In difesa delle cover-band

Le mie serate preferite sono quelle che finiscono con il “fondiamo una nuova band”. Succede al pub, o il più delle volte fuori dal pub, quando vi hanno già cacciati fuori con la scopa ma prima di andare a casa sembra una buona idea galleggiare fuori seduti sui portabiciclette.

Se suonavate, vi sarà capitato di sicuro. Se suonate, probabilmente continua a capitarvi, a cadenza sempre più diradata, ma ogni tanto finisce così.
Attenzione a questa distinzione, perché, come direbbe Carlo Lucarelli, è importante, e la rivediamo dopo.

Insomma quella sera nasce una nuova band. Si spara qualche nome, solitamente fanno quasi tutti schifo, tranne quelli del futuro leader. Il futuro leader non sempre è quello che pronuncia la frase “fondiamo una nuova band”, ma è quello che già da subito ha le redini in mano, a cominciare dal mondo in cui gli altri musicisti si rivolgono a lui, come se aspettassero un segno per poter continuare a sognare. A volte al pub, o sui portabiciclette, è presente l’intera line-up della band. Altre volte no, manca un componente, e parte il toto-musicista, perché è sempre il bassista a mancare, e il bassista è come il portiere: non lo vuole fare nessuno.

Il primo vero ostacolo però è la sessione di prove numero zero. Per il settanta per cento delle band nate nei pub, è anche l’ultimo. Io ne ho fondate una ventina di band, e in altrettante sono stato reclutato dopo l’amaro con ghiaccio. Una a cui tenevo moltissimo, che ho fondato per le strade di un’isola croata dopo diversi bicchieri di slivovica era una cover band degli Offspring che avrebbe dovuto iniziare tutti i concerti con Not The One, suonare Dirty Magic a metà scaletta e non tralasciare gli ultimi, imbarazzanti dischi. Fu un caso di gruppo che non arrivò mai alla prova zero. Però riuscii a dedicare un paio d’anni della mia vita a una cover band degli Alkaline Trio, gli Alkaline Quartet. Perché dal vivo pure gli Alkaline Trio stessi fanno schifo con una chitarra sola, e impersonare Derek Grant era il mio carnevale preferito.

Sono diverse le ragioni per le quali si fa una cover.
Ce n’è una pratica, ad esempio: appena si fonda una band non è che ci si trova tutti a caso in sala prove a provare a rincorrersi con gli strumenti per vedere che effetto fa. Si arriva con qualche cover preparata a casa. È per evitare di annoiarsi, o di perdere tempo, o di scoprirsi drammaticamente incapaci di improvvisare, perché sì – spesso una band nasce prima che tutti i componenti siano a un livello tecnico tale da renderli presentabili, e loro giustamente se ne fregano.

Ce n’è una artistica, anche: provare a rifare una cosa cambiandone qualcosa, reinventando qualcos’altro. Tentare di rifare il pezzo perché lo si ama, o perché si è sempre provato a immaginarlo diverso; è un prestito, un esercizio di stile non dissimile da quelli che capita di vedere nei musei, con studenti di arte che copiano i quadri nei loro taccuini. Sono sicuro che tutti vi siete innamorati di una studentessa d’arte pensierosa così, sentendovi inadeguati perché non vi è mai capitato di scoprirvi a pensare così bene. Non nascondetevi.
Poi la maggior parte delle volte l’originale resta superiore, se non altro per un fatto autoriale. A volte invece vince Davide: penso a Firestarter rifatta dai Jimmy Eat World, The Boys of Summer nella versione degli Ataris, My Body is a Cage rifatta da Peter Gabriel complice una scena di House che mi agitò il sonno.

Ce n’è una ludica. Si fa una cover per divertirsi. Perché una cosa di noi umani è che quando vediamo qualcosa che ci piace, lo smontiamo e proviamo a rifarlo noi, e quando ci viene bene sticazzi del brevetto. Chi se ne frega se l’assolo di Hey Joe non l’hai scritto tu quando ti riesce come sul disco, chi se ne importa se il doppio passo di Ronaldo ti viene di merda se poi la butti dentro saltando il portiere, chi se ne incula se indossi la maglia tarocca del Barcellona mentre esulti con le braccia aperte ad uccello, o se mimi la mitragliatrice di Batistuta ma hai tirato una mozzarella che è entrata solo perché il portiere pesa 160 chili.

Non c’è nulla di più bello che assomigliare ai nostri eroi, ed è così che nascono le cover band. Quelle miserabili espressioni di adulti mai cresciuti che si pettinano come Renato Zero, comprano gli stessi occhialini di Albano, si raschiano la gola per cantare come il Liga, si rasano la chierica per avere i capelli come Vasco. Suonare le loro canzoni alla perfezione non basta, dobbiamo illuderci di essere loro, ed è un’illusione che non esce dal palco, perché il pubblico non se la beve mai. Lo facciamo solo per noi. L’ho capito più di ogni altra volta rendendomi conto che i dipinti di mio nonno, delle sincere copie dal vero o da fotografia di qualsiasi cosa colpisse la sua attenzione o lo portasse a domandarsi come fosse composta una cosa, non erano un’espressione di incapacità di andare oltre alla realtà che gli stava attorno, ma un tentativo di afferrarla, di farla sua e sentirsi quindi, in qualche modo, in pace.

Spesso leggo di concerti andati male. Gente che non è venuta, cachet non pagati, accordi non rispettati, date saltate, riscontri non lusinghieri. Più e più volte sono musicisti, a volte promoters, ma soprattutto musicisti. Si lamentano che la vena artistica di chi si fa un mazzo tanto per cagare una canzone originale, vincere la ritrosia e proporla live a un pubblico diffidente e ignorante venga spesso soffocata da una mancanza di spazio, che molto spesso, specie in Veneto, più volentieri e senza bisogno di alcun tipo di rassicurazione è concesso a cover band dalle sembianze mostruose. Sono per lo più combo di 5 o 6 musicisti ultra quarantenni che forse suonano da tutta la vita, forse solo da qualche anno perché un giorno hanno visto una chitarra in vetrina di un colore che lasciarla lì era un peccato e hanno preso qualche lezione. Si riuniscono tutti attorno a una specie di megalomane che ha deciso che la sua vita non è completa se non si fonde a quella di Vasco Rossi, e da lui si fanno trascinare in tour senza fine per tutte le locande con buona cucina e ottima birra che ai commensali pensano bene di offrire anche una dose esagerata di rock e adrenalina.

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Non sto inventando parole o forme retoriche, sta tutto nero su bianco sulla pagina “Cultura&Eventi” dei quotidiani locali, su quegli opuscoli di annunci che si trovano in tutte le sale prova a pagamento dove i pub pagano qualche centinaio di euro per promuovere l’intera stagione: un tributo ogni weekend, ogni sera si sacrifica qualche band originale sull’altare del Dio Rock, provocando il rosicamento infinito di chi invece a una scena vera, originale, di gruppi che propongono musica propria ci crede ancora, e vuole supportarla.

La Cover Band è il mostro finale, è l’entità che vince sempre lo scontro, la nostra nemesi, la Juventus. Pensi di averla stesa con una serata particolarmente fortunata, ma lei si rialza sempre e ti porta via il pubblico, la vena creativa, gli strumenti migliori, i palchi, tutto.

I manifesti dei loro spettacoli stanno appesi dappertutto. Sei hai la sfortuna di aprire un loro concerto (tu, gruppo originale che apri a un gruppo cover!), spesso hai anche il dispiacere di conoscerne i membri, assisti al loro soundcheck interminabile in cui trattano il fonico come una merda pestata e spalmata sul bordo del marciapiede. Quando hanno finito tocca a te, hai 5 minuti prima che il fonico vada a mangiarsi il suo panino alla salsiccia, per te manco quello perché la cover band ti ha finito il pane.

Ci mancherebbe altro che non parta la shitstorm su Facebook il giorno dopo; l’appello a boicottare le loro date, se non l’intero sistema cover band; gli insulti a chi si traveste da Vasco Rossi; gli insulti a chi manco quello sa fare, e si accontenta di suonare la tastiera nella cover band di Vasco Rossi; gli insulti al pubblico, il vero artefice di questa immoralità, che invece che popolare i concerti della vera scena preferisce seccarsi Forst alla spina mentre un gruppo rifà uguale Albachiara, con quelle lucine colorate che si riflettono sui quadri a specchio coi loghi delle birre, le losanghe del locale e i magnifici battiscopa in legno scuro. Soprattutto gli insulti al pubblico, perché quel pubblico lo si vorrebbe sotto il proprio di palco.
Forse è arrivata l’ora di rendersi conto che le cose non stanno proprio così. Basterebbe che ognuno di noi musicisti si chiedesse quante volte sia stato al concerto di una cover band. Io a uno, una cover band dei Nirvana, anche piuttosto abile, ma ci sono andato per il LOL, per vedere se facevano Scoff, e l’hanno pure fatta. Poi basta, e forse voi manco a quell’unico concerto, perché non siete degli infami che vanno a ingrassare il birraio di turno, o a celebrare il mito della star della musica italiana di turno. Ma ecco, voi non ci siete mai stati, e neppure chi va a vedersi le cover band è mai stato manco per sbaglio a un vostro concerto, a meno che non apriste alla cover band. Comunque, mentre suonavate, stava mangiando un panino alla salsiccia – no, il pane non era finito davvero – e non vi ha cagati nemmeno per sbaglio, anzi, ha tentato di ruttare più forte della vostra chitarra.

Ma la cosa ancora più sconvolgente è che se domani si sciogliessero tutte le cover band del mondo, quel pubblico non inizierebbe a venire ai vostri concerti, e la vostra fanbase rimarrebbe quella. E, peggio ancora, quel birraio che vi ha chiesto quanta gente avreste portato prima di farvi suonare e poi dirvi a fine serata che non aveva vuotato abbastanza fusti e quindi per il vostro show non c’era budget, trovandosi senza programmazione, comunque non chiamerà voi, e metterà su Su e giù da un palco a volume un po’ più alto, così sarà quasi come essere al concerto.

Perché mi rendo conto che sia difficile da accettare, ma non tutti chiediamo le stesse cose alla musica. Per noi è una delle più alte, forse la più alta espressione dell’arte, e ce lo raccontiamo nelle nostre recensioni sul web e sul cartaceo, sublimandola in alcune componenti che a seconda di come si combinano in un disco determinano un capolavoro o un disco mediocre, fanno la storia o fanno una moda, restano immortali o si disperdono fra la rete. Per noi andare a un live è assistere a un’esperienza in cui disco che amiamo o che ci ha incuriositi si fa materia davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie, e da riproducibile all’infinito diventa un episodio unico e irripetibile che tentiamo di fissare sul nastro della nostra coscienza prima che tutto finisca e le luci si spengano. Oppure è una fulminazione istantanea, in cui qualcosa che non conoscevamo entra dalla porta principale sfondandola e mettendoci a soqquadro la casa. Oppure un rumore fastidioso che ci fa guardare negli occhi, aspettando che sia l’amico a dire “che merda, usciamo” perché se non sei il primo a dirlo ti senti meno in colpa.

Questa è la nostra concezione, questo è un concerto, questo ci aspettiamo che sia per chi suona e per chi ascolta, in un rito collettivo che per tutti suona all’unisono. Ma non è così.

Perché c’è chi ai concerti ci si trova in mezzo tra una birra e l’altra. C’è chi la musica non la cerca ma da essa si fa trovare, chi non vede tanta differenza fra ricevere un disco per Natale e scaricarsi un successo con il cellulare, magari con quei servizi ad abbonamento che ormai sono quasi estinti ma che catturano ancora qualche essere sottosviluppato.

C’è chi non ha nessun bisogno di cercare nuova musica, di interrogarsi sulla musica, di valutare un live, di sentirsi parte di una scena, di un movimento, o di ricordarsi di una serata in cui ha sentito quel gruppo in quel locale di quella città.

C’è chi vuole solo sentire Albachiara. È una persona che non è né malvagia né inferiore, è semplicemente incompatibile con l’idea di musica che abbiamo noi. Solo che gli unici a cui frega qualcosa di questo conflitto secolare siamo noi, che stiamo da questa parte. Gli unici che vedono un nemico in un fattore che semplicemente è irrilevante per il nostro successo, perché miriamo a un altro tipo di coscienza da colpire.

I pub che non ci vogliono dare spazio perché preferiscono la cover band non cambieranno idea dopo averci sentiti.

Se avete mai avuto una band per un bel po’ di tempo, investendoci soldi, la quasi totalità dei vostri soldi, se avete mai macinato chilometri con rimborsi che non bastano nemmeno per un kebab appena usciti dall’autostrada, viaggiando 3 ore per suonare mezzora, se vi siete fatti umiliare da un tecnico del suono in studio di registrazione perché quell’arpeggio semplicissimo non vi viene come si deve, se avete suonato a quello che era stato presentato come un megafestival in riva al mare e si è rivelato un bancale sulla sabbia davanti a 5 persone mentre al bagno accanto erano in duemila a un djset, se avete pensato che forse era il caso di gettare la spugna che tanto le scale non le avete mai imparate, figuriamoci se potete impararle una volta passati i 25, se vi siete tenuti liberi tutta un’estate per provare ma poi il batterista se ne va un mese in Canada e il chitarrista si trova una fidanzata possessiva, se avete cacciato un cantante perché si esibiva con il leggio, se avete vissuto queste umiliazioni e non ce la fate più, mollate: la buona notizia è che non è la vostra strada e ve ne siete finalmente accorti; la cattiva notizia è che non è colpa delle cover band che vi rubano il lavoro, né di chi non vi è venuto a vedere perché ha preferito uno spritz, ma vostra. Perché non avete fatto abbastanza per diventare una band.

Se arrivate al punto in cui riuscite a far capire a vostra Zia che ha rotto il cazzo con il suo “tu che hai il gruppo cantaci qualcosa” al pranzo di Natale, se vi rendete conto che non siete più delusi quando i vostri amici non si presentano alla vostra quinta data in città in due mesi, però ci sono delle facce sconosciute che vi fissano per tutta la durata del set, beh allora forse siete anche arrivati al punto in cui vi rendete conto che le cover band fanno parte di un circuito parallelo e irrilevante per la vostra carriera, che rappresentano un mondo di cui non volete far parte, intrattengono un pubblico con cui non avreste parole da scambiare, suonano su palchi che, in fondo, sono posti in cui il gruppo che suona è paragonabile al tavolo da biliardo o al tabellone delle freccette; e se un giorno, fra qualche anno, entrerete in uno di questi posti e ci troverete un vostro amico che non vedevate da anni stretto in una camicia che tradisce qualche birra di troppo nell’ultimo periodo e forse qualche insoddisfazione che il suo sorriso non vi racconta, e vi dimenticherete che quello era uno dei vostri amici che non veniva mai a vedervi, magari lo saluterete e ripenserete a qualche vostra scelta fatta in passato.

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