La parte peggiore dell’andare in giro a suonare? Senza dubbio il lasso di tempo tra la fine del check e l’inizio effettivo del concerto. La terra di nessuno. Una sorta di limbo, di mondo fantastico dove potrebbe accadere qualsiasi cosa e invece non succede mai un cazzo. Le ore si dilatano, perdono ogni contatto con il reale e lasciano posto all’infinita noia e al rimpianto di non essere rimasti a casa. Inutile avere al proprio fianco i fidi compagni di viaggio, la situazione non fa altro che acuire ogni loro singolo difetto rendendoli insopportabili senza alcuna possibilità di appello. L’unica insufficiente distrazione consiste nel tasto refresh di LiveScore, premuto a ripetizione nella speranza di veder apparire qualche bonus fantacalcistico. Nei concerti estivi, a campionato fermo, l’unica via di fuga è invece la morte.
Si potrebbe sempre bere, come no, ma diversi anni fa, dopo una splendida serata disastrosa in quel di Schio, ho promesso a me stesso che non avrei mai più bevuto prima di salire sul palco.
La situazione diventa accettabile, perfino divertente, quando questa disgrazia la si condivide con qualche band di amici. L’amicizia facilita le cose e agevola chiacchiere da bar e il sempre coscienzioso consumo di alcol. Proprio in una di queste occasioni, mentre si aspettava l’inizio del concerto parlando senza troppe pretese di musica, mi venne chiesto quale fosse il mio guilty pleasure musicale. Così, a gamba tesa, cogliendomi totalmente alla sprovvista. Non mi sentivo così impreparato da quella volta in cui un assistente sbarbato e borioso mi chiese di Montesquieu. A riguardo avevo letto molto distrattamente qualcosa, sicuro che solo un infame mi avrebbe chiesto di Montesquieu, ma il ricordo era troppo sbiadito e assolutamente non sufficiente per portare a casa l’esame.
– Si ripresenti pure a giugno, arrivederci. –
– Scusi se le ho fatto perdere tempo. Lei sa che non sarà mai di ruolo, vero? –
Il concetto di guilty pleasure non mi era del tutto nuovo, lì per lì sono stato costretto a glissare semplicemente perché non sarei mai riuscito ad arrivare a una risposta, tantomeno nei tempi imposti dalla conversazione.
Il mio guilty pleasure comunque è Avril Lavigne, disse il mio amico sfruttando il mio spaesato silenzio, chiudendo di fatto la poco proficua parentesi.

Non mi sono molto chiare le regole di questo gioco. Voglio dire, perché mai uno dovrebbe sentirsi in colpa mentre ascolta Avril? Stiamo parlando di una ragazza, anzi di una Donna, che grazie a The Best Damn Thing meriterebbe un posto nel gotha del pop-punk.
Chi decide se un disco merita o meno di essere apprezzato e, soprattutto, dall’alto di quale autorità? Se ci dobbiamo rimettere al giudizio dei santoni della musica per me si mette molto male. Credo che un buon 90% dei miei dischi preferiti sia considerato letame. Giusto per dirne una, Pitchfork ha sempre messo voti insufficienti ai dischi dei Weakerthans.
Non ho nulla contro Pitchfork, ci mancherebbe, ma non posso fare a meno di pensare a ciò che rappresenta, ossia quel tipo di critica musicale che non riesce a suscitare in me il minimo interesse, arrivando a volte perfino ad irritarmi. I voti decimali, la tronfia ostentazione di superiorità, i continui richiami ad altri generi e altre band solo per sbrodolarsi nella loro stessa supponenza.
Troverei a dir poco entusiasmante la maggior diffusione di un approccio più sincero e personale alla musica, con in ballo qualche sentimento in più e meno disamine tecniche e giudizi di genere. Forse potrebbe essere d’aiuto abbracciare la possibilità di ascoltare qualche disco in meno, privilegiando il piacere dell’atto in sé piuttosto che la volontà di piazzare un numero alla fine di una recensione sbrigativa e superficiale. Voglio dire, le classifiche di fine anno con 100 posizioni servono realmente a qualcuno?

Messa in questo modo rischio di passare per uno spaccone, non è così semplicemente perché anch’io, come tutti, ho attraversato il periodo dove mi divertivo ad ergermi giudice, giuria e giustiziere. Me lo ricordo bene, non avevo ancora i capelli bianchi ed ero fermamente convinto che la musica si dividesse in giusta e sbagliata. Quella giusta era ovviamente quella che piaceva a me, tutto il resto era merda inascoltabile. Poi, ahimè e per fortuna, il tempo passa, le esperienze si ampliano così come certi orizzonti, permettendo di stemperare e modellare determinate convinzioni che a un certo punto risultano, come dire, vetuste. Arriva un momento dove diventa necessario per la propria dignità personale riuscire ad essere più elastici. Questo non significa ovviamente che si debba per forza apprezzare tutto, per carità. Avere una minima consapevolezza dei propri gusti non è mai un male, capire cosa ci dona un briciolo di piacere è fondamentale per non cadere nel becero qualunquismo del io ascolto tutto/mi piace ogni tipo di musica.
Continuo così a coltivare fieramente il mio odio per gli Animal Collective con una costanza che rende questa faccenda ogni giorno più ridicola e, nonostante l’aria che tira, il rap continua a farmi schifo in ogni sua forma.

Il non provare vergogna per i miei ascolti non li rende automaticamente meno deplorevoli, la lista di nomi dalla quale estrapolare il mio guilty pleasure risulta piuttosto consistente. U2, Limp Bizkit, svariate band ska. Le possibilità sono infinite.
Pistola alla testa, il primo nome che mi viene in mente è quello dei CHVRCHES. Il perché è presto spiegato: non solo si collocano anni luce da quelli che sono i miei ascolti usuali e l’immagine da macho tutto d’un pezzo che da sempre cerco invano di cucirmi addosso, ma possiedono anche tutte le caratteristiche che solitamente mi mandano ai matti. Piogge di synth, batteria campionata, voci effettate, suoni elettronici, beat dance. Di cosa stiamo parlando? Questi nel nome hanno pure la V al posto della U, neanche fossero dei nostalgici del ventennio.
Se all’inizio l’ascolto dei CHVRCHES aveva uno scopo prettamente ludico, col tempo ha abbandonato qualsiasi forma di estemporaneità. Il non aver avuto alcun tipo di preconcetto e nessun metro di paragone ha reso tutto molto semplice. I pezzi mi piacciono sul serio e le melodie mi sono entrate in testa immediatamente, facendomi appassionare ad uno stile che mai avrei pensato di poter prendere anche solo lontanamente in considerazione. Non mi sorprendo più se accolgo un’esplosione di synth con grande trasporto e, anche se non fa lo stesso effetto quando la imito con le dita sulla scrivania, riesco a trovare gradevole la batteria elettronica. Mi sono addirittura appassionato ai testi, cosa che non succede poi così spesso. Li trovo molto interessanti, estremamente personali e ben scritti.
Il resto lo fa la voce di Lauren, che mi suggerisce guilty pleasures di ben altro spessore. Pensieri vergognosi e peccaminosi come una casa con giardino nella campagna scozzese, due gemelli e una monovolume a metano.
Scommettiamo poi che se vado su Pitchfork a confrontare i voti, i CHVRCHES se li mangiano vivi i Weakerthans?
Ma naturalmente.