Se il mio rapporto con il punk-rock è sempre stato di amore incondizionato e totale fiducia, quello con l’hardcore è sempre stato più complesso. Lo definirei occasionale e tribolato. Rapporto dove alcuni esaltanti alti sono sempre stati annullati da desolanti e deprimenti bassi.
Probabilmente perché ho sempre provato disgusto per i Terror, il metal, il mosh e gli pseudo-machi tutti muscoli e tatuaggi. Oppure perché, essendo una persona orribile, non me ne è mai fregato un cazzo dei diritti degli animali e delle teorie straight-edge.
Fatto sta che che io l’hardcore l’ho sempre costeggiato, senza mai buttarmici a capofitto. Ho sempre preferito, diciamo così, piluccare, quando ne avevo voglia, di tanto in tanto. Il più delle volte in concomitanza con l’accorciarsi delle giornate, oppure, ancora meglio, quando il mio sentirmi una merda viene esasperato da incontrollabili fattori esterni.
Quest’anno, tra una cosa e l’altra, è toccato agli United Nations farmi sentire bello becero. Chi sono gli United Nations? Ecco, questo non si sa bene. Quello che so, è che oltre ad avere il nome più bello della storia della musica, sono il progetto di quel gran bravo ragazzo di Geoff Rickly. Personaggio che stimo dalla notte dei tempi ma che negli ultimi anni, tra dischi tutt’altro che convincenti dei Thursday e l’imbarazzante collaborazione con gli ex-Lostprophets, mi aveva fatto girare leggermente i coglioni.
Con questo disco invece il ritorno è in grandissimo stile perché The Next Four Years è un discone, che riesce non solo a riprendere il discorso iniziato nel lavoro precedente ma anche ad estremizzarlo e a renderlo ancor più spiazzante ed interessante.
È un disco violento, furioso, dove i rarissimi momenti più riflessivi, gli unici dove la voce del buon Geoff è riconoscibile, vengono puntualmente sommersi da una pioggia di urla e blast-beat senza Dio. Sembra quasi di ascoltare la versione moderna e ben registrata dei Reversal Of Man, ed è una gran goduria.
Detto questo, bisogna precisare che si tratta di un disco particolare, che definire semplicemente hardcore sarebbe quantomai riduttivo. Le influenze sono diverse, e sono combinate in una maniera tanto caratteristica quanto intelligente. Il mostruoso lavoro delle chitarre ne è un esempio lampante. Originali, mai banali, potentissime e trascinanti senza però mai scadere in soluzioni troppo abusate o, ancor peggio, in tamarrate metal.
La sezione ritmica, devastante anch’essa (la batteria l’ha registrata davvero Koller dei Converge?), mi ricorda con molto ardore e nessuna pietà che quello che faccio io non è suonare la batteria, ma è un qualcosa di molto più triste e ridicolo.
E poi c’è Geoff. Una gran brava persona. Che in questo disco regala una prova vocale della quale non lo credevo assolutamente capace e un bel po’ di testi pazzeschi che racchiudono splendidamente l’attitudine e lo spirito degli United Nations. Diretto, vero, senza fronzoli o inutili orpelli. E coraggioso nell’affrontare diverse tematiche che ultimamente in ambito punk/hc vengono sempre più spesso messe da parte.
Quindi, per chiuderla: trovo che The Next Four Years sia un discone. Suonato, come già accennato prima, in maniera pazzesca da personaggi che sanno maledettamente il fatto loro e registrato, se possibile, ancora meglio.
Consigliatissimo.
A tutti.
Dall’hardcorer tutto d’un pezzo allo sfigato come me.

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