo.
Dentro ad ogni cerchio rosso ci piazzerei una scrupolosa playlist, per completare così quella che potrei chiamare “La mappa dell’amarezza”.
Ad ogni luogo la sua delusione. Ad ogni delusione la sua personale colonna sonora. Ogni colonna sonora con la propria metafisica spiegazione.
Per me tale tipologia di problematica risulta ancor più intricata, visto che la chiusura mentale che mi ostino a chiamare coerenza ha limitato pesantemente la varietà dei miei ascolti, trasformando tutti i miei gruppi preferiti in solleciti di fallimenti e sconfitte. Negli anni ho cercato di salvarli dall’oblio, soffiando via la polvere che si era ammassata sui dischi, provando in qualche modo a sovrapporre nuovi ricordi, piacevoli o anche solo innocui, in grado di scalzare quelli vecchi ancora troppo fastidiosi e invadenti.
Per alcuni gruppi non c’è stato nulla da fare, le ferite erano troppo profonde e sono stato costretto a decretarne il decesso. Caduti sotto i colpi del nemico, in questa sede rendo loro onore.
Per altri è stato possibile attuare una cura un po’ raffazzonata, ma fortunata ed efficace.

I Saves The Day sono probabilmente la cosa più bella che mi sia capitata nella vita, eppure per poterli ascoltare di nuovo con piacere ho dovuto attendere tre anni e un loro concerto dietro casa mia. Ho dovuto aspettare che Chris mi sputasse in faccia Rocks, Tonic, Juice, Magic con una chitarra elettrica scollegata e scordata in un parcheggio di merda con vista cavalcavia. Un quadro in grado di fondere alla perfezione l’odio che provo per la mia città e la mia vigliacca abilità nel trovare sempre una scusa valida per convincermi a non mollarla.

Ricordo nitidamente di aver sognato Dan Andriano diversi anni fa.
Portava una maglietta sdrucita e aveva un’aria terribilmente sciupata.
Mi disse, senza mai guardarmi in faccia, che le cose gli stavano andando male, che aveva ricominciato a bere pesantemente e che la vita era davvero un bel casino. Io lo ascoltavo attentamente. Scosso, preoccupato.
Alzando all’improvviso lo sguardo mi chiese, con tono triste e rassegnato, perché avessi smesso di ascoltare gli Alkaline Trio.
In preda all’imbarazzo provai a spiegargli quanto la situazione fosse articolata, non si trattava certo di un atto premeditato. Semplicemente, le loro canzoni mi ricordavano troppe cose che avrei preferito dimenticare. Prima ancora di poter concludere mi fermai e, guardandolo negli occhi, gli chiesi scusa, promettendo che avrei provveduto a sistemare al più presto le cose.
La mattina successiva mi sono svegliato un po’ confuso. Mi sono stropicciato gli occhi, ho ingurgitato in tutta fretta la pastiglia per la tiroide e ho sparato a volume ridicolo Private Eye.

I Lawrence Arms li ho riacchiappati per il bavero andandoli a vedere a Londra, in un viaggio che non potevo permettermi e in cui ho seriamente rischiato di morire. Una storiella piuttosto divertente.
Dare consigli a me è come regalare un telescopio ad un cieco, un gesto tanto nobile quanto inutile. – Attenzione quando attraversi la strada, non dimenticare che lì guidano a sinistra – mi aveva ricordato mio padre prima di partire. Al primo attraversamento pedonale ho ovviamente controllato il verso sbagliato della carreggiata e un furgone delle consegne mi ha quasi travolto, mancandomi di un niente. Sono rimasto immobile un quarto d’ora, con il prepotente suono del clacson che continuava a martellarmi i timpani e le risatine cockney dei passanti che accompagnavano la riga di sudore gelato che, piano piano, lungo la schiena si faceva strada fino all’elastico dei miei slip.
Si dice che nelle esperienze di pre-morte ti passi davanti agli occhi tutta la vita. Io invece ho visto una festa con una numerosa tavolata, cibi deliziosi e alcol a fiumi. Le bottiglie di spumante contribuivano all’allegria con grandi botti, i tappi in sughero si libravano con femminile grazia nell’aria mischiandosi alle risate fragorose, ai baci, agli abbracci e alle urla di giubilo. Erano amici, parenti e conoscenti che festeggiavano senza sosta la mia dipartita.
Alla faccia loro i Larry sono riuscito a vederli. Al concerto c’era un casino mostruoso, la birra faceva cagare e costava otto fottute sterline, l’acustica era una merda e hanno tagliato il set senza suonare The Ramblin’ Boys Of Pleasure.
È stata una bella bomba.

Per liberarmi di certe zavorre ho pensato più volte alla possibilità di attuare l’unica soluzione efficace, nonché la più affascinante. Smettere di ascoltare musica. Del tutto, senza eccezioni. Chiudermi a riccio, un po’ come Duccio di Boris.
Tale via si è presto rivelata impraticabile, così ho preferito abbracciare la dottrina che dipinge la vita come un circolo vizioso di problemi e delusioni, ostacoli da affrontare per poter godere di tanto in tanto di un frivolo e volatile istante di benessere.
E se con il tempo le cose fossero destinate soltanto a peggiorare? Mi immagino problemi sempre più opprimenti e penso alle persone che, dati anagrafici alla mano, tra non molto sarò costretto a salutare.
La mia più consistente paura è rappresentata dalla possibilità sempre più concreta di ritrovarmi a dover affrontare certe situazioni da solo, non sapendo bene dove sbattere la testa. Questo pensiero mi spaventa oltre ogni logica.
Mi torna in mente l’intervista della Cotillard, dove sosteneva che a volte basta un buon libro o un disco per sistemare tutto, per non sentirsi più soli e godere della miglior compagnia. Ripenso all’intervista e mi incazzo. Come se potesse essere così semplice. Come se non ci avessi già provato a più riprese negli ultimi vent’anni.
Un disco rimane un’ottimo diversivo, una parentesi piacevole, una valida alternativa all’assunzione smodata di sostanze nocive o ad un revolver. Un meccanismo di difesa utile specialmente in quei momenti in cui cala la notte e i cattivi pensieri cercano di evadere dall’Alcatraz situata nei meandri del mio fegato, prigione sicura eretta su un’isola di bile circondata da residui di cibi grassi e alcol.
Nello stesso modo in cui il tempo non è in grado di guarire un bel niente, dubito fortemente che un disco o una canzone siano capaci, anche solo per cinque minuti, di risolvere un qualsiasi problema.
Non ci è riuscita nemmeno quella che è a tutti gli effetti la mia canzone preferita degli ultimi cinque anni. O forse di sempre.
Però, che Dio mi fulmini se non è una canzone della madonna. E che mi strafulmini se non la ascolterei in repeat per tutto il giorno.

Mentre torno ad ascoltarmi Chicago senza sapere bene il perché, o forse sapendolo benissimo, maliziosamente mi chiederò per l’ennesima volta cosa mai abbia combinato Sufjan in quel van con il suo amico.
Cazzo, spero proprio se la sia spassata alla grande.