Quando sbaglio strada per distrazione, perché non sto pensando a dove sono, mi accorgo che non me ne sono mai veramente andato dalla mia città, e i tempi in cui ventilavo l’ipotesi di farlo sono ormai stati spazzati via come un pensiero randagio. Non credo si tratti di rassegnazione, ma mentre mi godo una città che in fondo sento a mia misura, o quantomeno non così stretta da soffocarmi, mi accorgo anche che gli anni in cui apprezzare il resto del mondo mi stanno scivolando dalle mani. 
Molti dei miei amici, invece, se ne sono andati, chi per inseguire progetti che poi sono sfociati in tutt’altro, chi per seguire una persona, chi perché il mondo bisogna girarlo presto. Molti di loro non se ne sono andati davvero, sono qui ogni Pasqua, ogni Natale, ad ogni ponte possibile. Sono le occasioni in cui ricapitano nella mia routine, quella che mi sono costruito al netto degli abbandoni, della perdita dell’abitudine a inviare loro il messaggio per chiedere che fai stasera, annoiamoci assieme, in una cerchia che fra uscite di scena e new entries ogni anno chiude in passivo. Una città come questa fatica ad allargarsi, si trascina a rimescolare le carte all’interno di confini che sono sempre definiti, e resistono cocciuti per la volontà di chi non è disposto a pagarne il prezzo. Qui ho provato a crescere lo stesso, a una velocità sempre minore. 
I piani delle nostre esistenze sghembe tornano a incrociarsi quasi sempre all’improvviso, un messaggio nel pomeriggio Sono a Padova questo weekend, che si fa?”. Mi infastidisce molto, mi infastidisce tanto più quanto voglio bene alla persona che me lo manda. Cosa gli fa pensare che io sia a Padova? Che abbia il weekend libero? Che abbia voglia e tempo di passarlo con chi non sento da mesi? La risposta a tutte le domande è che la staticità di un luogo assorbe il moto delle esistenze che ne fanno parte, che diventano parte del paesaggio per chi guarda da fuori. Per questo poi mi ricaccio sempre in gola l’irritazione, respiro e rispondo che ci vedremo. E alla fine ci vediamo, e ci facciamo le domande di rito: Cosa mi racconti?”, non ho niente da raccontare, non so bene a che punto fossi rimasto, se ci troviamo al punto B ho bisogno del punto A per raccontare cosa ci sta in mezzo, perdonami se non me lo sono segnato. Ti ricordi quella volta che siamo andati lì quanto ci siamo spaccati? Perché non ci torniamo?”, non ci torniamo perché ha chiuso, ha cambiato gestione, ci vanno i ragazzini, noi lo eravamo e non lo siamo più. E poi non ne ho voglia, devo dirti la verità, ho questa cosa al lavoro che mi sta un po’ assorbendo, ma penso sia solo un periodo, nulla di che. Mi sento addosso gli occhi di un giudizio impietoso, che suona come Stai stonando col paesaggio”. Ci provo, a distinguermi dal paesaggio, a non diventare io stesso contesto. Il fatto è, per chi se ne va, il dove è il quando. Chi torna in una città, vuole tornare nel passato che ha vissuto in quella città, e io, che non me ne sono mai andato, nella sua testa sono cristallizzato in quel quando, senza facoltà di affrancarmi. 
È davvero poca, una serata davanti al bar di sempre, o al bar nuovo, quello che ha aperto da poco e fa sentire giusto un po’ meno a casa, per trovare un nuovo incrocio tra le nostre esistenze. Io che non rispondo alle esigenze di chi cerca in me ciò che ero dieci anni fa, l’altro che sfoggia un bagaglio di novità che si rovescia sul pavimento, e non dà modo di coglierle tutte, ma crea solo un senso di disordine. Sono poche le persone con cui questa distanza fisica non è anche temporale, le persone in grado di accettarsi sempre e comunque nel presente. 
Mi prometto sempre di dare tempo alle persone, e alle loro nuove identità costruite lontano da me. Ma non me lo lasciano, se ne vanno prima. Con i dischi, ho la fortuna di poterlo decidere io. Ho voluto dare tantissimo tempo a Il numero sette, per raccogliere dal tappeto tutto il contenuto della valigia rovesciata. Credo sia una cosa della vecchiaia questa, di non reggere il ritmo di nuove uscite in continuazione, questa cosa di riuscire ad ascoltare solo una manciata di dischi ogni anno, preferendo cannibalizzarne pochi. È un fatto personale, oltre che un fatto di vecchiaia che mi ostino a chiamare maturità. 
All’uscita de Il numero sette, a febbraio, ho ascoltato discorsi sulla tristezza programmata, sullo smalto perduto, su calcoli che non sento appartenenti alla dimensione dei Fine Before You Came. Mentre ascoltavo queste critiche, ancora non mi sentivo pronto ad accoglierle, né a rifiutarle, perché intanto il disco non era ancora entrato in circolo. È stato abbastanza strano dare a questo disco una fiducia, una dignità alla quale i testi sembravano ribattere, quesito su quesito. Tu solo sai quanto poco valgo, eppure mi tieni così”.

Crescere assieme a un gruppo non è mai facile, perché tu stai con loro, ma loro non stanno con te. Ti aspetti che un disco possa sapere tutto di te solo perché ti ha accompagnato giorno per giorno, ma al disco successivo torna in città, suona canzoni inedite, e frattanto ti chiede E tu che mi racconti?” Che ti racconto? Pensavo lo sapessi già. 
È questo senso di inadeguatezza, il senso di colpa per essere rimasto, che davanti al sorriso di un amico che torna, colora di amaro il mio. A nessuno piace sentirsi passato, e per questo siamo riluttanti a dare dignità alla crescita dell’altro. I Fine Before You Came non sono più quelli di Sfortuna, ma non lo siamo più nemmeno noi. Solo che la seconda cosa è più difficile da accettare. 
Davanti alle luci di un chiosco che serve birre in bottiglia e vino in bicchieri di plastica, sulla riva di un fiume, il mio sguardo e quello di altri due miei amici, che per motivi diversi dai miei hanno deciso di restare, si sono incrociati esaurendo all’improvviso argomenti di angoscia quotidiana, lasciando solo il fruscio degli alberi e del fiume sui sassi. È durata per una finestra di tempo che non so quantificare. Stanchi di giri dall’esito incerto, ciò che sentivamo più alto era far parte di realtà che nessuno possa confutare; semplicemente come i sassi, come gli alberi. 

Credo di essere riuscito nella mia vita a dare ai gruppi e ai dischi la stessa libertà di crescere, la stessa dignità di cambiare restando nello stesso posto che ho sentito di dovere a me stesso. Invecchiare mi ha dato meno brillantezza, meno immediatezza, meno urgenza. Mi ha convinto ad accettare il riso amaro con chi mi ha trovato diverso da ciò che secondo lui dovevo restare. Mi ha costretto a non fare il suo stesso errore. Mi ha spinto ad accettare il mio desiderio episodico di confondermi col paesaggio. Mi ha reso migliore. 
Il numero sette forse non sarà il disco più bello dei Fine Before You Came, ma è il loro miglior disco.