Un mesetto fa mi è successa una cosa piuttosto divertente. Oddio, non così divertente a dire la verità. Mettiamola in questo modo, divertente rispetto ai miei attuali standard di divertimento, ecco.
Un amico una sera mi ha invitato a cena a casa sua, una di quelle cene infrasettimanali senza particolari pretese. Una pastasciutta, una bottiglia di vino e tutti a casa presto.
Negli anni è diventato sempre più complicato partecipare con il giusto slancio a serate del genere. Voglio molto bene a tutti i miei amici, ma la loro quasi totalità è ormai dedita a dinamiche famigliari sempre più definite e sempre più restrittive. Dinamiche che, per svariati motivi, per me rimangono lontanissime e sconosciute. Non che sia una cosa necessariamente negativa, ma sentirsi fuori luogo in contesti del genere è fin troppo facile, e sempre più spesso mi ritrovo a vestire i panni del Calimero della situazione.

L’amico in questione abita leggermente fuori Padova. Zona residenziale moderna e tranquilla, appartamentino al piano terra con tanto di giardinetto. Una bella sistemazione.
Dopo aver mollato la macchina nel parcheggio adiacente al suo giardino mi sono diretto verso il cancelletto d’ingresso, e lì, appeso con abbondante nastro adesivo, ho notato un foglio. Riportava una serie di frasi deliranti, tutte dal tono estremamente categorico e autoritario. Frasi del tipo: “Vietato fermarsi a parlare nel parcheggio”, “Vietato accendere ciclomotori nel parcheggio”, “Vietato sbattere le porte delle auto” e via dicendo. Il foglio si chiudeva con il più classico dei classici: “Vietato disturbare, qui la gente la mattina si sveglia per andare a lavorare”.
Mentre lo fissavo, sorridendo di gusto, la mia mente ritornava con grande gioia alle baruffe fatte da ragazzino con gli anziani del palazzone che poco gradivano le nostre partite di calcio in giardino.
Lì per lì non ho avuto modo di analizzare la cosa a fondo o di darci troppo peso, il cancello si è aperto e mi sono fiondato sull’aperitivo.
La cena è poi proseguita come da previsioni. La pasta era buona, il vino un po’ meno e le chiacchiere non proprio esaltanti. Verso fine serata, nell’estremo tentativo di sfuggire ai discorsi su Pilates e mobili IKEA, ho deciso, con un sorriso che univa un orecchio all’altro, di deviare la conversazione sul foglio. L’ho simpaticamente sbeffeggiato e mi sono lanciato in arditi pronostici sull’età del suo ideatore che, a parer mio, non poteva essere inferiore ai 60 anni.
Dopo qualche secondo di imbarazzato e imbarazzante silenzio, l’inaspettata verità. Violenta e imprevedibile come una prima di servizio di Ivanisevic. -Che cazzo ridi coglione, il foglio è nostro, l’abbiamo fatto noi-.
Non ho avuto il tempo materiale di realizzare la portata della mia mastodontica figura di merda, in un batter d’occhio mi sono ritrovato a dover fronteggiare l’ira dei padroni di casa, piombatami addosso sotto forma di insulti e calunnie di vario tipo. Le solite filastrocche atte a dipingermi come un eterno cazzone, una persona incapace di crescere o di prendere qualcosa sul serio.

Niente di nuovo, ormai a certe cantilene ci ho fatto il callo. Ma mentirei se dicessi che determinate parole mi scivolano addosso senza alcuna conseguenza.
Non ce l’ho tanto con la stigmatizzazione in sé, in quanto sotto diversi aspetti piuttosto veritiera.
E non ho nemmeno questa gran voglia di spiegare come, a mio avviso, l’immaturità non rappresenti poi questo gran difetto.
Semplicemente mi sembra che questo concetto venga tirato in ballo troppo spesso e con troppa superficialità. Utilizzato il più delle volte a sproposito per cercare di nascondersi o, ancora peggio, per dare lezioni di vita non richieste e prive di qualsiasi credibilità. Così facendo si è completamento svuotato di qualsiasi significato un concetto che per me rimane estremamente complesso e al contempo affascinante.
Un’astrazione che finisce con l’inglobare tantissimi aspetti della personalità e che presenta, di conseguenza, una vasta moltitudine di sfaccettature. Riuscire a delineare dei contorni precisi per poter arrivare ad un giudizio chiaro e definito è assolutamente impossibile.
E vorrei ben vedere.
D’altronde, quell’estenuante e infinita ricerca del dolore che noi chiamiamo vita molto spesso rifiuta la fredda dicotomia del “bianco o nero”, abbracciando spesso e volentieri tutte le varie sfumature di grigio.
Mi ritengo una persona immatura? Assolutamente sì. Questo mi impedisce davvero di essere, soprattutto quando conta davvero, una persona seria e razionale? Direi di no.
Questo concetto tortuoso, fin troppo complesso per le mie scarse capacità comunicative, trova fortunatamente la sua perfetta rappresentazione in un disco. Tale affermazione potrà suonare come una sparata colossale, ma ha invece un suo preciso perché. E ad ogni modo, anche nel peggiore dei casi, non sarebbe una cazzata più grande di quelle sciorinate poco sopra.
Chiaramente va letta in un’ottica un po’ più ampia, ed è doveroso ricordare altri aspetti. In primis, il mio approccio alla musica. Non è un segreto che io sia da sempre disperatamente ancorato a determinati ascolti, per lo più di dischi e band che hanno segnato la mia scalmanata adolescenza. Cosa che a 33 anni comincia a puzzare parecchio di stantio e rappresenta senza dubbio un comportamento estremamente immaturo.
In secondo luogo è giusto considerare il percorso che mi ha condotto a scoprire, e solo successivamente adorare, un disco come Wood/Water dei Promise Ring.

Wood/Water è uscito nel 2002, quando avevo appena 17 anni. Anni intensi, divertenti. La vita ancora non mi faceva schifo e l’unico disco che passava nel mio walkman era Pennybridge Pioneers AKA “il disco più bello della storia della musica”.
Nel 2002 ovviamente non sapevo nemmeno chi fossero i Promise Ring. Giusto così, sono fermamente convinto che ci sia un tempo per ogni cosa, soprattutto nella musica. Loro sono arrivati dopo, quando il mio bagaglio di esperienze era leggermente più grande e i miei capelli già iniziavano ad assumere una magnifica colorazione argentata.
Se con le sferzate dei primi dischi e con l’inoffensivo quanto accattivante pop-rock di Very Emergency non ho mai avuto problemi relazionali, con Wood/Water non è stato lo stesso.
Perché si tratta di un disco diverso, particolare.
La mia pigrizia e il non essere un amante dei rischi, occupato oggi come ieri a rannicchiarmi all’interno della mia zona di comfort, al tempo me lo fecero frettolosamente etichettare come una ciofeca.
Difficile dire cosa mi abbia spinto a dargli una seconda possibilità. Forse una recensione letta per sbaglio, l’intervista di qualche musicista che lo sponsorizzava o il consiglio di un amico. Ed è ancora più difficile spiegare come sia riuscito ad approcciare il secondo ascolto senza pregiudizi e preconcetti.
Non che sia un disco ostico o particolarmente complesso, ma al tempo si trattava di esplorare un mondo a me nuovo, sconosciuto e per nulla accattivante. Niente tupa-tupa, distortoni o sing-along, ma arrangiamenti ambiziosi, suoni puliti e melodie ricercate.
Ascoltato con tutt’altro orecchio ho subito capito cosa avevo rischiato di perdermi.
La voce effettata di Size Of Your Life, il testo di Stop Playing Guitar. La melodia sussurrata di Half Year Sun, il coro vagamente soul di Say Goodbye Good, il piano di Bread And Coffee.
Quell’aura generale di raffinatezza ed estenuante ricerca dell’eleganza che in qualsiasi altro contesto mi avrebbe dato il voltastomaco, qui è sempre riuscita a suonarmi genuina, sincera e naturale.
Con Wood/Water sono servite pazienza e dedizione, come in una qualsiasi relazione sentimentale. La differenza è che qui, a fronte di un determinato impegno, mi è stata garantita eterna soddisfazione e non dolore, frustrazione, rimpianti e solitudine.
L’insieme di tutto questo (e di chissà quante altre cose) va a comporre un disco che rimane fondamentale per quella che è stata la mia, seppur misera, crescita musicale. Un disco che continua ad occupare posizioni di assoluto prestigio nella mia ipotetica, approssimativa e totalmente inutile classifica dei dischi della vita.

Riconoscere un proprio errore, impegnarsi per rimediare riuscendo allo stesso tempo ad andare oltre determinati paletti piantati saldamente nelle proprie convinzioni. Wood/Water per me rappresenta tutto questo. E trovo che tutto questo rappresenti un comportamento estremamente maturo.
Dove sta quindi il problema? Qual è il dannato intoppo?
Purtroppo Wood/Water è soltanto una di quelle famose sfumature di grigio.
Un solo disco, in fondo, non può far primavera.
La mal celata quanto voluta citazione dei Blink nel titolo rappresenta un altro fattore che non gioca in mio favore.
Il venire da due mesi di ascolto ininterrotto di Is This Thing Cursed? degli Alkaline Trio direi che affossa definitivamente tutte le mie velleità di redenzione.
Insomma, fanculo.
Che però non si dica che non ci ho provato.