Questa è la storia della data in cui il mio gruppo è stato pagato 20 euro. Il che potrebbe sembrare la nota negativa della cosa, il motivo per cui mi accingo a scrivere un post al vetriolo di quelli in cui o ti becchi una sequela di insulti, o diventi l’articolo viral del giorno oppure passi sotto indifferenza e pure sfottò tra gli ambienti illuminati del social. Invece no, non ho intenzione di farlo, più che altro perché proprio non sento il bisogno né di smerdare nessuno, né di rosicare per una serata in cui fondamentalmente ho preso le cose per quello che erano e mi sono divertito, ma soprattutto perché un cachet di 20 euro significa venti volte tanto quello che la mia band viene pagata di solito quando si esibisce. Anzi, se nel frattempo le cose non sono cambiate, zero per venti dovrebbe ancora fare zero.

Uscivamo da un periodo di sfiga misto a una specie di sedersi sugli allori dopo aver fatto un tour estero che ci ha riempito di soddisfazioni ma anche di stanchezza. Qualche infortunio qua, qualche coincidenza sfortunata là, una brutta sequela di danni alla strumentazione concentratisi tutti nell’arco di un anno, fatto sta che avevamo perso decisamente confidenza col palco. In più, essendo al lavoro su materiale nuovo e avendo delle vite normali e stupide che fondamentalmente non ci permettono più di una prova alla settimana, era necessario cercare qualche concerto di rodaggio. So che suona terribilmente classista, come se esistessero concerti di serie A e concerti di serie B, ma sappiate che sì, è proprio così: esistono concerti di serie A e concerti di serie B, e noi eravamo alla ricerca di concerti di serie B. In un certo senso, ce la siamo cercata. Poi questo non significa non rispettare il pubblico che si presenta ai concerti di serie B. Diverse persone, fortunatamente poche, possono testimoniare che una volta abbiamo suonato a una sagra di paese dietro a uno splendido cartellone del Grest solo per fare un favore a un amico, un favore che ci pesava come un macigno, e alla fine ne è venuta fuori una serata esaltante, e certamente una delle nostre performance più sincere.

Troviamo l’occasione di una data in un concerto in un locale in una zona dimenticata dagli dei di qualsiasi credo terrestre nella nostra città. Il locale non l’abbiamo mai sentito, pare sia aperto da poco. Guardiamo la pagina Facebook, hanno la metà dei fan della nostra, che vi giuriamo, se escludiamo qualche indiano dal like compulsivo, sono veramente pochi. La cosa inizia così già a puzzarci di merda. Non importa, sappiamo a cosa andiamo incontro.

Il locale è effettivamente l’incubo che ci immaginavamo. Un enorme capannone cubico tappezzato di marche di birre, poster di moto, bandiere a cazzo di cui non capisco bene il significato. Un palco angolare di quelli che in club seri non ho mai visto e a questo punto immagino un motivo ci sia, alto circa un metro e mezzo. Il tutto converge verso l’esatta antitesi dell’acustica. A completare la magnifica equazione è un signore che si mette al mixer e che dopo, al momento tragicomico della firma dei moduli SIAE, ci confesserà essere un amico del gestore e non aver nessuna competenza da fonico. Bella vez, grazie per la sincerità ma ammetto che questo pensiero mi aveva già sfiorato. Il mio tastierista lo capisce all’istante nel momento in cui, durante il soundcheck, il quasi fonico gli chiede delucidazioni su cosa sia una DI (pron. [di-ài]).

Tra il soundcheck e il momento di salire sul palco ci gustiamo anche una disputa molto divertente sull’evento FB del concerto, in cui qualcuno si risente per le descrizioni totalmente fuorvianti dei gruppi, tra cui noi. Dicono che Hardcore per noi è decisamente ridicolo. Hanno ragione da vendere. Il gestore del locale interviene difendendo la serata, ma lo fa in uno stile da litigata in forum per nerd; tutti quei modi di dire e quelle risposte ironiche preconfezionate che dette in una situazione sociale reale porterebbero dirette al social suicide. È tutto spaventosamente divertente, anche il fatto che contrariamente ad ogni previsione si presentino dei nostri amici a vederci. Bella regaz, giuro, io per voi non l’avrei fatto di passare una serata in una zona artigianale di un comune limitrofo in una stanza quadrata a vedere un gruppo che praticamente fa le prove a volumi da galera. Quella sera suoniamo con una band più giovane di noi ma che sta girando parecchio, ha uno staff dietro e insomma era candidata per portare molta più gente di noi visto che tra l’altro l’evento è organizzato da loro. Ma evidentemente hanno degli amici più scaltri dei nostri. Un pubblico più selettivo del nostro. Si presentano in pochi.

Suoniamo un concerto senza infamia e senza lode, senz’anima e senza particolari picchi né positivi né negativi, che sarebbero comunque dei picchi, o quantomeno degli aneddoti da ricordare in una serata che sto raccontando ma che potrebbe tranquillamente essere il vostro martedì sera nel baretto sotto casa con due amici senza che parta nessun discorso interessante e alle 23:40 il vincitore del “rompo gli indugi” saluta tutti perché domani si sveglia presto ma poi su whatsapp scopri che prima delle 10:30 non ha effettuato l’accesso.

La vera doccia fredda è dopo, quando scendiamo dal palco per vedere l’altra band, e quando attacca a suonare ci rendiamo conto di quanto l’acustica del locale sia una tragedia a cui non ho mai assistito in anni di concerti in posti in cui non si potrebbe nemmeno far suonare Frank Turner non amplificato. A un certo punto mi sembra di star guardando un trattore da mezzora.

Quando è tutto finito, sto giocando una malissimo illuminata partita a calcio balilla coi miei compagni di gruppo, uno di quei momenti che di solito finiscono nei DVD dei tour. Una bella cosa insomma. Di quelle che si fanno quando nonostante tutto non hai voglia di deprimerti e vuoi ancora salvare il salvabile mentre ti prometti di non cercare mai più date “di rodaggio”, mentre ti rendi conto che qualcuno ha voluto punirti per il tuo classismo. A metà partita, uno dei tizi del locale mi viene a chiamare per il discorso SIAE. Io nel gruppo sono quello addetto al modulo SIAE. In ogni gruppo ci vuole uno stronzo che si prenda le responsabilità di fare le cose che nessuno ha voglia di fare, quelle che sono peggio di scaricare e ricare il furgone sedici volte. Il modulo SIAE è una di queste cose, e io sono quello stronzo. In una stanzetta nel retro, con l’altro leader del gruppo che ha suonato con noi, il tizio del locale ci dice con aria afflitta, credo DAVVERO AFFLITTA, che non potrà pagarci i trenta euro a band pattuiti perché la serata è andata male, non abbiamo portato tanta gente, e hanno fatto solo 50 euro di birre. Perciò ci paga venti euro a band, con la differenza si paga la corrente. Il ragazzo dell’altro gruppo è infastidito e lo fa notare. Io trattengo a stento una risata: una risata non nervosa, né ironica. SINCERA. Davvero mi sono divertito, abbiamo suonato male e probabilmente si è sentito peggio, un tizio che non è venuto al concerto ha questionato sul facebook del locale su quanto fossimo hardcore da uno a dieci, c’era la birra pedavena, i muri del locale erano arancioni, ho ascoltato un trattore per tre quarti d’ora. È stata veramente una cosa divertente che ho fatto nella mia vita e che pur nella sua mediocrità non dimenticherò mai. E ora questo tizio mi guarda con gli occhi da cucciolo perché non riesce a darmi trenta euro ma fa uno sforzo e me ne dà venti. Venti coi quali ci prenderemo dei panini onti di cui non abbiamo forse nemmeno voglia visto che abbiamo mangiato una pasta al locale. Giuro, è stato divertente e non voglio smerdare un gestore di un locale che pensa seriamente di aiutare la scena facendo suonare gruppi emergenti in un locale senza fonico e insonorizzazione in cui fare concerti dovrebbe essere illegale. Perché lui ci credeva. Tantissimo. Mi ha anche fatto vedere un computer con il monitor bombato, un mini mixer a cui era attaccato un microfono da palco, gli sm-58 per gli intenditori, e con la luce negli occhi mi ha detto che hanno una web-radio, e che sarebbero molto felici di invitarci in “studio” per parlare del nuovo disco e presentarlo. Per lui questa cosa era davvero una figata, per lui non dovrebbe essere necessario stampare delle locandine per un concerto, fare una promozione decente per un locale che non è esattamente davanti a una fermata del tram, per lui è seriamente incomprensibile che a un concerto non pubblicizzato e fuori mano in cui suonano gruppi ai più sconosciuti si presentino quindici persone in un locale di trecento metri quadrati e bevano solo cinquanta euro di birra e si permettano pure di far partire dei flame sull’evento facebook. La musica è sacra, perché alla gente non piace? Perché la gente non se ne interessa? Perché la gente non supporta la scena, perché questo mondo non cambia? Perché non si dà attenzione ai gruppi emergenti? Lui mette a disposizione il locale, che altro deve fare di più perché la gente sposi la sua causa?

E io, perché ho speso quei venti euro in panini invece che comprarmi una campana di Verbatim?

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