Questo è stato un anno nero. Terribile. Devastante. La stanghetta dell’età si è vigliaccamente fermata sul numero 30 e da quell’orribile giorno non sono più stato lo stesso.

Tutti gli aspetti della mia persona che potevano sembrare folkloristici, peculiari, addirittura simpatici, sono diventati di colpo ridicoli ed imbarazzanti.
Gran parte dell’anno l’ho passato tra tentativi più o meno maldestri di darmi un tono e la superflua classifica di quest’anno continua, mio malgrado, su questo passo.
Perché l’idea di base era quella di fare una classifica che celebrasse un’annata “punk” a mio modestissimo parere ottima. Strung Out, Night Birds, Blacklisted, Jeff Rosenstock, Birds In Row e chi più ne ha più ne metta.
Poi ho nuovamente controllato la mia data di nascita, e l’unico disco smaccatamente punk-rock che mi sono sentito di inserire è quel True Brew che mi ha fatto tornare giovane e che mi ha ricordato perché, da più di quindici anni, sono perdutamente innamorato di quattro svedesi poco più vecchi di me.
Ho poi inserito due dischi di due cantautori che in comune hanno solo la classificazione di genere. Uno è americano e lo avevo sempre considerato un cazzaro a causa dei suoi dischi lunghissimi, pieni di orpelli da freakettone che mi avevano sempre annoiato a morte. Quest’anno ha fatto un disco chitarra e voce in cui ogni canzone sembra volermi ricordare quanto io sia coglione.

L’altro è italiano e non è Calcutta. Si tratta di un ragazzo di Bergamo del quale parlerei bene fino alla fine dei miei giorni. Ha fatto l’ennesimo disco magnifico e non so più come spiegarvi che si tratta di un’artista eccezionale, che meriterebbe la vetta di qualsiasi classifica, soldi a palate e un harem personale colmato con una trentina di modelle di Victoria’s Secret. Poi però mi rendo conto che così non sarebbe più in grado di scrivere testi magnifici e mi convinco che, in fondo, le cose vanno bene come sono.
Poi ho voluto metterci dentro Conor Oberst e il disco che aspettavo da più o meno 13 anni. Vero, questo disco ha dei testi un po’ banalotti e una produzione un pelo troppo pulita per i mie gusti. Però è figo, si è difeso alla grande nella sfida con le mie enormi aspettative e Conor si è confermato essere il solito talento invidiabile. Con il solito ascendente sull’universo femminile che io posso solo continuare a sognare. Idolo.
Ho deciso di chiudere con dei giapponesi che, al pari del fottuto yankee, non mi avevano mai gasato più di tanto. Alla fine gli è bastato accorciare le canzoni ed ammiccare un po’ per entrare definitivamente nelle mie grazie. Anche se sono consapevole che questa cosa non gioca a loro favore. Proprio per niente.

Questi sono quindi i dischi della mia vecchiaia. I dischi che hanno segnato il mio passaggio dalla vita che vale la pena vivere alla terza età.
È stato bello finché è durato.
Tanti auguri a tutti.

Milencolin – True Brew

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Caso – Cervino

Desaparecidos – Payola

Envy – Atheist’s Cornea