I genitori dei miei amici hanno cominciato a morire. So che è una frase che suona senza senso a soffermarcisi, perché morire non è una cosa che si può cominciare, portare avanti e terminare, non è altro che un passaggio di stato. È stato il cancro a farci cambiare la concezione della morte: chi si ammala di cancro sa che ha iniziato a morire, sa che è una questione di tempo e che l’unica cosa che può salvare è il suo ricordo presso chi resterà, ma non sé stesso. Il cancro ha trasformato la morte dilatandola da un attimo a mesi, anni, in cui solo chi sente il corpo consumarsi abbandona la speranza sereno.

I genitori dei miei amici hanno cominciato a morire. So che è una frase che potevo scrivere in tanti altri modi, per esempio anteponendo il predicato al soggetto, ma volevo fosse subito chiaro che i genitori sono quelli dei miei amici, non i miei, perché è un pensiero che ancora non ho il coraggio di affrontare. Ho iniziato ad andare a funerali, a capire come affrontare il dolore degli altri, cosa non dire, quando tacere, quando essere assente, forse ho esagerato nel non essere presente per paura di sbagliare. Ma il cancro sta, ogni anno di più, prendendosi spazio nelle mie cronache quotidiane, entrando nei discorsi, facendosi largo tra gli amici che si lasciano, che si ritrovano, che si promettono matrimoni ai quali non arrivano, che si sposano senza pensarci, che escono a bersi una birra o che sono troppo stanchi per farlo, che ancora si mettono in macchina di mercoledì sera per andare a un concerto. Si entra in una fase della vita in cui il cancro te lo devi fare amico, perché quando non colpisce te può devastarti, ma lo puoi superare. È il pensiero che mi perseguita mentre sfumano le ultime parole squarciate di Skyscraper, il pezzo che chiude uno dei dischi che sul cancro mi ha insegnato più dei funerali a cui sono stato, restando ai banchi più indietro, lontano dalla celebrazione, di spalle ai volti dolenti dei familiari sopravvissuti.

Stage Four dei Touché Amoré è un disco post-hardcore pervaso di rimorso, che con il rimorso fa a pugni fin dai primissimi pezzi, ma non si nasconde mai. Affronta la morte di cancro a viso aperto, con sempre maggiore rabbia e consapevolezza, innescando un processo che a tutti gli effetti è la reazione speculare al processo della morte, lento e impietoso. Dal desiderio irrazionale di tornare indietro, allo stupore per il tempo che passa mentre il dolore ne congela i secondi, già alla traccia quattro il cantante Jeremy affronta il quid con una brutalità disturbante: “You died at 69 with a body full of cancer”. Leggere la frase in italiano dà l’impressione di un’ampolla che si riempie così in fretta da straripare.

Displacement è il pezzo che ieri, mentre affrontavo questo discorso con il cancro davanti alla band che mi ha dato le chiavi per leggerlo, mi ha più messo in difficoltà. È iniziato quasi a sorpresa, e quel testo, violento empio, viene declamato da Jeremy ormai con un’espressione che non tradisce più alcuna rabbia, ma serena rassegnazione, una smorfia sorridente che in faccia a noi, stravolti dalla sua forza, vuole dire solo “Ho vinto io”. Non ho capito come questa prova di forza abbia avuto su di me l’effetto di gettarmi nell’ansia, ma è successo mentre mi cantavo in testa, ripetendolo, The way she said she would, the way she said she would, the way she said she would. La scarnezza dell’inglese, che usa lo spazio vuoto per connettere le cose come in questa frase, rende ancora più brutale l’approccio dei testi di Stage Four alla bestia contro cui si batte.

Nel modo in cui lei aveva detto che avrebbe fatto: in italiano è tutta una matriosca, dal contenitore al contenuto. In inglese sono tre bombe che esplodono in faccia nello stesso istante. The way. She said. She would. Un retrogusto di promessa, di passato, di volontà.

Questa frase non significa nulla per me. Non mi riguarda, non è successa a me, non parla di mia madre. Eppure non riesco a togliermela dalla testa, perché mi sembra che le parole si siano spogliate della loro funzione di codice, di segno, per farsi realtà, corpo. I testi di Stage Four SONO il cancro. Questo disco non parla del rimorso, È il rimorso. E ti suggerisce una via per sconfiggerlo, poco importa se questo implica affrontarlo a viso aperto inserendo in coda al disco un messaggio vocale della madre, l’ultimo messaggio vocale, lo stesso che in New Halloween Jeremy confessa di non aver ancora avuto il coraggio di ascoltare.

Sta lì, in coda a Skyscraper, ed la prova che alla fine ha vinto lui. Un messaggio di una banalità quotidiana che ci lascia aridi. Perché per chi sa di aver cominciato a morire, la banalità quotidiana è forse l’unico piano che si allinea al pensiero di chi gli sopravvive.

Finito il concerto, ho guidato verso casa con la consapevolezza di aver visto una band al proprio apice, e ancorarmi al presente in quell’istante, mi è sembrata la cosa più sensata da fare e basta.