Evidentemente doveva andare così. Questo è quello che, forse con insufficiente tatto, continuavo a ripetere a mia madre. Mentre tentavo goffamente di rincuorarla lei era troppo impegnata a mantenere verticale il braccio ingessato e, ancor di più, a cercare di ricacciare nell’apparato lacrimale gli ammassi di liquido formatisi a causa del dolore. O della paura, non saprei. Cercavo disperatamente di convincerla che gli incidenti domestici succedono a tutti, che la sfortuna poco ha a che vedere con l’età anagrafica e che un polso rotto, considerate le circostanze, poteva addirittura essere annoverato tra i mezzi successi. Il vero successo, quello concreto e tangibile, restava il fatto di non averci rimesso le penne. Ho perfino provato a strapparle un sorriso, facendole notare come neanche un mese prima mi fossi rotto la clavicola in un modo ben più stupido e, vista la situazione, con un po’ di fortuna le nostre rispettive fisioterapie avrebbero potuto coincidere.
Immagina che bello, tutti e due in ospedale nel reparto di fisioterapia, finalmente un’attività madre-figlio da svolgere insieme. 
Continuo a trovare questa possibilità piuttosto spassosa, seppur in un modo altamente grottesco, ma di sorrisi non se ne sono visti nemmeno per sbaglio.
Il gesso, il dolore, la preoccupazione di mia madre sono tutti fattori che non hanno fatto altro che distogliere l’attenzione dalla vera vittima di questa vicenda, cioè il sottoscritto. Perché se questo imprevisto ha lasciato mia madre piuttosto scossa e abbattuta, io ne sono uscito completamente sconvolto. Conosco bene l’età dei miei genitori, so perfettamente che non posso più considerarli nel fiore degli anni e ho col tempo accettato di dover fare i conti con un numero sempre crescente di acciacchi. Questo incidente, la modalità improvvisa e insensata in cui si è manifestato, ha creato nella mia testa una serie di pensieri carichi di preoccupazione e angoscia. Ha spalancato il cancello delle visioni apocalittiche, dove il tempo ha cominciato a sembrarmi pochissimo e le cose da sistemare davvero troppe. Mi sono lasciato trascinare in una lacerante analisi del rapporto che mi lega ai miei genitori, arrivando alla prevedibile conclusione che se i risultati finali sono tutt’altro che soddisfacenti, l’unico da incolpare sono io.

Ho sempre sentito parlare di cattivi genitori e mai di cattivi figli, come se tutti gli errori di questi ultimi potessero essere ascritti nella loro totalità a determinate mancanze della generazione precedente. Essere dei cattivi figli però è molto più semplice di quanto si possa pensare. A volte basta semplicemente non capire bene la vita, indossarla dal lato sbagliato come spesso succede con le magliette della salute.
Non mi ritengo un figlio cattivo. Cattivo è un termine estremo e poco accurato. Tutte le delusioni che ho procurato ai miei non sono mai state intenzionali e il dolore che spesso mi è capitato di vedere nei loro occhi non mi ha mai procurato piacere, anzi, mi ha sempre fatto sentire un miserabile. Quindi no, in senso stretto non posso definirmi un figlio cattivo. Credo che il termine inadeguato renda meglio l’idea.
Il problema principale è sempre lo stesso, cioè la mia incapacità di comunicare. Il non voler mai parlare di niente con nessuno. Un approccio relazionale che mi ha sbarrato fin troppe porte e che ha finito con l’allontanare persone che mai avrei voluto vedere andare via.
La cosa più assurda è l’aver potuto contare, senza essermelo mai meritato, sull’appoggio pressoché indefesso di mia madre e di mio padre, nonostante in 35 anni non sia riuscito ad azzeccarne una e nonostante ancora oggi li costringa ad assistere al pietoso teatrino quotidiano imbastito dal disprezzo che provo per me stesso.
È più o meno qui che i miei rimpianti hanno trovato terreno fertile per crescere, ingrassare e riprodursi. Se mi fermo ad analizzare le decisioni prese e i ricordi, mettendoli in relazione con le classiche dinamiche del rapporto genitori-figli, non posso non chiedermi se sia stato in grado di lasciare ai miei genitori qualcosa di positivo. Qualche souvenir della mia esistenza dove, anche solo per un istante, io non sia risultato una totale disgrazia per il loro portafogli e le loro coronarie.
Le partite del Padova con mio papà? Forse sì, ma è davvero poca roba.
Nel tempo si è cristallizzata in me la sempre più robusta convinzione di aver vissuto il tutto con troppo lassismo e una sorta di anemico disinteresse che mi hanno portato a lasciarmi sfuggire di mano l’intera situazione. Sono sempre stato convinto che prima o poi le occasioni per sistemare tutto si sarebbero presentate di loro spontanea volontà, che il tempo fosse abbondante e dalla mia parte.
Invece è tutto un bel casino.
Le relazioni personali sono un bel casino.

Che poi, a grandi linee, è quello che dice Phoebe Bridgers in Punisher. Facendolo molto meglio di me ovviamente, grazie a un gusto decisamente superiore e ad una profondità di analisi che io posso solo sognarmi.
Punisher è un percorso molto più impegnativo di quanto le trascinanti melodie e la voce ammaliante di Phoebe possano far pensare. È di fatto un viaggio estremamente scuro. Una scampagnata notturna in un fitto bosco, le poche volte in cui un bagliore riesce a farsi strada tra le frasche risulta talmente inatteso e inaspettato da far quasi più paura del buio stesso.
Ho da poco visto un film con quello svitato di Depardieu, dove lui interpreta un violista alla corte del re di Francia. A un certo punto, verso la fine, al suo personaggio viene chiesto cosa cercasse nella musica. “Cerco dei rimpianti e dei pianti”, la risposta. Qui ne troverebbe a bizzeffe di entrambi. Il disco è zeppo di ombre, fantasmi, errori commessi e torti subiti. I testi ti afferrano saldamente il braccio e ti trascinano a forza fino all’ultima riga che, profeticamente, recita The End Is Here. Mi auguro si possa essere tutti d’accordo con Phoebe, su un piano che esula da quello prettamente testuale.
Se l’impatto emotivo è decisamente tosto, Punisher ha il grande merito di non risultare mai ostico sotto l’aspetto musicale. I pezzi per me sono uno più bello dell’altro e portano avanti, sempre sottovoce, un discorso che racchiude tutta la genuinità di quello che io incoscientemente ritengo essere un talento gigantesco.
In un universo parallelo Kyoto sarebbe un pezzo pop-punk perfetto, con la sua batteria maledettamente a fuoco nella sua semplicità quasi schematica. L’apertura melodica di I See You mi fa letteralmente impazzire, così come la chiusura timidamente più rumorosa di I Know The End. La title track è una canzone stupenda, dove mi riesce impossibile scindere la melodia da quel testo pazzesco.
Posso farla semplice. Se per assurdo qualcuno dovesse chiedermi cosa penso di Punisher, gli direi che per quel che mi riguarda si tratta di un disco bellissimo. Anzi, gli direi che a volte mi sembra così bello da non essere vero. Un disco talmente enorme da farmi sentire una formica, un essere così piccolo la cui morte probabilmente, e giustamente, non interesserebbe a nessuno. Poi gli chiederei se anche lui crede che Punisher sia la perfetta rappresentazione di quanto possa essere ingiusta la vita. Perché se da una parte abbiamo una venticinquenne già di per sé bellissima, che scrive, canta e compone divinamente, dall’altra troviamo uno stronzo che a 35 anni non ha ancora imparato ad essere un figlio decente o a tenere un 4/4 sulla batteria. Se poi costui dovesse contraddirmi, asserendo che in questa storia non ci vede nulla di ingiusto, sbufferei stizzito. Stringerei fortissimo i pugni e li caccerei con violenza nelle tasche, fin quasi a romperle. Girerei i tacchi e me ne andrei a passo sostenuto dai miei, per dire loro che un bruto è stato cattivo con me, che mi dispiace di aver sbagliato tutto e che il bene che gli voglio non lo proverò mai per nessun’altra persona al mondo.