Lorde, che ha fatto esplodere la mia crisi

La malattia al cervello fa passi da gigante, dall’incapacità di esprimermi di poco tempo fa sono presto approdato alla totale mancanza di strumenti di comprensione nei confronti della musica che mi piace, o meglio, non riesco a capire se si tratti di una mia tendenza generale oppure se mi sono all’improvviso trovato di fronte al mostro finale avendo battuto quelli dei livelli intermedi con i trucchi e ora mi sia fottuto con le mie stesse mani. Un po’ mi spiace parlare di “mostro” quando mi riferisco a Lorde, perché non voglio essere confuso e inscatolato in una tendenza generale che non condivido, di un pubblico dimidiato fra il “oh my god i LOVE her” e il suo essere “creepy” o “female Michael Jackson“. La verità è che Lorde semplicemente mi tiene tutti sensi incollati alla sua figura perché non sono in grado di comprenderla, è troppo distante da qualsiasi cosa sia stato abituato a interpretare, e il fatto che sia poi nata nel 1996 non mi aiuta.

Da dove inizio? Da Tennis Court, cioè da dove inizia il suo meraviglioso disco. Il video è forse il videoclip che più mi ha colpito da dieci anni a questa parte, dieci anni in cui i videoclip sono ormai diventati un genere a sé rispetto alla musica che supportano, e che hanno preso una strada tangenziale che non mi interessa. Lorde ti fissa a metà fra l’innocenza, la paura, la timidezza e il desiderio, ogni tanto abbozza il sorriso, sai che sta cantando ma la bocca non si muove e la paura alla fine cominci ad avercela tu, senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso, ti aspetti che in breve le cornee schizzino fuori ad aggredirti come succede a Cristopher Lloyd alla fine di Chi Ha Incastrato Roger Rabbit, ma invece succede qualcosa di più spaventoso a 0:42 ed è finita, devi arrivare alla fine e sai che ora della fine della canzone morirai un po’ dentro. Sono su queste righe da diversi quarti d’ora perché ogni volta devo riguardare l’intero video, non riesco a scendere prima della fine del giro. Ogni tanto sbatte le palpebre e sembra andare a tempo col beat ma basta il battito dopo a rendersi conto che era una stupida impressione volta a dare un ritmo, un senso, uno schema matematico a un video che non dà punti di riferimento così come l’artista che presenta in un modo che più azzeccato non poteva essere. Poi continua ad andare via la luce ma i suoi occhi si vedono ancora nitidi dal buio. A 1:30 mi fa impazzire la scaletta velocissima che fa con lo sguardo a sudovest dell’osservatore. A 1:52 ha freddo e si copre le spalle, riappare come la ragazzina che è scendendo dal piedistallo dove farebbe sembrare la Venere di Milo una mestierante qualunque. A 2:45 l’ultimo, ennesimo colpo di genio di un video perfetto, è la luce improvvisamente fredda che le scoppia in faccia riportandola in una dimensione che non compete a noi mortali. Ringhia di nuovo e sembra arrabbiata. Si accende e si spegne come un’insegna di un night un altro po’ di volte, poi mentre ancora ti fissa la canzone finisce, il video anche, e YouTube ti propone Lana Del Rey.

Come dal calderone del mostro, vorrei tirarmi fuori anche dal calderone dei 16 anni, per scopi anche prettamente utilitaristici e onanistici, non lo nego, ma mi è difficile passare sopra alla cosa quando guardo questo live. Inizia a cantare senza attendere il silenzio, come se non gliene fregasse, tanto poi la gente tace lo stesso. Muove le braccia sotto la luce mentre la canzone parte simile a Rollin’ dei Limp Bizkit e la sua voce si distorce col vocoder. Di nuovo quello sguardo animale, gli occhi spalancati senza motivo (0:58)

Schermata 2014-01-08 alle 01.08.06si dissocia da sé stessa mentre la sua voce registrata devia da un’altra parte (1:31-1:37) con la naturalezza di chi è in grado di gestire un doppio, triplo e quadruplo io, e poi vi si ricongiunge. Al ritornello pop singalong, uno dei più melodici del disco, nessuno del pubblico osa muovere un muscolo. Ecco, un live del genere da una 16enne non mi dà strumenti di comprensione. Al termine della canzone (quasi mai Lorde si serve di outro, appena ha finito le cose da dire il brano finisce) il pubblico ci mette quel mezzo secondo per capire che è ora di scoppiare in un applauso. Quando deflagra lei non accenna al minimo sorriso, non rilassa un solo muscolo. Scompare come è apparsa. Riappare in altre spoglie, acqua e sapone, espressiva, sorridente e timida ma sempre coinvolta in altri live, o nel video di Royals che l’ha consacrata, per molti, e di sicuro per me, il primo eye contact con un’artista che pare cantare con gli occhi.

Al di là della venerazione che provo per lei da quando mi ha sottomesso per ipnosi, tra le caratteristiche che mi hanno fatto amare Pure Heroine c’è, come già detto, a)il brano in medias res, senza introduzioni e senza finali, che si sviluppa per gradi, si dispone liquido in un contenitore che non viene forzato ma vorteggia all’interno in melodie mai banali e forzate; b) le accelerate improvvise, il testo che precipita a valanga su sé stesso come nel preritornello di Royals, ma soprattutto nel brano migliore del disco, quel Ribs a cassa dritta in cui ti accorgi di un fatto inquietante: che stai sbavando per una bambina; c) i livelli di voce che implodono in una maniera che mi ricorda quando con mio fratello giocavamo a costruire una torre coi nostri pugni, sempre più velocemente, e arrivati al quinto piano ovviamente il primo doveva essere rimosso per essere trasferito su, lasciando l’edificio senza fondamenta e destinato a crollare.

Voi siete sicuramente più in grado di me di inquadrare questa ragazza e renderla inoffensiva, liquidare il suo disco come un dischetto di cui forse non c’era nemmeno tutto questo bisogno, avete i vostri James Blake, le vostre Grimes, le vostre Björk. Io non ci capisco un cazzo, io ascolto tutt’altro, non ho idea di come funzioni un sintetizzatore e di come si usi un Mac su un palco. Io voglio solo guarire e ricominciare a capire perché mi piacciono le cose che mi piacciono.

 

 

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