L’ho mangiato a Parigi. Il miglior kebab della mia vita, dico, l’ho mangiato a Parigi. A notte inoltrata, dopo una giornata che sembrava non dovesse finire mai. Sfiancante, noiosa.
Pazzesco perché quella giornata, considerata l’organizzazione maniacale che avevo riservato al viaggio, avrebbe dovuto filare liscia come l’olio, in un crescendo di soddisfazione e comfort.
Del resto il programma era formidabile. Decollo sulle 14:30, così da evitare levatacce e traffico in autostrada, con atterraggio previsto per le 16:45 all’aeroporto Charles de Gaulle. Treno per il centro di Parigi, breve sosta nel mio alloggio per regalarmi una veloce rinfrescata fino ad arrivare, massimo alle 18:30, all’aperitivo nel bar da me conosciuto come “il postaccio con le pinte a 2,50€”.
Purtroppo il giorno della mia partenza coincideva, guarda caso, con uno sciopero generale indetto da piloti e assistenti di volo. Volo cancellato.
Ho passato un’ora abbondante ad interrogarmi interiormente su quale potesse essere il miglior modo per affrontare la situazione. Lamentarmi del disagio o rimanere fedele alle mie annacquate convinzioni politiche, dove lo sciopero rimane la migliore delle armi per combattere l’arroganza dei padroni?
Alla fine, come mia abitudine, ho veleggiato spedito verso uno scomodo limbo. Ho continuato a supportare i lavoratori ma, al tempo stesso, mi sono rivolto a degli schifosi crumiri perché a Parigi in un modo o nell’altro ci dovevo arrivare. Dopo una lunga attesa e un bonifico versato nelle tasche di una diversa compagnia low-cost sono atterrato a mezzanotte abbondantemente passata e, dopo un interminabile viaggio in bus, ho raggiunto il centro verso l’una e mezza. Stanco, incazzato e con lo stomaco vuoto da mezzogiorno.
Ho un po’ gironzolato a caso per Belleville, quartiere estremamente interessante, esteticamente gradevole, colorato, vivo e con quel tocco di losco in grado di far scattare la magia.
Arrivato alle soglie dello svenimento mi sono infilato in un tugurio che vendeva kebab, dove il personale era sprovvisto di buone maniere e l’aria intrisa di candeggina ha incendiato con troppa facilità le mie vie respiratorie. Ho comprato in fretta e furia il classico menu kebab+patatine, una birra di una marca imprecisata e me la sono data a gambe. Con l’ambito pasto tra le mani sono andato a caccia di uno scorcio parigino dove potermelo gustare in tutta tranquillità, perché sentivo la necessità che il mio spuntino risultasse in qualche modo borioso e con la puzza sotto il naso.
Sono stato fortunato, perché dopo pochi passi mi sono imbattuto in una piazzetta magnifica. Piccola, accogliente, dotata di qualche vecchia panchina e una decina di alberi che timidamente attentavano all’uniformità del pavé. Le case intorno erano basse e circondavano Place Du Guigner in un timido abbraccio che restituiva a quel chilometro quadrato un’aura di perfezione.
Senza neanche rendermene conto, rapito dalla bellezza del dipinto che mi sono ritrovato davanti agli occhi, le mie mani avevano già scartato il panino e, con sorprendente dolcezza, l’avevano portato al cospetto della mia bocca, mentre l’inadeguata luce di un lampione si rendeva subdolamente complice del complotto atto a macchiarmi i pantaloni.

Quello che è successo al primo morso lo ricordo ancora come un qualcosa di vergognosamente orgasmico.
La piadina era tostata alla perfezione, la salsa yogurt in un baleno ha sensualmente foderato il mio palato, nello stesso momento la punta acida dell’hummus mi ricordava che ogni tanto vivere ha il suo perché. La carne era tenera e succulenta, con quel tocco di affumicato donato dalle croccanti crosticine delle parti cotte più in prossimità della fiamma. Perfino la birra di marca imprecisata era clamorosamente buona.
Insomma, l’epilogo perfetto di una giornata un po’ del cazzo.
Sono passati diversi anni da quella strana cena, eppure ogni volta che mi ritrovo con un kebab in mano non posso fare altro che pormi la stessa domanda. Quello di Parigi era realmente il miglior kebab che abbia mai mangiato o la confluenza di circostanze ha irrimediabilmente falsato il risultato finale? La fame bestiale, la stanchezza, lo splendido contesto ambientale che peso hanno avuto sulla mia percezione del cibo?
Percezione. Parola importante dal significato nebuloso e dai contorni ancor più incerti.
Ricordo vagamente di aver letto qualcosa a riguardo ai tempi dell’università. Ricordo nitidamente di non averci capito nulla. Andando un po’ a braccio mi tornano in mente Locke e Leibniz, non propriamente i miei due autori preferiti, che ciarlavano su qualcosa del tipo – la percezione comprende esperienze, interpretazioni e rielaborazioni dell’ambiente esterno che ci portano – dopo quello che sembra a tutti gli effetti un lunghissimo viaggio – alla conoscenza di un oggetto materiale o fisico -.
Cosa significa tutto ciò? Non ne ho idea.
Credo però che siano parole sufficientemente adatte a descrivere il mistero del kebab e centinaia di altre situazioni che devo affrontare nel quotidiano. Le interpretazioni si possono sbagliare, le rielaborazioni possono risultare fallaci. Se si è una persona come me, ossia un ignobile sacco di merda, queste cose succedono più spesso di quanto si possa immaginare.
Quel kebab era davvero buono o ero talmente affamato che avrei trovato celestiale anche una carbonara vegana?
Quando bevo senza ritegno divento veramente simpaticissimo o finisco col diventare ridicolo facendomi odiare da amici e conoscenti?
I Menzingers sono realmente il gruppo più figo dell’universo o penso questo perché da quel concerto al Freakout ho cominciato, irrazionalmente,  ad amarli più di mia madre?
L’ultima è una domanda tosta, che merita una riflessione. Complessa, dolorosa.
Certo, se ci penso ascoltando Hold On, Dodge la risposta mi sembra veramente immediata. Si, sono il gruppo più figo del mondo.

La realtà dei fatti è molto semplice. Adoro i Menzingers perché, seppur ad un livello puramente astratto, sono tali e quali a me. Se solo fossi in grado di farlo scriverei esattamente quello che scrive Greg e, proprio come lui, se proprio dovessi scegliere un solo album dei Bad Religion sarei indeciso tra No Control e Suffer.
Contestualizzando temporalmente ogni disco dei Menzingers mi accorgo di come abbiano seguito pedissequamente ogni fase della mia vita nello stesso identico momento. Dall’ormai lontana incazzatura giovanile con tanto di sfumatura socio-politica, alla disillusione, all’autocommiserazione. Fino ad arrivare al dramma di diventare vecchi.
A tal proposito, sono sempre più convinto che non sia una condizione che si sviluppi poco a poco, trovo implausibile la teoria dello spegnersi lentamente. Credo invece accada tutto in un attimo. Un bel giorno ti ci schianti addosso senza neanche accorgertene. Più o meno come quando cerchi di lasciarti alle spalle l’estate e provi a prepararti per l’arrivo dell’autunno, organizzando l’armadio regalando nuovamente a giacche e felpe un posto più in vista. All’arrivo del freddo però sei ancora in pantaloncini, con le mani colme di fazzoletti che cercano macchinosamente di asciugare il moccio del primo raffreddore dal naso.
In questo e tutto il resto i Menzi – io li chiamo così, Menzi, come se fossero un amico di cui si tronca il cognome per comodità, a mo’ di vezzeggiativo – sono sulla mia stessa lunghezza d’onda. Ogni loro testo si incastra alla perfezione in un puzzle temporale dalla precisione che oserei definire inquietante. Fossi nato una manciata di anni prima, o dopo, avrei vissuto un’esperienza completamente diversa e difficilmente sarei riuscito a maturare una sintonia così profonda.
Questa è a tutti gli effetti una sorta di sovrastruttura capace di plagiare e manipolare la mia percezione. Uno scheletro di modelli mentali che inevitabilmente ha una decisa influenza sul concreto impatto della musica in sé.
Ne ho già sentite diverse su Hello, Exile. È un disco moscio, roba già sentita mille volte, questi sono dei paraculo e, per ritornare al 1999, questo disco non è abbastanza punk. Sono tutte asserzioni piuttosto veritiere, non posso negarlo.
Il fatto è che la mia percezione riesce senza troppe difficoltà a trasformare tutti questi presunti difetti in punti di forza.
Ben vengano i testi sempre più ammiccanti perché è più facile ritrovarcisi. Ben venga una pulizia del suono ancor più evidente se riesce a mettere in primo piano le melodie.
E meno male che non ci sono novità o sorprese. Un disco dei Menzingers è l’equivalente della busta che mi spediva la Panini a campionato terminato. Quella con tutte le figurine dei calciatori che non avevo trovato durante l’anno. Dove l’effetto sorpresa veniva prontamente rimpiazzato dalla consapevolezza che al suo interno avrei trovato tutto ciò di cui avevo bisogno. Ogni canzone è una figurina, da appiccicare con minuziosa attenzione lungo i bordi dello spazio vuoto corrispondente, indispensabile per completare il tanto ambito album e raggiungere un momento di pura ed effimera gioia.

Non so come finisca con Locke e Leibniz, il mio interesse è durato giusto il tempo di scippare un merdoso diciotto. Tutta questa faccenda della percezione per me rimane un articolato quanto affascinante mistero.
Se ripenso a quel kebab a mente fredda, isolandomi dal contesto ed eliminando i bei ricordi, capisco che in effetti le probabilità che facesse cagare sono molto alte. Le salse erano acide, la carne quasi sicuramente marcia e la birra di marca imprecisata, in fin dei conti, era urina refrigerata.
Con i Menzingers non mi è possibile utilizzare lo stesso approccio. Anzi, ho capito che non voglio. Non è una cosa che mi interessa fare. Sarebbe tempo perso, perché sono sicuro che in un modo o nell’altro la mia percezione non cambierebbe di una virgola. La sovrastruttura è fin troppo solida, le esperienze immutabili e le interpretazioni ormai sono già state trascritte in maniera indelebile nella mia mente.
Hello, Exile è il disco che aspettavo dal 2017 e per quanto mi riguarda è un gran disco. Solido, quadrato, onesto, coerente, maturo.
Il che mi fa tornare prepotentemente all’assunto iniziale: i Menzingers sono il miglior gruppo del mondo.
Che questa sia la verità, una svista incredibile o una deviata percezione dell’oggetto in questione credo non abbia la minima importanza.