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Le cose di chi muore

In un certo senso, ero pronto alla morte di mio nonno, per quanto sia stata una valanga sempre più accelerata. Si può imparare dai lutti, si può imparare che ogni visita può essere l’ultima, che concedere al nostro tempo indaffarato una visita a loro è un passo che ci separa dalla solitudine che un giorno toccherà a noi.
In un certo senso ero pronto perché questo Natale, nel loro salone, che io ho conosciuto sempre straripante di zii, nipoti e di una famiglia che negli anni si è crepata ma che di pezzi non ne ha persi mai, ma che per la maggior parte dei giorni dell’anno era governato da una calma stantia come può esserlo solo il nostro declino fisico, ho percepito nettamente per la prima volta la compiutezza di quel momento.

Ho sempre trovato piacevole fare conversazione con mio nonno. Era una persona profondamente cattolica, ma che non definirei religiosa. Non nel senso spirituale del termine. Non era solito tirare fuori concetti trascendenti, né consciamente né nei motti e nei modi di dire radicalmente veneti. Mai un “Lo sa solo Dio”, mai un “Ah, Signore!”. Sembrava quasi che per lui la religione non fosse un fatto linguistico, né tantomeno confidenziale. Una dimensione strettamente privata, o dalla quale comunque mi teneva fuori con cortesia, eppure estrema attenzione. Molto più di tutto questo me lo raccontavano le sue cose. I libri sulla spiritualità, i libri del Papa, il numero di Famiglia Cristiana sempre pronto sul divano, il Presepe più sobrio che abbia mai visto, con il bue, l’asinello, Maria, Giuseppe e il Bambino in culla, sul mobile dove per tutto il resto dell’anno stava un abat-jour; i santini, le croci e le madonne appese ai muri, in bilico sui comò, sul calendario in cucina in cui tutte le ricorrenze famigliari erano segnate meticolosamente, e con una presenza sempre più fitta di appuntamenti medici.
Se le sue cose non avessero parlato di lui, forse non l’avrei conosciuto così bene.

Dal mio posto di lavoro alla casa dei miei nonni ci sono circa sei, sette minuti di strada. Nell’ultimo mese è stato un viaggio ricorrente, per assistere a qualche pranzo ormai spogliato dall’appetito.
Sì, trovavo piacevole parlarci, e sostanzialmente per questo, una delle ultime volte che l’ho visto, ero scappato dall’ufficio in pausa pranzo per vederli mangiare, salutarli, sincerarmi di una situazione che in famiglia mi raccontavano come preoccupante all’improvviso. Preoccupante lo era, sì, con una nonna ormai persa nella nebbia di quel morbo che ti cancella i ricordi, incapace di distinguere giornate tutte uguali, e lui invece lucido di disperazione, consapevole di non farcela più, che spendeva le sue ultime energie ad assicurarsi che sua moglie prendesse tutte le medicine previste. Volevo parlarci, provare a distrarlo, e allora gli chiesi cosa prendeva a colazione. Mi guardò come chi sa la risposta ma non riesce ad aprire bocca per paura di sbagliare. Il caffè con… mi disse, per poi fermarsi. Mi dimenticai di averglielo chiesto quasi subito, in fondo ero riuscito a distrarlo, e invece avevo finito per distrarmi io, e chiedere qualcosa a mia nonna. Quando posai di nuovo lo sguardo su di lui, si era alzato da tavola, aveva raggiunto la dispensa e mi stava mostrando il barattolo con la grande scritta in rosso ORZO. Me la indicava. Allora ricordai. È stato l’ultimo gesto che ha fatto per me. Non si ricordava una parola, allora mi ha portato la cosa che quella parola rappresentava.

Gli ultimi trent’anni della sua vita, che sono stati i miei primi, mio nonno li ha passati a dipingere, e per l’esattezza a dipingere cose: nature morte, cesti di frutta, vasi, ampolle, bottiglie, pozzi, libri, per poi spostarsi sui paesaggi e rischiare di tanto in tanto dei ritratti.
Lo andavo a trovare sempre meno spesso, perciò ogni volta che passavo aveva sempre più pezzi da mostrarmi; ricordava sempre dov’ero rimasto col segno. Forse, pensandoci adesso avrei dovuto ricordarlo anch’io.

Una mattina grigia dell’anno scorso lo convinsi a farsi accompagnare dal dentista, che aveva lo studio a più di 30 km da casa sua, nell’alta campagna padovana, a Massanzago.
Massanzago è un paese piatto e senza niente che si raggiunge attraverso quelle statali spoglie, tutte dritte, residuato della pianificazione romana, mentre si solcano campagne dai colori fangosi, a metà tra un’opulenza di cui ormai non è rimasto che il cemento e la miseria di chi non vuole che le cose cambino. Parlammo tanto in quei due viaggi verso Massanzago che facemmo. Io avevo trovato un lavoro da poco, lui mi raccontò dei lavori che aveva fatto: della società elettrica, della miniera a Carbonia-Iglesias, dove per due giorni scampò al massacro di una rapina che non fece prigionieri. Perché in fondo, in mancanza delle cose che parlassero per lui, si concedeva volentieri ai racconti. Voleva solo la certezza di non rompere le scatole a chi ascoltava.
Ma soprattutto, quel viaggio a Massanzago mi offrì un’occasione di riparare un rimorso enorme.
Lungo la strada, vicino alla casa dove da anni faccio le prove col mio gruppo, c’era un rudere di campagna che stava per crollare, e la rete di plastica arancione ammoniva che presto qualcuno l’avrebbe demolita. Mio nonno mi disse che ogni volta che passava di lì voleva fermarsi per fotografare quella casa, per poi poterla dipingere con calma nel suo studiolo, ma ovviamente non aveva mai la macchina fotografica con sé. Dissi a mio nonno che l’avrei fatto io, tanto facevo quella strada una volta alla settimana per andare a suonare. Mio nonno sembrò grato di questa cosa, come se non ci sperasse nemmeno.
Appena lo riaccompagnai a casa capii cosa stava succedendo. Il mio nonno materno morì nel 2005, era un cercatore di funghi, e negli ultimi anni ci aveva portati con sé nei boschi. Una mattina avevamo trovato dei porcini enormi, li avevamo portati a casa, puliti e fotografati, un po’ come gli americani fanno con le trote. Mio nonno era raggiante, e ci aveva chiesto di avere le foto, una volta che avessimo sviluppato il rullino. Aveva passato poi qualche mese a chiedermi delle foto che io forse non sviluppai mai, fino a quando non morì.
Le cose mi stavano offrendo un riscatto. Non passarono molti giorni, e feci la strada per la sala prove. Persi un po’ l’orientamento, non riuscivo a individuare la casa. Possibile che in quei due cazzo di giorni avessero buttato giù quel rudere? Avrei avuto un’imperdonabile promessa non mantenuta anche nei confronti del mio nonno paterno? Feci un altro chilometro e la vidi. Non credo di essere mai stato tanto felice di vedere un rudere. Scesi dall’auto, feci delle foto da ogni angolazione possibile. Mi aiutava una giornata di sole, di quelle in cui il cielo fa quasi ansia da quanto è azzurro.
Rimontai in auto, corsi verso la città e le portai subito a far sviluppare. Non era più questione di rullini e di camere oscure ormai, ma di schedine SD e terminali che stampano le foto in alta risoluzione. Portai le foto a mio nonno il giorno stesso, che forse aveva ancora male ai denti da qualche giorno prima. Qualche mese dopo, mi fece vedere la sua tela in cui aveva riprodotto il rudere.
È bellissimo nonno, dissi, e non parlavo solo del quadro.

Ero pronto alla morte di mio nonno perché non riuscivo a immaginarlo a spremersi ancora. Ero pronto perché a un certo punto riesci a capire quando qualcuno molla la presa, e io, per stare male prima, ho iniziato ad ascoltare il disco che sapevo mi avrebbe accompagnato alla sua fine. Ascolto quasi tutto in chiavetta USB, da mp3. Ma Carrie & Lowell di Sufjan Stevens l’ho ascoltato da supporto fisico per tutto questo tempo, perché mi sembrava di dovergli un po’ di corporeità.

Questa settimana sono stato a casa sua senza di lui per la prima volta nella mia vita, a riordinare la cameretta dove dipingeva. Sul cavalletto c’era ancora l’ultimo quadro su cui stava lavorando. Sembra finito, ma probabilmente lo sa solo lui. Ho riordinato le sue tele, alcune le ho portate nel garage, dove ne ho trovate altrettante ordinate su degli scaffali. Abbiamo ritrovato uno scatolone pieno di pennelli e tempere, con su scritto ENZO, con la sua grafia non eccelsa ma precisa, rigorosa.

Ho cercato di farmi trovare pronto alla morte di mio nonno, ma non ero pronto alle cose di chi muore, mi sono rimaste tra le mani, sono rimaste solo loro a parlarmi di lui al presente. E mi è rimasto un disco che continua ad andare, che non abbandona i miei ascolti e gira nello stereo, scaldandosi.

In difesa delle cover-band

Le mie serate preferite sono quelle che finiscono con il “fondiamo una nuova band”. Succede al pub, o il più delle volte fuori dal pub, quando vi hanno già cacciati fuori con la scopa ma prima di andare a casa sembra una buona idea galleggiare fuori seduti sui portabiciclette.

Se suonavate, vi sarà capitato di sicuro. Se suonate, probabilmente continua a capitarvi, a cadenza sempre più diradata, ma ogni tanto finisce così.
Attenzione a questa distinzione, perché, come direbbe Carlo Lucarelli, è importante, e la rivediamo dopo.

Insomma quella sera nasce una nuova band. Si spara qualche nome, solitamente fanno quasi tutti schifo, tranne quelli del futuro leader. Il futuro leader non sempre è quello che pronuncia la frase “fondiamo una nuova band”, ma è quello che già da subito ha le redini in mano, a cominciare dal mondo in cui gli altri musicisti si rivolgono a lui, come se aspettassero un segno per poter continuare a sognare. A volte al pub, o sui portabiciclette, è presente l’intera line-up della band. Altre volte no, manca un componente, e parte il toto-musicista, perché è sempre il bassista a mancare, e il bassista è come il portiere: non lo vuole fare nessuno.

Il primo vero ostacolo però è la sessione di prove numero zero. Per il settanta per cento delle band nate nei pub, è anche l’ultimo. Io ne ho fondate una ventina di band, e in altrettante sono stato reclutato dopo l’amaro con ghiaccio. Una a cui tenevo moltissimo, che ho fondato per le strade di un’isola croata dopo diversi bicchieri di slivovica era una cover band degli Offspring che avrebbe dovuto iniziare tutti i concerti con Not The One, suonare Dirty Magic a metà scaletta e non tralasciare gli ultimi, imbarazzanti dischi. Fu un caso di gruppo che non arrivò mai alla prova zero. Però riuscii a dedicare un paio d’anni della mia vita a una cover band degli Alkaline Trio, gli Alkaline Quartet. Perché dal vivo pure gli Alkaline Trio stessi fanno schifo con una chitarra sola, e impersonare Derek Grant era il mio carnevale preferito.

Sono diverse le ragioni per le quali si fa una cover.
Ce n’è una pratica, ad esempio: appena si fonda una band non è che ci si trova tutti a caso in sala prove a provare a rincorrersi con gli strumenti per vedere che effetto fa. Si arriva con qualche cover preparata a casa. È per evitare di annoiarsi, o di perdere tempo, o di scoprirsi drammaticamente incapaci di improvvisare, perché sì – spesso una band nasce prima che tutti i componenti siano a un livello tecnico tale da renderli presentabili, e loro giustamente se ne fregano.

Ce n’è una artistica, anche: provare a rifare una cosa cambiandone qualcosa, reinventando qualcos’altro. Tentare di rifare il pezzo perché lo si ama, o perché si è sempre provato a immaginarlo diverso; è un prestito, un esercizio di stile non dissimile da quelli che capita di vedere nei musei, con studenti di arte che copiano i quadri nei loro taccuini. Sono sicuro che tutti vi siete innamorati di una studentessa d’arte pensierosa così, sentendovi inadeguati perché non vi è mai capitato di scoprirvi a pensare così bene. Non nascondetevi.
Poi la maggior parte delle volte l’originale resta superiore, se non altro per un fatto autoriale. A volte invece vince Davide: penso a Firestarter rifatta dai Jimmy Eat World, The Boys of Summer nella versione degli Ataris, My Body is a Cage rifatta da Peter Gabriel complice una scena di House che mi agitò il sonno.

Ce n’è una ludica. Si fa una cover per divertirsi. Perché una cosa di noi umani è che quando vediamo qualcosa che ci piace, lo smontiamo e proviamo a rifarlo noi, e quando ci viene bene sticazzi del brevetto. Chi se ne frega se l’assolo di Hey Joe non l’hai scritto tu quando ti riesce come sul disco, chi se ne importa se il doppio passo di Ronaldo ti viene di merda se poi la butti dentro saltando il portiere, chi se ne incula se indossi la maglia tarocca del Barcellona mentre esulti con le braccia aperte ad uccello, o se mimi la mitragliatrice di Batistuta ma hai tirato una mozzarella che è entrata solo perché il portiere pesa 160 chili.

Non c’è nulla di più bello che assomigliare ai nostri eroi, ed è così che nascono le cover band. Quelle miserabili espressioni di adulti mai cresciuti che si pettinano come Renato Zero, comprano gli stessi occhialini di Albano, si raschiano la gola per cantare come il Liga, si rasano la chierica per avere i capelli come Vasco. Suonare le loro canzoni alla perfezione non basta, dobbiamo illuderci di essere loro, ed è un’illusione che non esce dal palco, perché il pubblico non se la beve mai. Lo facciamo solo per noi. L’ho capito più di ogni altra volta rendendomi conto che i dipinti di mio nonno, delle sincere copie dal vero o da fotografia di qualsiasi cosa colpisse la sua attenzione o lo portasse a domandarsi come fosse composta una cosa, non erano un’espressione di incapacità di andare oltre alla realtà che gli stava attorno, ma un tentativo di afferrarla, di farla sua e sentirsi quindi, in qualche modo, in pace.

Spesso leggo di concerti andati male. Gente che non è venuta, cachet non pagati, accordi non rispettati, date saltate, riscontri non lusinghieri. Più e più volte sono musicisti, a volte promoters, ma soprattutto musicisti. Si lamentano che la vena artistica di chi si fa un mazzo tanto per cagare una canzone originale, vincere la ritrosia e proporla live a un pubblico diffidente e ignorante venga spesso soffocata da una mancanza di spazio, che molto spesso, specie in Veneto, più volentieri e senza bisogno di alcun tipo di rassicurazione è concesso a cover band dalle sembianze mostruose. Sono per lo più combo di 5 o 6 musicisti ultra quarantenni che forse suonano da tutta la vita, forse solo da qualche anno perché un giorno hanno visto una chitarra in vetrina di un colore che lasciarla lì era un peccato e hanno preso qualche lezione. Si riuniscono tutti attorno a una specie di megalomane che ha deciso che la sua vita non è completa se non si fonde a quella di Vasco Rossi, e da lui si fanno trascinare in tour senza fine per tutte le locande con buona cucina e ottima birra che ai commensali pensano bene di offrire anche una dose esagerata di rock e adrenalina.

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Non sto inventando parole o forme retoriche, sta tutto nero su bianco sulla pagina “Cultura&Eventi” dei quotidiani locali, su quegli opuscoli di annunci che si trovano in tutte le sale prova a pagamento dove i pub pagano qualche centinaio di euro per promuovere l’intera stagione: un tributo ogni weekend, ogni sera si sacrifica qualche band originale sull’altare del Dio Rock, provocando il rosicamento infinito di chi invece a una scena vera, originale, di gruppi che propongono musica propria ci crede ancora, e vuole supportarla.

La Cover Band è il mostro finale, è l’entità che vince sempre lo scontro, la nostra nemesi, la Juventus. Pensi di averla stesa con una serata particolarmente fortunata, ma lei si rialza sempre e ti porta via il pubblico, la vena creativa, gli strumenti migliori, i palchi, tutto.

I manifesti dei loro spettacoli stanno appesi dappertutto. Sei hai la sfortuna di aprire un loro concerto (tu, gruppo originale che apri a un gruppo cover!), spesso hai anche il dispiacere di conoscerne i membri, assisti al loro soundcheck interminabile in cui trattano il fonico come una merda pestata e spalmata sul bordo del marciapiede. Quando hanno finito tocca a te, hai 5 minuti prima che il fonico vada a mangiarsi il suo panino alla salsiccia, per te manco quello perché la cover band ti ha finito il pane.

Ci mancherebbe altro che non parta la shitstorm su Facebook il giorno dopo; l’appello a boicottare le loro date, se non l’intero sistema cover band; gli insulti a chi si traveste da Vasco Rossi; gli insulti a chi manco quello sa fare, e si accontenta di suonare la tastiera nella cover band di Vasco Rossi; gli insulti al pubblico, il vero artefice di questa immoralità, che invece che popolare i concerti della vera scena preferisce seccarsi Forst alla spina mentre un gruppo rifà uguale Albachiara, con quelle lucine colorate che si riflettono sui quadri a specchio coi loghi delle birre, le losanghe del locale e i magnifici battiscopa in legno scuro. Soprattutto gli insulti al pubblico, perché quel pubblico lo si vorrebbe sotto il proprio di palco.
Forse è arrivata l’ora di rendersi conto che le cose non stanno proprio così. Basterebbe che ognuno di noi musicisti si chiedesse quante volte sia stato al concerto di una cover band. Io a uno, una cover band dei Nirvana, anche piuttosto abile, ma ci sono andato per il LOL, per vedere se facevano Scoff, e l’hanno pure fatta. Poi basta, e forse voi manco a quell’unico concerto, perché non siete degli infami che vanno a ingrassare il birraio di turno, o a celebrare il mito della star della musica italiana di turno. Ma ecco, voi non ci siete mai stati, e neppure chi va a vedersi le cover band è mai stato manco per sbaglio a un vostro concerto, a meno che non apriste alla cover band. Comunque, mentre suonavate, stava mangiando un panino alla salsiccia – no, il pane non era finito davvero – e non vi ha cagati nemmeno per sbaglio, anzi, ha tentato di ruttare più forte della vostra chitarra.

Ma la cosa ancora più sconvolgente è che se domani si sciogliessero tutte le cover band del mondo, quel pubblico non inizierebbe a venire ai vostri concerti, e la vostra fanbase rimarrebbe quella. E, peggio ancora, quel birraio che vi ha chiesto quanta gente avreste portato prima di farvi suonare e poi dirvi a fine serata che non aveva vuotato abbastanza fusti e quindi per il vostro show non c’era budget, trovandosi senza programmazione, comunque non chiamerà voi, e metterà su Su e giù da un palco a volume un po’ più alto, così sarà quasi come essere al concerto.

Perché mi rendo conto che sia difficile da accettare, ma non tutti chiediamo le stesse cose alla musica. Per noi è una delle più alte, forse la più alta espressione dell’arte, e ce lo raccontiamo nelle nostre recensioni sul web e sul cartaceo, sublimandola in alcune componenti che a seconda di come si combinano in un disco determinano un capolavoro o un disco mediocre, fanno la storia o fanno una moda, restano immortali o si disperdono fra la rete. Per noi andare a un live è assistere a un’esperienza in cui disco che amiamo o che ci ha incuriositi si fa materia davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie, e da riproducibile all’infinito diventa un episodio unico e irripetibile che tentiamo di fissare sul nastro della nostra coscienza prima che tutto finisca e le luci si spengano. Oppure è una fulminazione istantanea, in cui qualcosa che non conoscevamo entra dalla porta principale sfondandola e mettendoci a soqquadro la casa. Oppure un rumore fastidioso che ci fa guardare negli occhi, aspettando che sia l’amico a dire “che merda, usciamo” perché se non sei il primo a dirlo ti senti meno in colpa.

Questa è la nostra concezione, questo è un concerto, questo ci aspettiamo che sia per chi suona e per chi ascolta, in un rito collettivo che per tutti suona all’unisono. Ma non è così.

Perché c’è chi ai concerti ci si trova in mezzo tra una birra e l’altra. C’è chi la musica non la cerca ma da essa si fa trovare, chi non vede tanta differenza fra ricevere un disco per Natale e scaricarsi un successo con il cellulare, magari con quei servizi ad abbonamento che ormai sono quasi estinti ma che catturano ancora qualche essere sottosviluppato.

C’è chi non ha nessun bisogno di cercare nuova musica, di interrogarsi sulla musica, di valutare un live, di sentirsi parte di una scena, di un movimento, o di ricordarsi di una serata in cui ha sentito quel gruppo in quel locale di quella città.

C’è chi vuole solo sentire Albachiara. È una persona che non è né malvagia né inferiore, è semplicemente incompatibile con l’idea di musica che abbiamo noi. Solo che gli unici a cui frega qualcosa di questo conflitto secolare siamo noi, che stiamo da questa parte. Gli unici che vedono un nemico in un fattore che semplicemente è irrilevante per il nostro successo, perché miriamo a un altro tipo di coscienza da colpire.

I pub che non ci vogliono dare spazio perché preferiscono la cover band non cambieranno idea dopo averci sentiti.

Se avete mai avuto una band per un bel po’ di tempo, investendoci soldi, la quasi totalità dei vostri soldi, se avete mai macinato chilometri con rimborsi che non bastano nemmeno per un kebab appena usciti dall’autostrada, viaggiando 3 ore per suonare mezzora, se vi siete fatti umiliare da un tecnico del suono in studio di registrazione perché quell’arpeggio semplicissimo non vi viene come si deve, se avete suonato a quello che era stato presentato come un megafestival in riva al mare e si è rivelato un bancale sulla sabbia davanti a 5 persone mentre al bagno accanto erano in duemila a un djset, se avete pensato che forse era il caso di gettare la spugna che tanto le scale non le avete mai imparate, figuriamoci se potete impararle una volta passati i 25, se vi siete tenuti liberi tutta un’estate per provare ma poi il batterista se ne va un mese in Canada e il chitarrista si trova una fidanzata possessiva, se avete cacciato un cantante perché si esibiva con il leggio, se avete vissuto queste umiliazioni e non ce la fate più, mollate: la buona notizia è che non è la vostra strada e ve ne siete finalmente accorti; la cattiva notizia è che non è colpa delle cover band che vi rubano il lavoro, né di chi non vi è venuto a vedere perché ha preferito uno spritz, ma vostra. Perché non avete fatto abbastanza per diventare una band.

Se arrivate al punto in cui riuscite a far capire a vostra Zia che ha rotto il cazzo con il suo “tu che hai il gruppo cantaci qualcosa” al pranzo di Natale, se vi rendete conto che non siete più delusi quando i vostri amici non si presentano alla vostra quinta data in città in due mesi, però ci sono delle facce sconosciute che vi fissano per tutta la durata del set, beh allora forse siete anche arrivati al punto in cui vi rendete conto che le cover band fanno parte di un circuito parallelo e irrilevante per la vostra carriera, che rappresentano un mondo di cui non volete far parte, intrattengono un pubblico con cui non avreste parole da scambiare, suonano su palchi che, in fondo, sono posti in cui il gruppo che suona è paragonabile al tavolo da biliardo o al tabellone delle freccette; e se un giorno, fra qualche anno, entrerete in uno di questi posti e ci troverete un vostro amico che non vedevate da anni stretto in una camicia che tradisce qualche birra di troppo nell’ultimo periodo e forse qualche insoddisfazione che il suo sorriso non vi racconta, e vi dimenticherete che quello era uno dei vostri amici che non veniva mai a vedervi, magari lo saluterete e ripenserete a qualche vostra scelta fatta in passato.

#1 Un altro inutile anno dispari – Top 2015

Questo è stato un anno nero. Terribile. Devastante. La stanghetta dell’età si è vigliaccamente fermata sul numero 30 e da quell’orribile giorno non sono più stato lo stesso.

Tutti gli aspetti della mia persona che potevano sembrare folkloristici, peculiari, addirittura simpatici, sono diventati di colpo ridicoli ed imbarazzanti.
Gran parte dell’anno l’ho passato tra tentativi più o meno maldestri di darmi un tono e la superflua classifica di quest’anno continua, mio malgrado, su questo passo.
Perché l’idea di base era quella di fare una classifica che celebrasse un’annata “punk” a mio modestissimo parere ottima. Strung Out, Night Birds, Blacklisted, Jeff Rosenstock, Birds In Row e chi più ne ha più ne metta.
Poi ho nuovamente controllato la mia data di nascita, e l’unico disco smaccatamente punk-rock che mi sono sentito di inserire è quel True Brew che mi ha fatto tornare giovane e che mi ha ricordato perché, da più di quindici anni, sono perdutamente innamorato di quattro svedesi poco più vecchi di me.
Ho poi inserito due dischi di due cantautori che in comune hanno solo la classificazione di genere. Uno è americano e lo avevo sempre considerato un cazzaro a causa dei suoi dischi lunghissimi, pieni di orpelli da freakettone che mi avevano sempre annoiato a morte. Quest’anno ha fatto un disco chitarra e voce in cui ogni canzone sembra volermi ricordare quanto io sia coglione.

L’altro è italiano e non è Calcutta. Si tratta di un ragazzo di Bergamo del quale parlerei bene fino alla fine dei miei giorni. Ha fatto l’ennesimo disco magnifico e non so più come spiegarvi che si tratta di un’artista eccezionale, che meriterebbe la vetta di qualsiasi classifica, soldi a palate e un harem personale colmato con una trentina di modelle di Victoria’s Secret. Poi però mi rendo conto che così non sarebbe più in grado di scrivere testi magnifici e mi convinco che, in fondo, le cose vanno bene come sono.
Poi ho voluto metterci dentro Conor Oberst e il disco che aspettavo da più o meno 13 anni. Vero, questo disco ha dei testi un po’ banalotti e una produzione un pelo troppo pulita per i mie gusti. Però è figo, si è difeso alla grande nella sfida con le mie enormi aspettative e Conor si è confermato essere il solito talento invidiabile. Con il solito ascendente sull’universo femminile che io posso solo continuare a sognare. Idolo.
Ho deciso di chiudere con dei giapponesi che, al pari del fottuto yankee, non mi avevano mai gasato più di tanto. Alla fine gli è bastato accorciare le canzoni ed ammiccare un po’ per entrare definitivamente nelle mie grazie. Anche se sono consapevole che questa cosa non gioca a loro favore. Proprio per niente.

Questi sono quindi i dischi della mia vecchiaia. I dischi che hanno segnato il mio passaggio dalla vita che vale la pena vivere alla terza età.
È stato bello finché è durato.
Tanti auguri a tutti.

Milencolin – True Brew

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Caso – Cervino

Desaparecidos – Payola

Envy – Atheist’s Cornea

Domande a Caso

Non è un segreto che Caso mi piaccia tantissimo.

Ho anche provato a mettere questa mia passione per il cantautore bergamasco nero su bianco, nelle recensioni dei suoi dischi, credo però senza riuscirci del tutto. Un po’ per una mia palese incapacità, un po’ perché non è mai facile riuscire a trovare le giuste parole per descrivere un qualcosa che ti ha colpito così profondamente.
L’occasione di poter scambiare due parole con Andrea mi è sembrata subito una possibilità da cogliere al volo, ignorando tutti i dubbi e le incertezze derivanti dalla mia totale inesperienza in ambito d’interviste.
Insomma, questa è stata una prima volta, per me e per Il Fragolone.

E credo sia merito/colpa di quest’inesperienza, o del fatto che Andrea si è rivelato essere una persona estremamente disponibile, se la chiacchierata ha toccato temi anche non prettamente musicali.
Facendomi capire un po’ meglio chi è Andrea Casali e cosa c’è dietro il progetto Caso.
E facendomi capire, soprattutto, che alla musica servirebbero molte più persone del genere.

Ci mettiamo d’accordo via mail per una conversazione su Skype, perché immagino la conversazione con lui sia un po’ difficile da imbrigliare mail dopo mail. Meglio parlare, con tutti gli errori e tutte le pause verbali di una conversazione vera. Riascoltando il tutto, poi, sarò sorpreso dall’osservare che in fondo è andato tutto liscio, come un copione ben recitato, senza troppi imbarazzi e silenzi. Come se parlassimo la stessa lingua.

Andrea, direi che possiamo cominciare quest’esperimento.
Ti dirò, tutto quello che volevo sapere riguardo Cervino credo di averlo già capito ascoltando il disco un migliaio di volte nelle ultime due settimane. Sono molto più interessato a capire cosa ti ha spinto a farti affiancare da una vera e propria band. Come ti trovi con i ragazzi che ti accompagnano, se già li conoscevi e se sei soddisfatto di come alla fine hanno influenzato Cervino.

I ragazzi che suonano con me sono tutte persone che conosco da tempo. Amici, ex-colleghi, tutte persone d’esperienza con le quali è davvero bello suonare.
C’era già stato una sorta di “antipasto” nel disco vecchio, dove tutti gli altri strumenti presenti in alcuni pezzi sono stati suonati da loro. Da lì poi è nata anche la volontà di provare a portare questa formazione in sede live, alla ricerca di uno spettacolo un po’ più elettrico.
Durante le prove poi, avendo già in cantiere i pezzi nuovi, ho cominciato a provarli con i ragazzi e sentendo che con tutta la band venivano veramente bene, ho deciso di tenerli così.

C’è stato addirittura un momento in cui ci siamo messi a discutere se sarebbe stato meglio far uscire il disco sotto un altro nome, che comprendesse così tutta la band, ma essendo questi tutti pezzi miei, dall’arrangiamento iniziale fino ai testi, mi sono deciso a farlo uscire a nome Caso. Detto questo il disco deve comunque molto a loro, che hanno portato moltissime idee splendide in fase di arrangiamento, e sono molto soddisfatto del risultato finale.

Ma passare ad avere una band come è stato? Credo che la differenza tra girare in compagnia e vagare da solo in giro per l’Italia sia parecchia, sotto moltissimi aspetti.

Assolutamente. Considera che con “La linea che sta al centro” ho potuto cominciare ad assaporare anche palchi e situazioni diverse rispetto a quelle prettamente acustiche alle quali ero abituato, ed è stato molto interessante. Era un po’ una sfida e una mia personale volontà capire come mi sarei comportato su un palco grande ed attrezzato, magari davanti ad una platea folta che non era lì per me ma per il gruppo che avrebbe suonato dopo. E devo dirti che nonostante la normale preoccupazione iniziale è stata un’esperienza molto bella ed intensa.

Adesso, con la band, la ricerca di situazioni così è chiaramente all’ordine del giorno. Adesso posso puntare a palchi e contesti che da solo avrei raggiunto con molta più fatica. O che forse non avrei proprio raggiunto.
Con la band inoltre è cambiato completamente anche il modo di vivere i live. Per quanto una band comporti anche problemi, primo fra tutti il muoversi con appresso tutta la backline, poter condividere l’esperienza del palco e i chilometri è certamente una cosa piacevole.
Ho praticamente girato l’Italia da solo, in macchina, macinando chilometri su chilometri e non è sempre stato facile, soprattutto quando non potevo contare sulla presenza della mia ragazza o di qualche amico a farmi compagnia. Ricordo che sono andato da solo a Roma, ad Ascoli (andata e ritorno in due giorni), e sono cose che bisogna saper prendere bene, altrimenti rischiano di diventare veramente pesanti. 
Adesso con i ragazzi la situazione è ovviamente diversa e i viaggi e i tempi morti prima dei concerti sono più leggeri e divertenti.

Non dirlo a me, spesso finiamo su un divano con il telefono in mano, a controllare le notifiche di Eurosport.

So che nasci batterista e so che sei ancora molto legato alla scena punk-rock. Capirai che da batterista (scarso) e da appassionato di punk (annacquato) questo tuo background mi interessa molto. Ti va di raccontarmi un po’ cosa combinavi prima di cominciare il progetto Caso? Influenze, esperienze e se il legame con la scena punk è ancora vivo.

Chiaramente la scena punk è stata per me molto importante. Io ho suonato la batteria per circa dieci anni e facevo hardcore melodico, velocissimo, in pieno stile Fat Wreck. Uno dei miei gruppi preferiti sono i Satanic Surfers.

Grandi.

Sono un gruppo che per me ha resistito magnificamente alla prova del tempo e ogni volta che mi capita di riascoltarli vado sempre fuori di testa.
Quando ho cominciato, quando avevo più o meno vent’anni, il genere ovviamente era piuttosto di nicchia, pochissimi locali erano disposti ad ospitare concerti punk-rock, e il riferimento era sempre la solita manciata di centri sociali. Proprio per questo dopo qualche concerto, dopo qualche trasferta, ci si conosceva già tutti.
Quando poi ho deciso di indossare le vesti di cantautore, propormi in certi ambienti è stata per me una cosa estremamente naturale. E ti devo dire che sono stato accolto benissimo, nonostante il mio sound e la mia proposta fossero diversi. Aiutato forse dalla nascita dell’ondata folk-punk, con molti cantanti punk-rock che si cimentavano nel disco acustico, ho sempre potuto contare su di un ottimo riscontro che all’inizio, sinceramente, non mi aspettavo.
Il legame con la scena-punk quindi rimane forte, i miei riferimenti vengono per la maggior parte da lì. Tanto che per questo disco avevo addirittura un po’ di paura che potesse suonare un po’ troppo post-punk, e alla fine mi sono imposto di non farlo troppo distorto o troppo tirato. La sola piccola eccezione me la sono concessa in Pressione Alta, che con la sua ritmica sostenuta richiama il passato in maniera un po’ più decisa rispetto agli altri pezzi.

E la batteria che fine ha fatto? La suoni ancora?

Per la batteria ormai nutro solo un amore platonico. Non la suono ormai da tanto tempo. La mia l’ho venduta già diversi anni fa. Per quanto dolorosa credo sia stata la scelta migliore. Vederla in un angolo a prendere polvere era piuttosto triste.

Capisco. Quindi ti sei trasformato in un ex-batterista che dice al proprio batterista cosa deve fare per filo e per segno…

In effetti è un bel casino! Scherzi a parte, fortunatamente con il batterista ci conosciamo da una vita. Chiaramente si parla, ci si confronta, ma ti posso dire che non ci sono mai stati problemi, anche perché a suonare la batteria lui è sempre stato molto più bravo di me. Sarà per questo, sarà per il background comune, ma le soluzioni che ha trovato per Cervino mi sono piaciute molto fin da subito.

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Sempre per restare in tema punk, vorrei sapere la tua opinione su una cosa. Si tratta di una sorta di mia elucubrazione, probabilmente ridicola, che comunque vorrei sottoporti.
Negli anni ho decisamente ampliato i miei ascolti, e mi capita di ascoltare un buon numero di artisti che, musicalmente parlando, spesso non hanno nulla in comune. Quello che però hanno in comune, e ti parlo del 90% dei casi, è la provenienza ed un certo attaccamento alla scena punk/hc. Indipendentemente dalla proposta musicale in sé, mi sembra di poter riconoscere quella volontà di suonare veri, sinceri e diretti. Senza troppi orpelli, senza sceneggiate. Sono convinto che la scena punk/hc riesca a darti allo stesso tempo solidi radici e una grande libertà di espressione. Musicale e non. Sto dicendo un sacco di cazzate?

Bravo, l’hai detto, è proprio la volontà di voler arrivare diretti secondo me la cosa caratterizzante, più delle scelte di suono e di gusto. E credo che questi derivi soprattutto dal forte legame che si forma in questo tipo di ambiente.

Grande, mi riferivo proprio a questo. Cioè, tu puoi suonare quello che vuoi, ma ti rimane sempre dentro un certo “senso di appartenenza”, chiamiamolo così.

Esatto, esatto. E questo senso di appartenenza io lo riscontro ancora ai concerti a cui vado, o che mi capita di organizzare qualche volta qui a Bergamo assieme ad amici. Solitamente le serate punk/hc sono quelle a cui viene più gente appassionata, gente che ha navigato già parecchio, gente che compra i dischi e supporta tutti i gruppi. Alle serate più indie invece molto spesso è diverso, c’è gente solo quando c’è il nome grosso, del momento. Si vede molta meno gente al banchetto. Spesso e volentieri sono persone che vedi solo ed unicamente quella sera. Insomma, ci sono tante piccole cose che mi fanno credere che nell’ambiente punk viva una passione un po’ più forte, un po’ più vera.
C’è quella cosa che abbiamo sempre chiamato attitudine, che messa così può sembrare un termine vecchio, anacronistico, che però in tutti questi anni nessuno è mai riuscito a smontarmi.
Gruppi che arrivano, fanno il check in cinque minuti e al concerto suona tutto come deve suonare. Questo probabilmente per la volontà di mettere davanti alla tecnica o alla scelta di suoni, un forte sentimento verso la musica. E questa è una cosa che per me è sempre stata importantissima. Poi non essendo un grande musicista questa storia mi piace anche cavalcarla per bene!

Un altro esempio che posso portarti è questo rinnovato interesse per il vinile. Sicuramente ci sono dei flussi di mercato che non si possono ignorare, però in ambiente punk/hc il vinile non è mai passato di moda.

Verissimo. Distro, etichette…

Certo. Molto spesso capitava che i gruppi addirittura stampassero esclusivamente il vinile, fregandosene del cd.
E anche questa cosa delle distro è una cosa che ho visto quasi esclusivamente in questo ambiente.
Insomma, il senso di appartenenza c’è, eccome. Così come persiste la voglia di scambiarsi trasparentemente tutto quello che è possibile riguardo questa passione.
L’unica cosa che forse mi preoccupa, e dicendolo mi sento un po’ più vecchio, è il non sapere se siamo effettivamente riusciti a trasmettere queste cose anche ai ragazzi più giovani. Problema che comunque non riguarda solo noi ma anche la musica live in generale.
Vedo sempre meno facce giovani ai concerti e sempre più persone come me. Gente sui trent’anni, ancora appassionata, ancora scappata di casa…

Il mio ritratto, insomma.
Detto questo, vivi ancora a Bergamo?

Si si, vivo ancora a Bergamo, in città. Qui lavoro, negli anni ho cambiato diversi posti, sempre cercando di trovare soluzioni che non si scontrassero troppo con la mia passione per la musica, visto che sono ancora lontano dal volerla abbandonare.
Oltre a questo, come ti avevo anticipato, continuo ad organizzare serate con gli amici di Bergamo Sottosuolo. Nonostante le ovvie difficoltà, cerchiamo sempre di fare una serata al mese, dividendoci il lavoro in base agli impegni della vita quotidiana di ognuno.

La situazione musicale com’è? C’è movimento, interesse?

Negli ultimi anni sicuramente c’è stato un grosso miglioramento. Fino a cinque-sei anni fa non c’era veramente un posto dove poter suonare, fatta eccezione per il centro sociale. Adesso invece ci sono diverse possibilità, nuovi locali, che sono riusciti a creare una rete dei gruppi locali, un po’ come abbiamo fatto noi.
Ti dirò, negli ultimi cinque anni ci è andata davvero bene e spero che possa continuare così ancora a lungo, per noi e per quelli che verranno dopo.
Per adesso ce la godiamo, anche perché abitando così vicino a Milano, abbiamo sempre un po’ sofferto la sua fitta rete di eventi. Per dire, molte volte io e i miei amici ci siamo fatti la trasferta milanese, ma quando abbiamo cominciato ad organizzare eventi qui, ci siamo subito resi conto che non avremmo potuto contare su un effetto contrario. Ed è proprio per questo che abbiamo subito puntato a cementificare il rapporto tra le band e gli appassionati locali.

Invidio molto questa situazione, perché noi a Padova una cosa del genere non siamo mai riusciti a crearla. A differenza di altre città qui nelle vicinanze. Vicenza prima e adesso Venezia sono diversi passi avanti a noi.

Non dimenticare che queste cose vivono comunque di periodi. Periodi di fermento e curiosità che non sempre è facile riconoscere e di conseguenza sfruttare.
Noi siamo stati anche fortunati, dopo un paio di serate andate bene, ha cominciato a crearsi una rete di persone appassionate e curiose, e da questo è nata anche la collaborazione con alcuni locali. Posti che se la sono sentita di darci fiducia e quando si è trattato di chiamare il nome straniero un po’ più importante, non hanno esitato a supportarci.

Come l’Edoné, che è un po’ il locale dove noi di Sottosuolo facciamo base, e che usiamo spesso per le nostre serate.

Visto che abbiamo parlato di Bergamo adesso arriva la domanda più importante di tutte: tifi Atalanta?

No, non tifo Atalanta. A dire la verità sono milanista. Nato negli anni ’80, con padre milanista, mi è stato impossibile tradire Marco Van Basten.

Perdonami, ma da incurabile calciofilo non potevo evitare la domanda. Ho visto poi che ti piace il tennis..

Si mi ci sono appassionato negli ultimi anni. In particolar modo di quella figura mitologica che risponde al nome di Roger Federer. Non mi sono perso una finale.

Non potrei essere più d’accordo. Giocatore strepitoso e, per quanto mi riguarda, uno dei pochi motivi validi per guardare una partita di tennis maschile.

Lui mi piace tantissimo. Poi, anche un po’ per riallacciarci al discorso di prima, è un giocatore che ha sempre mantenuto uno stile suo. L’eleganza, la tecnica sopraffina, il rovescio ad una mano. Giocatore capace di rinnovarsi negli anni ma sempre  fedele alle proprie radici. Con quella sorta di rifiuto a piegarsi alle moderne regole che ormai vogliono i giocatori puntare tutto sulla forza fisica. Trovo sia una figura poetica.

Ricordo tra l’altro una situazione molto divertente riguardante la sua ultima finale, persa, inizialmente rinviata per pioggia. Non avendo Sky ero andato in un locale per vederla con alcuni amici anche loro appassionati, ma vista l’ora ci hanno cacciato quasi subito. Allora siamo andati da un’altra parte ma anche li, dopo un po’, il locale era in chiusura e ci hanno accompagnato alla porta. Siamo finiti a casa mia cercando di trovare uno streaming su Roja Directa ma non ci siamo riusciti. Quindi ci siamo dovuti accontentare di guardare il risultato finale. Insomma, sconfitta totale quella sera.

Hai qualche dischino da consigliarmi? Qualsiasi cosa ti passi per la testa.

Potrei dirti i dischi che ho comprato ultimamente. Un po’ di tempo fa ho suonato a Pesaro e al banchetto di Sonatine Produzioni ho comprato il disco dei Montana. Band punk-rock con cui ho anche avuto il piacere di suonare. Allo stesso banchetto ho comprato pure il disco delle Smudjas. Alla voce c’è Pamela, che ha sempre suonato nelle Agatha, ma in questo progetto è tutto molto più melodico e accessibile e ti devo dire che mi è piaciuto molto.
Un altro disco che ti potrei consigliare, visto che sei un amante del punk-rock, è quello di una band svedese, i Masshysteri. Cantano in svedese ma ti assicuro che hanno delle melodie pazzesche. Credo che in ambito punk-rock sia una delle cose migliori uscite negli ultimi anni.

Un altro gruppo che mi piace moltissimo, al momento uno dei miei preferiti, sono i Pueblo People.

L’ultimo disco, a conti fatti, è uno di quelli che ho ascoltato di più nell’ultimo periodo.

Progetti per l’immediato futuro?

Chiaramente portare Cervino più in giro possibile. Con Capra dei Gazebo Penguins, che gestisce il mio booking, stiamo cercando di dare la precedenza alle date con la band. Poi più avanti riprenderò anche a fare qualche data da solo in acustico, perché è una cosa alla quale tengo molto.
Infatti nei concerti con la band mi prendo sempre un momento per fare 4-5 pezzi in solitaria, con la chitarra elettrica al posto dell’acustica. Insomma, da lì non si scappa.

E poi la conversazione va avanti, su cose minori che forse riportare qui non ha molto senso. Come forse non aveva senso rendere pubblica questa chiacchierata. Per noi ne ha tantissimo, perché ci interessava capire se quei testi, che non siamo andati a toccare, ci colpiscono naturalmente perché vengono da uno di noi, solo più bravo ad esprimersi di noi. Alla fine pare proprio di sì.

Staying together for the kids | Storia mia e dei Blink 182 non ragionata | Parte II

I’VE BEEN HERE BEFORE A FEW TIMES

I tre anni tra il 2001 e il 2004 ne durarono dieci. Quando il video di Feeling This cominciò a girare su Total Request Live e in generale in heavy rotation su MTV, io MTV non la guardavo più tanto, perché non mi serviva più. Per scoprire le band ormai usavo internet, le webzine che proponevano recensioni a grappoli ogni settimana e tentavano di descrivere la musica. Credo che niente mi abbia formato più di questo esercizio di stile: cercare di capire dalle parole di altri se un disco sarebbe stato nelle mie corde o no, cercare di capire come avessero fatto a descriverlo così meravigliosamente, o, al contrario, come fosse possibile che trovassi una discrepanza così netta fra chi aveva tentato di descriverlo e le sensazioni che ne traevo dall’ascolto successivo. Non si poteva scaricare a caso, non ancora: bisognava operare una scelta, di tempo e di attenzione. Ed era così che avevo sepolto i Blink sotto a centinaia di altri nuovi ascolti che si moltiplicavano, si evolvevano, si imbastardivano sempre di più con suoni più violenti e strutture più complesse. Feeling This, a quel punto, mi parve un tentativo non troppo convinto di restare in vita, dopo 3 lunghissimi anni di silenzio in cui non solo io ero cambiato, ma tutto il mondo non era più lo stesso di prima.

Eppure il mondo era lì, ad aspettare un passo falso dei Blink 182, alla resa dei conti, seduto sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere di Mark, Tom e Travis passasse, solo qualche anno dopo di quello di tutte le boy band di cui si erano presi gioco nel video di All The Small Things, che una dopo l’altra avevamo visto galleggiare a pelo d’acqua.

Quando, una sera, compare un link che porta a una pagina bianca con la tracklist del nuovo disco dei Blink 182 e tutti i pezzi scaricabili, non esito un solo istante. Era passato così tanto tempo, e nonostante avessi poco più di 16, 17 anni, mi sentivo già come se stessi facendo un salto nel passato. Non fosse altro perché non stavo comprando il cd, ma stavo scaricando il disco.

Ricordo, come fosse ieri, un impatto devastante su di me.MI0000404160

Obvious attacca con un riff sporco e violento che punta tutto su un ritornello che non esplode mai, resta tentennante, finché la canzone non diventa un’altra. Sono colto in contropiede, diventa subito uno dei miei pezzi preferiti.

I Miss You è una rivoluzione. Il basso di Hoppus che per la prima volta non fa tappeto, ma diventa parte della sezione ritmica, gioca a nascondino, e innesta un dialogo di echi con la chitarra acustica di Delonge mentre Travis prende sempre più per mano la band, man mano che il disco procede. I Miss You è una ballata decadente di sconcertante bellezza, soprattutto perché a suonarla sono gli stessi che gli anni precedenti aprivano i concerti con Family Reunion. Ma è in Violence e Stockholm Syndrome che siamo portati con le spalle al muro e costretti ad uscire allo scoperto: o ammettiamo il nostro pregiudizio sui Blink 182 e spegniamo tutto per evitare di incappare in argomentazioni per noi insostenibili, oppure possiamo e DOBBIAMO riconoscere che se ci aspettavamo un salto in avanti, più o meno qui, loro sono arrivati lì. Nelle due tracce le strutture compositive dei Blink 182 raggiungono livelli fino a quel momento mai esplorati, forse mai nemmeno accennati, di sicuro mai immaginati dalla fanbase. In questo disco è ormai chiaro come Travis Barker, il più classico del terzo fra i due litiganti, abbia preso il sopravvento sulla coppia dei cantanti. Lui che nei video divertenti sembra non divertirsi mai. Lui che ha sempre la faccia da cane bastonato, nelle foto, come nelle interviste, che quando suona (e come suona!) arriccia le labbra come fanno i bambini quando si stanno impegnando in qualcosa.

Guarda mamma, senza mani
Guarda mamma, senza mani

Travis Barker non è mai stato solo un batterista punk-rock. Reclutato dai Blink 182 nel tour di supporto a Dude Ranch immediatamente precedente alla registrazione di Enema Of The State, Travis è coetaneo di Tom, all’epoca suona la batteria negli Aquabats, un gruppo ska/surf i cui membri si vestono da supereroi, e il suo nome d’arte è The Baron Von Tito. Ancora scherzi, ancora goliardia. Non sono sicuro che la cosa lo diverta, probabilmente sì, di certo non lo dà a vedere. In circostanze mai del tutto chiarite, i Blink 182 allontanano l’anonimo Scott Raynor perché i suoi problemi d’alcolismo stanno imbarazzando la band. Lui dirà che fu lui ad andarsene perché non a proprio agio con la commercializzazione spinta che il trio stava tenendo. Non è chiaro quale delle due versioni sia la più plausibile, ma se ne parla poco perché pensare a dei Blink 182 alle prese con problemi seri forse è sempre sembrato fuori luogo; per loro stessi, per la stampa, per i fans. Poco importa, Travis Barker è un batterista straordinario, uno dei più bravi e poliedrici della scena, ammirato da tutti gli addetti ai lavori, invidiato da molte band anche influenti per gli stessi Blink, amico fraterno di Tim Armstrong con il quale le collaborazioni si sprecano (i due suonano insieme in Cat Like Thief nel disco dei Box Car Racer, una specie di variazione sul tema di You’ve Got So Far To Go degli Alkaline Trio, e in tutto il disco della combo rap-core Transplants), aperto ad ogni influenza. Il suo stile è ben definito, e sembra avere un’unica direzione: non accontentarsi mai. Introduce nuovi elementi fino a quel momento estranei al punk rock: l’uso degli splash, il cow-bell; evolve gli elementi cardine del genere: i filler a velocità disumana. Per farsi un’idea di quanto Travis Barker riesca a rimanere libero pur in un genere codificato come quello dei Blink 182, Give me one good reason, contenuta in Take off your pants and Jacket è un esempio emblematico.

Per farsi un’idea di cosa cambia fra Scott e Travis invece, questo live dà qualche indizio importante.

Barker si concede una traccia assolo nel disco, The Fallen Interlude, che segue un altro singolo ballata, Down. L’ispirazione di Tom è a livelli che in carriera non raggiungerà mai più, finalmente libero dalle briglie, disperatamente e urgentemente desideroso di togliersi di dosso l’etichetta del coglione che ha una band che fa battute oscene ai concerti. Tra l’estro visionario di Travis Barker e il colpo di reni di Delonge, che dopo I Miss You piazza un altro colpo romantico e decadente di una bellezza straordinaria, la sincopata e memore dei Cure più ariosi Always, Hoppus resta a guardare come chi d’improvviso si rende conto di aver perso il controllo della band, nonostante l’anzianità. Ci vorrebbe un altro salto sullo skate, come 10 anni prima, questa volta magari senza rompersi l’anca. Ci vorrebbe qualcos’altro per tornare ad avere influenza su Tom, che sembra essere partito per la tangente, come in questo video che documenta le registrazioni di un album straordinario, che significativamente si chiama come la band; una nuova band.

Ma i pezzi di Hoppus sono tutt’altro che deboli. In Go lo sentiamo quasi con la voce spezzata, Here’s your letter sembra uno scarto di Take Off your pants and jacket, Easy target è un tributo a Bad Religion e Social Distortion. C’è posto per un ultimo sussulto di stupore, la voce di Robert Smith che a sorpresa irrompe in All of This, il massimo livello di sperimentazione mai raggiunto dal trio. Blink 182 è un album che ci risveglia tutti nel nuovo millennio, che all’improvviso ci costringe a una scelta: cresci con noi oppure no, fa nulla, ma noi abbiamo dimostrato che meritiamo di stare dove stiamo. Non ho più sentito un disco così, un disco sulla stessa atmosfera, con le stesse intuizioni e le stesse contraddizioni, la stessa capacità di rivoltare in ogni suo aspetto una carriera che è stata simultaneamente il successo e la rovina di tre persone che abbiamo eletto a emblema di un certo modo di restare bambini, di restare scemi, una scusa che avevamo per sentirci in diritto di tornare a rotolarci nel fango e nella merda anche quando questo suonava troppo infantile per noi. E nonostante questo, Blink 182 è un disco dei Blink 182 e le coordinate di riferimento restano queste per tutti i 50 (cinquanta!) minuti della sua durata.

Nel video di Always lo schermo si divide in tre sezioni orizzontali, disturbandocene la visione. Una ragazza bella e volgare si muove in un set che sembra tratto da Friends, mentre Mark, Tom e Travis la insidiano, la corteggiano, si muovono impacciati nella loro tenuta in giacca, cravatta e spillette. È tremendamente malinconico vederli così adulti, così cresciuti, così diversi. Eppure, nel 2004 i Blink 182 sono questo: una band matura, che scrive canzoni punk-rock influenzate dai Cure e dal pop anni ottanta, innamorati delle loro mogli, con la testa da un’altra parte, quella dove muovono i primi passi i loro figli. Always è l’ultimo vero respiro dei Blink come li conosciamo. L’ultimo singolo, l’ultimo videoclip girato insieme, forse il loro testamento, la più esatta rappresentazione di ciò che stavano diventando: una band di tre uomini sereni, con un passato che non poteva più tornare, un presente che aveva dato una risposta forte e sottovalutata a una realtà che faticava a digerirli e accettarli in un millennio nuovo in cui tutto era ormai cambiato, un futuro incognito ma non certo spaventoso.

Il 22 Febbraio del 2005, quasi tutta la mia generazione scopre il significato della parola Hiatus: divisione, distanza.

Sullo scioglimento dei Blink 182 sono state raccontate tante storie, sono state fornite molte versioni, ci sono tantissime dichiarazioni più o meno esplicite, ci sono due band. I dimenticabili +44 di Hoppus e Barker, i pretenziosi Angels & Airwaves di Delonge. I primi sbattono il mostro in prima pagina con No It Isn’t, la canzone che sulla fine dei Blink 182 dice più di mille interviste, i secondi sono una creatura mai perfettamente a fuoco, sempre puntualmente fuori dal tempo, che sfugge di mano allo stesso Delonge quando, prima del disco di esordio dichiara che il mondo deve prepararsi alla più grande rivoluzione del rock ‘n roll. Dirà poi di aver detto quelle parole annebbiato dagli anti-depressivi.

I Blink che prendono anti-depressivi e si scrivono canzoni contro.

Quando prima ognuno aveva un motivo per avercela coi Blink, da quel momento in poi ognuno si è sentito in dovere di dare la propria versione della fine dolorosa di una band che col dolore aveva sempre mostrato di avere ben poco a che fare. La versione più accreditata è quella del Tom impazzito, del Tom pieno di sé che ripudia i vecchi amici e un passato ormai troppo scomodo e imbarazzante; io non credo a questa versione. Perché forse è un limite solo mio, ma io non riesco a dividere l’entità Blink 182, vissuta di tre forti personalità che in qualche modo, fra contrasti innegabili, riusciva sempre a fondersi in un’alchimia che in un trio è capace di spostare l’ago della bilancia di una carriera tra l’insignificante e la gloria eterna.

Mark Hoppus è uno dei miei modelli di vita, ma a guardarlo bene è una persona terribilmente insicura, un uomo che ha la capacità di devastarti con parole appartenenti a un bagaglio lessicale a buon mercato, un uomo che forse di crescere non vuole saperne, e lo fa solo se accompagnato, se convinto con le buone, se accontentato. Mark è un musicista egocentrico, un pagliaccio vero, che pur di avere la situazione sotto controllo non esita a soffocarla coprendosi di ridicolo; uno strano kamikaze dello humor, un songwriter in grado di scendere dal punto più alto a quello più basso di una scala umorale con la facilità con cui passa da una corda all’altra, e tutto questo senza probabilmente rendersene conto; basta una frase come Please Tell Mom this is not her fault a dirci tutto di lui. La colpa che non è di nessuno, la delega a qualcun altro, perché io non ci riesco se non così. Mark è un leader subdolo con la smorfia sorridente alle telecamere, e una paura folle e irrazionale di rimanere solo con le sue maschere.

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I NEED SOME MORE TIME TO FIX THESE PROBLEMS

Nel 2008 la morte, quello spauracchio allontanato nell’ultimo ritornello di Adam’s Song ferisce Mark Tom e Travis. Prima Jerry Finn, l’uomo che ha cambiato la mia vita e la vostra, senza che né io né voi ce ne rendessimo conto fino in fondo, muore per un’emorragia cerebrale il 21 agosto, all’età di 39 anni.

Poco più di un mese dopo, Travis rimane coinvolto in un incidente aereo con DJ AM, ex membro dei Crazy Town, quelli di Butterfly. Muoiono quattro persone, loro due si salvano non si sa bene in che modo.

A quella data, Tom e Mark non si parlano più o meno dal febbraio 2005. Delonge viene a sapere dello schianto dal telegiornale, mentre aspetta un volo all’aeroporto.

A riunire i Blink, una band vera fondata su un’amicizia vera e complessa, fu la paura della morte; come nelle favole più belle, Mark Tom e Travis, dopo aver rischiato la tragedia, tornano insieme e superano i problemi, annunciano una tournée e un disco nuovo, “Siamo tornati, per davvero”. E ci crediamo tutti, ci credono anche loro. Se c’è una cosa che riconoscerò sempre ai Blink 182 è una sincerità a volte anche ingenua; nonostante Take off your pants and jacket, nonostante il live fatto in studio, nonostante si comportassero come 15enni a 25 anni, li ho visti sempre in balia del tempo che passava, impegnati in una lotta contro le lancette, spesso in una strenua resistenza che hanno abbandonato con tempi diversi. Passato il tempo, passa anche lo spavento. Passato lo spavento, tornano i problemi.

Dal 2005 ad oggi io non ho più messo magliette a maniche lunghe. Sono entrato all’università e ne sono anche uscito, dopo essermela goduta. Mi è capitato sempre meno spesso di sentirmi inadeguato, quando è successo ho avuto bisogno di ben altre parole che la voce di Mark che mi urla I’m so lost, I’m barely here, I wish I could explain myself but words escape me. Mi sono trovato tante volte a dire I miss you, e nemmeno una volta mi sono visto patetico nel farlo. Ho ascoltato persone dirmi che per loro non contavo più niente, che non volevano più saperne di me. Ho detto ad alcune persone che le cose fra noi non sarebbero mai più tornate come prima. Ho avuto paura della morte. Non della mia, di quella di altre persone. Alcune persone, poi, sono effettivamente morte; ho dovuto scendere a patti con la loro assenza. Ho rivisto persone che sono state importanti per me, e nella loro nuova incarnazione non hanno avuto alcun effetto su di me: ci siamo aggiornati, mi hanno detto cos’hanno fatto, ho detto loro cos’ho fatto, ci siamo salutati dimenticandoci ciò che ci eravamo appena detti. Neighborhoods, del 2011, il ritorno sulle scene dei Blink 182, l’album della reunion, è un disco spento che si accontenta, un disco in cui l’ombra degli Angels & Airwaves è ormai troppo pesante per essere ignorata, che alterna ottimi pezzi che potevano dare una via, un accenno di futuro come This is Home, Natives e Wishing Well a pasticci che sembrano davvero conversazioni di circostanza, quelle che si concludono con “Scusa ma ora sono proprio di fretta, ma beviamoci un caffè uno di questi giorni!”. È una frase che mi sono promesso di non dire mai, a meno che io non voglia davvero bere un caffè con qualcuno uno di questi giorni.

I Blink 182 oggi sono una band composta da Mark Hoppus e Travis Barker. Tom Delonge è fuori dalla band. Non è come prima, prima si erano fermati, oggi no. Dello scambio di lettere, accuse e veleni di questi giorni mi importa poco, davvero. Ci vorrà del tempo perché si sappia qualcosa di più concreto, o forse non lo sapremo mai. Ma la storia dei Blink 182 è un dramma autentico, costruito sull’immagine di una band fra le più spensierate e leggere di sempre, un gruppo capace di parlare a chiunque con una freschezza e una formula che nessuno, ancora è riuscito a imitare, e che pure non è rimasta sempre uguale a sé stessa. È squallido, e allo stesso tempo meravigliosamente poetico che tre ragazzi che ci hanno dato un motivo per bearci della nostra stupidità e delle nostre debolezze infantili, oggi si detestino da veri adulti.

Stay together for the kids. È un’esortazione? I miei genitori devono essersela rivolta l’un l’altro silenziosamente, quando hanno capito che fra di loro era finita. Per fortuna, in questi casi, nemmeno i kids, nemmeno i figli sono abbastanza. E non ce l’hanno fatta a stare insieme. Meglio lontani, meglio divisi. Meglio ammettere di aver avuto paura. Meglio buttarle via le maglie a maniche lunghe, che metterci sopra quelle a maniche corte.

Staying together for the kids | Storia mia e dei Blink 182 non ragionata | Parte I

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FAMILY REUNION

Per capire come mi comporterò con mio figlio, cerco sempre di ricordare le volte in cui mia madre mi ha accompagnato a comprarmi da vestire, a cavallo tra il primo e il secondo anno di liceo, periodo in cui, per la prima volta, ha cominciato a fregarmene qualcosa di ciò che mi mettevo al mattino per andare a scuola. Erano avventure in negozi che, di base, non mi piacevano, nei quali giravo cercando di scacciare in me il pensiero di troppi pomeriggi con gli amici in cui mi ero sentito inadeguato, stretto in abiti che raccontavano più della persona che ero stato che di quella che volevo diventare, cosa che, peraltro, mi era tutt’altro che chiara. Nel giro di pochi mesi allora le feci comprare magliette con le maniche lunghe e jeans bellini. Bellini, non belli, non di marca, perché in fondo ero ancora lì, sulla soglia fra chi voleva un po’ essere personale, un po’ diverso, un po’ punk (del resto, io già ascoltavo il punk dalle medie inoltrate), e invece quello che si sarebbe prostrato ai piedi della classe dirigente delle mie amicizie, abiurando e promettendo severa fedeltà ai canoni estetici ammessi.

Fu così che mi comprai, di mio gusto, delle merdose magliette a maniche lunghe con dei loghi simil-università americana. I peggiori retaggi dell’OVS pre-restyling, quelli che sopravvivevano perché H&M era ancora un lontano spettro. Mia madre mi guardava con un sorriso storto, che diceva pressappoco ‘povero, piccolo bambino mio, troverai una tua strada, e una tua ragazza che te la farà cambiare’.

Le mie merdose magliette a maniche lunghe non cambiarono di una virgola la mia posizione fra la classe dirigente. Nemmeno la aggravarono, come spesso succede quando ti compri un vestito sbagliato. Ma la vita mi stava offrendo una meravigliosa, e pure ecologica, opportunità di imparare dai miei errori, di trasformare i miei fallimenti in vittorie. Di lì a poco, avrei deciso che la mia strada non era l’abiura, ma il punk-rock, e comprai su internet delle magliette a maniche corte con su scritto OFFSPRING, NOFX, GOOD RIDDANCE, AFI, quelle cose lì, e me le misi sopra alle merdose magliette a maniche lunghe comprate meno di 6 prima per impressionare le ragazze e i compagni di classe.

Non ebbi esitazioni a farlo, perché lo facevano anche i Blink.

Negli anni in cui improvvisamente la tua vita cambia prospettive con il corpo che non è ancora pronto ad assecondarle, Adam’s Song per me era tutto. La canzone che ascoltavo quando volevo stare bene, la canzone che ascoltavo quando volevo stare male, la canzone che mi aveva salvato la vita, la canzone che probabilmente me l’avrebbe rovinata. In quegli anni, i Blink-182 ogni giorno di più diventavano delle star, capaci di bucare il terreno brullo della campagna padovana e farsi notare anche fra chi, la musica, se la lasciava scivolare addosso, fra chi non aveva mai preso in mano una chitarra e sicuramente non aveva la minima intenzione di farlo, chi nelle canzoni ci si imbatteva senza andarle a cercare. Io non ero così, ma il loro successo esplosivo, planetario, mi rendeva pari ai miei compagni di classe. Per quanto ne potevo sapere io, Adam’s Song poteva anche aver salvato la loro di vita.

Enema Of The State era, in seconda media, la cosa più cool che ti potesse capitare. Un disco fresco, veloce, squillante e impattante come poche altre uscite nel decennio. In copertina un bel paio di tette, tanto per scendere subito a patti con l’inadeguatezza, sul retro 3 ragazzi tatuati, con la faccia da bambini, che circondano l’infermiera pornostar e si permettono anche di fare gli imbecilli.

enema

Nella nostra mente scatta immediatamente il cortocircuito: si può essere sfigati, e allo stesso tempo cool e frequentare una bionda con un corpo da threesome. Ecco la strada maestra per chi non ha abbastanza fiato per finire la corsa campestre: cantare male in un gruppo punk. Servono solo altre due persone, sfigate come te.

E poi, delle canzoni, delle canzoni che funzionino.

Dumpweed parte fragorosa ma tentennante, e poi esplode su un riff limpido, la voce di Tom Delonge, riverberatissima, si mostra in tutto il suo caratteristico timbro bastardo. Ho sempre preferito il timbro chiaro e adolescenziale di Mark Hoppus, che risponde subito in Don’t Leave Me. La doppietta iniziale è sufficiente a capire chi siano, nel 1999, i Blink 182, senza per questo snocciolare subito i pezzi migliori.

Hoppus ha 27 anni suonati, la mia età di adesso, quando scrive Going Away To College, usando parole che a me non verrebbero mai in mente per parlare dei miei quindici anni. Ma è così, con queste parole, che si stende un quindicenne.

I haven’t been this scared in a long time

and I’m so unprepared so here’s your Valentine

Bouquet of clumsy words, a simple melody

This world’s an ugly place but you’re so beautiful to me

30 minuti scorrono velocissimi fino ad Anthem, l’ultimo pezzo, uno dei più forti e liricamente più ispirati della carriera di Tom; il chitarrista non ha il dono di Hoppus di arrivare dritto al nocciolo della questione senza risultare banale, ma riesce con rapide pennellate a delineare un quadro ironico, a volte perfino squallido, nei testi che scrive.

In mezzo, ci sono i singoli, i pezzi che trasformano i Blink 182 nella prima e forse unica anti-boyband della storia, in un periodo in cui le boyband non facevano prigionieri; è la loro condanna definitiva.

 

 EVERYTHING IS GONNA BE FINE

 

Quando girano il video di Josie, Mark, Tom e Scott sono una band affermata, che ha appena pubblicato l’esordio su major, dopo essere stata contesa tra etichette come la Epitaph che si sta ancora cercando di arginare l’enorme successo di Smash degli Offspring e la loro conseguente fuga alla Sony.

Mark Hoppus e Tom Delonge si conoscono il 2 agosto 1992 a Poway, California. La sorella di Mark, Anne, è fidanzata con un amico di Tom, più giovane di Mark di tre anni. Mark, appena conosciuto Tom, si ruppe un’anca con trick sullo skate, nel tentativo di fare impressione su di lui. È un aneddoto che, visto oggi, da distante, ci dice tantissimo sulla band: sull’aura da personaggio controverso e maledettamente carismatico di Delonge; sull’insicurezza cronica nascosta dietro all’esuberanza e alla vocazione a fare lo scemo del villaggio di Hoppus. Josie è un tributo a una fidanzata perfetta, capace di farsi carico di tutte le stronzate di Mark, del suo essere fondamentalmente una testa di cazzo. Ma il video è un ritratto abbastanza fedele di quello che dovevano essere i Blink nel 1992. C’è un divario di 5 anni, forse di più per Mark, che permette loro di tornare su una vita che hanno vissuto davvero, con la consapevolezza di un ragazzo adulto, per poter parlare a chi nella merda adolescenziale, quella che non puzza di merda ma di ascelle pezzate, c’è dentro fino al collo. I Blink 182 in tutti i video dell’epoca ridono, scherzano, fanno le scoregge con le ascelle e con il culo, ruttano, dicono “cacca e pupù” e lo fanno divertendosi veramente, trovando veramente la cosa divertente, ma hanno tra i 22 e i 25 anni, e nessun problema mentale. Sono, in parole povere, a un livello superiore del loro output, hanno la situazione sotto controllo. Temo che questo, a noi che li osservavamo, li giudicavamo, li ostracizzavamo dal punk e in ultima istanza dalla musica vedendoli come “just a joke”, non sia stato sempre ben chiaro.

D’altra parte, dopo l’esordio di Cheshire Cat, acerbo nelle composizioni, buttato in vacca dopo l’ottava traccia con canzoni davvero cabarettistiche (Does my breath smell, Ben Wah Balls, Just about done), Dude Ranch è già un disco punk rock maturo, energico, diverso da tutto ciò che sta uscendo in quel periodo e uscito in precedenza. Siamo nel 1997, chi ha 16 anni in quel momento e ama le chitarre e le batterie veloci probabilmente crede di vivere nel migliore dei mondi possibili.
In Pathetic, la traccia di apertura, le voci di Hoppus e Delonge convivono in un botta e risposta che poche altre volte nella loro carriera funzionerà così alla perfezione, nello stesso brano. Il drumming di Scott Raynor viaggia scolastico e senza troppe concessioni all’estro, ma paradossalmente finisce per diventare il segno distintivo di un disco che contiene la prima hit mondiale targata Blink: quella Dammit con la quale ancora chiudono i concerti.

Ma la parte più interessante di un disco che si sforza di avere difetti a cominciare dall’inspiegabile copertina (quasi un meme ante-litteram) è quella centrale: Waggy è uno dei migliori pezzi mai scritti da Hoppus, con un testo che esalta la sua capacità di dire sempre la cosa giusta, senza girarci attorno.

I think you need sometime alone

You say you want someone to call your own

open your eyes you can suck in your pride

you can live your life all on your own

Enthused ci mostra quella che doveva essere al tempo la libertà compositiva secondo Tom, quella di cui oggi spesso sentiamo parlare come la causa della fine dei Blink 182. Breakdown, cambi di tempo, simil-virtuosismi di chitarra, nessun ritornello. Il pezzo post-hardcore di Dude Ranch. Mark poi spara in rapida successione la doppietta Apple Shampoo e Emo, due canzoni che sono sicuro compaiano fra le influenze non dichiarate di tutta l’ondata pop-punk degli anni duemila. Ed è difficile pensare che i Taking Back Sunday non abbiano sezionato queste canzoni, che il ritornello quieto, quasi rassegnato di Emo non sia diventato legge in casa Deep Elm.

THIS IS THE BEST TIME WE EVER HAD

Nel 2001, quando i Blink 182, ormai delle vere rockstar in bermuda e magliettina, entrano in studio per registrare Take Off Your Pants and Jacket, alla MCA che li ha sotto contratto non pare quasi vero di aver trovato una seconda via alla costruzione di boy band, mettendo sotto contratto una band vera, che suona tendenzialmente male, ma che ha quell’alchimia e quella capacità di scrivere melodie e ottime canzoni che sotto la mano del produttore Jerry Finn, il vero indiscusso artefice del Blink-sound diventa letale. Enema of the state non può bastare, lo show deve continuare dopo la pubblicazione di un live finto che oggi suona quasi imbarazzante come concetto. Gli ordini sono chiari: uscite dallo studio con un Enema of the state parte seconda.

Take off your pants and Jacket, il disco che correrò a comprare il giorno dell’uscita (a memoria la prima volta che feci una cosa del genere), il disco che da quel giorno in poi non smetterò di scomporre in tutte le tue infinitesime parti per essere poi io stesso fatto di quelle melodie che mi sembrano irraggiungibili da qualsiasi altro umano sulla terra, è un disco che nasce in un clima quasi irrespirabile; all’ascolto delle pre-produzioni, il manager dei Blink riferisce alla band che non c’è nemmeno uno dei loro inni allegri da estate, figa e skateboard. Mark e Tom si infuriano, e nel giro di qualche ora compongono The Rock Show e First Date. I due singoli più di successo di Take Off Your Pants and Jacket non sono nulla più di un compitino. Io nel 2001 inizio il liceo, sto per conoscere un ragazzo con il quale fonderò la mia prima band e che suona ancora con me, già suono la batteria e la chitarra da un po’, le suono male ma non lo vedo come un problema. Il disco lo consumo, e alla fine, che The Rock Show e First Date siano degli specchietti per le allodole in un disco che testimonia una band che non è più solo quella della cacca e della pipì, lo intuisco.

Travis Barker sorride
Travis Barker sorride

Anthem Part Two suona ironica nel titolo nei confronti di chi voleva un secondo Enema Of The State. Ma la canzone rivela uno degli arrangiamenti più curati di questa prima vita dei Blink, un opener convincente che avrebbe potuto diventare tranquillamente un singolo e testimoniare una crescita artistica. A ribadirla c’è una ballad che vive in un’atmosfera inedita per il trio, in una posizione strategica del disco: Story of a Lonely Guy vede addirittura delle chitarre effettate inserirsi in un drumming compìto che comincia a prendere per mano il gruppo. È impossibile non accorgersi di una tinta più oscura che emerge dall’anima delle canzoni, per quanto la produzione di Jerry Finn miri ad accontentare tutti, e quindi anche la casa discografica: Reckless Abandon, Roller Coaster e soprattutto Stay Together For The Kids sono pezzi che lanciano un allarme che cade inascoltato: “Siamo un po’ stanchi di essere gli eterni bambini”. Il guaio è che nessuna di queste canzoni, nell’intento di mostrare una band seria e capace di colpire non solo al culo ma anche al cuore, riesce nell’intento così bene come ci era riuscita Adam’s Song. A funzionare, e benissimo, sono ancora una volta i brani come Everytime I Look For You, Please Take Me Home e Shut Up, in cui il mood rattristato viene trasformato dalla melodia fino a un contrasto che solo a chi si interroga sulle parole risulta evidente. Ma del resto, malinconia, melodia ed energia non si sono mai fatte la guerra fra loro.

 

La gita della prima superiore fu a Napoli, a Pompei; era la primavera del 2002 e io indossavo ancora le merdose magliette con le maniche lunghe che avevo fatto comprare a mia madre all’OVS, ma già cominciavo a sospettare che non mi avrebbero salvato dai miei problemi. La prima sera entrammo in un supermercato e comprammo delle birre. Una lattina a testa. Io presi la Heineken. Le nascondemmo sotto il letto del bocciato che si fece carico di questa marachella senza fiatare; c’aveva due palle così. La sera, in camera, si tirava tardi, tipo quasi mezzanotte, e bevemmo le birre. Fu la mia prima birra, penso. Una lattina di Heineken, calda. Una merda. Finsi di essere ubriaco, era una sensazione così cool esserlo, fare il coglione, non avere finalmente limiti.

In gita non c’era un altro mio compagno, un punk, ma punk per davvero. Uno che ascoltava i Sex Pistols, i GBH e stava per scoprire l’hardcore, che si infervorava spiegandomi che i Blink non erano punk, erano solo dei coglioni con le magliettine firmate, che il vero punk era marcio e sputava sulle chiese, cagava sullo stato, vomitava sulla pace e il perbenismo, se ne fotteva dell’estate come dell’inverno, non credeva nel futuro. Lui tentò ripetutamente di trascinarmi nel mondo in cui si era rinchiuso e nel quale si divertiva davvero. Io non mi fidai mai, a volte lo assecondai, altre preferii stare lontano. Erano gli anni in cui i Blink erano il pericolo numero uno nell’ambiente in cui stavo cercando di entrare sfondando la porta. Venduti ormai già da cinque anni, colpevoli di aver avuto un successo planetario, di non aver mai rotto il cazzo a nessun politico, di parlare di cacca e pipì nei loro testi, di girare video nudi, di essere su TRL, di finire regolarmente in copertina su TRIBE generation, la rivista musicale di RINGO che su Blink e Limp Bizkit ci faceva un anno di pubblicazioni; colpevoli di aver smerdato il punk, di averlo trasformato in uno scherzo, di essere dei bamboccioni che non sanno crescere, che non si prendono le proprie responsabilità, colpevoli di suonare-male-tranne-Travis, colpevoli senza appello tanto da meritarsi le sassate a un festival nel quale erano headliner.

Ci provai a vederla così, e non ci riuscii. Per me i Blink rimanevano ancora la mia band preferita. Lo testimoniavano le maglie a maniche corte che portavo sopra alle merdose maglie a maniche lunghe. La mia metamorfosi era iniziata, la band ce l’avevo, ora non mi rimaneva che crescere. A me, d’altro canto, era permesso.

FINE PRIMA PARTE

I migliori dischi del 2014 secondo i tizi del Fragolone

I MIGLIORI DISCHI SECONDO QUELLO DEL FRAGOLONE CHE SCRIVE LE COSE SERIE E CEREBRALI E PENSA DI ESSERE FIGO PER QUESTO

Quest’anno devo ancora leggere una classifica. Un po’ perché il tempo che dedico alla lettura dei blog, soprattutto quelli musicali, ultimamente è diminuito in maniera brutale, perché, improvvisamente, sono diventato grande nel giro di un solo anno, questo; ma un po’ anche perché effettivamente, di leggere listoni di 130 migliori dischi usciti in un anno, alcuni magari 15 giorni fa, senza che lo Scaruffi di turno mi spieghi perché li ha messi, o sappia dirmi anche solo mezza parola su perché quel disco è uno dei migliori usciti nel giro di 12 mesi, non me ne frega un cazzo. Questo non è per fare polemica, è che poi va a finire che quello strano solo io. Se piazzi un disco in una classifica personale senza dirmi cos’è, perché, percome, presupponi che io sappia già di cosa stai parlando. Beh, no, il più delle volte non lo so.

Ok, la classifica forse non è il momento in cui ripetere cose già dette nel corso dell’anno e che i più attenti non si sono persi. Però davvero, la parte bella di una classifica è quando riesce a raccontarti qualcosa, anche qualcosa di apparentemente non raccontabile, come ad esempio la noia e la monotonia di un anno intero: per esempio, Charmer, dei Tigers Jaw ci è riuscito con un disco incredibilmente monotono, scazzato e monocorde, con delle scosse di orgoglio quasi impercettibili eppure potentissime, come al minuto 1:43 della title track, che dà un’improvvisa spinta a una marcia lugubre per aprire a un finale in singalong senza accelerare di un solo battito. O come in I envy your apathy (allegria!) che trasforma in poesia una scarsa voglia di vivere. Come lo scazzo irrespirabile di Soft Spoken e della conclusiva What would you do. Un disco sulla noia tutt’altro che noioso; dicevo, quest’anno sono diventato grande e noioso, grazie a Charmer ho trovato in questa mia nuova condizione di vita del positivo. Non male, no?

Poi quando invece non ci stavo, quando preferivo magari reagire e compatirmi trovavo carne nel disco più maturo e indovinato della ormai consistente carriera dei La Dispute. Rooms of the House è uscito nella prima parte dell’anno ed è il disco emo-post-hardcore contemporaneo perfetto, per quanto mi riguarda.

Another Language dei This Will Destroy You ha un titolo che mi affascina forse ancora di più del disco, che ha il pregio di essere la più importante uscita dell’anno del genere che più mi piace, e che quindi in classifica ci va per forza. Ma se dovessi prendere un disco che ha più o meno tutto quello che cerco nella musica e che mi ricorda anche un live pazzesco dell’anno che sta per passare, scelgo te, Quassù c’è quasi tutto dei Fine Before You Came, anche se hai quasi un anno. Perché sei breve, dilatato, rarefatto, urgente e di poche parole un po’ come vorrei essere io.

Ma non mi si dica che sono una persona triste. Perché al quinto posto ci piazzo We Come From Exploding Stars dei Moonlit Sailor. Il disco più bello della band finora; per dire, a me i Maybeshewill fanno schifo, i Moonlit Sailor sono i Maybeshewill che non fanno schifo. I migliori esponenti del Post Rock felice. Se ne esiste uno.

Menzione speciale per gli Stormo (non trovo le parentesi graffe) che hanno fatto un disco cattivo come non ne ascoltavo da un po’, e per Robin Williams che più che il mio attore preferito è stato la mia persona preferita per un biennio almeno.

 


 

I MIGLIORI DISCHI SECONDO QUELLO DEL FRAGOLONE CHE ASCOLTA MUSICA SENZA COMPROMESSI E SI COMPATISCE DI CONTINUO

 

Riuscire a trovare cinque dischi da infilare nella classifica di fine anno si è rivelata essere operazione quantomai complicata e impegnativa.
Musicalmente parlando ho vissuto l’anno in maniera abbastanza particolare. Ho visto pochi concerti e ho ascoltato pochissimi dischi usciti nel 2014. Un po’ perché ho impegnato gran parte dell’anno a recuperare diversi titoli degli anni passati che mi ero ovviamente perso, un po’ perché, molto tristemente, mi sono accorto che non me ne frega più un cazzo.
A tutto ciò vanno aggiunti due ulteriori fattori. Il primo è che quest’anno, fatalità, mi sono imbattuto in alcuni degli album più “volatili” che mi sia capitato di sentire nella mia misera vita. Dischi carini, interessanti e il più delle volte ben concepiti e ottimamente realizzati, che però non sono riusciti a mantenere vivo il mio interesse per più di qualche giorno. 
Il secondo fattore da considerare è il “fattore delusione”. Alcuni dischi che attendevo con discrete aspettative non si sono rilevati all’altezza, quindi, invece di piazzarli in classifica, mi sono visto costretto a piazzarli nella spazzatura.
Ad ogni modo, qua sotto trovate un buon 80% dei dischi usciti nel 2014 che mi sono preso la briga di ascoltare. I cinque che mi hanno più entusiasmato, altri cinque che trovo comunque piuttosto fighi e cinque che, ahimè, non sono riusciti a convincermi del tutto.
Spero apprezziate l’enorme sforzo.
Chiudo ammettendo che quest’anno non sono riuscito a trovare il mio disco di Natale.

Cosa tanto grave quanto triste.

 

United NationsThe Next Four Years

Sun Kil Moon – Benji

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

J MascisTied To A Star

Joyce ManorNever Hungover Again

 

 

Delusioni:

Andrew Jackson JihadChristmas Island


PrawnKingfisher

The Lawrence ArmsMetropole

Damien RiceMy Favourite Faded Fantasy

The Twilight SadNobody Wants To Be Here And Nobody Wants To Leave

 

 

Menzioni speciali:

MonoThe Last Dawn/Rays Of Darkness

PupPup

Black CloudsDreamcation

Have A Nice LifeThe Unnatural World

IdyllsPrayer For Terrene

 


 

I MIGLIORI DISCHI SECONDO QUELLO DEL FRAGOLONE CHE NON SA SCRIVERE MA FA LE GRAFICHE E ASCOLTA MOLTE CHITARRINE

 

Lost in the riotsMove On, Make Trails

Riff dopo riff dopo riff dopo riff dopo riff dopo riff riff dopo riff dopo riff dopo riff dopo riff Riff dopo riff dopo riff dopo riff! riff dopo riff dopo riff dopo riff dopo riff, album complesso e tecnicamente impegnato tutto si amalgama perfettamente senza mai farmi mettere in discussione le loro decisioni in materia di composizione. eh bravi i ragazzi, continuate così riff dopo riff…

Pianos Become The TeethKeep You

Grazie Gesu, disco che esce per la nota Epitaph; questi ragazzi tremendamente christian dopo aver rivitalizzato la scena screamo/hc americana abbandonano gli urlati per entrare nella parrocchia del melodico. Vi consiglio cautela nei primi ascolti per non fare come il kobraz, questo album ha bisogno di più di un ascolto per essere capito. Ha personalità ma dovete dargli il tempo di mostrarvela.

United Nations – The Next Four Years

Ne abbiamo parlato, dai.

 

Moonlit sailorWe come from exploding stars

Ottimo album per far ascoltare del POST-ROCK a chi non ha la minima idea di cosa sia. Suonato in un modo accessibile, canzoni né troppo tirate né virtuose o pretenziose. Ragazzi con tanto talento prodotti dalla migliore etichetta del mondo.

The Great Old OnesTekeli-Li

E concludiamo con il caro e vecchio metallo, dalla bellissima Bordeaux questi ragazzi sfornano il discone black metal dell’anno, il trio di chitarristi riesce a creare un’atmosfera in continuo mutamento, fatta di saliscendi con una melodia che non va mai a scemare. Ottima colonna sonora per questo magico Natale.

Gli anni d’oro

Le ultime vacanze estive che fai con i tuoi genitori testimoniano sempre un periodo della tua vita in cui non sei né questo né quello. In fondo in vacanza coi tuoi genitori ci sei sempre andato, e sono le prime volte che ti trovi a dover mettere in discussione la cosa. Loro lo sanno che prima o poi arriverai alla conclusione che ormai in quell’automobile che viaggia per chilometri e chilometri lungo l’Italia ci stai troppo stretto; già ti metti la musica in cuffia e fingi di essere da solo. Inoltre non lo sai dove stai andando, e forse non te ne frega poi molto.

Ho un ricordo nitido eppure abbastanza surreale del momento in cui ho capito che tutto questo era finito. Forse in Sardegna, forse in Campania nel Cilento, forse a Ischia, che fu l’ultima mia vacanza in famiglia. Ci trovavamo tra le mura di una costruzione, di un colore giallo ocra accecante, che invasa dal sole sembrava una gigantesca pepita dorata. Siamo tutti vestiti abbastanza male, da turisti balneari. Pochi straccetti leggeri sopra ai costumi, bandane legate sulla testa, marsupi e zaini. Mio padre ci scattava delle foto, ma non ricordo un clima disteso. Io non lo sapevo, anche se lo immaginavo, ma in quegli anni stava accadendo qualcosa che ci fu taciuto, e di cui avremmo pagato le conseguenze solo molto tempo più tardi. Mi restano delle foto che non vedo da troppo tempo: mia madre col volto imbronciato, mia sorella piccola, ancora troppo piccola per desiderare di vestirsi con qualcosa di diverso da quella maglietta coloratissima e per ribellarsi a un bruttissimo cappellino con la visiera; era tanto tempo fa, sì, ma i berretti con la visiera erano già roba da sfigati.

Le ultime vacanze coi miei genitori sono state in posti bellissimi, che magari non rivedrò mai più, o comunque non avranno quella luce dorata che ricordo pervadere tutto, dalla baia dove passavamo interminabili giornate cotti dal sole, senza parlarci, con loro che mi guardavano aspettando che anch’io, come mio fratello più grande, da un momento all’altro scoppiassi nel pieno della mia ribellione adolescenziale e li piantassi in asso. E loro facessero finta di essere delusi: un po’ perché ormai anche io me ne stavo andando, un po’ perché immagino sia bello vedere un figlio crescere fino a diventare insopportabile. Nei momenti in cui non sono insopportabile, soprattutto.

Ma io non scoppiai mai, almeno non ricordo di averlo fatto. Aspettai che gli anni d’oro finissero, e un bel giorno, in primavera, mia madre mi chiese “Cosa fai quest’estate?”.

Avrebbe potuto chiedermi “Vieni con noi quest’estate?” e darmi l’imbarazzo di dirle No. Non lo fece. Mia sorella avrebbe capito.
Stamattina mi sono svegliato desiderando di trovarmi sulle mura di quella costruzione, ancora immerso negli anni d’oro. Gli anni d’oro non sono mai questi. Sono sempre quelli, quelli lontani. Anche se poi ci pensi, e la tua istantanea degli anni d’oro è in realtà una giornata di merda, la rileggi adesso e ci ritrovi il seme della tua famiglia distrutta eppure ancora in piedi.

Cosa c’entrano i Moonlit Sailor con tutto questo?
Niente. We come from exploding stars è un bel disco, e la canzone più bella si chiama The Golden Years. Mi tiene compagnia mentre vedo immagini di spiagge photoshoppate con una luce dorata.

New Beginnings – Anni di cui ci siamo vergognati un po’ troppo


I primi dieci secondi di un disco sono tra le cose che mi affascinano di più al mondo. Un disco è una porzione di tempo, scomponibile in tutti modi che vogliamo, ma che ha già una sua scomposizione ed estensione predefinita, data da chi l’ha scritto e registrato. Ce lo dà in pasto dicendoci di farne più o meno ciò che vogliamo, ma ci dice anche cosa dovremmo farne: ascoltarlo tutto, in ordine. Nei miei anni di ascolti ho sempre tentato di ricondurre l’ordine delle tracce di un disco a una scienza esatta, perché è un’operazione che ho la fortuna di fare io stesso su dischi che registro con la mia band, e potermi immedesimare in un ascoltatore che della mia musica non conosce nulla per indovinare la strada più breve, o quella più giusta, per arrivare al suo cervello. Di tanti dischi ho pensato che se fossero iniziati con una traccia diversa, forse non li avrei amati così tanto. E altri li ho scoperti più tardi perché le vere gemme erano nascoste, sepolte dietro a canzoni scialbe, a un ordine mal bilanciato.

Finch_-_What_It_Is_To_Burn

I primi 10 secondi di What It Is To Burn raccontano una manciata d’anni meglio di quanto proverò a fare qui, meglio di qualunque altra sequenza di frasi sull’argomento. I primi 10 secondi di What It Is To Burn dei Finch raccontano una manciata d’anni di cui facciamo finta di esserci dimenticati, di cui ci vergogniamo per gli stessi motivi che ce li hanno fatti vivere così intensamente. I primi dieci secondi di quel disco non potevano essere altri dieci secondi, perché il mondo sarebbe andato diversamente.
Sono 5 note e un accordo lasciato andare, di nuovo 5 note e un accordo lasciato andare, dissolvenza in entrata, riverberi, e un colpo improvviso che fa calare il silenzio.

What It Is To Burn ci illuse di essere diventati adulti in un corpo ancora adolescente, diede un senso finalmente tangibile a quel 2 come prima cifra di quando scrivevamo la data, ci raccontò che quello che vivevamo era ad un tratto una cosa molto seria, dalla quale non potevamo tirarci fuori.
Apparve nella primavera del 2002, con una copertina che, anche questa, non so spiegare in che misura rappresenti perfettamente il suo tempo meglio di quanto non faccia lei stessa. Dovete fare un atto di fede in questo momento. O lo sapete già perché c’eravate, oppure dovete fidarmi di me. Ricordo che nei forum specializzati (fu la prima ondata di musica alternativa a nascere quando internet c’era già) non si parlava d’altro che di questa perfetta sintesi di musica emozionale, potente, melodica, urlata. In effetti, per un lustro o poco più, l’emo, il nu metal e il post-hardcore si amarono di un amore sbagliato, irrazionale e intensissimo, che finì male male male. All’epoca, per capirci qualcosa, i riferimenti erano sempre quelli: Munnezza.it ed Emotional Breakdown.com.

What It Is To Burn è la cosa più lontana che esista da questi anni. I suoni sono super-prodotti, di plastica, impattanti. Le chitarre non escono mai dalla guida, non hanno una sbavatura. La voce è in primo piano, sbilanciata fra parti melodiche quasi melense, foga pop-punk e urla deraglianti. Dopo What It Is To Burn, uscirono centinaia di dischi cloni. Ma non sono sicuro sia stata una questione di emulazione o plagio duro e puro. Semplicemente capita nella storia che gruppi distanti arrivino alle stesse conclusioni nello stesso tempo. Con risultati differenti.

Pastoni di dubbio valore in …And don’t forget to breath degli A Static Lullaby, promesse di matrimonio al mainstream poi mantenute ad ogni costo con il self titled dei The Used, sviluppo del discorso iniziato dai Finch in Four Wall Blackmail dei Dead Poetic, poi culminato in un altro disco cardine del genere, quel New Medecines che forse estremizza la lezione del gruppo di Nate Barcalow.

Esatto. Nomi che non si sentivano da un po’, taciuti e nascosti nel nostro background di ascoltatori, perché passata la sbornia di quel lustro, si è diffusa l’informazione che fosse tutto un gigantesco carrozzone di merda fumante; musica di infimo valore; muscoli, Dio e soluzioni stilistiche facili mescolate in fretta con la sapiente regia del Mark Trombino di turno.

È stata, essenzialmente, una struggente storia di Moda. Questo genere che io all’epoca identificavo come Post-Hardcore e che oggi mi viene da chiamare Power Rock è stata una moda, e come tutte le mode è scivolata fino al patetico nella sua fase declinante, bruciandosi in pochi anni. Già, solo che quando iniziò avevo 15 anni, e quando finì, nel 2007, ne avevo 20. Serve che ve lo spieghi io quando siamo vulnerabili a quello che ci giunge alle orecchie in quel periodo della vita? Capite quello che dico quando affermo che per me il sinonimo di sperimentazione in musica era Project Mayhem? Mi credete se oggi, a 27 anni, mentre è in corso una reunion dei Finch che si è tradotta in un disco assurdamente fuori fase, ascoltare Awake mi provoca ancora un dolore accecante pensando ai momenti tragici della mia storia d’amore adolescenziale che oggi non ha più alcuno strascico sulla mia vita? Eppure è come se se ne fossero staccati dei semi in Awake che germogliano di nuovo ogni volta che premo play. Sono canzoni che testimoniano che i Finch erano una band che sapeva scrivere canzoni, indubbiamente, e centrò perfettamente una coincidenza più unica che rara nella storia della musica fra generi lontanissimi tra loro e ugualmente effimeri.

Come dicevo, è finita male. In dischi mediocri, band “troppo stanche per andare in tour” (Dead Poetic), storie imbarazzanti di come quella dei The Used, regali alla musica da club più scabrosa mai apparsa da quando esiste la musica sintetica (Skrillex, direttamente dai From First To Last). Che ne è stato di tutta questa gente, dei From Autumn To Ashes, dei Between Home and Serenity? E che ne è stato della nostra affezione a quei gruppi forse dal peso specifico discutibile nella storia della musica, ma che a conti fatti restano il nostro unico guilty pleasure, gli unici a cui non stiamo dando una seconda possibilità sempre per la stessa ragione che ce li ha fatti amare, la moda; il nostro unico senso di colpa per esserci fatti ammaliare, ingannare, convincere di essere diventati adulti prima del tempo? Perché a tutti i dischi concediamo che la nostra storia personale con loro ne determini il valore tranne che a quelli?

Di questo ci siamo fatti una colpa troppo a lungo.

Spostare la cartella nel cestino?

I Pianos Become The Teeth sono sempre stati uno di quei gruppi che sostanzialmente non mi sono mai filato. Sono sempre rimasti lì, ad occupare uno spot su Itunes e qualche centinaio di mega sul mio HD. Senza mai riuscire ad entusiasmarmi o a farmi abbastanza cagare da spostare i loro dischi nel cestino.
Con il nuovo Keep You hanno deciso di darsi una bella ripulita e di rivoluzionare completamente la loro proposta musicale, abbandonando del tutto urla e territori del post-hardcore e alleggerendo quelle vaghe influenze post-rock presenti nei precedenti lavori.
Lo spiazzamento provato inizialmente mi ha così portato ad un ascolto più attento, e questo ascolto più attento mi ha portato ad un cambiamento piuttosto deciso nella valutazione che avevo di questo gruppo. Perché questo disco fondamentalmente ha rotto tutti gli indugi che fino ad ora li avevano salvati dal cestino virtuale del mio computer.
Io ve lo devo dire, a me questo Keep You non piace proprio per niente.
E il radicale cambiamento che li ha visti protagonisti, vi posso assicurare, non ha nulla a che fare con questo mio netto cambio di posizione.
Semplicemente, più lo ascolto e più mi convinco che questo MAPPAZZONE di emo, alternative/college rock dal nauseante sapore “christian”, non sia in grado di dare nulla a me e più in generale alla musica. Come non lo è stato nei suoi “anni d’oro” e come non lo sarà mai.
Keep You mi da l’idea di essere il classico compitino fatto per strappare la sufficienza senza particolari sforzi. Sufficienza che tra l’altro, paradossalmente, credo meriti appieno. Perché è inutile raccontarsela, il disco suona bene. Benissimo. È un prodotto confezionato con criterio, cura e attenzione. Sono sicuro che molti lo apprezzeranno e in questo non c’è assolutamente nulla di male.
Per me però rimane un disco anonimo, ruffiano e insipido. Dove, in tutta onestà, non sono riuscito a sentire in nessuna traccia la personalità della band, persa tra soluzioni sentite migliaia di volte e melodie che mi sembrano diventare sempre più deboli e ripetitive di ascolto in ascolto.
Ad ogni modo, se inspiegabilmente sentite la mancanza di certi gruppi e certe sonorità fiondatevi immediatamente su questo disco. Vi assicuro che nel giro di qualche canzone vi troverete, pene in mano, a venir meno a un paio di comandamenti di Dio Nostro Signore.
E mentre lo fate, prima pensate a me, che nonostante tutto vi ho consigliato tale ascolto.
E poi vomitate, pensando agli opinabili modi che nel frattempo avrò trovato per imitarvi.

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