Ricordo ancora quando in un’interrogazione a scuola presi 3. Avrebbe dovuto essere un 2, ma il professore mi regalò un voto extra per essermi alzato dalla sedia ed essere rimasto al cospetto della lavagna, immobile e muto come una guardia della regina, per una manciata di minuti. 
Mannaggia a lui. Se solo potesse vedere che razza di uomo sono diventato adesso. Si renderebbe conto di averci visto lunghissimo.
Mannaggia a me.
Leonard Cohen l’ho praticamente scoperto l’altro ieri. Non ne vado fiero ma non me ne vergogno nemmeno. Apparteniamo a due mondi totalmente diversi, fatto talmente evidente da avermi convinto ad iscrivere il nostro tardivo incontro nel registro dei piacevoli imprevisti piuttosto che in quello già sconfinato dei rimpianti.
Non è mai facile approcciare artisti del genere, con una storia così nobile e una discografia altrettanto importante. Da dove partire? Da quale album iniziare?
Negli anni ho perfezionato una tattica che per questi casi particolari ha dato quasi sempre buoni risultati. Individuo un disco particolarmente rilevante e distintivo da cui partire e poi mi faccio guidare dalla corrente, solitamente composta dai dischi usciti poco prima o subito dopo. Con Automatic For The People e Alien Lanes devo dire che è andata alla grande. Purtroppo con Leonard Cohen la situazione era piuttosto diversa. Non ne sapevo veramente nulla, ero più impreparato di quella volta a scuola. Inoltre rifiutavo categoricamente l’opzione più ovvia, quella del Best Of. Non li sopporto. Escluso ‘1980-1990’ degli U2 li trovo tutti fastidiosi. Inutili nel migliore dei casi, deleteri nel peggiore.
Il mio primo disco di Leonard Cohen è stato un Best Of. Bello, mi è piaciuto. C’erano Suzanne, The Partisan, Bird On A Wire, I’m Your Man e tante altre belle canzoni. È stato come leggere una prefazione esaustiva e ben scritta. O assistere a una brillante introduzione di un critico prima di una maratona monografica di un regista. Un ottimo stimolo per approfondire e per arrivare a capire che il Cohen a me più congeniale è quello del millennio corrente. Quello con la voce sempre più bassa e roca che in qualche modo mi ricorda la buon’anima di mio nonno. Sarà perché condividevano non solo le posizioni politiche, ma anche quella infatuazione per la religione che io, purtroppo, non sono mai riuscito a comprendere fino in fondo a causa della mia pochezza di spirito.
Lenny2000 poi parla tantissimo della morte, che ormai per me non rappresenta più uno spauracchio ma un obiettivo da raggiungere al più presto e nel modo più truce possibile.
Se dovessi scegliere un solo disco, per ergerlo a manifesto della mia recente sbandata, questo sarebbe senza dubbio Old Ideas. Il motivo è da ricercare principalmente nella presenza di Show Me The Place.

Questo disco e questo pezzo in particolare rappresentano la colonna sonora dell’epifania bernhardiana che in tempi recenti, tra le altre cose, mi ha portato a riconsiderare il mio rapporto con la musica. A farmi pensare che gli ultimi vent’anni non siano stati affatto spesi bene.
Mi rendo conto dell’ironia di biasimare la musica parlando bene di un musicista perciò non occorre altra puntualizzazione.
La verità è che ultimamente ho perso moltissimo smalto. Non ho più tanta voglia di suonare e l’ascolto di un disco troppo spesso mi lascia indifferente. Sono un po’ stanco. Ho la schiena a pezzi e un’età che non mi permette più di considerare divertente la mia totale mancanza di talento. Penso sempre più spesso al tempo sprecato e ai soldi buttati, fardelli impossibili da ignorare, e ad alcune scelte fatte esclusivamente in funzione della musica che, una volta rivelatesi fallimentari, hanno cominciato a tormentarmi giorno dopo giorno. Ascolto in loop sempre gli stessi dischi che in fila indiana hanno cominciato a compiere vent’anni, in un crudele rituale che rende il passare del tempo ancor più angosciante.
Se non compro un disco da secoli non è solo a causa della mia certificata indigenza, e se vado ancora a qualche concerto è perché non ho mai niente di meglio da fare.
La cosa più triste è realizzare che dopo essermi riempito la bocca per anni con paroloni come passione, dedizione e attitudine, adesso non riesco più a dar loro un significato valido. Sono diventati concetti vuoti, irrilevanti. Posso solo vivere di ricordi, almeno sono fortunato ad averne di eccellenti. Le grandi bevute. Tutti i posti visti e la bella gente incontrata. Le auto scassate, i pavimenti e le tende da campeggio condivise con persone a cui voglio un gran bene. Senza la musica non ci sarebbe stato niente di tutto questo. Da qualche parte c’è pure una mia foto con Chris dei Saves The Day che da sola vale l’intero prezzo del biglietto.

Oggi mi sento perennemente spaccato tra la voglia di mollare tutto, soluzione che nel concreto sembrerebbe la più sensata, e la paura dei cambiamenti che porterebbe una rivoluzione così drastica.
Qualche settimana fa parlavo con un caro amico, mi diceva che lui non riusciva più a nutrire un reale interesse per la musica, ormai si divideva esclusivamente tra trasmissioni di approfondimento e vari podcast. Sembrava un po’ abbattuto dalla situazione e io non riuscivo a capire perché, avrei voluto dirgli che lo invidiavo, che in realtà era fortunato. Vorrei ritrovarmi io in quella condizione di rassegnata accettazione.
Chissà a quanti succede, di essere sopraffatti da questa sensazione di disillusione, d’inarrestabile decadimento. Capita solo a chi ha commesso l’enorme errore di iniziare a suonare o non esistono distinzioni? E tra questi, in quanti finiscono col metterci una grossa pietra sopra? Servirebbe una ricerca statistica approfondita e poi, perché no, qualcuno in grado di mettere insieme questi dati per stilare una specie di vademecum, Come sopravvivere alla musica for dummies.
Se sono ancora qua, nel pietoso tentativo di tenere botta, è perché so che senza “l’impegno” della musica la mia vita non consisterebbe più in nulla e non sono ancora pronto per uno scenario così apocalittico.
Non resta che far tesoro per l’ennesima volta delle parole di Arturo Vidal. Quel non molliamo un cazzo, il suo sorriso, il velato imbarazzo.
Grande lezione, Arturo.

Thanks For the Dance è il classico disco magnifico che avrebbe benissimo potuto essere una porcheria pazzesca. Ne aveva tutti gli ingredienti, in fondo. Disco uscito postumo, con un sacco di gente a mettere le mani non si sa bene su cosa. Demo? B-Sides? Bozze di canzoni? Mi sono chiesto se un’operazione simile fosse davvero necessaria. Poi ascoltando i pezzi, mentre questi mi penetravano sottopelle, mi sono sentito un gran coglione prima e un minuscolo insetto poi. Non me la sento di spendere ulteriori parole su questo disco, la mia mente non è capace di partorire alcun pensiero in grado di rendergli giustizia.
Il suo contenuto, la gestazione non proprio semplice, Thanks For The Dance mi ha mostrato che esiste sempre un buon motivo per fare un disco. Sempre. Indipendentemente dal talento, dalla fama e dalle possibilità di successo. E, molto probabilmente, il più delle volte esiste anche un buon motivo per ascoltarselo quel disco.
So che non è un granché, ma in un periodo del genere prendo e porto a casa senza troppi complimenti.