Ho aspettato quattro anni il nuovo disco di John K. Samson e la delusione che ho dovuto affrontare una volta ascoltato Winter Wheat è stata enorme. Devastante. Ascoltare un disco del buon John senza raggiungere un orgasmo musicale è stato quantomai spiazzante e deprimente.
Si tratta sicuramente di una delle più grandi delusioni della mia vita. Più dei due di picche, più di Novara-Padova. Sto ancora cercando il modo migliore per affrontare la cosa.
Il fatto è che in un momento della mia vita dove le uniche certezze sono le iniziative ridicole dei 5 Stelle e Gabigol in panchina, il buon John per me rappresenta un pilastro, un monumento, una sorta di isola felice dove rifugiarmi ogni qualvolta ne senta il bisogno. O più “semplicemente” il mio unico e vero Messia.
Ho maturato negli anni una vera e propria venerazione nei suoi confronti, a volte forse poco obiettiva, ma sempre sincera. Una venerazione che è sempre andata oltre al semplice contesto musicale.
La coscienza politica, i testi. Adoro il suo personaggio a 360 gradi.
E poi chiaramente c’è la musica a fare la parte del leone. I dischi con i Propagandhi, che rimangono tuttora i miei preferiti di Hannah & co., i vecchi lavori solisti, i Weakerthans.
Ecco, i Weakerthans
L’altro giorno cercavo nel caos ordinato di casa mia un vecchio alimentatore. Ovviamente non l’ho trovato, però ho tirato fuori un sacco di vecchi numeri di Rock Sound che custodisco ancora piuttosto gelosamente, nonostante abbia sempre preferito gli Speciali Punk. Rock Sound aveva diverse cose che già da ragazzino non mi andavano troppo giù. Dalle recensioni tutte uguali alle interviste banalissime.
Ma la cosa che mi dava più fastidio era un piccolo inserto che compariva in ogni numero. Prendevano un pirla di un gruppo random e lo sottoponevano alle dieci domande più stupide da fare ad un musicista. Primo/ultimo disco acquistato, canzone che vorresti al tuo matrimonio/funerale, canzone perfetta per scopare, disco preferito, canzone preferita e così via.
Ho sempre trovato questa serie di domande di una stupidità e di una pochezza colossale. Ma la cosa che più mi faceva incazzare era che se per assurdo qualcuno avesse sottoposto queste domande a me, non sarei stato in grado di rispondere a nessuna di esse. Tuttora non saprei dirvi qual è il mio gruppo preferito, non ricordo assolutamente il primo disco che ho acquistato e faccio talmente cagare a letto che un sottofondo romantico è l’ultimo dei miei pensieri.
Dopo diversi anni sono però felice di aver raggiunto una nuova indispensabile consapevolezza.
Grazie a John e ai Weakerthans, se un qualsiasi stronzo dovesse chiedermi qual è la mia canzone preferita, avrei finalmente la risposta pronta.
Questa:

Left and Leaving è un pezzo che a mio avviso rasenta la perfezione. O forse la raggiunge. Mi piace pensare che sia pure in grado di superarla, sposando l’astrazione e flirtando con l’esoterico.
Non trovo alcun aspetto che non riesca a reputare assolutamente magnifico. Il testo, la melodia, la semplicità dell’arrangiamento.
Il mood generale della canzone che continua dopo anni a sventrarmi emotivamente senza alcuna pietà.
Left and Leaving è la mia canzone per tutte le stagioni. È un pezzo talmente bello che ascoltarlo rimane sempre un’esperienza meravigliosa, in qualsiasi momento o situazione.
Dopo una giornata di merda, dopo una grande giornata, in macchina di notte, in macchina di giorno, quando faccio finta di farmi la barba che non ho. Lo considero così perfetto che se mai ricapiterà l’occasione, pensando a Rock Sound, testerò la sua validità come colonna sonora di attività peccaminose.
Non so se i Weakerthans siano il gruppo nel quale avrei sempre voluto suonare, ma Left And Leaving è sicuramente la canzone che vorrei tanto aver scritto. Per poter dire di contare qualcosa in questo mondo, per sentirmi davvero soddisfatto di me stesso. Per sapere che che grazie a 4:46 minuti così belli, qualcuno si ricorderà di me anche quando sarò cibo per vermi.
Anche solo per farla ascoltare a mia madre, perché sono convinto che grazie a questo pezzo avrebbe finalmente un motivo valido per essere fiera di me.
Ho tentato per anni di descrivere quanto mi sentissi legato a John e ai Weakerthans, e quanto i loro dischi mi abbiano dato in questi anni. E se non ci sono mai riuscito è solo perché sono uno stupido ritardato. Questo purtroppo è il meglio che so fare. Raccogliere una serie di sproloqui sfocati e senza molto senso, relativi tra l’altro ad una sola canzone. Partendo per di più dal peggiore dei pretesti, ossia l’unico disco di John che non sono riuscito ad amare alla follia.
Quindi alla fine è vero, Winter Wheat è sicuramente una delle delusioni più grandi della mia vita. Ma è altrettanto vero che non devo farne un dramma. Innanzitutto, se devo essere obiettivo, non posso considerarlo un disco brutto. D’accordo, sono più le canzoni che ho skippato che non quelle che mi sono ritrovato a riascoltare con piacere, però alcuni momenti che rimandano allo smalto dei vecchi tempi ci sono ancora. Momenti che sono sufficienti a farmi preferire Winter Wheat a diversi altri dischi simili che ho trovato molto più soporiferi ma soprattutto più boriosi.
E poi credo di aver capito quale sia il piano del buon John. Credo che, nemmeno troppo in fondo, stia semplicemente mettendo alla prova i suoi adepti. Se ne esce con un disco brutto per sfoltire le fila. Per eliminare le mele marce facendogli credere che anche lui è semplicemente un essere umano.
Io però non me la bevo e non scappo.
Rimango qui, fiero e più che mai motivato a venerare il mio Signore.