Se vi chiedono di pensare all’inizio della vostra vita di solito fate fatica a riordinare i ricordi, perché non è semplice mettere in ordine a ritroso un flusso di cui voi avete organizzato delle tappe per mezzo di momenti salienti, e in fondo sapete di essere le persone più inaffidabili al mondo per esaudire questa richiesta.

Perché la triste verità è che un inizio non c’è, o se c’è non è stato inciso, come il pezzo di nastro rosso delle musicassette, quello che c’è all’inizio o alla fine di ogni lato; sono 3 o 4 secondi di riproduzione che suonano vuoti, sono i primi mesi della nostra vita in cui i nostri ricordi si perdono per sempre perché non li possiamo registrare. Perciò un inizio ce lo scegliamo, ed è un inizio come si deve, finto e drammatizzato, come si fa nei libri e nei film. Per me è Pretty Fly For a White Guy.

La prima volta che la sento, semplicemente la detesto: detesto quella vocina stridula che fa a-ha a-ha, quel video del cazzo con uno sbarbatello che fa l’idiota su una Mustang, quel riff wannabe rock, quei numeri spagnoli di merda. È un altro me quello che non coglie l’ironia in un videoclip.

Anche per questo la prima volta che, in un treno per la Francia, un mio compagno di scuola mi fa sentire The Kids Aren’t Alright, mi esplode la testa e in poco più di tre minuti la mia vita cambia completamente. Una fiaba morfologicamente perfetta: dopo l’antefatto, la rottura dell’equilibrio, e l’intreccio prende il via. È un’età in cui, appena arriva, il gruppo giusto non fa prigionieri e si prende tutta la tua vita. Americana, per decine di mesi, con buona approssimazione coincise con la mia. Molti anni dopo lessi il romanzo omonimo di Don De Lillo. Gli americani hanno questo potere di far diventare tuo fin nei dettagli un paese in cui puoi anche non mettere piede mai; io che sono cresciuto guardando Hunter con Fred Dryer, se domani mi svegliassi con bozzo in testa in una strada periferica di Los Angeles, dove la periferia è sistema, potrei orientarmi all’istante, e tutto, nella mia testa, suonerebbe come Smash.

Ron+Welty+ronawesomepic

Ron Welty è un biondo magrolino e che sembra nato col pizzetto, ed entra negli Offspring nel 1987 quando ha solo 16 anni e io ne ho zero, sostituendo un tizio dal nome vagamente esotico di James Lilja, che oggi fa il ginecologo a Orange County. È un batterista assolutamente inadatto al punkrock, e lo resterà per sempre. Eppure, in un gruppo in cui la tecnica media è appena sufficiente, funzionerà come una sorta di talismano. Se hai mai suonato, se hai mai avuto un gruppo che è stato più di qualche ora di svago alla settimana, un batterista è un animale strano: sotto la sufficienza tecnica, letteralmente massacra un intero gruppo di fenomeni. Appena la raggiunge, ne migliora la solidità in modo esponenziale, e succede così, un mattino, all’improvviso: ti alzi e riesci a far fare due cose diverse al braccio e al piede destro, dopo mesi che non ne vieni fuori e stai meditando di abbandonare tutto. Un batterista eccellente a volte non infila una rullata nemmeno a pregarlo in ginocchio; può essere diventato talmente bravo da essersi convinto che non ha bisogno di dimostrarlo a nessuno, perché, sempre a detta sua, la vera bravura sta appunto nella solidità, nell’irreprensibilità. Una canzone è un’opera che si misura in minuti. I minuti li decide lui. È molto semplice.

Gli Offspring mi hanno letteralmente sbattuto sullo sgabello della batteria e stretto delle bacchette in mano, ma la prima volta che ho suonato un pezzo degli Offspring per esercitarmi, per divertirmi, è stato non più di qualche anno fa: Leave it Behind. È un singolare scherzo del destino quello di innamorarsi della musica grazie alla band di uno dei batteristi che più detesti al mondo. Ancora una volta, una storia d’amore cominciata male.

Non che prima degli Offspring non ascoltassi musica, ma è stato Americana a trasformarmi in una persona che durante la propria vita ascolta musica e poi fa anche delle altre cose.

Uno dei miei più grandi feticismi sono i video degli early years delle band che ascolto; vedere video di come sono nati, di cui loro stessi probabilmente si vergognano come pazzi, mi offre materiale e spunti per capire cosa farne del mio di gruppo, capire cosa aggiustare, come cambiare, come riempire un gap che va dal video del garage alla canzone della carriera. Questo è uno dei primi video degli Offspring. Al basso c’è ovviamente lui, Greg Kriesel. Alla batteria si diverte quel californiano dai bei voti, i capelli biondi e la faccia da schiaffi, Dexter Holland. È già l’anti-rockstar.

Kriesel pianta a terra e piega le ginocchia ad angolo, fa oscillare il bacino spingendolo dalla paletta del basso. Farà così per tutta la vita, ad ogni singolo concerto, in ogni singolo videoclip. Dexter ride, sembra una zucca di Halloween.

Kriesel e Holland sono la classica coppia d’oro come ce ne sono tante nella storia della musica. Non ho voglia di azzardare paragoni, fateveli nella vostra testa. Il concetto credo vi sia chiaro. Suonano assieme nei Manic Subsidal, un gruppo che nel 1984 pubblica il brano Hopeless. Un brano hardcore punk che assomiglia a un incrocio fra i Dead Kennedys e i Dead Kennedys con una spruzzata di Dead Kennedys. Con loro, anche Kevin Wasserman, già nei Clowns of Death, che si fa chiamare Noodles. Lo sapete tutti: bidello, l’unico che poteva comprare l’alcool a ragazzi di buona famiglia, bla bla bla. Noodles sul palco è quello che ci crede più di tutti. Sempre concentratissimo, eppure l’unico da cui prima o poi di aspetti una chitarra rotta, uno sclero di quelli che diventano famosi, uno stage diving finito male, qualcosa. Il suo stile è molto semplice ed efficace: impara il power chord, fallo tuo, possiedilo, suonalo più veloce che puoi e combinalo in tutte le combinazione possibili in una scala. Lasciati andare in riff dal sapore orientale con la chitarra in lieve chorus. Puzzano di ristorante indiano Genocide, Pay the man, la recentissima Trust in You.

Qualche anno dopo gli Offspring sono già gli Offspring, Lilja non c’è più, Ron Welty è con Dexter, Greg e Noodles in studio a lavorare all’album di debutto, chiamato, con la fantasia e la verve tipica di questi 4 punk spaventosi, “The Offspring”. A guidarli c’è Thom Wilson.

Thom Wilson, dopo l’esplosione di Smash ha quasi smesso di fare questo lavoro e probabilmente si è messo a collezionare Ferrari, o ad allevare animali come Bush, o magari si è comprato villette che ora affitta mentre gira per Palm Beach senza fare un cazzo di niente, non lo so. Ogni tanto torna in studio, regala cose tipo qualche album dei Bouncing Souls (robetta), dal 2003 tace. Per gli Offspring lavorare al debutto con Thom Wilson è una specie di sogno, perché Wilson ha lavorato con gli Adolescents, ma soprattutto Wilson è il produttore di uno dei dischi punk hardcore più belli degli anni ’80, quella perla che è Dance With Me dei T.S.O.L.

Uscito nel 1981, è il disco senza il quale gli Offspring non esisterebbero, e in The Offspring, che vede la luce nel 1989, si sente dalle prime note di Jennifer Lost The War, un inizio che è una specie di calco di Sounds of Laughter. Il primo disco degli Offspring, già pervaso di una melodia squisitamente californiana mentre in molte parti di Dance With Me Grisham semplicemente parla, dicendo anche cose oscene e necrofile con la naturalezza con cui si direbbe che i politici fanno tutti schifo, è ancora un disco che si risolve in un’emulazione.

Già alla seconda traccia, Elders c’è un assolo di Ron Welty. Senza mezzi termini una merda. Una pisciata sopra al punk che di solito sta dalla parte dell’uretra. È la prima e unica volta che la batteria di Ron Welty risulta inopportuna nell’economia di una band che è ancora un abbozzo. Stupisce positivamente in Teheran, ma quelli non sono gli Offspring. Teheran è una delle canzoni più famose della band, ma non sono loro; non ancora.

I’d like to think I’ve gotten a little bit more solid. That’s all I’ve really been working on, playing a little bit harder and trying to mesh with the music more. Just making it sound like one thing, instead of a drum part and a bass part and a guitar part. Thom [Wilson, producer] really helped me out with that. He’s been with us since the first record, and he’s really been teaching me how to do that.

Ron Welty pronuncerà queste parole a ridosso dell’uscita di Smash, dopo 3 album e 7 anni nella band. Nel frattempo, nel 1992, gli Offspring sono finalmente diventati loro stessi, una promessa mantenuta. Ignition è a tutti gli effetti il primo album degli Offspring, quello in cui ogni loro elemento emerge con chiarezza e decisione, rendendoli inconfondibili per i 20 anni successivi, e quelli che devono ancora venire.

Offspring

Uno dei video live degli Offspring più belli che esistano su internet, ce li consegna come poche persone hanno avuto modo di vederli. Nel 1994, ancora ignari di cosa sarebbe successo di lì a poco, qualche settimana prima dell’uscita di Smash, con una scaletta ancora Ignition-centrica. Dexter è già frontman consumato, col cappellino all’indietro e la felpa. Io faccio fatica a trovare quadri così perfetti che descrivano la mia infanzia. Avevo 7 anni, come la carriera di Ron Welty, quando succedeva questo. Ne avrei passati altri 5 senza sapere un cazzo di loro. Non sono mai stato in California. Non ho conosciuto la violenza delle gang nelle scuole di cui si parla in Come Out & Play, ma questa è roba mia.

In questo live non c’è Noodles, che lavorava e non poteva ancora allontanarsi dal liceo. La venue del concerto sembra un enorme salone arredato come una villa anni 30, di dubbio gusto. In scaletta non c’è Dirty Magic.

Dirty Magic è il sesto brano in scaletta di Ignition, uno di quei pezzi che un giorno ti escono così, dal nulla, 4 accordi, un ritornello assurdo, e sei già 4 anni avanti rispetto alla tua carriera attuale. Tornerai subito al presente, ma intanto il brano è inciso, una finestra su ciò che sarai compare nel tuo disco. Probabilmente era troppo presto per Dirty Magic in quel tour, anche se già vecchia di due anni. E gli Offspring la tolgono dalla scaletta.

In Kick Him When He’s Down (24:30), Ron Welty fa veramente schifo.

A 39:40, dopo essersi fatto una proto-selfie col pubblico, Dexter annuncia il dodicesimo brano in scaletta, la canzone, splendida, che chiude Ignition: Forever and a Day. Ron Welty all’inizio sbaglia tutto, poi attacca col suo ritmo principe: le due mani sul charleston. Si sentono particolarmente bene qui. È la cosa che più me l’ha fatto odiare.

L’ho sempre trovato un modo inutilmente frenetico di suonare il punk. Non capisco perché Ron Welty lo chiuda quel cazzo di Charleston, non capisco perché usi sempre la campana del ride invece che farlo urlare come un Crash. Basterebbe così poco.

Sono giunto alla conclusione, Ron, che quello che suonavi non ti piaceva. O magari ti piaceva, da morire anche, ma non ci eri tagliato, non era semplicemente la tua roba.

Da Smash in poi decide di smetterla di cercare di coprire lacune con l’ansia da riempimento, e la sua batteria si fa secca, decisa, si concede giusto qualche finezza ogni tanto (Smash inizia con la rullata accentata di Nitro), rimane terribilmente noiosa.

Yeah. A lot of the time I think simpler is better. It seems to work a lot better for us that way. But I’m actually in another band called Spinning Fish, that plays a very different style of music than what Offspring does. It’s slower and gives me a little bit of a chance to open up and do stuff that I’m not able to do in a really fast punk band.

Chi cazzo sono gli Spinning Fish Ron, chi se li caga, che cazzo di nome è per una band, ma soprattutto smettila di toglierti tempo per gli Offspring, hai un mondo da conquistare a breve.

Dance With Me ha sicuramente influenzato soprattutto Ron Welty, che in alcune parti ne ricalca la batteria senza pudore. Non si sa mai a chi vadano imputate queste scelte, ma sentendo quel capolavoro di Gotta Get Away non può non tornare alla mente I’m Tired of Life. È proprio in Gotta Get Away a mio avviso che Ron Welty riesce però a debellare una volta per tutte quella che ho chiamato “ansia di riempimento”, e a tramutare il suo stile di batteria nella sua personale vittoria, che non arriverà mai a piacermi, ma che imparerò, col tempo, crescendo come batterista anche nei miei ascolti, a rispettare, fino ad apprezzare la sezione ritmica di una canzone come Leave It Behind.

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Nel 2003 Ron Welty lascia gli Offspring, dopo 16 anni, nel mezzo della composizione di Splinter, non il loro disco peggiore, sicuramente quello con i pezzi più brutti. Ma di lì in poi parlare di Offspring è puro esercizio di stile. Mettono insieme altri 3 album, con dei discreti pezzoni e della merda vera e propria. Suonano con batteristi pazzeschi come Atom Willard, Josh Freese e Pete Parada. Gente che a Ron Welty mangia diversi risi in testa. Ma guardatevelo un concerto degli Offspring con Parada. C’è qualcosa che non c’entra un cazzo di niente, e non è solo la retorica dell’”era meglio prima perché sì, cioè, l’imperfezione”.

Gli Offspring hanno fatto delle loro particolari individualità un magma perfetto. Kriesel, tanto essenziale da eseguire una sola mossa per ormai trent’anni. Noodles, che ancora non ha esplorato tutte le combinazioni possibili di power chord, e quell’amore mai sopito per una chitarra che diventa sitar. La voce di Dexter, io di voci di Dexter non ne ho trovate altre, di facce di Dexter non ne ho trovate altre, e non ne nasceranno mai. Di questo sono convinto.

Di Ron Welty, oltre a un batterista con cui non sono mai andato completamente d’accordo, mi rimane la consapevolezza che ho iniziato a suonare non con l’idea di diventare come qualcuno, ma con l’idea di non diventare come lui. Ma mi rimane anche il suo percorso, la sua battaglia con sé stesso, vinta chiedendo da sé stesso sempre meno, e poi abbandonata per ragioni che posso solo ipotizzare, come del resto ho ipotizzato tutto quello che ho scritto in questo lunghissimo pezzo.

In quei giorni, in cui mi andava in pezzi la testa scoprendo Americana, tornai a casa col CD prestato dal mio amico con l’intenzione di riversarmelo in cassetta: avevo solo il walkmen. Lo inserii nello stereo e lessi il numero 13. Senza pensare a quanto assurdo fosse, appresi che il disco durava 13 minuti, invece che 13 tracce. Un lato di una cassetta da 60 minuti sarebbe bastato e avanzato. Feci partire il nastro e mi misi ad ascoltare.

Non mi accorsi che il tempo passava, che i 13 minuti stavano diventando mezz’ora, che il lato A stava per finire. Ve l’ho detto, mi stava andando in pezzi il cervello.
A un certo punto della traccia 9, The End Of the Line, Noodles si abbandona come quasi mai nella sua carriera ai delay, e Dexter canta “finally”. Il mio nastro di Americana si interrompe lì. Se giro la cassetta, riprende al lato B con “your final resting day is without me”.

Ho ascoltato The End of the line intera solo anni dopo, quando mi sono concesso il lusso di scaricare Americana in mp3. È stato strano non sentirla divisa, sentire quei 3 secondi che sono andati irrimediabilmente persi in quel tratto di nastro rosso della cassetta. A volte, quando le cose cambiano in meglio, fanno schifo.

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