Provavo un terribile senso di colpa. La sentivo, lì a pochi passi da me, gemere e invocare strani Dei e la cosa non poteva proprio lasciarmi indifferente. Tutto quello che potevo fare era sperare che il fisioterapista che la stava manipolando sapesse il fatto suo e, nel mentre, continuare con finta indifferenza a svolgere i miei semplici esercizi.
Credo che i suoi lamenti avessero una composizione strana, perché non sembravano varcare il mio padiglione auricolare, quanto arrivare dritti al mio stomaco, facendomi sentire sinceramente a disagio.
Lei era bellissima, prima di entrare in ambulatorio soleva ripetermi che il dolore che provava al braccio era un inferno in terra, che la notte non dormiva e che non vedeva una via d’uscita. Io ogni volta annuivo meccanicamente, in un moto perpetuo quasi involontario, consapevole del mio vergognoso stato d’impreparazione che si palesava attraverso l’utilizzo di insapori frasi di circostanza.
Non ero nelle condizioni di capirla, non potevo nemmeno lontanamente immaginare quello che stesse passando. Questo perché io, in fondo, sto piuttosto bene. Vero, ho le spalle malconce, la schiena a pezzi e il vendicativo Dio del Calcio si è portato via, senza chiedere nessun permesso, entrambe le mie caviglie. Niente di tutto ciò però mi impedisce di continuare serenamente la mia vita anonima e insoddisfacente. Se la notte non dormo non è certo colpa dei miei arti malmessi.
La verità è che io non conosco il dolore, non so davvero cosa sia. Tale affermazione va ovviamente intesa nella sua accezione letterale e non come un rigurgito machista che mai potrebbe appartenermi. La mia conoscenza del dolore è una conoscenza da dizionario. Ne conosco il significato, ne ignoro la reale essenza.
È un universo talmente variegato dove è molto facile perdere l’orientamento. Se il dolore fisico l’ho perlomeno sfiorato, di quello emotivo, interiore, non so nemmeno come diavolo chiamarlo, non ne ho la minima cognizione. Nella mia condizione tutto quello che posso fare è supporre.
Quello che ho supposto più spesso nel corso degli anni è che la situazione peggiore, in una riflessione prettamente personale, sarebbe quella di dover affrontare la perdita di una persona cara.
Finora sotto quest’aspetto sono stato molto fortunato, le poche persone a cui tengo sono ancora tutte qui. I miei genitori, i miei parenti. Persino i miei amici godono di una più che discreta salute, nonostante il periodo Fantacalcistico mi spinga ad augurar loro una morte orrenda più volte al giorno.
Il massimo che ho provato sulla mia pelle sono state un paio di relazioni andate a puttane. Se da una parte le ho ovviamente innalzate a tragedie greche, dall’altra le ho affogate in un dignitoso silenzio, così da non dover fare i conti con i miei palesi limiti umani, con uno sconforto ancora lontano dall’appassire e, soprattutto, per evitare di correre il rischio di brutte figure con chi ne ha passate di ben peggiori.
Un’esauriente comprensione del dolore passa inevitabilmente da una sua profonda esperienza. È proprio dalla mancanza d’esperienza che parte il mio disagio, quel senso di colpa che talvolta comincia sensualmente a solleticarmi le interiora. Mi sento in dovere di pagare in qualche modo il non aver dovuto sopportare, a differenza di molti altri, avvenimenti realmente dolorosi e, sopra ogni cosa , l’essere totalmente consapevole di non aver fatto nulla per meritarmi un simile trattamento di favore.

Il senso di colpa che si materializza quando ascolto gli Spanish Love Songs può vantare sfumature diverse e colori più scuri. Sono pennellate piazzate con maestria dal sentirmi realmente coinvolto dai loro testi. Specialmente quando virano sul sentirsi degli sfigati, dei perdenti, dei falliti. Come potrebbe essere altrimenti.
Temo però che i testi degli Spanish siano rivolti ad altri tipi di persone e che si riferiscano a problematiche più concrete e più serie. A stati d’animo ben più foschi, di quelli a un passo dalla caduta nell’oblio.
Mi immagino di andare dal cantante e dirgli sei un grande, i tuoi testi sono bellissimi e mi aiutano molto, mi sento meno solo. Grazie, gentilissimo, tu che tipo di problemi devi affrontare? Guarda, nessuno in particolare, sono semplicemente un coglione. Capito, allora pussa via, qua non li vogliamo i piagnoni come te.
Gli Spanish Love Songs sono senza dubbio uno dei gruppi che più ho ascoltato negli ultimi anni. Per numero di ascolti e apprezzamento credo siano dietro a pochissimi nomi, forse giusto un paio. Hanno fatto tre dischi che ho letteralmente consumato. Il fatto che siano tutti pressoché identici non mi tocca, non vivo la questione come un problema. Quello che per me conta sono i pezzi, le melodie che non mi levo dalla testa, il rullante che suona sempre come un colpo di fucile. Secondo il mio assolutamente disprezzabile giudizio, gli Spanish Love Songs sono una di quelle band eccezionali che di eccezionale non ha nulla.
Ho anche avuto la fortuna di vederli dal vivo un paio di volte e devo dire di essere stato bene. O forse si tratta solo del ricordo di essere stato bene.
Non posso certo definirli dei maestri dell’esecuzione, entrambe le volte hanno commesso più di qualche schifezza, però poco male. Ogni errore me li ha fatti sentire ancora più vicini, considerando che in vita mia non ho mai terminato un concerto senza aver suonato di merda. Mi hanno dato l’impressione di essere dei personaggi onesti e genuini, consapevoli della fortuna di poter fare quello che fanno. Tutto questo mantenendo una solida credibilità di fondo, fattore che consente alla loro narrazione di risultare fluida, piacevole. Capace di convincermi, una volta ancor di più, di quanto la vita sia una barzelletta di pessimo gusto.

Il mio più grande problema è sempre stato quello di aver confuso la mancanza di soddisfazioni con il dolore. Due situazioni che, neanche a dirlo, risultano essere estremamente differenti. Se non altro perché nel primo caso tutto è interamente ascrivibile alla mia persona. Alle mie scarse capacità, alla mia pigrizia, alle mie indecisioni e alle mie paure. Tutte le mie lamentele possono, anzi devono, senza alcuna possibilità d’appello, essere catalogate sotto la voce “patetiche lagne senza senso”.
La mia inettitudine però non è assolutamente la parte spaventosa della faccenda. Averla finora scampata è una fortuna effimera. Il dolore è il più grande livellatore e inevitabilmente, prima o poi, mi verrà presentato il conto che immagino sarà salatissimo. Non sono assolutamente pronto a fronteggiare un tale terremoto. In questo senso la mia vita non è stata per niente allenante, un po’ come la Serie A di oggi. Ovviamente non provo nessun tipo di invidia, ma chi ha già dovuto mangiare abbondante merda si trova perlomeno preparato, può vantare un briciolo di dimestichezza e probabilmente grazie a questo è riuscito a costruirsi delle spalle più larghe. Non che sia questo grande vantaggio, ma sapere con cosa si ha a che fare in qualche modo potrebbe aiutare. Io brancolo totalmente nel buio. Non so cosa sarò costretto a passare e dubito fortemente che sarò in grado di affrontarlo a dovere. Ancora peggio, non mi sono ancora abituato all’eventualità, quasi certa, che quando tutto questo mi si schianterà addosso dovrò vedermela da solo.
Magari tirerò fuori Brave Faces Everyone per ascoltarlo l’ennesima volta. Magari sarò finalmente in grado di comprenderlo appieno e carpire dettagli che prima mi erano sfuggiti, immergermi in sensazioni che avevo solo guardato dall’esterno e scoprire una volta per tutte il loro significato più profondo. Giusto in tempo per rendermi conto che non serve a nulla.

We’re mediocre. We’re losers. Forever. Quanto è vero, amici.