Le ultime vacanze estive che fai con i tuoi genitori testimoniano sempre un periodo della tua vita in cui non sei né questo né quello. In fondo in vacanza coi tuoi genitori ci sei sempre andato, e sono le prime volte che ti trovi a dover mettere in discussione la cosa. Loro lo sanno che prima o poi arriverai alla conclusione che ormai in quell’automobile che viaggia per chilometri e chilometri lungo l’Italia ci stai troppo stretto; già ti metti la musica in cuffia e fingi di essere da solo. Inoltre non lo sai dove stai andando, e forse non te ne frega poi molto.

Ho un ricordo nitido eppure abbastanza surreale del momento in cui ho capito che tutto questo era finito. Forse in Sardegna, forse in Campania nel Cilento, forse a Ischia, che fu l’ultima mia vacanza in famiglia. Ci trovavamo tra le mura di una costruzione, di un colore giallo ocra accecante, che invasa dal sole sembrava una gigantesca pepita dorata. Siamo tutti vestiti abbastanza male, da turisti balneari. Pochi straccetti leggeri sopra ai costumi, bandane legate sulla testa, marsupi e zaini. Mio padre ci scattava delle foto, ma non ricordo un clima disteso. Io non lo sapevo, anche se lo immaginavo, ma in quegli anni stava accadendo qualcosa che ci fu taciuto, e di cui avremmo pagato le conseguenze solo molto tempo più tardi. Mi restano delle foto che non vedo da troppo tempo: mia madre col volto imbronciato, mia sorella piccola, ancora troppo piccola per desiderare di vestirsi con qualcosa di diverso da quella maglietta coloratissima e per ribellarsi a un bruttissimo cappellino con la visiera; era tanto tempo fa, sì, ma i berretti con la visiera erano già roba da sfigati.

Le ultime vacanze coi miei genitori sono state in posti bellissimi, che magari non rivedrò mai più, o comunque non avranno quella luce dorata che ricordo pervadere tutto, dalla baia dove passavamo interminabili giornate cotti dal sole, senza parlarci, con loro che mi guardavano aspettando che anch’io, come mio fratello più grande, da un momento all’altro scoppiassi nel pieno della mia ribellione adolescenziale e li piantassi in asso. E loro facessero finta di essere delusi: un po’ perché ormai anche io me ne stavo andando, un po’ perché immagino sia bello vedere un figlio crescere fino a diventare insopportabile. Nei momenti in cui non sono insopportabile, soprattutto.

Ma io non scoppiai mai, almeno non ricordo di averlo fatto. Aspettai che gli anni d’oro finissero, e un bel giorno, in primavera, mia madre mi chiese “Cosa fai quest’estate?”.

Avrebbe potuto chiedermi “Vieni con noi quest’estate?” e darmi l’imbarazzo di dirle No. Non lo fece. Mia sorella avrebbe capito.
Stamattina mi sono svegliato desiderando di trovarmi sulle mura di quella costruzione, ancora immerso negli anni d’oro. Gli anni d’oro non sono mai questi. Sono sempre quelli, quelli lontani. Anche se poi ci pensi, e la tua istantanea degli anni d’oro è in realtà una giornata di merda, la rileggi adesso e ci ritrovi il seme della tua famiglia distrutta eppure ancora in piedi.

Cosa c’entrano i Moonlit Sailor con tutto questo?
Niente. We come from exploding stars è un bel disco, e la canzone più bella si chiama The Golden Years. Mi tiene compagnia mentre vedo immagini di spiagge photoshoppate con una luce dorata.

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