Non ricordo quasi niente della prima casa in cui ho abitato i primi 3 anni della mia vita. Qualche pennellata di anni ’80, materiali in alluminio pitturato di giallo, plastiche nere fumé semitrasparenti, colori accesi che di lì a poco avrebbero perso in brillantezza per guadagnare in definizione con gli anni ’90. E un’altalena in giardino, ma la ricordo come un quadro dalla finestra, non ho ricordi di me su di essa, anche se sicuramente ci ho fatto qualche giro. 
Poi c’è stata la casa in cui ho vissuto praticamente tutta la mia vita, dal 1990 al 2017, sorta dal nulla nel nulla, con il nulla attorno, che si è piano piano issato mentre io mi costruivo dei ricordi più solidi. È strano come il corpo si abitui a uno spazio che vive ogni giorno, permettendoti di muovertici al doppio della velocità rispetto ai luoghi sconosciuti. Potevo scendere la tromba delle scale che dal piano superiore portava in taverna in 4 secondi netti, e non erano pochi gradini; avevo soltanto imparato a scivolare con i calzini e aiutarmi a sostenermi con le mani sulle pareti bianche, lasciando una specie di scia pneumatica che mi guidava, e con me cresceva in altezza, fino a quando di recente i miei genitori non l’hanno ricoperta di pittura, poco prima di lasciarsi. 
Anche la naturalezza con la quale giri un angolo cieco, preparandoti alla presenza di un mobile che ti obbliga a un lieve spostamento dell’anca per passare senza rimanere sorpreso. Sai bene come rimbomba lo sciacquone nel bagno grande rispetto a quello piccolo. 
Sono automatismi che non sono immortali, vanno coltivati.
Ci sono momenti anche in cui i luoghi della tua esistenza fatichi a riconoscerli, ad esempio quando si svuotano. È una cosa che ho sempre fatto volentieri, quella di svuotare le stanze per vederle a nudo. Ti restituiscono una sensazione spiazzante: all’improvviso è un luogo ignoto, il parquet di legno sotto al mobile che c’è sempre stato è di un colore più chiaro, perché lo schifo non c’è mai arrivato; batti le mani e il clap si riflette su tutte le pareti vuote, sorridi un secondo e poi ricominci a pitturarle. 
La vera differenza fra vivere in quella casa e trasferirmi in quella in cui vivo ora è stato questo movimento opposto. Sono cresciuto in una casa piena, svuotandola, spogliandola negli anni e scoprendone angoli occulti. Mi sono poi trasferito in una casa vuota, ne ho analizzato ogni piastrella prima di cominciare a riempirla, e a poco a poco mi dimenticherò del foglio bianco che era quando ci sono entrato per la prima volta. Ma il fatto che una casa sia tua non ti impedisce di sentirla ostile, in certi momenti, o di non saperla prendere, o di irritarti. 
La cosa di Slapstick che mi è entrata dentro prima che ne riuscissi davvero a razionalizzarne il significato è quella tridimensionalità in cui si distende, è una canzone che sembra convergere verso di te da punti diversi di una casa: il basso dal piano di sotto, le chitarre dalla stanza in fondo al corridoio, la batteria elettronica e la batteria acustica da due stanze separate, i cori in falsetto wo-hoa-ho dal bagno, lontani e riverberati sulle piastrelle. Ogni volta, ascoltare Slapstick era costruire uno spazio attorno a sé, con delle distanze, degli spigoli e dei materiali che rispondevano in maniera differente. 
Nearer My God dei Foxing ha dei momenti che mi disgustano davvero. Gameshark è senza dubbio la canzone più brutta e fastidiosa contenuta in dischi che ho ascoltato di proposito quest’anno, perché altrimenti c’è Jovanotti. Con quell’incedere in punta dei piedi, un falsetto esasperato e le aperture che si alternano, a volte mi accorgo che sta suonando e l’ho lasciata scorrere e penso a quanto sono fortunato a vivere nell’epoca del tasto skip. Poi c’è la title track, non una canzone brutta, ma una canzone che assomiglia a un’incursione nel pop maschile italiano; e così anche Lich Prince, si adagia su una distensione zuccherata stucchevole. Sono rispettivamente la traccia 4, 5 e 3, un blocco di canzoni brutte, deboli e inabitabili che mi hanno reso Nearer My God una casa troppo fredda e spigolosa per potermi abituare, per farmela piacere. Perché poi ciò che mi ha messo al tappeto nel 2018 è stato abituarmi alle cose, farmele piacere; ancora adesso, se ci penso, ora che il 2018 è finito da soltanto 4 giorni non ho ancora accettato bene il fatto che il disco dell’anno per me sia un disco che per buona parte non mi piace, e che in fondo mi sono fatto piacere in momenti di sconforto e solitudine. Ho sempre considerato l’album nella sua interezza e indivisibilità come un’unità di misura sacra, cosa che non ha che potuto lasciarmi una patina di diffidenza nei confronti delle compilation, e oggi delle playlist. In altri tempi questo disco l’avrei semplicemente dimenticato; tempi in cui non mi sentivo in colpa ad amare una cosa dal primo istante, o a bocciarla al primo ascolto per poi pentirmene qualche mese, o addirittura qualche anno dopo; tanto che importa? Il tempo c’è, anche per rivalutare un disco senza aver avuto troppo il patema di esserselo negato a lungo. Oggi fa un po’ più la differenza.
Una parte non trascurabile di quest’anno l’ho passata a casa da solo, perché la mia ragazza è stata lontano per lavoro, e il modo in cui la casa è diventata quasi una persona con cui interagire, e di cui prendersi cura in ogni suo aspetto ha messo sul palcoscenico le stesse dinamiche che si creano in un rapporto tra due esseri viventi: è capitato che le stesse cose che un giorno significano conforto il giorno successivo significassero sgomento. Per quanto abbia costruito queste stanze nel modo in cui desideravo, per farmi sentire sempre a mio agio, al sicuro, ci sono stati dei momenti in cui ho sentito queste mura ostili, brutte. In molti di questi momenti ho trascinato il mio speaker bluetooth con Nearer My God che suonava in giro per le stanze, e ho scoperto, una picconata dietro l’altra, canzoni devastanti come Trapped in Dillard’s, con quel pianoforte rampicante sul picchiettio che poi si attorciglia alla voce di Murphy, o l’opener Grand Paradise che a 2:46 inizia a scivolare fino alla catarsi corale a 3:07 che ripaga della solitudine, o lo strisciare eterno di Five Cups. Tutto il disco si muove nello spazio, occupandolo in maniera fluida e soprattutto sincera, senza paura di mostrare crepe sul muro, graffi sul pavimento, oggettini e cartine abbandonate fuori posto, perché un posto a volte non ce l’hanno, almeno fino a quando non lo trovano nell’abitudine, nel loro esserci sempre. Farsi piacere le cose è una cosa che non si dovrebbe fare prima di una certa età, quando diventa necessario, oltre che una virtù di sopravvivenza. Non che me l’abbia ordinato qualcuno, è che trovare qualcosa di bello dietro alla consunzione è un esercizio che un tempo, semplicemente, non mi attraeva, e oggi riesce a rendermi più padrone del mio tempo, nell’anno in cui alcune scosse dell’anno precedente si sono consolidate fino a diventare fossili e poter essere finalmente letti in retrospettiva. Ripercorrere i dischi del 2018 che mi sono piaciuti mi sembrava parlarmi meno che provare a sviscerarne uno che in fondo a volte mi ha fatto schifo, a volte mi ha fatto male, a volte è stato l’unica via per parlare allo spazio in cui respiravo, solo.