I Menzingers hanno fatto un disco sulla fine dei vent’anni. Si chiama After The Party ed è un gran disco. Questo pezzo invece fa schifo e utilizza linguaggio e concetti volutamente scadenti per venire incontro alle mie scarse capacità mentali.

“Where are we gonna go now that our twenties are over?”.

Non saprei ragazzi. Io di anni ne ho 32 e, vi giuro, non l’ho ancora capito.
Se mi posso permettere, a me sembra che ve la stiate cavando piuttosto bene. Girate il mondo suonando, fate bei dischi, probabilmente riuscite anche a mettervi da parte qualche soldo. Mi sembra tutto in ordine.
Nonostante la mia età, la domanda qui sopra per me è ancora senza risposta. La cosa pazzesca è che ho cominciato a pormela tantissimo tempo fa. Già attorno ai ventidue, ventitré anni, ho iniziato a chiedermi dove sarei finito una volta entrato nei trenta. Forse perché adoro preoccuparmi, o forse perché già a ventidue anni avevo intuito che di lì a poco avrei cominciato a collezionare disastri in ogni contesto della vita. Da quello relazionale a quello accademico, e così via.
Non è facile per nessuno tirare le somme dei propri vent’anni. Ci sono troppe variabili e troppe situazioni soggettive per farlo. Ed è ancora più difficile capire i vent’anni quando li si vive. Le scelte da prendere, i programmi da definire, le priorità da fissare.
A me piace pensare che esistano due branche principali. Chi decide di “vivere” a vent’anni e chi decide di farlo nei trenta. Amo vederla così, una lotta tra perdizione e lavoro, tra chi si rifiuta di pensare al futuro e chi invece ha talmente a cuore il proprio avvenire da trasformare il presente in un’asettica transizione. Ovviamente la situazione non è affatto questa, ed esistono centinaia di vie di mezzo che sono chiaramente le più gettonate dalla maggior parte delle persone. Vie di mezzo che permettono, grazie a un minimo di buonsenso, di godersi appieno le esperienze fondamentali dei vent’anni senza per questo mettere in disparte responsabilità e pianificazioni necessarie per non finire alla deriva.
Di mio, posso dire di essere la ridicola eccezione del caso. Perché nella mia vita sono sempre stato troppo vigliacco e troppo pigro per scegliere una qualsiasi direzione. Troppo vigliacco per imboccare l’affascinante sentiero del NO FUTURE, troppo pigro per lavorare seriamente su aspirazioni e abilità personali, troppo stupido per le vie di mezzo. Non posso assolutamente dire di aver vissuto i miei vent’anni al massimo, né di aver provato qualsiasi esperienza e consumato tutta la curiosità e la voglia di vivere che mi sentivo dentro. D’altra parte posso tranquillamente affermare di non aver mai pensato seriamente al futuro, fuggendo dai problemi e rifiutando, sempre e comunque, di assumermi quelle che erano e sono tuttora le mie responsabilità.
Con un po’ di coraggio e un briciolo di giudizio la mia situazione adesso sarebbe diversa. Probabilmente migliore. Di sicuro potrei contare su un numero decisamente minore di rimpianti.
La mia visione di questo fondamentale crocevia è quindi molto complessa e piuttosto instabile. Purtroppo (o per fortuna), After The Party non è la trasposizione musicale della mia vita. Poco male, per carità.
Più semplicemente, nell’affrontare l’argomento, i Menzingers hanno puntato tutto sulla nostalmagia, come dei novelli Andrea Bini, scommettendo forte sulla poesia dei vent’anni e sulla potenza dei ricordi. Condendo il tutto con l’inevitabile consapevolezza che nulla più potrà essere altrettanto intenso e divertente. Ed è una scelta che paga, bisogna ammetterlo. I testi, seppur un po’ troppo kerouachiani per i miei gusti, funzionano. Sono interessanti, ben scritti, divertenti e soprattutto comuni a tutti. Ritrovarsi nei racconti di viaggi, sbronze, ragazze e lauree inutili è di una semplicità disarmante. Sono tutte cose che ho fatto persino io (le ragazze no, quelle non me le sono fatte, ma questa è un’altra triste storia). Con un po’ più di oscurità e una leggera vena nichilista nei testi sarebbe stato tutto ancor più bello, visto che mi sarebbero arrivati dritti al cuore, ma questa cosa di fatto non toglie nulla al piacere immenso che provo ogni volta che ascolto il disco.
Cullarsi nei ricordi, in fondo, fa sempre piacere, soprattutto quando non si ha molto altro. Il mio problema sta tutto nel “dopo”. Dopo i bei ricordi sale sempre quel gusto amaro di sconfitte e rimpianti che riesce, puntualmente, a farmi tornare sulla Terra in maniera piuttosto violenta. Ed è qui che comincio a chiedermi se la festa sia davvero finita. Per me, per voi, per i Menzingers. Magari per molti è appena cominciata. Lo spero, davvero.
Io non avevo certo bisogno dei Menzingers per capire che qui la festa è finita da un pezzo.
Però con i mentecatti come me è sempre meglio mettere le cose in chiaro.
Se poi lo si fa con un disco della madonna, tanto meglio.

Ho cercato di inserire questa osservazione nel pezzo per fare il simpatico, chiaramente senza riuscirci. Quindi vi invito a notare che nei Menzingers alla chitarra c’è Simon Pegg e alla batteria Jimmy Fallon.