È sempre stato molto soleggiato, nella mia vita, il primo giorno di scuola. Ogni anno.
Il non aver mai sperimentato un primo giorno sotto il diluvio probabilmente ha negato alla mia esistenza una consapevolezza dura e brutale del ricominciare delle cose, sicché il primo giorno di scuola finiva per essere semplicemente un’esperienza alienante in un ambiente che conoscevo fin troppo bene ma che, solo per quelle 5 ore all’anno, assumeva contorni sfumati per via di un sole ancora troppo arrogante, in orari della giornata che non mi appartenevano da qualche mese; a peggiorare la situazione l’immancabile, nuovo professore di matematica, i compagni abbronzati, alcuni con un nuovo look, quasi irriconoscibili, altri le solite persone derelitte che avevo imparato a disprezzare, disilluso presto dall’idea di trovare una famiglia tra i banchi di scuola, che mi ero portato a farmi altrove.
Nella mia scuola niente armadietti di metallo colorati, niente scene in cui si passa a testa bassa in corridoio con una cazzo di cartelletta in mano mentre ai lati un pubblico liquido ti osserva farti strada timido fra le sue correnti. Solo la scuola per come è davvero: le lezioni, le interrogazioni, le dinamiche di classe, il professore che esce un attimo scatenando una bolgia, gli scherzi di pessimo gusto, il rotolo di carta igienica inondato di piscio, la sala fotocopie che puzza di carta calda, i muri color menta, il pavimento color merda.

Se la vedi in un disco dei Something Corporate, la scuola è come nella classe in cui Britney Spears si annoia in Baby One More Time, ma con anche il rock. Il video di If U C Jordan, il pezzo che fa esplodere in tutto il mondo il fenomeno Something Corporate, è una noiosa summa reazionaria di come si immagina la vita uno che ha un gruppo alle superiori: concerti clandestini in palestra, in mezzo a ragazze festanti in delirio che magari non ti hanno mai visto sotto quella luce, e non perdono tempo a sequestrarti appena finito il live per farti cose indicibili. È così patinato, prevedibile e stereotipato che non sorprende che sia stato dimenticato.

Perché i Something Corporate ce li siamo un po’ tutti dimenticati. Incastrati nella rotazione del tempo che ripesca tendenze a cicli ventennali, loro sono esattamente nel cono d’ombra, e probabilmente non torneranno presto. Nati dall’iniziativa di un biondino, genio del pianoforte con il gusto per il pop-punk fatto come si deve, Andrew McMahon, i Something Corporate sono una band che oggi uno spazio nel mondo non potrebbe mai trovarlo. Perfettamente a loro agio nei panni dei bulli del college che abbandonano una facile vita ai vertici della società americana per imbracciare il verbo degli outsiders, la musica, oggi a riguardarne i video sembrano più una boyband che si faceva trainare dal colpo di coda di quello che per un po’ è stato chiamato Corporate Punk all’inizio del nuovo millennio. O almeno questo è ciò che ho pensato io quando ho visto Punk Rock Princess su MTV, bollandolo facilmente come una pessima imitazione degli originali; originali che tutt’ora non ricordo quali fossero.
Leaving Through The Window lo scopro nella sua serafica imponenza di plastica solo nell’estate del 2005, quando le mie disavventure sentimentali possono finalmente caricare di significato una narrazione che altrimenti per me sarebbe rimasta solo un sentito dire.

In effetti, tutto il disco offre momenti perfetti per un 18enne, dall’opener infermieristico I Want To Save You, alla già citata Punk Rock Princess, alla Mucciniana I Woke Up In A Car, alla scatenata Hurricane, fino alla ballata disperata Fall. Il tutto con una produzione senza un filo di polvere che oggi puzzerebbe di inculata, è una copertina che cita Dawson’s Creek più di quanto non voglia ammettere.
Per un’estate di una scuola che sta finendo, in cui vivi da grande con un cervello da piccolo, forse non c’è un disco migliore di uno in cui trovi una canzone che ti urla in testa

I kissed a drunk girl
I’m sure I could’ve been anybody else

Leaving Through The Window, senza che lo decidesse nessuno, entrò stabilmente nella colonna sonora delle vite della nostra compagnia per tutta un’estate, un’estate in cui per me la scuola era appena finita, e anche male, per altri lo era già, per altri sarebbe durata ancora. Ed era forse per quello che non ci importava, che non era un punto di riferimento di alcun tipo. Non solo perché la scuola dei Something Corporate non si avvicinava minimamente all’idea di scuola che apparteneva a noi, quasi tutti liceali. Anche per quello, le giornate passavano senza una reale corrispondenza al calendario: si tirava fino al mattino al martedì, si dormiva presto al sabato, capitava di restare a casa a guardare film con ragazze semisconosciute portate da qualcuno e date in pasto a chi, solitamente sempre lo stesso, era più veloce a collezionarsele, e puntualmente poi lasciarsele scappare. Guardavamo lo schermo, tutti in una taverna buia con un divano che non poteva ospitare tutti. Io del divano me ne sbattevo, perché me ne sono sempre sbattuto anche dei film. Avevo deciso di sedermi a fianco al tavolo, e di osservare due miei amici duellare sotto la coperta di lana a chi toccasse con più trasporto questa nuova arrivata nella compagnia, illusi che finito il film lei avrebbe avuto sicuramente le idee più chiare su chi meritasse più attenzioni. Sul tavolo c’era la copia di Leaving Through The Window che avevo comprato, e che accompagnava le nostre giornate come fosse lo stendardo della nostra estate. Mi rigiravo la jewelbox nelle mani, chiedendomi dove saremmo finiti quella sera, se in discoteca a Jesolo a fare i nuovi tamarri, o sul tetto di qualche casa libera a spegnere sigarette nei vasetti dello Yogurt. In quel momento, Andrew McMahon era già nel pieno della sua battaglia alla leucemia, dalla quale sarebbe guarito mettendo però di fatto fine alla storia dei Something Corporate, che nel 2003 avevano pubblicato North, un disco che ti racconta un po’ quale sia la differenza fra finire la scuola e crescere.

Di tutti i mesi, settembre è quello che si porta via più cose senza chiedere; di tante, in fondo, non sentirai mai più la mancanza in vita tua, altre tornano a farsi corporee ogni settembre, quando ti accorgi che qualcosa che per te è finito per altri ricomincia, con la promessa di essere uguale a com’era puntualmente disattesa. Non tornerei mai a scuola, davvero, per me è stato orrendo. Anzi, probabilmente rivedrei più volentieri quella tipa che stava sotto la coperta a guardare il film, tra due miei amici, con l’intenzione di viversi la sua estate sopra le loro battaglie. Le direi, a distanza di 10 anni, che ha fatto bene, e che le sono grato perché ha fatto accadere nella realtà qualcosa che altrimenti avrei trovato solo in un disco.