Prova a pensarci, non dovrebbero essere poi troppe, giusto una manciata. O almeno me lo auguro. Se fai fatica, cerca di ricordare le volte in cui ti sei sentito dire –dobbiamo parlare, è importante- o qualche altra frase precotta simile. Pensa a tutte le conversazioni che hai dovuto affrontare controvoglia e dimmi se quando ti tornano in mente non ti si chiude un po’ lo stomaco. Dimmi se puoi guardare indietro con serenità, senza rimorsi o rimpianti. Io te lo devo confessare amico mio, non ne sono proprio capace. Ho provato in tutti i modi a spingerle nell’angolo più buio della mia testa di cazzo ma non ci sono mai riuscito. Se ne restano lì in bella mostra, spaccone e ingombranti come la cicatrice che ho sulla clavicola, quella che mi sono fratturato cadendo rovinosamente dalla bici come un povero cretino. Ci penso spesso e ogni volta mi ripeto che vorrei tanto non averle mai avute certe conversazioni. Avrei preferito farmi devitalizzare un altro dente, o guardare dall’inizio alla fine una partita di pallavolo. Però c’è poco da fare, sono situazioni piuttosto comuni, eventi inevitabili e forse addirittura utili all’interno del processo di crescita di una persona. Lo sono perché scappare, di fatto, non è mai un’opzione praticabile. Considerata la loro natura coercitiva, io che non drammatizzo mai, le ho sempre vissute come delle esecuzioni. Esagero? Però chi l’ha mai visto uno andarsene dal patibolo con un sorriso stampato in faccia? Giusto, Massimo Lopez nella pubblicità della SIP. Spot pazzesco, un pezzo di storia.
Comunque si, per me sono state delle esecuzioni e ho sempre trovato facile, a posteriori, individuare il momento della sentenza, quello della sgradevole attesa e il metaforico plotone d’esecuzione. Metaforico in quanto, perlomeno nel mio caso, composto sempre e comunque da una persona soltanto. Con il passare degli anni, l’aumento dei capelli bianchi e il declino del mio già sfortunato fisico mi ero illuso di aver capito la lezione. Arrivato a un certo livello di anzianità, emotiva e anagrafica, mi ero convinto di aver sviluppato un bagaglio d’esperienza grazie al quale sarei stato in grado di difendermi da qualsiasi attacco. Purtroppo in questo contesto l’esperienza non serve a nulla, l’unica abilità che potrebbe risultare utile è la capacità di prepararsi al peggio, di accettare l’inevitabile. Accettare il fatto di essere un’inutile comparsa, una di quelle che sfumano anonimamente sullo sfondo, senza una parte, senza battute. Quello che mi ha sempre fregato è stato un inaspettato quanto sgradito e inconcepibile rigurgito di sopravvivenza, la più grande causa dei miei guai. Padre di conseguenze difficili da gestire o estirpare, brutti ricordi e una serie di inevitabili problematiche legate ad essi.
Avrei potuto evitare moltissimi problemi se solo avessi accettato di abbracciare la sconfitta senza alcuna esitazione o volontà di combattere. Avrei dovuto limitarmi a restare seduto, assieme alla mia presa di coscienza, a studiare gli interni della mia macchina o a guardare con una leggera smorfia di repulsione il lavabo pieno di stoviglie sporche, così da permettere a tutte le parole di evitarmi con la massima cura, di aggirarmi senza nemmeno sfiorarmi, come la musica di sottofondo in una sala d’attesa. Ne sarei uscito lindo, leggero, in grado di respingere la realtà dei fatti in favore di quella effimera creata dalla mia stessa consapevolezza. Mi sarei risparmiato mesi, forse anni, buttati nel cesso.

Sarebbe molto meglio poter parlare solo di calcio. O al massimo di qualche disco. I dischi mi piacciono ancora. Mi lagno sempre della musica, la accuso di avermi rovinato la vita, ma si tratta chiaramente di un teatrino, un giocare a fare il clown.
Se l’esperienza non mi ha mai aiutato ad affrontare certe conversazioni e, più in generale, a crearmi una vita dignitosa, è stata però spunto prezioso per delineare alcune idee che hanno cambiato radicalmente il mio rapporto con la musica, diventato col tempo sempre meno serio o impegnato. Ormai punto tutto su una spensieratezza di base che non denota leggerezza o disinteresse, quanto più un sentimento di disincanto e disillusione. Se questo da una parte non può che essere considerato un fattore negativo, dall’altra mi ha permesso di rivoluzionare alcuni criteri che in ambito musicale davo per scontati, permettendomi di vivere la musica senza particolari preconcetti e, soprattutto, di godermi un paio di soprese tanto inaspettate quanto gradite.
Determinate dinamiche sono di difficile definizione, per quelli come me queste difficoltà il più delle volte si fanno insormontabili. È principalmente per questo motivo che preferisco semplificarmi la vita tirando fuori un esempio pratico: The Monitor. Un disco, lo ricordo ancora bene, saltato fuori dal nulla e in possesso di alcune caratteristiche che tuttora mi vedo costretto a definire bizzarre. Come i pezzi lunghi, ad esempio. Molto lunghi, con alcuni che arrivano addirittura alla bellezza di nove minuti, in una concezione del punk estremamente distante dalla mia. La lunga lista di strumenti inconsueti, almeno per le mie orecchie, e l’essere un concept album sulla guerra civile americana. Un quadretto niente male.
Gli ostacoli mi sembrano piuttosto evidenti. Per quanto mi riguarda, un disco punk con canzoni da nove minuti te lo puoi anche tenere. Senza rancore, ci mancherebbe. La questione guerra civile, inoltre, mi è sempre sembrata una barzelletta, una di quelle pacchiane e pretenziose che fanno ridere solo gli stronzi.
Quando parlo di sorprese, di copione in divenire, The Monitor è sempre il primo esempio che mi balza alla mente, semplicemente perché continua a spiazzarmi in un modo che non saprei nemmeno definire. Hai presente quando qualche infame ti chiede di fare una di quelle inutili e fastidiose classifiche? I dischi della vita, quelli da portare su un’isola deserta e porcherie simili? Se mi costringessero con la forza a rispondere, probabilmente butterei dentro The Monitor in ognuna di queste. Così, di botto. Senza pensarci troppo.
Mi riesce ancora difficile considerarlo un lavoro punk-rock, però è da folli pensare che la pasta, quella che noi poveracci chiamiamo ancora attitudine, non provenga da lidi a me ancora molto cari. Anche la questione concept permette fortunatamente una grande elasticità di approccio. Mi ero immaginato paesaggi raccapriccianti, con racconti di battaglie, scontri, biografie di generali e, chissà perché, spoken word con statistiche e dati militari. Non servirebbe nemmeno puntualizzare, ma ovviamente non c’è nulla di tutto ciò. Giusto un paio di estratti da qualche discorso di Lincoln qua e là e alcuni riferimenti più geografici che smaccatamente storici. Il vero legame con uno scenario di guerra lo trovo paradossalmente più a livello musicale. So che fa ridere, ma il rullante che insiste sulle marcette mi ricorda un sacco i tamburini militari, e assieme a lui si trovano molti altri strumenti che fanno lo stesso gioco: tromba, trombone, organo, violoncello. Insomma, con un briciolo di fantasia un po’ di guerra la si può sentire, ma l’intera tracklist è strutturata in maniera da poterla vivere e interpretare in assoluta libertà. I testi, amico mio, che inizialmente mi spaventavano molto, alla fine della fiera credo siano l’aspetto che più mi piace. Ci trovi sbronze, amici, uno sconfinato amore per il New jersey, solitudine, fallimenti e altre sbronze. Tutto sciolto all’interno di una narrativa della sconfitta che non solo ti fa sentire a casa, ma che lascia trasparire una lucida verità, ossia che restare qui, in queste condizioni, spesso fa molta più paura che tirare le cuoia.

Anche impegnandomi non riesco a trovare una canzone che non mi piaccia alla follia.
A More Perfect Union ha un giro di chitarra magnifico, No Future Part Three ha i due minuti finali più belli della storia. Trovo A Pot In Which To Piss, che mannaggia a loro dura nove minuti, una canzone tanto bella quanto coraggiosa e To Old Friends And New la classica ballatona che quando hai la fortuna/bravura di azzeccarla è una benedizione per tutti.
La mia canzone preferita è Theme From “Cheers”. Un gran pezzo sulle sbronze e sull’amicizia.
Sull’importanza di provare a godersela finché si è in tempo. Racconta di quanto sia raccapricciante invecchiare, di quanto sia disgustosa la vita da adulti, sfigurata dalla noia e dalle responsabilità.
Mi fa impazzire l’arrivo nella seconda strofa di questo tizio, di cui non conosco il nome, che è la copia carbone di Dan Andriano. Ascoltalo bene, amico mio. Sembra lui, tale e quale. Stesso timbro, stessa intonazione. Mi sono documentato, ovviamente non è lui ed è un peccato, perché ci ho sperato fino all’ultimo.
Il mio apprezzamento per questo disco è direttamente proporzionale alla sua illogica durata, il che mi lascia sempre perplesso, specialmente se penso al mio background, alla mia chiusura mentale e ai miei disperati tentativi reiterati negli anni di dare un significato al concetto di coerenza.
Tutto questo non fa altro che aumentare i rimpianti per un amore che alla fine dei giochi risulta più come un capriccio, una fugace sbandata. Perché con nessun altro disco dei Titus Andronicus sono mai arrivato neanche lontanamente ai livelli di infatuazione che tutt’oggi provo per The Monitor. I Titus fanno parte di quella ristretta cerchia di band delle quali amo alla follia una singola uscita, mentre il resto della loro discografia, per imprecisati motivi, mi lascia parecchio freddo e indifferente. The Monitor per me rimarrà sempre il loro guizzo più puro, la stoccata vincente, la punizione spedita morbidamente all’incrocio dei pali. Può sembrare una presa di posizione spietata, ma non c’è nulla di premeditato o costruito.
Il collegamento tra conversazioni spiacevoli e il mio smisurato amore per queste dieci tracce potrà sembrare parecchio stiracchiato, ma quando in No Future i Titus mi ricordano che sarò sempre un orribile fallito, certe conversazioni, amico mio, mi tornano in mente. Eccome se mi tornano in mente.
E da lì non se ne vanno più per un bel pezzo.

You will always be a loseeeeer.