Con un po’ di fortuna il procedimento risulta particolarmente semplice e immediato. Ascolto un disco e mi piace. Piano piano comincio a canticchiare le canzoni col mio inglese maccheronico e imparo a memoria tutti i fill di batteria, così da poterli replicare con le dita sul bordo della scrivania.
Dopodiché passo alla lettura dei testi e lì mi imbatto in qualcosa di speciale. Un passaggio, un verso che sembra esplicitamente rivolto a me.
Alla mia vita, alle mie grane.
A trentadue anni suonati questa cosa, quando succede, continua a farmi impazzire. È una specie di magia.
Prendete gli Iron Chic, ad esempio. In un paio di versi sono riusciti a sintetizzare alla perfezione il mio 2017.

It’s been a long hard year
started fine but it ends in tears

Se i primi otto mesi dell’anno scorso si sono rivelati tra i più sereni e piacevoli degli ultimi tempi, gli ultimi quattro non sono stati particolarmente brillanti.
Quei due aspetti che contribuivano in maniera decisiva alla mia serenità si sono improvvisamente rivoltati contro di me. Si sono trasformati in un mostro dalle sembianze di un Roy Keane assetato di sangue e, senza alcun preavviso, si sono fiondati su di me con violenza inaudita, stendendomi al tappeto e lasciandomi stordito e dolorante.
Nessuna tragedia, per carità. Solo una bella botta. Però da una botta si guarisce, no? Magari non subito e non del tutto. Magari si rischia di zoppicare per un po’, ma con calma, pazienza e una certa attitudine nel mangiare merda alla fine si ritorna a correre. Giusto?
Combattuto tra l’abbandonarmi alla spiacevole consapevolezza di aver buttato gli ultimi due anni nel cesso e il tenere botta per evitare collaterali sensi di colpa, mi sono dovuto per forza di cose affidare ai miei unici maestri di vita. Da decenni punti di riferimento e possessori delle migliori risposte a tutte le mie peggiori domande: I Simpson.
Questa volta sono stato costretto ad appoggiarmi alle parole che Marge rivolge a Lisa nella sesta puntata della prima stagione: “Sii sempre te stessa. Vuoi essere triste, tesoro? Sii triste, non ti preoccupare”.
Sarà l’età che avanza inesorabilmente, sarà che per la prima volta non mi reputo granché responsabile delle mie miserie, ma stavolta devo ammettere di aver accusato il colpo.
Questo cosa comporta? Niente di particolare, a dire la verità. Sento giusto il bisogno di starmene un po’ di più per conto mio, rifiutando, di fatto, alcuni comuni aspetti della socialità per un po’.
Questo non è necessariamente un male, perché tale scelta mi regala parecchio tempo da “buttare”. Ho tempo per qualche libro, sto guardando una montagna di film e ho pure ripreso in mano un discreto numero di dischi che avevo colpevolmente trascurato. Semplici espedienti in grado di offuscare i cattivi pensieri. Tutti racchiusi meticolosamente in una malsana routine che sa essere ben organizzata senza risultare troppo ferrea o soffocante. Routine che quando viene meno, purtroppo, mi manca.

Considerando il mio mood generale, non mi ha affatto sorpreso scoprire che il mio disco preferito del 2017 è un disco piuttosto oscuro. Anzi, Turn Out the Lights di Julien Baker è senza dubbio il disco più triste che abbia mai ascoltato in vita mia. Se il mio animo malandato fosse in grado di scrivere canzoni, queste non si avvicinerebbero neanche lontanamente a tali livelli di disperazione.
Eppure mi piace molto. Sarà per i testi, struggenti ma sempre a fuoco. Sarà per la difficoltà delle sue armonie e delle sue melodie che, una volta capite, riescono a riempirti con tutta la loro forza. Lo trovo speciale, genuinamente bello e ad ogni ascolto sento di capirlo e apprezzarlo sempre di più.
A tutto questo va aggiunto che Julien, nonostante non sia in possesso di una particolare avvenenza, è la classica ragazzetta in grado di stuzzicare il mio interesse.
In un universo parallelo dove lei non è omosessuale (o, se preferite, dove io sono una lesbica), non esiterei un attimo a corteggiarla. E la corteggerei per bene, organizzando una seratina coi fiocchi, senza lasciare nulla al caso. Aperitivo ricercato, cena raffinata e post-cena in qualche birreria hipster dove spendere 15€ per una birra da 33cl. Il contesto ideale dove scambiare due chiacchiere e, perché no, per conoscersi un po’ meglio.
Esordirei con qualche battuta stupida e di cattivo gusto, e dopo pochi minuti mi vedrei già costretto a salvare la barca da un naufragio certo. Cercherei allora di sbeffeggiare il mio stesso nervosismo, raccontandole che io con le donne non sono mai stato fortunato e che, anzi, il più delle volte sono stato trattato come un insulso ammasso di letame. Lei se la riderebbe – puntare sull’autocommiserazione paga sempre – e potrei così far virare la conversazione verso lidi più interessanti e piacevoli. Cinema, libri e, ovviamente, musica. Le confiderei che L7 e Bikini Kill mi hanno sempre fatto schifo. Che sono un pessimo batterista e che a trentadue anni ascolto ancora gli stessi gruppi di quando ne avevo diciassette. Scherzeremmo sul suo passato in una cover band dei Devil Wears Prada, lei mi parlerebbe dei suoi dischi preferiti e io le elencherei quella manciata di concerti dove mi sono sentito veramente vivo.
Una volta alticcio diventerei un fiume in piena e la inonderei di domande cretine: hai mai visto Leningrad Cowboys Go America? E i video dove le capre cantano canzoni famose? Secondo te perché continuo a prendere Pavoletti al Fantacalcio? Quindi anche tu credi che la vita sia fondamentalmente una merda?
In parole povere, un successo già scritto. E da lì la serata si trasformerebbe in una gloriosa vittoria. Un epico trionfo in grado di porre solide basi per la felicità eterna.

Peccato che a furia di raccontare storielle si sia fatto tardi. Adesso mi alzo dalla scrivania e mi dirigo verso il frigo. Apro una birra del discount che, guarda caso, ha lo stesso sapore di quelle da 15€, e mi metto davanti alla tv a guardare una puntata de I Simpson. Potrei guardare quella dove Martin suona il liuto. Oppure quella dove Homer va all’università. Alla fine credo che opterò per quella in cui Marge dice a Lisa: “sei troppo intelligente per vivere felice”.
Voglio sentire quella battuta ancora una volta. Voglio pensare a quelle parole, analizzarle a fondo. Inserirle attentamente all’interno del mio contesto e relazionarle con l’intero percorso della mia vita.
Ho intenzione di farle mie per qualche ora. Cosi, per scherzo. Solo per vedere se ci si sente meglio.