Questo pezzo l’ho scritto nel 2013 per farlo comparire in “Non ti divertire troppo“. Se ve lo foste perso, si è trattato di un libro collettivo realizzato per iniziativa di Flying Kids Records, che raccoglieva la lezione di “Our band could be your life” di Azerrad per realizzare un’esperienza analoga al netto della scrittura per blog, della percezione italiana, dell’approccio con meno rigore giornalistico sicuro, ma con un maggior specifico della storia personale di chi scrive, e forse di leggere. Non so le altre firme coinvolte, ma per me è stato un progetto quasi fondativo del mio approccio alla critica e alla musica. Non lo riscriverei così penso, nonostante 4 anni possano sembrare pochi. Ma vi assicuro, è un pezzo onesto. Parlo di una band che per me non è stata “my life”, e non lo nascondo, rammaricandomene. Tornare indietro non si può, ma ripetere esperienze così forse sì. Almeno, è ciò che auguro a chiunque abbia qualcosa da dire.

Il primo pezzo dei Get Up Kids mi è capitato fra le mani perché un mio amico me l’ha passato su MSN Messenger. Sapevo perfettamente chi fossero i Get Up Kids, conoscevo la loro reputazione e la loro importanza. Ma non li avevo mai ascoltati. “Sympathy” è il classico brano maturo; ha un inizio dolcissimo su una batteria in marcetta e dei suoni esitanti che all’improvviso scoppiano. Pryor ha una voce da ragazzino che si muove disinvolta su altezze molto diverse. Non c’è niente che sia fuori posto, è tutto perfetto, e anche molto originale.

Nel momento in cui ho pensato tutte queste cose, ho compromesso per sempre il mio rapporto con loro.

Quando ascolto i Get Up Kids vivo uno dei più spaventosi paradossi che abbia mai affrontato in musica, perché sono solo un corpo freddo completamente spogliato delle proprie emozioni di fronte a una delle band con più grande carica emozionale di sempre. Ho dovuto farmeli spiegare, i Get Up Kids, e credo che non esista nulla di più ingiusto per un gruppo come loro.

Quando è uscito The Guilt Show, nel 2004, era già successo tutto, perché l’emo è sempre stato, il più delle volte perfino inconsapevolmente, punto di partenza, e non di arrivo, per chi ne ha scritto le pagine più intense. È stato così per i compagni più logici della band di Kansas City, i Jimmy Eat World, approdati poi a un rock piuttosto anonimo dopo gli elettrizzanti esordi; è stato così per i fratelli maggiori Texas is the Reason, Mineral e Christie Front Drive, sfaldatisi dopo il primo disco, non più in grado di ripetersi dopo un episodio tanto urgente e contingente.

Ho sempre cercato di capirci di più, ma raramente ho letto tante testimonianze confuse, tanta difficoltà nell’inquadrare un genere in maniera univoca ed esauriente come per l’emo; era, ancora una volta, questione della mia inesperienza. Ci cercavo la cosa sbagliata, volevo un abc per riconoscerlo: delle strutture, dei suoni, un modo di cantare, uno stilema.

Nel 2004, dieci anni fa, oltre a passare le giornate su MSN, avevo cominciato a consumare musica a ritmi sostenuti. Non che prima ci dedicassi meno tempo, semplicemente dovevo usare più spesso il tasto repeat. Le mie esplorazioni erano una scoperta dei miei limiti: spingevo sull’acceleratore e forzavo la manopola del gain; le voci troppo pulite mi stancavano, le strutture classiche cominciavano a puzzarmi d’inganno. Ci fu un momento in cui pensai di aver finalmente trovato la mia casa somministrandomi sul mio Creative Zen tutti gli EP dei Saddest Landscape, dei La Quiete, delle cricche francesi, italiane, tedesche, bielorusse e croate dell’onnipresente e incensatissimo “emoviolence”.

Erano anni in cui leggevamo biografie raffazzonate su webzines brutte per colpa dello spirito del tempo ma curate, che trasmettevano il sudore dal mouse. Internet aveva ormai ingranato, e la gente lo usava per scambiarsi musica, ma più di tutto amava raccontarla, perché le parole arrivavano tutto sommato ancora più veloci dell’mp3. E quindi una pioggia di recensioni, interviste, monografie scritte male da Dio perché avevamo sedici anni. Si giocava a chi trovava il gruppo più sotterraneo, e spesso il fatto di esserlo conferiva automaticamente un voto alto a un album altrimenti inascoltabile, ché al massimo poi c’era il forum per litigarne. Da parte mia, più il gruppo palesava disperazione, più lo elevavo allo stato dell’arte. Non che ascoltassi solo quello, ma la mia ricerca del nuovo si muoveva soltanto in quella direzione.

Era che mi interessava solo l’urgenza, lo sfogo, il contrasto fra il pieno e vuoto; sempre più spesso leggevo nelle recensioni del “contrasto fra dolcissimi arpeggi ed esplosioni fragorose” e puntualmente mi facevo fregare lanciandomi alla ricerca del disco.

Pensavo di aver trovato l’emo, quello più vero, l’unico da rispettare.

Nel frattempo, i Get Up Kids portavano in tour The Guilt Show con Dashboard Confessional uscendone distrutti da contrasti personali, dai cambiamenti nelle loro vite dopo quasi dieci anni di attività e quattro dischi.

Un venerdì mattina del 1997 Ryan Pope era uscito da scuola e si era messo in macchina col fratello maggiore Rob, Matt Pryor e Jim Suptic verso Chicago. Per la mattina di domenica Four Minute Mile era pronto. Una registrazione viscerale, a tratti quasi ingenua, ma ascoltando “Coming Clean” viene da chiedersi come suonerebbe se non ci fosse stata di mezzo una certa fretta, a metà tra l’affitto dello studio e il bisogno di dire certe cose prima che il momento scada. La scrittura è ancora acerba, ma spicca già grandissima personalità, capace di assorbire le lezioni non proprio leggibili di Sunny Day Real Estate, Texas Is The Reason e Mineral, rielaborandole con inedito gusto pop. La voce di Pryor spesso traballa ed esce dalle guide, le chitarre esitano, non c’è niente di perfetto in effetti in Four Minute Mile. Per fortuna.

A Natale del 1998, alle porte dell’ultimo anno del decennio, del secolo e del millennio, io faccio una scelta conservatrice chiedendo Tomb Raider III perché finalmente ho un computer performante e una sessualità reattiva; mio fratello sceglie il futuro e chiede il modem. Nel 2001, mentre io masterizzo ad amici copie di Conspiracy Of One a 8x e nei miei sogni sono passato da Lara Croft a Jennifer Lopez, mio fratello installa Morpheus sul nostro Pentium III e comincia a scaricare canzoni, poi mi spiega come funziona e come si usa; la prima cosa non la capisco, la seconda sì e mi è sufficiente, perché fino a prova contraria fra i due quello che prende l’autobus per andare a comprare i dischi sono io. In quegli anni i Get Up Kids piazzano un colpo che lascerà per sempre il segno nelle vite delle persone che conoscerò dopo.

Something to write home about esce nel 1999 dopo che il batterista dei Coalesce James Deewees entra in pianta stabile come tastierista, compattando come colla un sound screpolato. È il disco più importante dei Get Up Kids e uno dei più importanti per l’emo, e per le band che seguiranno nel nuovo millennio. Nel 2000 gli Alkaline Trio danno alle stampe Maybe I’ll Catch Fire. Nel 2001 escono Stay What You Are dei Saves The Day e Tell All Your Friends dei Taking Back Sunday. Io ancora non lo so, ma impazzirò per quei dischi.

C’è quell’opener, “Holiday”, che è il manifesto di chi ha fatto outing, non si vergogna più di ascoltare un gruppo così tremendamente poppy e melodico, perché è figo, perché c’è tutta l’urgenza che si cercava nel tupatupa e nelle urla disperate, perché si sconvolge nel rendersi conto che su un pezzo punk non avrebbe mai pensato potessero starci così bene delle tastierine, perché dicono che scrivere di sofferenza sia facile e scrivere d’amore un po’ meno, scrivere dell’amore raccontato inI’ll Catch You” ancora più difficile, perché quella copertina è la cosa più dolce che abbia mai visto su un disco e mentre lo ammette si fa un po’ schifo, ma “Ten Minutes” è di una perfezione che nei gruppi sfigati e cool che ha esplorato nel sottobosco alternativo non ha mai nemmeno odorato.

Crebbi, conobbi nuova gente, iniziai a suonare, iniziai a scrivere di musica ma non ascoltai mai i Get Up Kids prima di quel pomeriggio del 2004 in cui un mio amico me li servì, già selezionati, su un piatto d’argento. Dovevo solo cliccare sul file e perdere 4 minuti della mia vita per ascoltare “Sympathy”. Quattro minuti che, come prevedevo, non mi cambiarono la vita. All’analisi fredda che ho già riportato aggiunsi anche la presunzione di aver già passato una fase-Get Up Kids, e di essere già andato oltre, fino a un punto di non ritorno, come se avessi già gli anticorpi per certa musica.

Guilt Show è, nell’immaginario dei fan, un punto in cui la fase calante della band ha già raggiunto un livello preoccupante e il successivo addio lo confermerà. Eudora (2001) è disco capitale per gli appassionati, di una qualità oggettivamente sui livelli di Something to Write Home About, ma è pur sempre una raccolta di b-sides, testimone di un periodo antecedente e senza un disegno alle spalle. On a wire (2002), prodotto da un certo Scott Litt, spacca la fanbase in due fra chi non vede di buon occhio il sound più soft interpretandolo come una scelta ruffiana e chi invece apprezza che il tempo passi, che le cose non rimangano le stesse e che ciò che un tempo nasceva spontaneo e irruento oggi abbia bisogno di un ragionamento preliminare e di un lavoro di limatura successivo.

Il 24 Maggio 2005 esce Live At The Granada Theatre e i Get Up Kids annunciano il loro scioglimento, gettando nello sconforto quasi tutti gli amici con cui parlo di musica di solito, mentre io resto indifferente, eppure stranamente affezionato a quel Guilt Show che tutti bistrattano. È come se qualcosa mi stesse montando dentro. Nel frattempo, è nato YouTube. Su YouTube cominciano a girare video di ragazzini americani coi capelli neri corvini lisci davanti alla faccia, trucco pesante sugli occhi, vestiti a righe viola e nere. Si definiscono degli “Emo”. Nel giro di pochi anni la cosa dilaga, compaiono articoli su Grazia che spiegano lo stile Emo e forniscono piccoli accorgimenti per aggiungere un tocco di Emo all’abbigliamento. Anche a Padova un cortile interno di palazzi in pieno centro su cui campeggia un’enorme scritta a bomboletta che recita “Punk Zone” dove si trovavano dei ragazzini coi dickies a fare skate che poi sono cresciuti, viene invaso da ragazzini che seguono i consigli di Grazia e ascoltano i Bring Me The Horizon, gli Underoath e i Silverstein. I Silverstein registrano una cover di “Coming Clean”. Io prendo la maturità, l’Italia vince i Mondiali e vado all’Università a imparare a scrivere e a capire alcune cose che prima non mi erano troppo evidenti.

Ho tanti difetti, ma tra questi di sicuro non c’è il rinnegare il mio passato. Anche quando credevo di aver trovato una comune in cui essere accolto in quella scena emo di band che facevano un disco e si scioglievano per aver detto tutto troppo in fretta e subito in episodi intensissimi (o almeno questo è quello che ci raccontavamo noi quando amavamo raccontarci la musica, ma solo perché forse non eravamo pronti ad accettare che i gruppi si sciolgono per i motivi più comuni e stupidi del mondo), anche in quel tempo lì, non avevo smesso di ascoltare i Green Day. Sul mio passato ci sono tornato con cura chirurgica, ho provato a rianalizzarlo con gli strumenti di chi è cresciuto. Il momento in cui sono tornato sui Get Up Kids e ho capito che la loro potenza emozionale era primordiale in tesi, filtrata dal gusto pop in antitesi e sprigionata in sintesi attraverso la voce sempre al limite di Pryor è arrivato troppo tardi, perché il 30 agosto 2009 era già andato. Il 30 agosto 2009 mio fratello, quello che mi aveva installato Morpheus, ha compiuto gli anni, ma soprattutto i Get Up Kids sono passati all’Estragon a Bologna con il tour della reunion. Ci sono andati tutti i miei amici, nessuno di loro li aveva mai visti, sono tornati tutti con la maglietta celeste e il robottino di Something to Write Home About. I Get Up Kids sono arrivati tardi in Italia; per gran parte di quei fan rimasti orfani di loro, quel concerto fu la prima e ultima volta, non un semplice concerto. Io non ci andai, perché certe cose dovevo ancora capirle.

Mi raccontarono di aver quasi pianto. Che avevano iniziato con “Holiday”. Che tutti all’improvviso erano scoppiati a cantare un what became of everyone I used to know all’unisono tenuto dentro per troppi anni, dove l’I era chiaramente diventato un We, e meno male che non c’ero in quella sala, perché da quel We mi sarei sentito irrimediabilmente escluso da You, da voi, che quel disco avete avuto il coraggio di ascoltarlo quando eravate più vulnerabili, voi che non sapete cosa non vi siete persi.