Staying together for the kids | Storia mia e dei Blink 182 non ragionata | Parte II

I’VE BEEN HERE BEFORE A FEW TIMES

I tre anni tra il 2001 e il 2004 ne durarono dieci. Quando il video di Feeling This cominciò a girare su Total Request Live e in generale in heavy rotation su MTV, io MTV non la guardavo più tanto, perché non mi serviva più. Per scoprire le band ormai usavo internet, le webzine che proponevano recensioni a grappoli ogni settimana e tentavano di descrivere la musica. Credo che niente mi abbia formato più di questo esercizio di stile: cercare di capire dalle parole di altri se un disco sarebbe stato nelle mie corde o no, cercare di capire come avessero fatto a descriverlo così meravigliosamente, o, al contrario, come fosse possibile che trovassi una discrepanza così netta fra chi aveva tentato di descriverlo e le sensazioni che ne traevo dall’ascolto successivo. Non si poteva scaricare a caso, non ancora: bisognava operare una scelta, di tempo e di attenzione. Ed era così che avevo sepolto i Blink sotto a centinaia di altri nuovi ascolti che si moltiplicavano, si evolvevano, si imbastardivano sempre di più con suoni più violenti e strutture più complesse. Feeling This, a quel punto, mi parve un tentativo non troppo convinto di restare in vita, dopo 3 lunghissimi anni di silenzio in cui non solo io ero cambiato, ma tutto il mondo non era più lo stesso di prima.

Eppure il mondo era lì, ad aspettare un passo falso dei Blink 182, alla resa dei conti, seduto sulla riva del fiume ad aspettare che il cadavere di Mark, Tom e Travis passasse, solo qualche anno dopo di quello di tutte le boy band di cui si erano presi gioco nel video di All The Small Things, che una dopo l’altra avevamo visto galleggiare a pelo d’acqua.

Quando, una sera, compare un link che porta a una pagina bianca con la tracklist del nuovo disco dei Blink 182 e tutti i pezzi scaricabili, non esito un solo istante. Era passato così tanto tempo, e nonostante avessi poco più di 16, 17 anni, mi sentivo già come se stessi facendo un salto nel passato. Non fosse altro perché non stavo comprando il cd, ma stavo scaricando il disco.

Ricordo, come fosse ieri, un impatto devastante su di me.MI0000404160

Obvious attacca con un riff sporco e violento che punta tutto su un ritornello che non esplode mai, resta tentennante, finché la canzone non diventa un’altra. Sono colto in contropiede, diventa subito uno dei miei pezzi preferiti.

I Miss You è una rivoluzione. Il basso di Hoppus che per la prima volta non fa tappeto, ma diventa parte della sezione ritmica, gioca a nascondino, e innesta un dialogo di echi con la chitarra acustica di Delonge mentre Travis prende sempre più per mano la band, man mano che il disco procede. I Miss You è una ballata decadente di sconcertante bellezza, soprattutto perché a suonarla sono gli stessi che gli anni precedenti aprivano i concerti con Family Reunion. Ma è in Violence e Stockholm Syndrome che siamo portati con le spalle al muro e costretti ad uscire allo scoperto: o ammettiamo il nostro pregiudizio sui Blink 182 e spegniamo tutto per evitare di incappare in argomentazioni per noi insostenibili, oppure possiamo e DOBBIAMO riconoscere che se ci aspettavamo un salto in avanti, più o meno qui, loro sono arrivati lì. Nelle due tracce le strutture compositive dei Blink 182 raggiungono livelli fino a quel momento mai esplorati, forse mai nemmeno accennati, di sicuro mai immaginati dalla fanbase. In questo disco è ormai chiaro come Travis Barker, il più classico del terzo fra i due litiganti, abbia preso il sopravvento sulla coppia dei cantanti. Lui che nei video divertenti sembra non divertirsi mai. Lui che ha sempre la faccia da cane bastonato, nelle foto, come nelle interviste, che quando suona (e come suona!) arriccia le labbra come fanno i bambini quando si stanno impegnando in qualcosa.

Guarda mamma, senza mani
Guarda mamma, senza mani

Travis Barker non è mai stato solo un batterista punk-rock. Reclutato dai Blink 182 nel tour di supporto a Dude Ranch immediatamente precedente alla registrazione di Enema Of The State, Travis è coetaneo di Tom, all’epoca suona la batteria negli Aquabats, un gruppo ska/surf i cui membri si vestono da supereroi, e il suo nome d’arte è The Baron Von Tito. Ancora scherzi, ancora goliardia. Non sono sicuro che la cosa lo diverta, probabilmente sì, di certo non lo dà a vedere. In circostanze mai del tutto chiarite, i Blink 182 allontanano l’anonimo Scott Raynor perché i suoi problemi d’alcolismo stanno imbarazzando la band. Lui dirà che fu lui ad andarsene perché non a proprio agio con la commercializzazione spinta che il trio stava tenendo. Non è chiaro quale delle due versioni sia la più plausibile, ma se ne parla poco perché pensare a dei Blink 182 alle prese con problemi seri forse è sempre sembrato fuori luogo; per loro stessi, per la stampa, per i fans. Poco importa, Travis Barker è un batterista straordinario, uno dei più bravi e poliedrici della scena, ammirato da tutti gli addetti ai lavori, invidiato da molte band anche influenti per gli stessi Blink, amico fraterno di Tim Armstrong con il quale le collaborazioni si sprecano (i due suonano insieme in Cat Like Thief nel disco dei Box Car Racer, una specie di variazione sul tema di You’ve Got So Far To Go degli Alkaline Trio, e in tutto il disco della combo rap-core Transplants), aperto ad ogni influenza. Il suo stile è ben definito, e sembra avere un’unica direzione: non accontentarsi mai. Introduce nuovi elementi fino a quel momento estranei al punk rock: l’uso degli splash, il cow-bell; evolve gli elementi cardine del genere: i filler a velocità disumana. Per farsi un’idea di quanto Travis Barker riesca a rimanere libero pur in un genere codificato come quello dei Blink 182, Give me one good reason, contenuta in Take off your pants and Jacket è un esempio emblematico.

Per farsi un’idea di cosa cambia fra Scott e Travis invece, questo live dà qualche indizio importante.

Barker si concede una traccia assolo nel disco, The Fallen Interlude, che segue un altro singolo ballata, Down. L’ispirazione di Tom è a livelli che in carriera non raggiungerà mai più, finalmente libero dalle briglie, disperatamente e urgentemente desideroso di togliersi di dosso l’etichetta del coglione che ha una band che fa battute oscene ai concerti. Tra l’estro visionario di Travis Barker e il colpo di reni di Delonge, che dopo I Miss You piazza un altro colpo romantico e decadente di una bellezza straordinaria, la sincopata e memore dei Cure più ariosi Always, Hoppus resta a guardare come chi d’improvviso si rende conto di aver perso il controllo della band, nonostante l’anzianità. Ci vorrebbe un altro salto sullo skate, come 10 anni prima, questa volta magari senza rompersi l’anca. Ci vorrebbe qualcos’altro per tornare ad avere influenza su Tom, che sembra essere partito per la tangente, come in questo video che documenta le registrazioni di un album straordinario, che significativamente si chiama come la band; una nuova band.

Ma i pezzi di Hoppus sono tutt’altro che deboli. In Go lo sentiamo quasi con la voce spezzata, Here’s your letter sembra uno scarto di Take Off your pants and jacket, Easy target è un tributo a Bad Religion e Social Distortion. C’è posto per un ultimo sussulto di stupore, la voce di Robert Smith che a sorpresa irrompe in All of This, il massimo livello di sperimentazione mai raggiunto dal trio. Blink 182 è un album che ci risveglia tutti nel nuovo millennio, che all’improvviso ci costringe a una scelta: cresci con noi oppure no, fa nulla, ma noi abbiamo dimostrato che meritiamo di stare dove stiamo. Non ho più sentito un disco così, un disco sulla stessa atmosfera, con le stesse intuizioni e le stesse contraddizioni, la stessa capacità di rivoltare in ogni suo aspetto una carriera che è stata simultaneamente il successo e la rovina di tre persone che abbiamo eletto a emblema di un certo modo di restare bambini, di restare scemi, una scusa che avevamo per sentirci in diritto di tornare a rotolarci nel fango e nella merda anche quando questo suonava troppo infantile per noi. E nonostante questo, Blink 182 è un disco dei Blink 182 e le coordinate di riferimento restano queste per tutti i 50 (cinquanta!) minuti della sua durata.

Nel video di Always lo schermo si divide in tre sezioni orizzontali, disturbandocene la visione. Una ragazza bella e volgare si muove in un set che sembra tratto da Friends, mentre Mark, Tom e Travis la insidiano, la corteggiano, si muovono impacciati nella loro tenuta in giacca, cravatta e spillette. È tremendamente malinconico vederli così adulti, così cresciuti, così diversi. Eppure, nel 2004 i Blink 182 sono questo: una band matura, che scrive canzoni punk-rock influenzate dai Cure e dal pop anni ottanta, innamorati delle loro mogli, con la testa da un’altra parte, quella dove muovono i primi passi i loro figli. Always è l’ultimo vero respiro dei Blink come li conosciamo. L’ultimo singolo, l’ultimo videoclip girato insieme, forse il loro testamento, la più esatta rappresentazione di ciò che stavano diventando: una band di tre uomini sereni, con un passato che non poteva più tornare, un presente che aveva dato una risposta forte e sottovalutata a una realtà che faticava a digerirli e accettarli in un millennio nuovo in cui tutto era ormai cambiato, un futuro incognito ma non certo spaventoso.

Il 22 Febbraio del 2005, quasi tutta la mia generazione scopre il significato della parola Hiatus: divisione, distanza.

Sullo scioglimento dei Blink 182 sono state raccontate tante storie, sono state fornite molte versioni, ci sono tantissime dichiarazioni più o meno esplicite, ci sono due band. I dimenticabili +44 di Hoppus e Barker, i pretenziosi Angels & Airwaves di Delonge. I primi sbattono il mostro in prima pagina con No It Isn’t, la canzone che sulla fine dei Blink 182 dice più di mille interviste, i secondi sono una creatura mai perfettamente a fuoco, sempre puntualmente fuori dal tempo, che sfugge di mano allo stesso Delonge quando, prima del disco di esordio dichiara che il mondo deve prepararsi alla più grande rivoluzione del rock ‘n roll. Dirà poi di aver detto quelle parole annebbiato dagli anti-depressivi.

I Blink che prendono anti-depressivi e si scrivono canzoni contro.

Quando prima ognuno aveva un motivo per avercela coi Blink, da quel momento in poi ognuno si è sentito in dovere di dare la propria versione della fine dolorosa di una band che col dolore aveva sempre mostrato di avere ben poco a che fare. La versione più accreditata è quella del Tom impazzito, del Tom pieno di sé che ripudia i vecchi amici e un passato ormai troppo scomodo e imbarazzante; io non credo a questa versione. Perché forse è un limite solo mio, ma io non riesco a dividere l’entità Blink 182, vissuta di tre forti personalità che in qualche modo, fra contrasti innegabili, riusciva sempre a fondersi in un’alchimia che in un trio è capace di spostare l’ago della bilancia di una carriera tra l’insignificante e la gloria eterna.

Mark Hoppus è uno dei miei modelli di vita, ma a guardarlo bene è una persona terribilmente insicura, un uomo che ha la capacità di devastarti con parole appartenenti a un bagaglio lessicale a buon mercato, un uomo che forse di crescere non vuole saperne, e lo fa solo se accompagnato, se convinto con le buone, se accontentato. Mark è un musicista egocentrico, un pagliaccio vero, che pur di avere la situazione sotto controllo non esita a soffocarla coprendosi di ridicolo; uno strano kamikaze dello humor, un songwriter in grado di scendere dal punto più alto a quello più basso di una scala umorale con la facilità con cui passa da una corda all’altra, e tutto questo senza probabilmente rendersene conto; basta una frase come Please Tell Mom this is not her fault a dirci tutto di lui. La colpa che non è di nessuno, la delega a qualcun altro, perché io non ci riesco se non così. Mark è un leader subdolo con la smorfia sorridente alle telecamere, e una paura folle e irrazionale di rimanere solo con le sue maschere.

mark

I NEED SOME MORE TIME TO FIX THESE PROBLEMS

Nel 2008 la morte, quello spauracchio allontanato nell’ultimo ritornello di Adam’s Song ferisce Mark Tom e Travis. Prima Jerry Finn, l’uomo che ha cambiato la mia vita e la vostra, senza che né io né voi ce ne rendessimo conto fino in fondo, muore per un’emorragia cerebrale il 21 agosto, all’età di 39 anni.

Poco più di un mese dopo, Travis rimane coinvolto in un incidente aereo con DJ AM, ex membro dei Crazy Town, quelli di Butterfly. Muoiono quattro persone, loro due si salvano non si sa bene in che modo.

A quella data, Tom e Mark non si parlano più o meno dal febbraio 2005. Delonge viene a sapere dello schianto dal telegiornale, mentre aspetta un volo all’aeroporto.

A riunire i Blink, una band vera fondata su un’amicizia vera e complessa, fu la paura della morte; come nelle favole più belle, Mark Tom e Travis, dopo aver rischiato la tragedia, tornano insieme e superano i problemi, annunciano una tournée e un disco nuovo, “Siamo tornati, per davvero”. E ci crediamo tutti, ci credono anche loro. Se c’è una cosa che riconoscerò sempre ai Blink 182 è una sincerità a volte anche ingenua; nonostante Take off your pants and jacket, nonostante il live fatto in studio, nonostante si comportassero come 15enni a 25 anni, li ho visti sempre in balia del tempo che passava, impegnati in una lotta contro le lancette, spesso in una strenua resistenza che hanno abbandonato con tempi diversi. Passato il tempo, passa anche lo spavento. Passato lo spavento, tornano i problemi.

Dal 2005 ad oggi io non ho più messo magliette a maniche lunghe. Sono entrato all’università e ne sono anche uscito, dopo essermela goduta. Mi è capitato sempre meno spesso di sentirmi inadeguato, quando è successo ho avuto bisogno di ben altre parole che la voce di Mark che mi urla I’m so lost, I’m barely here, I wish I could explain myself but words escape me. Mi sono trovato tante volte a dire I miss you, e nemmeno una volta mi sono visto patetico nel farlo. Ho ascoltato persone dirmi che per loro non contavo più niente, che non volevano più saperne di me. Ho detto ad alcune persone che le cose fra noi non sarebbero mai più tornate come prima. Ho avuto paura della morte. Non della mia, di quella di altre persone. Alcune persone, poi, sono effettivamente morte; ho dovuto scendere a patti con la loro assenza. Ho rivisto persone che sono state importanti per me, e nella loro nuova incarnazione non hanno avuto alcun effetto su di me: ci siamo aggiornati, mi hanno detto cos’hanno fatto, ho detto loro cos’ho fatto, ci siamo salutati dimenticandoci ciò che ci eravamo appena detti. Neighborhoods, del 2011, il ritorno sulle scene dei Blink 182, l’album della reunion, è un disco spento che si accontenta, un disco in cui l’ombra degli Angels & Airwaves è ormai troppo pesante per essere ignorata, che alterna ottimi pezzi che potevano dare una via, un accenno di futuro come This is Home, Natives e Wishing Well a pasticci che sembrano davvero conversazioni di circostanza, quelle che si concludono con “Scusa ma ora sono proprio di fretta, ma beviamoci un caffè uno di questi giorni!”. È una frase che mi sono promesso di non dire mai, a meno che io non voglia davvero bere un caffè con qualcuno uno di questi giorni.

I Blink 182 oggi sono una band composta da Mark Hoppus e Travis Barker. Tom Delonge è fuori dalla band. Non è come prima, prima si erano fermati, oggi no. Dello scambio di lettere, accuse e veleni di questi giorni mi importa poco, davvero. Ci vorrà del tempo perché si sappia qualcosa di più concreto, o forse non lo sapremo mai. Ma la storia dei Blink 182 è un dramma autentico, costruito sull’immagine di una band fra le più spensierate e leggere di sempre, un gruppo capace di parlare a chiunque con una freschezza e una formula che nessuno, ancora è riuscito a imitare, e che pure non è rimasta sempre uguale a sé stessa. È squallido, e allo stesso tempo meravigliosamente poetico che tre ragazzi che ci hanno dato un motivo per bearci della nostra stupidità e delle nostre debolezze infantili, oggi si detestino da veri adulti.

Stay together for the kids. È un’esortazione? I miei genitori devono essersela rivolta l’un l’altro silenziosamente, quando hanno capito che fra di loro era finita. Per fortuna, in questi casi, nemmeno i kids, nemmeno i figli sono abbastanza. E non ce l’hanno fatta a stare insieme. Meglio lontani, meglio divisi. Meglio ammettere di aver avuto paura. Meglio buttarle via le maglie a maniche lunghe, che metterci sopra quelle a maniche corte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *