Il mio anno inizia sulla mia scrivania, in un ufficio in cui ci siamo solo io e una mia amica e collega di fronte a me. Siamo lì per motivi diversi. Lei perché non le piace il suo lavoro ma è troppo integra e innamorata della sua serenità per trascinarselo avanti dal 2016, nonostante l’agenzia sia chiusa per ferie. Io sono lì perché amo il mio lavoro a tal punto che preferisco stare lì, e inventarmi lavoro arretrato invece che annaspare tra i resti dei cenoni delle feste. È il 3 gennaio, siamo in fissa con il nuovo disco di Bon Iver, quello coi titoli che paiono di Licio Gelli. L’hanno tutti stroncato dopo due ore, bollandolo come una cagata col vocoder; io ci vedo una classe che mi disarma, sempre per quella storia che comporre la musica mi piace, suonarla mi piace ancora di più, ascoltare quella di chi lo sa fare davvero mi fa sentire uno straccio. 
In quella mattina lei se ne esce con un Secondo te chi ci lascia quest’anno?”. Una domanda che mi pone con una consapevolezza quasi beata, la serenità di cui parlavo prima, uno stato mentale che le invidio, e che non riesco mai a far trasparire dalla mia voce, figuriamoci dal mio essere. Le rispondo senza cognizione di causa, non mi rendo conto che quella domanda sarà il ritornello del mio 2017, del nostro 2017. 
Il 4 febbraio prendo la macchina con un po’ di amici e andiamo al Colorificio Kroen, a sentirci gli Hotelier. Goodness è uno dei dischi della mia estate 2016: è il classico live che aspetti per mesi, poi un po’ sottodata la voglia ti passa ma ci vai lo stesso per non sentirti un vecchio stronzo, e torni a casa con qualcosa che ti cova dentro. Ancora adesso, mentre scrivo, Settle the scar è l’ultimo pezzo che ho ascoltato. Se morissi ora, non sarebbe il pezzo che vorrei in chiusura della mia esistenza, ma non credo di potermi lamentare. Quella sera, dal vivo, parte senza un fremito, perché non è la canzone che aspetto; io voglio Piano Player, che è un singolo, sono praticamente sicuro che sia una questione di tempo e la suoneranno: e invece no, c’è Settle the Scar. È carina, ha quel riff dondolante all’inizio, e quando partono il basso e il cantato, una melodia semplice ti ha già attaccato il sistema immunitario, e dopo qualche mese ti esce con uno sfogo sulla pelle. Il colpo di fulmine è per qualcun altro. Quella sera mi innamoro a prima vista dei LEUTE. Quella sera siamo un gruppo di persone che oggi non esiste più. 
A fine febbraio esce Il Numero Sette dei Fine Before You Came. Come sempre, esce a sorpresa, a caso, mentre sei al supermercato, alle prove, a una cena, a fare aperitivo, come la telefonata di un amico che non senti da tanto e ti dice Sono in città, facciamo cose?”.
A fine febbraio, comincio a portare gli scatoloni con tutta la mia vita fino a quel momento in una casa in centro. Non mi rendo bene conto di cosa stia succedendo, fino all’ultima sera che passo in casa con i miei. È una sera come tante. Torno a casa da allenamento, c’è mia sorella sul divano con il suo ragazzo, guardano la tivù. Mi dice che mi ha fatto una torta da portare nella mia casa nuova; toglie il coperchio, è una torta al cioccolato con una spolverata di zucchero a velo che compone la sagoma stilizzata di una casa. Un triangolo sopra un rettangolo. Non è una casa. È un’idea di casa. 
Nel mio nuovo salotto vuoto e gelido, ci sono pile di libri, cataste di legno che impregna l’aria di vernice, e alla presa di corrente sono attaccate delle casse che suonano Near to the wild heart of life dei Japandroids con un velo di riverbero tipico delle case vuote. È un disco che puzza di gioia, amore e energia, cose con cui credevo di aver chiuso, almeno nello stato di veglia. Per questo non capisco come mai mi piaccia così tanto, ma in quel momento mi infonde coraggio, di fronte al magone di lasciare la mia famiglia, mangiare quella torta, sapere che la mia idea di casa ora non sarà più una sola, costringendomi a sfocare la vista, a sentirmi un po’ più incerto, senza mani. Le chitarre aperte, i corettoni, gli all life long till i’m gone” lasciati andare con un’indolenza ingenua e drammatica, gli effetti megafono, i Japandroids per me sono sempre stati il gruppo delle giornate che si allungano, del cielo bluastro a orario aperitivo, del freddo di marzo e del caldo di marzo, cliché irritanti e colmi di fiducia di cui in quel momento ho un disperato bisogno, perché di lì a poco il duemilaediciassette mi deflagra in mano, colpendomi dove sono più scoperto: il mio lavoro. 
La primavera è dove mi aggrappo alle persone, perché non so accettare di essermi fatto scorrere davanti agli occhi senza notarli il loro dolore e la loro frustrazione per mesi in cui le ho viste e ci ho scherzato ogni giorno, al punto da pensare che in fondo, le ferie a natale non fossero poi questa figata. 
Mi ci aggrappo perché passare il mio tempo con persone serene è l’unico modo di esserlo anch’io che ho conosciuto fino a quel momento, e l’ho fatto per talmente tanto e in maniera talmente intensa che, stupido io, ho pensato di poterlo dare per scontato, come si dà per scontato che una band al concerto suoni il singolo, e non qualche melodia più tignosa sottotraccia. Esce Spin dei Tigers Jaw, succede a un disco, Charmer, che mi ha consumato e mi ha portato a visitare la noia da dentro, come mai nessun gruppo pop-punk era riuscito a fare. In Spin c’è un’indolenza, una melodia della paralisi che mi parla di una realtà che va bilanciata dagli ansiolitici, presa per fugaci spot di senso in un mare di plastica piatta, voci trascinate e atmosfere compatte e monocordi. La voce sedata e abulica di Ben Walsh è l’unico movimento in quella giornata di sole bianco e afoso, come solo a giugno, mentre guido verso il mio destino per ricevere una notizia che già mi immagino in tutta la sua crudeltà. La mia quotidianità come me la ricordavo finisce, cambia tutto per non cambiare niente, e io in fondo in tutto questo sono solo uno spettatore, travolto da un’onda che mi lascia fradicio ma in piedi. Frattanto, le persone accanto a me cominciano a perdere pezzi per strada, e la vita a trent’anni appare tutt’altro che una stabilizzazione e l’inizio del ritiro. Assomiglia più a una prova di maturità spietata, in cui chi ce la fa si ferisce, e chi no si perde per sempre, intrappolato nei vent’anni senza che nessuno l’abbia avvisato della fine.
Giugno accoglie l’estate, spezza tutto a metà, ci spazza via come polvere, ci compatta tutti in un angolo, e ci sentiamo meno soli a ordinare un vino al chiosco Tadi. 
A fine giugno sono a Berlino, passo una notte insonne sul divano letto di due amici che mi stanno ospitando, mentre cerco di venire a capo, al primo ascolto, di After Laughter dei Paramore. È un disco spiazzante, ballabile, quasi vintage nel suo essere fuori tempo perfino per un revival anni 80, ma Pool ha in seno quella sensazione di emozione ovattata che provi solo sott’acqua, incomunicabile come la 3×04 di Bojack Horseman, e i pattern di marimba o xilofono, non so cosa cazzo sia, mi tengono sveglio come un pesce mentre fuori albeggia e ripenso a quanti pezzi ancora riusciró a perdere in questo 2017. 
Torno a casa e subito capisco che ne perderò ancora, sì, per i motivi più diversi, non necessariamente per quelli sbagliati. Ma ogni volta i frammenti della deflagrazione volano in faccia e la rigano, come per logorarti e costringerti alla resa. Ma più lo vedi succedere, più resistere sembra una presa di posizione forte, invece che una rinuncia passiva.
L’estate è una macchina di persone ferite che sorridono e cantano Perfect Places di Lorde mentre vanno a una festa, con la voglia innocente di lasciarsi un po’ di stress alle spalle e viversi una notte meritata. Perfect Places vuole fare l’inno, e tuttosommato le va riconosciuto di riuscirci. Ha un testo programmatico, generazionale. La generazione non è la mia, ma io Lorde la osservo con una curiosità pervasa di feticismo dagli esordi, e Melodrama mi lascia in bocca quella sensazione a metà tra la sorpresa e il perfetto appagamento delle aspettative. Due cose che non si parlano, ma che coesistono, come la paura per ciò che può succedere di peggio nei prossimi mesi e l’orgoglio di esserci arrivati, parcheggiando l’auto fuori dalla festa, mentre gli ultimi accordi di piano di Perfect Places sfumano.
L’estate è la paura del cancro che bussa nelle nostre vite, chiedendo di essere accettato come una condizione esistenziale, con la stessa leggerezza con cui siamo tenuti a farlo per i capelli bianchi. Dalla rocca di Bonifacio, a picco sul mare, in una serata di luna piena che fa il mare grigio, arriva una sensazione di vapore in faccia, e ci metto un po’ a capire che sono le onde che si infrangono sugli scogli e risalgono in microparticelle per centinaia di metri. Guardo paralizzato uno dei posti più titanici che abbia mai visto, è come guardare dritto in casa della morte. Skyscraper dei Touché Amoré chiude un disco che è un processo di accettazione, e lo fa con un moto ascensionale, per guardare il dolore dall’alto. 
Torno a casa, ancora, tornano i Brand New, dopo 8 anni. Science Fiction mi regala il disco di cui avevo bisogno: un disco che è orgoglioso di essere un capitolo finale, che va fiero verso la fine perché ormai è ora di pagare il conto, ne ha una profonda consapevolezza e si rischia tutto in minutaggi anacronistici, strategie di promozione né dello scorso secolo né di questo, ma di un’era di mezzo che nessuno meglio dei Brand New conosce, e io mi sento un po’ tornato a casa, mi sento compreso, anche perché settembre non fa sconti e manda subito una coltre di pioggia e freddo a far ricominciare tutto, insieme all’ennesimo disco giusto dei Mogwai
“Secondo te chi ci lascia quest’anno?” Ho sbagliato di talmente tanto la risposta che mi sono costretto a dimenticarmela. Le cose le scopro tardi, devo avere il tempo di mettermici, appena accendo l’interesse è facile che lo trasformi in passione, che riesca a vederci del buono, dell’impegno dovunque, dando una possibilità anche a chi se la gioca male. È per questo che la mia classifica del 2017 è piena di cose del 2016, e chissà quante cose del 2017 che ad oggi non conosco mi accompagneranno nel 2018. 
Vorrei dare risposte più sul pezzo, più aggiornate e ragionate, vorrei metterci meno a capire un disco e riempire la mia top 50 come riescono a fare altre persone, ma ho la sensazione di correre sempre più velocemente incontro al momento in cui smetterò di vedere queste cose importanti per me, e darne per scontato un loro ciclico ripetersi, scambiarlo per noia, è stata di sicuro la cosa più sbagliata che ho fatto nel 2017. 
La mia amica che mi ha fatto quella domanda all’inizio dell’anno ha deciso di andarsene lei. Per una volta l’ho vista incerta e spaventata, eppure è riuscita a trasmettermi sicurezza. È ancora qui, aspetta che il 2017 finisca per raccoglierne i frutti il prossimo anno. Io aspetto il prossimo disco del 2017 che mi cambierà il 2018, al punto di chiedermi che senso abbia metterci un confine, perché più vado avanti, più questa cosa di contare gli anni sembra solo un modo di ricordarmi che le cose non si ripetono.