Non è un segreto che Caso mi piaccia tantissimo.

Ho anche provato a mettere questa mia passione per il cantautore bergamasco nero su bianco, nelle recensioni dei suoi dischi, credo però senza riuscirci del tutto. Un po’ per una mia palese incapacità, un po’ perché non è mai facile riuscire a trovare le giuste parole per descrivere un qualcosa che ti ha colpito così profondamente.
L’occasione di poter scambiare due parole con Andrea mi è sembrata subito una possibilità da cogliere al volo, ignorando tutti i dubbi e le incertezze derivanti dalla mia totale inesperienza in ambito d’interviste.
Insomma, questa è stata una prima volta, per me e per Il Fragolone.

E credo sia merito/colpa di quest’inesperienza, o del fatto che Andrea si è rivelato essere una persona estremamente disponibile, se la chiacchierata ha toccato temi anche non prettamente musicali.
Facendomi capire un po’ meglio chi è Andrea Casali e cosa c’è dietro il progetto Caso.
E facendomi capire, soprattutto, che alla musica servirebbero molte più persone del genere.

Ci mettiamo d’accordo via mail per una conversazione su Skype, perché immagino la conversazione con lui sia un po’ difficile da imbrigliare mail dopo mail. Meglio parlare, con tutti gli errori e tutte le pause verbali di una conversazione vera. Riascoltando il tutto, poi, sarò sorpreso dall’osservare che in fondo è andato tutto liscio, come un copione ben recitato, senza troppi imbarazzi e silenzi. Come se parlassimo la stessa lingua.

Andrea, direi che possiamo cominciare quest’esperimento.
Ti dirò, tutto quello che volevo sapere riguardo Cervino credo di averlo già capito ascoltando il disco un migliaio di volte nelle ultime due settimane. Sono molto più interessato a capire cosa ti ha spinto a farti affiancare da una vera e propria band. Come ti trovi con i ragazzi che ti accompagnano, se già li conoscevi e se sei soddisfatto di come alla fine hanno influenzato Cervino.

I ragazzi che suonano con me sono tutte persone che conosco da tempo. Amici, ex-colleghi, tutte persone d’esperienza con le quali è davvero bello suonare.
C’era già stato una sorta di “antipasto” nel disco vecchio, dove tutti gli altri strumenti presenti in alcuni pezzi sono stati suonati da loro. Da lì poi è nata anche la volontà di provare a portare questa formazione in sede live, alla ricerca di uno spettacolo un po’ più elettrico.
Durante le prove poi, avendo già in cantiere i pezzi nuovi, ho cominciato a provarli con i ragazzi e sentendo che con tutta la band venivano veramente bene, ho deciso di tenerli così.

C’è stato addirittura un momento in cui ci siamo messi a discutere se sarebbe stato meglio far uscire il disco sotto un altro nome, che comprendesse così tutta la band, ma essendo questi tutti pezzi miei, dall’arrangiamento iniziale fino ai testi, mi sono deciso a farlo uscire a nome Caso. Detto questo il disco deve comunque molto a loro, che hanno portato moltissime idee splendide in fase di arrangiamento, e sono molto soddisfatto del risultato finale.

Ma passare ad avere una band come è stato? Credo che la differenza tra girare in compagnia e vagare da solo in giro per l’Italia sia parecchia, sotto moltissimi aspetti.

Assolutamente. Considera che con “La linea che sta al centro” ho potuto cominciare ad assaporare anche palchi e situazioni diverse rispetto a quelle prettamente acustiche alle quali ero abituato, ed è stato molto interessante. Era un po’ una sfida e una mia personale volontà capire come mi sarei comportato su un palco grande ed attrezzato, magari davanti ad una platea folta che non era lì per me ma per il gruppo che avrebbe suonato dopo. E devo dirti che nonostante la normale preoccupazione iniziale è stata un’esperienza molto bella ed intensa.

Adesso, con la band, la ricerca di situazioni così è chiaramente all’ordine del giorno. Adesso posso puntare a palchi e contesti che da solo avrei raggiunto con molta più fatica. O che forse non avrei proprio raggiunto.
Con la band inoltre è cambiato completamente anche il modo di vivere i live. Per quanto una band comporti anche problemi, primo fra tutti il muoversi con appresso tutta la backline, poter condividere l’esperienza del palco e i chilometri è certamente una cosa piacevole.
Ho praticamente girato l’Italia da solo, in macchina, macinando chilometri su chilometri e non è sempre stato facile, soprattutto quando non potevo contare sulla presenza della mia ragazza o di qualche amico a farmi compagnia. Ricordo che sono andato da solo a Roma, ad Ascoli (andata e ritorno in due giorni), e sono cose che bisogna saper prendere bene, altrimenti rischiano di diventare veramente pesanti. 
Adesso con i ragazzi la situazione è ovviamente diversa e i viaggi e i tempi morti prima dei concerti sono più leggeri e divertenti.

Non dirlo a me, spesso finiamo su un divano con il telefono in mano, a controllare le notifiche di Eurosport.

So che nasci batterista e so che sei ancora molto legato alla scena punk-rock. Capirai che da batterista (scarso) e da appassionato di punk (annacquato) questo tuo background mi interessa molto. Ti va di raccontarmi un po’ cosa combinavi prima di cominciare il progetto Caso? Influenze, esperienze e se il legame con la scena punk è ancora vivo.

Chiaramente la scena punk è stata per me molto importante. Io ho suonato la batteria per circa dieci anni e facevo hardcore melodico, velocissimo, in pieno stile Fat Wreck. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Satanic Surfers.

Grandi.

Sono un gruppo che per me ha resistito magnificamente alla prova del tempo e ogni volta che mi capita di riascoltarli vado sempre fuori di testa.
Quando ho cominciato, quando avevo più o meno vent’anni, il genere ovviamente era piuttosto di nicchia, pochissimi locali erano disposti ad ospitare concerti punk-rock, e il riferimento era sempre la solita manciata di centri sociali. Proprio per questo dopo qualche concerto, dopo qualche trasferta, ci si conosceva già tutti.
Quando poi ho deciso di indossare le vesti di cantautore, propormi in certi ambienti è stata per me una cosa estremamente naturale. E ti devo dire che sono stato accolto benissimo, nonostante il mio sound e la mia proposta fossero diversi. Aiutato forse dalla nascita dell’ondata folk-punk, con molti cantanti punk-rock che si cimentavano nel disco acustico, ho sempre potuto contare su di un ottimo riscontro che all’inizio, sinceramente, non mi aspettavo.
Il legame con la scena-punk quindi rimane forte, i miei riferimenti vengono per la maggior parte da lì. Tanto che per questo disco avevo addirittura un po’ di paura che potesse suonare un po’ troppo post-punk, e alla fine mi sono imposto di non farlo troppo distorto o troppo tirato. La sola piccola eccezione me la sono concessa in Pressione Alta, che con la sua ritmica sostenuta richiama il passato in maniera un po’ più decisa rispetto agli altri pezzi.

E la batteria che fine ha fatto? La suoni ancora?

Per la batteria ormai nutro solo un amore platonico. Non la suono ormai da tanto tempo. La mia l’ho venduta già diversi anni fa. Per quanto dolorosa credo sia stata la scelta migliore. Vederla in un angolo a prendere polvere era piuttosto triste.

Capisco. Quindi ti sei trasformato in un ex-batterista che dice al proprio batterista cosa deve fare per filo e per segno…

In effetti è un bel casino! Scherzi a parte, fortunatamente con il batterista ci conosciamo da una vita. Chiaramente si parla, ci si confronta, ma ti posso dire che non ci sono mai stati problemi, anche perché a suonare la batteria lui è sempre stato molto più bravo di me. Sarà per questo, sarà per il background comune, ma le soluzioni che ha trovato per Cervino mi sono piaciute molto fin da subito.

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Sempre per restare in tema punk, vorrei sapere la tua opinione su una cosa. Si tratta di una sorta di mia elucubrazione, probabilmente ridicola, che comunque vorrei sottoporti.
Negli anni ho decisamente ampliato i miei ascolti, e mi capita di ascoltare un buon numero di artisti che, musicalmente parlando, spesso non hanno nulla in comune. Quello che però hanno in comune, e ti parlo del 90% dei casi, è la provenienza ed un certo attaccamento alla scena punk/hc. Indipendentemente dalla proposta musicale in sé, mi sembra di poter riconoscere quella volontà di suonare veri, sinceri e diretti. Senza troppi orpelli, senza sceneggiate. Sono convinto che la scena punk/hc riesca a darti allo stesso tempo solidi radici e una grande libertà di espressione. Musicale e non. Sto dicendo un sacco di cazzate?

Bravo, l’hai detto, è proprio la volontà di voler arrivare diretti secondo me la cosa caratterizzante, più delle scelte di suono e di gusto. E credo che questi derivi soprattutto dal forte legame che si forma in questo tipo di ambiente.

Grande, mi riferivo proprio a questo. Cioè, tu puoi suonare quello che vuoi, ma ti rimane sempre dentro un certo “senso di appartenenza”, chiamiamolo così.

Esatto, esatto. E questo senso di appartenenza io lo riscontro ancora ai concerti a cui vado, o che mi capita di organizzare qualche volta qui a Bergamo assieme ad amici. Solitamente le serate punk/hc sono quelle a cui viene più gente appassionata, gente che ha navigato già parecchio, gente che compra i dischi e supporta tutti i gruppi. Alle serate più indie invece molto spesso è diverso, c’è gente solo quando c’è il nome grosso, del momento. Si vede molta meno gente al banchetto. Spesso e volentieri sono persone che vedi solo ed unicamente quella sera. Insomma, ci sono tante piccole cose che mi fanno credere che nell’ambiente punk viva una passione un po’ più forte, un po’ più vera.
C’è quella cosa che abbiamo sempre chiamato attitudine, che messa così può sembrare un termine vecchio, anacronistico, che però in tutti questi anni nessuno è mai riuscito a smontarmi.
Gruppi che arrivano, fanno il check in cinque minuti e al concerto suona tutto come deve suonare. Questo probabilmente per la volontà di mettere davanti alla tecnica o alla scelta di suoni, un forte sentimento verso la musica. E questa è una cosa che per me è sempre stata importantissima. Poi non essendo un grande musicista questa storia mi piace anche cavalcarla per bene!

Un altro esempio che posso portarti è questo rinnovato interesse per il vinile. Sicuramente ci sono dei flussi di mercato che non si possono ignorare, però in ambiente punk/hc il vinile non è mai passato di moda.

Verissimo. Distro, etichette…

Certo. Molto spesso capitava che i gruppi addirittura stampassero esclusivamente il vinile, fregandosene del cd.
E anche questa cosa delle distro è una cosa che ho visto quasi esclusivamente in questo ambiente.
Insomma, il senso di appartenenza c’è, eccome. Così come persiste la voglia di scambiarsi trasparentemente tutto quello che è possibile riguardo questa passione.
L’unica cosa che forse mi preoccupa, e dicendolo mi sento un po’ più vecchio, è il non sapere se siamo effettivamente riusciti a trasmettere queste cose anche ai ragazzi più giovani. Problema che comunque non riguarda solo noi ma anche la musica live in generale.
Vedo sempre meno facce giovani ai concerti e sempre più persone come me. Gente sui trent’anni, ancora appassionata, ancora scappata di casa…

Il mio ritratto, insomma.
Detto questo, vivi ancora a Bergamo?

Si si, vivo ancora a Bergamo, in città. Qui lavoro, negli anni ho cambiato diversi posti, sempre cercando di trovare soluzioni che non si scontrassero troppo con la mia passione per la musica, visto che sono ancora lontano dal volerla abbandonare.
Oltre a questo, come ti avevo anticipato, continuo ad organizzare serate con gli amici di Bergamo Sottosuolo. Nonostante le ovvie difficoltà, cerchiamo sempre di fare una serata al mese, dividendoci il lavoro in base agli impegni della vita quotidiana di ognuno.

La situazione musicale com’è? C’è movimento, interesse?

Negli ultimi anni sicuramente c’è stato un grosso miglioramento. Fino a cinque-sei anni fa non c’era veramente un posto dove poter suonare, fatta eccezione per il centro sociale. Adesso invece ci sono diverse possibilità, nuovi locali, che sono riusciti a creare una rete dei gruppi locali, un po’ come abbiamo fatto noi.
Ti dirò, negli ultimi cinque anni ci è andata davvero bene e spero che possa continuare così ancora a lungo, per noi e per quelli che verranno dopo.
Per adesso ce la godiamo, anche perché abitando così vicino a Milano, abbiamo sempre un po’ sofferto la sua fitta rete di eventi. Per dire, molte volte io e i miei amici ci siamo fatti la trasferta milanese, ma quando abbiamo cominciato ad organizzare eventi qui, ci siamo subito resi conto che non avremmo potuto contare su un effetto contrario. Ed è proprio per questo che abbiamo subito puntato a cementificare il rapporto tra le band e gli appassionati locali.

Invidio molto questa situazione, perché noi a Padova una cosa del genere non siamo mai riusciti a crearla. A differenza di altre città qui nelle vicinanze. Vicenza prima e adesso Venezia sono diversi passi avanti a noi.

Non dimenticare che queste cose vivono comunque di periodi. Periodi di fermento e curiosità che non sempre è facile riconoscere e di conseguenza sfruttare.
Noi siamo stati anche fortunati, dopo un paio di serate andate bene, ha cominciato a crearsi una rete di persone appassionate e curiose, e da questo è nata anche la collaborazione con alcuni locali. Posti che se la sono sentita di darci fiducia e quando si è trattato di chiamare il nome straniero un po’ più importante, non hanno esitato a supportarci.

Come l’Edoné, che è un po’ il locale dove noi di Sottosuolo facciamo base, e che usiamo spesso per le nostre serate.

Visto che abbiamo parlato di Bergamo adesso arriva la domanda più importante di tutte: tifi Atalanta?

No, non tifo Atalanta. A dire la verità sono milanista. Nato negli anni ’80, con padre milanista, mi è stato impossibile tradire Marco Van Basten.

Perdonami, ma da incurabile calciofilo non potevo evitare la domanda. Ho visto poi che ti piace il tennis..

Si mi ci sono appassionato negli ultimi anni. In particolar modo di quella figura mitologica che risponde al nome di Roger Federer. Non mi sono perso una finale.

Non potrei essere più d’accordo. Giocatore strepitoso e, per quanto mi riguarda, uno dei pochi motivi validi per guardare una partita di tennis maschile.

Lui mi piace tantissimo. Poi, anche un po’ per riallacciarci al discorso di prima, è un giocatore che ha sempre mantenuto uno stile suo. L’eleganza, la tecnica sopraffina, il rovescio ad una mano. Giocatore capace di rinnovarsi negli anni ma sempre  fedele alle proprie radici. Con quella sorta di rifiuto a piegarsi alle moderne regole che ormai vogliono i giocatori puntare tutto sulla forza fisica. Trovo sia una figura poetica.

Ricordo tra l’altro una situazione molto divertente riguardante la sua ultima finale, persa, inizialmente rinviata per pioggia. Non avendo Sky ero andato in un locale per vederla con alcuni amici anche loro appassionati, ma vista l’ora ci hanno cacciato quasi subito. Allora siamo andati da un’altra parte ma anche li, dopo un po’, il locale era in chiusura e ci hanno accompagnato alla porta. Siamo finiti a casa mia cercando di trovare uno streaming su Roja Directa ma non ci siamo riusciti. Quindi ci siamo dovuti accontentare di guardare il risultato finale. Insomma, sconfitta totale quella sera.

Hai qualche dischino da consigliarmi? Qualsiasi cosa ti passi per la testa.

Potrei dirti i dischi che ho comprato ultimamente. Un po’ di tempo fa ho suonato a Pesaro e al banchetto di Sonatine Produzioni ho comprato il disco dei Montana. Band punk-rock con cui ho anche avuto il piacere di suonare. Allo stesso banchetto ho comprato pure il disco delle Smudjas. Alla voce c’è Pamela, che ha sempre suonato nelle Agatha, ma in questo progetto è tutto molto più melodico e accessibile e ti devo dire che mi è piaciuto molto.
Un altro disco che ti potrei consigliare, visto che sei un amante del punk-rock, è quello di una band svedese, i Masshysteri. Cantano in svedese ma ti assicuro che hanno delle melodie pazzesche. Credo che in ambito punk-rock sia una delle cose migliori uscite negli ultimi anni.

Un altro gruppo che mi piace moltissimo, al momento uno dei miei preferiti, sono i Pueblo People.

L’ultimo disco, a conti fatti, è uno di quelli che ho ascoltato di più nell’ultimo periodo.

Progetti per l’immediato futuro?

Chiaramente portare Cervino più in giro possibile. Con Capra dei Gazebo Penguins, che gestisce il mio booking, stiamo cercando di dare la precedenza alle date con la band. Poi più avanti riprenderò anche a fare qualche data da solo in acustico, perché è una cosa alla quale tengo molto.
Infatti nei concerti con la band mi prendo sempre un momento per fare 4-5 pezzi in solitaria, con la chitarra elettrica al posto dell’acustica. Insomma, da lì non si scappa.

E poi la conversazione va avanti, su cose minori che forse riportare qui non ha molto senso. Come forse non aveva senso rendere pubblica questa chiacchierata. Per noi ne ha tantissimo, perché ci interessava capire se quei testi, che non siamo andati a toccare, ci colpiscono naturalmente perché vengono da uno di noi, solo più bravo ad esprimersi di noi. Alla fine pare proprio di sì.