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FAMILY REUNION

Per capire come mi comporterò con mio figlio, cerco sempre di ricordare le volte in cui mia madre mi ha accompagnato a comprarmi da vestire, a cavallo tra il primo e il secondo anno di liceo, periodo in cui, per la prima volta, ha cominciato a fregarmene qualcosa di ciò che mi mettevo al mattino per andare a scuola. Erano avventure in negozi che, di base, non mi piacevano, nei quali giravo cercando di scacciare in me il pensiero di troppi pomeriggi con gli amici in cui mi ero sentito inadeguato, stretto in abiti che raccontavano più della persona che ero stato che di quella che volevo diventare, cosa che, peraltro, mi era tutt’altro che chiara. Nel giro di pochi mesi allora le feci comprare magliette con le maniche lunghe e jeans bellini. Bellini, non belli, non di marca, perché in fondo ero ancora lì, sulla soglia fra chi voleva un po’ essere personale, un po’ diverso, un po’ punk (del resto, io già ascoltavo il punk dalle medie inoltrate), e invece quello che si sarebbe prostrato ai piedi della classe dirigente delle mie amicizie, abiurando e promettendo severa fedeltà ai canoni estetici ammessi.

Fu così che mi comprai, di mio gusto, delle merdose magliette a maniche lunghe con dei loghi simil-università americana. I peggiori retaggi dell’OVS pre-restyling, quelli che sopravvivevano perché H&M era ancora un lontano spettro. Mia madre mi guardava con un sorriso storto, che diceva pressappoco ‘povero, piccolo bambino mio, troverai una tua strada, e una tua ragazza che te la farà cambiare’.

Le mie merdose magliette a maniche lunghe non cambiarono di una virgola la mia posizione fra la classe dirigente. Nemmeno la aggravarono, come spesso succede quando ti compri un vestito sbagliato. Ma la vita mi stava offrendo una meravigliosa, e pure ecologica, opportunità di imparare dai miei errori, di trasformare i miei fallimenti in vittorie. Di lì a poco, avrei deciso che la mia strada non era l’abiura, ma il punk-rock, e comprai su internet delle magliette a maniche corte con su scritto OFFSPRING, NOFX, GOOD RIDDANCE, AFI, quelle cose lì, e me le misi sopra alle merdose magliette a maniche lunghe comprate meno di 6 prima per impressionare le ragazze e i compagni di classe.

Non ebbi esitazioni a farlo, perché lo facevano anche i Blink.

Negli anni in cui improvvisamente la tua vita cambia prospettive con il corpo che non è ancora pronto ad assecondarle, Adam’s Song per me era tutto. La canzone che ascoltavo quando volevo stare bene, la canzone che ascoltavo quando volevo stare male, la canzone che mi aveva salvato la vita, la canzone che probabilmente me l’avrebbe rovinata. In quegli anni, i Blink-182 ogni giorno di più diventavano delle star, capaci di bucare il terreno brullo della campagna padovana e farsi notare anche fra chi, la musica, se la lasciava scivolare addosso, fra chi non aveva mai preso in mano una chitarra e sicuramente non aveva la minima intenzione di farlo, chi nelle canzoni ci si imbatteva senza andarle a cercare. Io non ero così, ma il loro successo esplosivo, planetario, mi rendeva pari ai miei compagni di classe. Per quanto ne potevo sapere io, Adam’s Song poteva anche aver salvato la loro di vita.

Enema Of The State era, in seconda media, la cosa più cool che ti potesse capitare. Un disco fresco, veloce, squillante e impattante come poche altre uscite nel decennio. In copertina un bel paio di tette, tanto per scendere subito a patti con l’inadeguatezza, sul retro 3 ragazzi tatuati, con la faccia da bambini, che circondano l’infermiera pornostar e si permettono anche di fare gli imbecilli.

enema

Nella nostra mente scatta immediatamente il cortocircuito: si può essere sfigati, e allo stesso tempo cool e frequentare una bionda con un corpo da threesome. Ecco la strada maestra per chi non ha abbastanza fiato per finire la corsa campestre: cantare male in un gruppo punk. Servono solo altre due persone, sfigate come te.

E poi, delle canzoni, delle canzoni che funzionino.

Dumpweed parte fragorosa ma tentennante, e poi esplode su un riff limpido, la voce di Tom Delonge, riverberatissima, si mostra in tutto il suo caratteristico timbro bastardo. Ho sempre preferito il timbro chiaro e adolescenziale di Mark Hoppus, che risponde subito in Don’t Leave Me. La doppietta iniziale è sufficiente a capire chi siano, nel 1999, i Blink 182, senza per questo snocciolare subito i pezzi migliori.

Hoppus ha 27 anni suonati, la mia età di adesso, quando scrive Going Away To College, usando parole che a me non verrebbero mai in mente per parlare dei miei quindici anni. Ma è così, con queste parole, che si stende un quindicenne.

I haven’t been this scared in a long time

and I’m so unprepared so here’s your Valentine

Bouquet of clumsy words, a simple melody

This world’s an ugly place but you’re so beautiful to me

30 minuti scorrono velocissimi fino ad Anthem, l’ultimo pezzo, uno dei più forti e liricamente più ispirati della carriera di Tom; il chitarrista non ha il dono di Hoppus di arrivare dritto al nocciolo della questione senza risultare banale, ma riesce con rapide pennellate a delineare un quadro ironico, a volte perfino squallido, nei testi che scrive.

In mezzo, ci sono i singoli, i pezzi che trasformano i Blink 182 nella prima e forse unica anti-boyband della storia, in un periodo in cui le boyband non facevano prigionieri; è la loro condanna definitiva.

 

 EVERYTHING IS GONNA BE FINE

 

Quando girano il video di Josie, Mark, Tom e Scott sono una band affermata, che ha appena pubblicato l’esordio su major, dopo essere stata contesa tra etichette come la Epitaph che si sta ancora cercando di arginare l’enorme successo di Smash degli Offspring e la loro conseguente fuga alla Sony.

Mark Hoppus e Tom Delonge si conoscono il 2 agosto 1992 a Poway, California. La sorella di Mark, Anne, è fidanzata con un amico di Tom, più giovane di Mark di tre anni. Mark, appena conosciuto Tom, si ruppe un’anca con trick sullo skate, nel tentativo di fare impressione su di lui. È un aneddoto che, visto oggi, da distante, ci dice tantissimo sulla band: sull’aura da personaggio controverso e maledettamente carismatico di Delonge; sull’insicurezza cronica nascosta dietro all’esuberanza e alla vocazione a fare lo scemo del villaggio di Hoppus. Josie è un tributo a una fidanzata perfetta, capace di farsi carico di tutte le stronzate di Mark, del suo essere fondamentalmente una testa di cazzo. Ma il video è un ritratto abbastanza fedele di quello che dovevano essere i Blink nel 1992. C’è un divario di 5 anni, forse di più per Mark, che permette loro di tornare su una vita che hanno vissuto davvero, con la consapevolezza di un ragazzo adulto, per poter parlare a chi nella merda adolescenziale, quella che non puzza di merda ma di ascelle pezzate, c’è dentro fino al collo. I Blink 182 in tutti i video dell’epoca ridono, scherzano, fanno le scoregge con le ascelle e con il culo, ruttano, dicono “cacca e pupù” e lo fanno divertendosi veramente, trovando veramente la cosa divertente, ma hanno tra i 22 e i 25 anni, e nessun problema mentale. Sono, in parole povere, a un livello superiore del loro output, hanno la situazione sotto controllo. Temo che questo, a noi che li osservavamo, li giudicavamo, li ostracizzavamo dal punk e in ultima istanza dalla musica vedendoli come “just a joke”, non sia stato sempre ben chiaro.

D’altra parte, dopo l’esordio di Cheshire Cat, acerbo nelle composizioni, buttato in vacca dopo l’ottava traccia con canzoni davvero cabarettistiche (Does my breath smell, Ben Wah Balls, Just about done), Dude Ranch è già un disco punk rock maturo, energico, diverso da tutto ciò che sta uscendo in quel periodo e uscito in precedenza. Siamo nel 1997, chi ha 16 anni in quel momento e ama le chitarre e le batterie veloci probabilmente crede di vivere nel migliore dei mondi possibili.
In Pathetic, la traccia di apertura, le voci di Hoppus e Delonge convivono in un botta e risposta che poche altre volte nella loro carriera funzionerà così alla perfezione, nello stesso brano. Il drumming di Scott Raynor viaggia scolastico e senza troppe concessioni all’estro, ma paradossalmente finisce per diventare il segno distintivo di un disco che contiene la prima hit mondiale targata Blink: quella Dammit con la quale ancora chiudono i concerti.

Ma la parte più interessante di un disco che si sforza di avere difetti a cominciare dall’inspiegabile copertina (quasi un meme ante-litteram) è quella centrale: Waggy è uno dei migliori pezzi mai scritti da Hoppus, con un testo che esalta la sua capacità di dire sempre la cosa giusta, senza girarci attorno.

I think you need sometime alone

You say you want someone to call your own

open your eyes you can suck in your pride

you can live your life all on your own

Enthused ci mostra quella che doveva essere al tempo la libertà compositiva secondo Tom, quella di cui oggi spesso sentiamo parlare come la causa della fine dei Blink 182. Breakdown, cambi di tempo, simil-virtuosismi di chitarra, nessun ritornello. Il pezzo post-hardcore di Dude Ranch. Mark poi spara in rapida successione la doppietta Apple Shampoo e Emo, due canzoni che sono sicuro compaiano fra le influenze non dichiarate di tutta l’ondata pop-punk degli anni duemila. Ed è difficile pensare che i Taking Back Sunday non abbiano sezionato queste canzoni, che il ritornello quieto, quasi rassegnato di Emo non sia diventato legge in casa Deep Elm.

THIS IS THE BEST TIME WE EVER HAD

Nel 2001, quando i Blink 182, ormai delle vere rockstar in bermuda e magliettina, entrano in studio per registrare Take Off Your Pants and Jacket, alla MCA che li ha sotto contratto non pare quasi vero di aver trovato una seconda via alla costruzione di boy band, mettendo sotto contratto una band vera, che suona tendenzialmente male, ma che ha quell’alchimia e quella capacità di scrivere melodie e ottime canzoni che sotto la mano del produttore Jerry Finn, il vero indiscusso artefice del Blink-sound diventa letale. Enema of the state non può bastare, lo show deve continuare dopo la pubblicazione di un live finto che oggi suona quasi imbarazzante come concetto. Gli ordini sono chiari: uscite dallo studio con un Enema of the state parte seconda.

Take off your pants and Jacket, il disco che correrò a comprare il giorno dell’uscita (a memoria la prima volta che feci una cosa del genere), il disco che da quel giorno in poi non smetterò di scomporre in tutte le tue infinitesime parti per essere poi io stesso fatto di quelle melodie che mi sembrano irraggiungibili da qualsiasi altro umano sulla terra, è un disco che nasce in un clima quasi irrespirabile; all’ascolto delle pre-produzioni, il manager dei Blink riferisce alla band che non c’è nemmeno uno dei loro inni allegri da estate, figa e skateboard. Mark e Tom si infuriano, e nel giro di qualche ora compongono The Rock Show e First Date. I due singoli più di successo di Take Off Your Pants and Jacket non sono nulla più di un compitino. Io nel 2001 inizio il liceo, sto per conoscere un ragazzo con il quale fonderò la mia prima band e che suona ancora con me, già suono la batteria e la chitarra da un po’, le suono male ma non lo vedo come un problema. Il disco lo consumo, e alla fine, che The Rock Show e First Date siano degli specchietti per le allodole in un disco che testimonia una band che non è più solo quella della cacca e della pipì, lo intuisco.

Travis Barker sorride
Travis Barker sorride

Anthem Part Two suona ironica nel titolo nei confronti di chi voleva un secondo Enema Of The State. Ma la canzone rivela uno degli arrangiamenti più curati di questa prima vita dei Blink, un opener convincente che avrebbe potuto diventare tranquillamente un singolo e testimoniare una crescita artistica. A ribadirla c’è una ballad che vive in un’atmosfera inedita per il trio, in una posizione strategica del disco: Story of a Lonely Guy vede addirittura delle chitarre effettate inserirsi in un drumming compìto che comincia a prendere per mano il gruppo. È impossibile non accorgersi di una tinta più oscura che emerge dall’anima delle canzoni, per quanto la produzione di Jerry Finn miri ad accontentare tutti, e quindi anche la casa discografica: Reckless Abandon, Roller Coaster e soprattutto Stay Together For The Kids sono pezzi che lanciano un allarme che cade inascoltato: “Siamo un po’ stanchi di essere gli eterni bambini”. Il guaio è che nessuna di queste canzoni, nell’intento di mostrare una band seria e capace di colpire non solo al culo ma anche al cuore, riesce nell’intento così bene come ci era riuscita Adam’s Song. A funzionare, e benissimo, sono ancora una volta i brani come Everytime I Look For You, Please Take Me Home e Shut Up, in cui il mood rattristato viene trasformato dalla melodia fino a un contrasto che solo a chi si interroga sulle parole risulta evidente. Ma del resto, malinconia, melodia ed energia non si sono mai fatte la guerra fra loro.

 

La gita della prima superiore fu a Napoli, a Pompei; era la primavera del 2002 e io indossavo ancora le merdose magliette con le maniche lunghe che avevo fatto comprare a mia madre all’OVS, ma già cominciavo a sospettare che non mi avrebbero salvato dai miei problemi. La prima sera entrammo in un supermercato e comprammo delle birre. Una lattina a testa. Io presi la Heineken. Le nascondemmo sotto il letto del bocciato che si fece carico di questa marachella senza fiatare; c’aveva due palle così. La sera, in camera, si tirava tardi, tipo quasi mezzanotte, e bevemmo le birre. Fu la mia prima birra, penso. Una lattina di Heineken, calda. Una merda. Finsi di essere ubriaco, era una sensazione così cool esserlo, fare il coglione, non avere finalmente limiti.

In gita non c’era un altro mio compagno, un punk, ma punk per davvero. Uno che ascoltava i Sex Pistols, i GBH e stava per scoprire l’hardcore, che si infervorava spiegandomi che i Blink non erano punk, erano solo dei coglioni con le magliettine firmate, che il vero punk era marcio e sputava sulle chiese, cagava sullo stato, vomitava sulla pace e il perbenismo, se ne fotteva dell’estate come dell’inverno, non credeva nel futuro. Lui tentò ripetutamente di trascinarmi nel mondo in cui si era rinchiuso e nel quale si divertiva davvero. Io non mi fidai mai, a volte lo assecondai, altre preferii stare lontano. Erano gli anni in cui i Blink erano il pericolo numero uno nell’ambiente in cui stavo cercando di entrare sfondando la porta. Venduti ormai già da cinque anni, colpevoli di aver avuto un successo planetario, di non aver mai rotto il cazzo a nessun politico, di parlare di cacca e pipì nei loro testi, di girare video nudi, di essere su TRL, di finire regolarmente in copertina su TRIBE generation, la rivista musicale di RINGO che su Blink e Limp Bizkit ci faceva un anno di pubblicazioni; colpevoli di aver smerdato il punk, di averlo trasformato in uno scherzo, di essere dei bamboccioni che non sanno crescere, che non si prendono le proprie responsabilità, colpevoli di suonare-male-tranne-Travis, colpevoli senza appello tanto da meritarsi le sassate a un festival nel quale erano headliner.

Ci provai a vederla così, e non ci riuscii. Per me i Blink rimanevano ancora la mia band preferita. Lo testimoniavano le maglie a maniche corte che portavo sopra alle merdose maglie a maniche lunghe. La mia metamorfosi era iniziata, la band ce l’avevo, ora non mi rimaneva che crescere. A me, d’altro canto, era permesso.

FINE PRIMA PARTE