I primi dieci secondi di un disco sono tra le cose che mi affascinano di più al mondo. Un disco è una porzione di tempo, scomponibile in tutti modi che vogliamo, ma che ha già una sua scomposizione ed estensione predefinita, data da chi l’ha scritto e registrato. Ce lo dà in pasto dicendoci di farne più o meno ciò che vogliamo, ma ci dice anche cosa dovremmo farne: ascoltarlo tutto, in ordine. Nei miei anni di ascolti ho sempre tentato di ricondurre l’ordine delle tracce di un disco a una scienza esatta, perché è un’operazione che ho la fortuna di fare io stesso su dischi che registro con la mia band, e potermi immedesimare in un ascoltatore che della mia musica non conosce nulla per indovinare la strada più breve, o quella più giusta, per arrivare al suo cervello. Di tanti dischi ho pensato che se fossero iniziati con una traccia diversa, forse non li avrei amati così tanto. E altri li ho scoperti più tardi perché le vere gemme erano nascoste, sepolte dietro a canzoni scialbe, a un ordine mal bilanciato.

Finch_-_What_It_Is_To_Burn

I primi 10 secondi di What It Is To Burn raccontano una manciata d’anni meglio di quanto proverò a fare qui, meglio di qualunque altra sequenza di frasi sull’argomento. I primi 10 secondi di What It Is To Burn dei Finch raccontano una manciata d’anni di cui facciamo finta di esserci dimenticati, di cui ci vergogniamo per gli stessi motivi che ce li hanno fatti vivere così intensamente. I primi dieci secondi di quel disco non potevano essere altri dieci secondi, perché il mondo sarebbe andato diversamente.
Sono 5 note e un accordo lasciato andare, di nuovo 5 note e un accordo lasciato andare, dissolvenza in entrata, riverberi, e un colpo improvviso che fa calare il silenzio.

What It Is To Burn ci illuse di essere diventati adulti in un corpo ancora adolescente, diede un senso finalmente tangibile a quel 2 come prima cifra di quando scrivevamo la data, ci raccontò che quello che vivevamo era ad un tratto una cosa molto seria, dalla quale non potevamo tirarci fuori.
Apparve nella primavera del 2002, con una copertina che, anche questa, non so spiegare in che misura rappresenti perfettamente il suo tempo meglio di quanto non faccia lei stessa. Dovete fare un atto di fede in questo momento. O lo sapete già perché c’eravate, oppure dovete fidarmi di me. Ricordo che nei forum specializzati (fu la prima ondata di musica alternativa a nascere quando internet c’era già) non si parlava d’altro che di questa perfetta sintesi di musica emozionale, potente, melodica, urlata. In effetti, per un lustro o poco più, l’emo, il nu metal e il post-hardcore si amarono di un amore sbagliato, irrazionale e intensissimo, che finì male male male. All’epoca, per capirci qualcosa, i riferimenti erano sempre quelli: Munnezza.it ed Emotional Breakdown.com.

What It Is To Burn è la cosa più lontana che esista da questi anni. I suoni sono super-prodotti, di plastica, impattanti. Le chitarre non escono mai dalla guida, non hanno una sbavatura. La voce è in primo piano, sbilanciata fra parti melodiche quasi melense, foga pop-punk e urla deraglianti. Dopo What It Is To Burn, uscirono centinaia di dischi cloni. Ma non sono sicuro sia stata una questione di emulazione o plagio duro e puro. Semplicemente capita nella storia che gruppi distanti arrivino alle stesse conclusioni nello stesso tempo. Con risultati differenti.

Pastoni di dubbio valore in …And don’t forget to breath degli A Static Lullaby, promesse di matrimonio al mainstream poi mantenute ad ogni costo con il self titled dei The Used, sviluppo del discorso iniziato dai Finch in Four Wall Blackmail dei Dead Poetic, poi culminato in un altro disco cardine del genere, quel New Medecines che forse estremizza la lezione del gruppo di Nate Barcalow.

Esatto. Nomi che non si sentivano da un po’, taciuti e nascosti nel nostro background di ascoltatori, perché passata la sbornia di quel lustro, si è diffusa l’informazione che fosse tutto un gigantesco carrozzone di merda fumante; musica di infimo valore; muscoli, Dio e soluzioni stilistiche facili mescolate in fretta con la sapiente regia del Mark Trombino di turno.

È stata, essenzialmente, una struggente storia di Moda. Questo genere che io all’epoca identificavo come Post-Hardcore e che oggi mi viene da chiamare Power Rock è stata una moda, e come tutte le mode è scivolata fino al patetico nella sua fase declinante, bruciandosi in pochi anni. Già, solo che quando iniziò avevo 15 anni, e quando finì, nel 2007, ne avevo 20. Serve che ve lo spieghi io quando siamo vulnerabili a quello che ci giunge alle orecchie in quel periodo della vita? Capite quello che dico quando affermo che per me il sinonimo di sperimentazione in musica era Project Mayhem? Mi credete se oggi, a 27 anni, mentre è in corso una reunion dei Finch che si è tradotta in un disco assurdamente fuori fase, ascoltare Awake mi provoca ancora un dolore accecante pensando ai momenti tragici della mia storia d’amore adolescenziale che oggi non ha più alcuno strascico sulla mia vita? Eppure è come se se ne fossero staccati dei semi in Awake che germogliano di nuovo ogni volta che premo play. Sono canzoni che testimoniano che i Finch erano una band che sapeva scrivere canzoni, indubbiamente, e centrò perfettamente una coincidenza più unica che rara nella storia della musica fra generi lontanissimi tra loro e ugualmente effimeri.

Come dicevo, è finita male. In dischi mediocri, band “troppo stanche per andare in tour” (Dead Poetic), storie imbarazzanti di come quella dei The Used, regali alla musica da club più scabrosa mai apparsa da quando esiste la musica sintetica (Skrillex, direttamente dai From First To Last). Che ne è stato di tutta questa gente, dei From Autumn To Ashes, dei Between Home and Serenity? E che ne è stato della nostra affezione a quei gruppi forse dal peso specifico discutibile nella storia della musica, ma che a conti fatti restano il nostro unico guilty pleasure, gli unici a cui non stiamo dando una seconda possibilità sempre per la stessa ragione che ce li ha fatti amare, la moda; il nostro unico senso di colpa per esserci fatti ammaliare, ingannare, convincere di essere diventati adulti prima del tempo? Perché a tutti i dischi concediamo che la nostra storia personale con loro ne determini il valore tranne che a quelli?

Di questo ci siamo fatti una colpa troppo a lungo.

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