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2020 diviso quattro

Sentire i miei passi riverberarsi nella piazza deserta in pieno giorno è un ricordo che mi risuona ancora nella testa e non se ne va; un po’ mi veniva da ridere perché era tutto assurdo, un po’ sentivo quei tonfi corrodermi come in un brutto sogno, di fronte a un sole e un caldo anomali per marzo che mi ridevano in faccia. In fondo non era molto che avevo brindato al nuovo anno, che aveva una forma così armonica, pari, duemilaeventi, o ventiventi, un anno che era già brand, e nel giro di poco tempo era invece piombato nella prova collettiva più dura alla quale mi fosse capitato di assistere, a mia memoria.
Ogni anno ha le sue tragedie, ma con esse, fino a questo, si era sempre accompagnata anche una specie di assicurazione, uno scudo che pareva dire “ma sì, è una tragedia, ma è lì, alla finestra, non qui”.
E io dalla finestra avevo sempre guardato le cose succedere, e come spettatore pensavo che mi sarebbe bastato volgere lo sguardo altrove per cambiare spettacolo. In un certo senso le tragedie del mondo mi avevano sempre smosso e commosso, ma non mi avevano riguardato. Era così che guardavo alla Cina nei primi mesi dell’anno, quando raccontavano l’Inferno e io pensavo ai soliti sensazionalismi. Mi dicevo: se mai tutto ciò arriverà qui, alla mia porta a bussare, basterà guardarlo in faccia per non averne paura.
Il 2020 ha tolto, credo per sempre, la barriera di vetro tra ciò che succede e me, la sensazione di innocenza che ti pervade quando pensi che qualche forza equilibratrice dell’universo ti terrà al riparo dal peggio se sarai abbastanza bravo da non andarlo a cercare.
Una volta la pensavo così, in effetti; se le cose non le cerchi, non le troverai. E questo valeva tanto per le esperienze che valgono la pena di essere vissute, quanto per i guai, il dolore.
Quando ho alzato il mio primo calice, di fronte a me avevo un condominio affacciato sul balcone dove fumavo, per vedere qualche fuoco artificiale. Non mi emozionano i fuochi artificiali, ma non saprei come giustificare il 31 dicembre senza averne visto neppure uno, è una di quelle cose che faccio per controllare se esisto davvero. Il condominio davanti a me aveva tutte le finestre illuminate di giallo, scorgevo le sagome nere di chi festeggiava, e io pure per loro ero una sagoma nera nel palazzo di fronte, che alzava un calice. Ripensavo che tutti i capodanni in cui mi ero augurato di venirne fuori nell’anno che stava appena cominciando non era andata proprio come desideravo, anzi ero sceso sempre più in basso, sempre più tra le viscere dei guai che, evidentemente, mi ero cercato. Allora quel calice l’ho alzato e basta, e non è che non avessi più speranze di una svolta, o che mi aspettassi di scendere ancora di più; soltanto avevo smesso di credere che il calendario significasse qualcosa, avesse un qualche peso nella dura ricomposizione dei cassetti dentro di me che avevo rovesciato.
Ricordo di non essermi augurato proprio niente. E di essermi subito dopo chiesto se smettere di augurarsi le cose vuol dire che hai capito, o vuol dire che hai mollato.

Quel poco di normale che c’è stato nel 2020 non mi è piaciuto, anzi, sembrava portare a un finale amaro, il necessario sbocco di un declino che non si fermava. Ma non c’è stato il tempo di processarlo, di aspettare come sempre che la primavera mi attirasse fuori di casa per mettere a nudo la mia incapacità di affrontarlo, perché in casa ci siamo stati rinchiusi.

Quindi ho iniziato a camminare in piazze vuote, indossando una mascherina prima come oggetto buffo che avrebbe fatto parte di una specie di festa a tema reparto chirurgia, poi come si indossa una sciarpa d’estate, poi come delle mutande.
Per mesi ho svuotato buste della spesa, riempito pentole di una soluzione di acqua e Amuchina e messo a disinfettare verdure e frutta, operazioni nuove di senso in un tempo che cominciava a scorrere tutto uguale; intanto le giornate si facevano più luminose, più calde, più profumate, e non riuscivo a fare a meno di pensare che ora le cose si fossero ribaltate: osservavo dalla finestra andare in scena la realtà di cui mi ero sempre sentito parte, e di cui aspettavo il ripetersi sempre uguale ogni anno, come un autobus che puoi perdere tanto ripassa, e stavolta ero condannato ad assistervi senza gettarmici in mezzo, e nel frattempo era la tragedia ad aver spaccato il vetro ed esondato nel mio punto di osservazione. Anche ora, che sono chiuso in casa con un ventaglio di possibilità che sulla carta pare più ampio, non sento comunque quell’odore che ha avuto solo questa primavera. È una cosa che non posso rifare qui, su questa pagina, ma era un odore che mi parlava del faticoso processo di reimparare a vivere, a costruirmi del tempo.
Ho fumato delle sigarette nell’incrocio tra tre strade in cui abito, era deserto, tonnellate di silenzio che si interrompevano solo quando passava il camion dell’immondizia, inseriva la retromarcia e scandiva il tempo con un bip bip che sembrava quasi un piacevole diversivo. Iniziavo a chiedermi se non mi stessi perdendo qualcosa a reagire semplicemente ricostruendo, a farmi andare tutto bene; iniziavo a chiedermi se un giorno avrei forse smesso di rivolere indietro ciò che la pandemia mi stava togliendo: le prove, i concerti, il calcetto, la routine, l’ufficio, l’aperitivo, la gente in casa, un aereo, mangiare con le mani.
Sì, la pandemia, ad oggi, per fortuna mi ha tolto solo questo, e altre trascurabili cose dello stesso tenore su cui ho costruito la mia identità e il mio quotidiano, quelle cose che se sapessi disegnarmi metterei nascoste tra le linee che traccio.
Una sera tra le prime in cui abbiamo ricominciato tutti a respirare, era quasi estate, ho preso un Negroni in una coppa di plastica con tanto di tappo, tipo quelli per le bevande calde che ti vendono in metro, a un bar che poteva lavorare solo per asporto, poi mi sono seduto sugli scalini della Gran Guardia. L’ultima volta che avevo bevuto qualcosa fuori avevo un cappotto di lana, e in quel momento indossavo una giacca leggera, e il cielo era blu scuro, non ancora buio. C’erano altre persone che giravano, parlavano e sorridevano sotto la mascherina. Non avrei potuto sentire risuonare i miei passi in quel momento. Lo ricordo come uno dei momenti più felici dell’anno.


Le cose non sono più tornate veramente com’erano, quando poi è arrivata l’estate a restituirmi gran parte di ciò di cui avevo sentito la mancanza, e mentirei a dire che ho passato delle vacanze spensierate. Anzi, è stato sopra a un colle della toscana, accanto a una piscina, mentre guardavo a valle, che dopo lunghi momenti di silenzio e di incapacità di parlare con la mia famiglia che osservava impotente il callo che avevo sul sorriso, mi sono scoperto infelice. La vita che era ripresa all’improvviso aveva fatto ricominciare anche ciò che mi atterriva prima che si fermasse, ma si era anche mangiata una stagione. D’improvviso, quando ho potuto riversarmi fuori, mi sono sentito chiuso fuori dalle vite altrui, senza capire. Se neanche la più grande tragedia collettiva di cui ero stato testimone mi aveva aiutato a relativizzare e a ridimensionare ciò che non mi faceva dormire di giorno, cosa avrebbe potuto farlo? Cosa c’era di sbagliato in me? E soprattutto, quando mi ero andato a cercare tutto questo e perché?


Allora non basta andare lontano. Se altrove le cose succedono, rimani comunque spettatore di qualcosa senza capirlo, e se non lo capisci te lo perdi, lo lasci scivolare dalle mani. Se altrove le cose succedono, perché non stanno succedendo anche a me? Perché sono fermo a guardare un colle?
Il senso di una pandemia, se ce n’è uno che non sia puramente attinente alla biologia, per me è stato maturare il pensiero che non potevo proteggermi dal dolore, nessuno può, e che non andarmi a cercare le cose non mi avrebbe risparmiato. In alcuni momenti, tutto quello che dovevo desiderare era che il dolore mi travolgesse senza scampo, che si mostrasse per quello che era e non nella sua forma edulcorata, perché fino a quel momento avevo fatto così e in mano mi erano rimaste solo domande e nessuna risposta. Volevo solo che mi fosse messo di fronte con sincerità, se di sincerità si nutrono i rapporti umani.


Nel 2020 ho ascoltato quattro dischi, e non li ho cercati, mi hanno trovato.
Marigold dei Pinegrove è uscito il 17 gennaio, ed è riuscito come Skylight a prendersi cura dei momenti in cui mi prendevo cura di me: Dotted Line ancora prima di alzarmi dal letto, I don’t know how but I’m thinking it’ll all work out, altro che gli auguri di felice anno nuovo.
On Circles dei Caspian è uscito la settimana dopo, e ha fatto l’opposto, ha scavato dentro perché evidentemente non ero ancora arrivato in fondo, l’ha fatto con gli strati di Wildblood, con quell’equazione strana capace di darmi energia e di levarmela appena sfuma la canzone, con la sensazione di non aver più niente da dire e avere però ancora tutto da perdere.
You’ll be fine degli Hot Mulligan è uscito il 6 marzo, è un disco elettrico e melodico, ma quando guardavo quel colle e mi rendevo conto di essere un’ombra dietro la finestra avevo in testa Analog Fade, e quella richiesta strana you’ll be fine just forget all about me, see, I’ve got nothing left I gave it all to you.
Punisher di Phoebe Bridgers è uscito a giugno. Phoebe, nei suoi testi, fa quello che mi sono accorto di volere da quest’anno: girare l’angolo e metterti di fronte al dolore, quasi a sorpresa, come una cosa difficilissima da sentirsi dire messa subito dopo una cosa simpatica. I testi di Punisher sono un campo minato che prima o poi ti fa saltare in aria, per quanto tu stia attento, per quanto tu non te la vada a cercare.

Per chi suona e vive la musica anche a cominciare dai live, un anno senza concerti, in cui vivere quella dimensione della musica diventa pericoloso per te e per gli altri, il 2020 può essere stato un anno di silenzio, ma non ho mai riempito così tanti momenti con la musica prima d’ora, nella sua versione registrata, quella pensata per durare, per suonare sempre uguale ma colpire in modo diverso. La musica da fatto performativo è diventato fatto solo intimo, non è esistita altra dimensione nel dialogo che ho avuto con lei in questo tempo. È stato come stare a lungo seduti su una riva ad aspettare nient’altro che dirsi tutto, e il tutto non è mai arrivato, ogni discorso e confessione ne generava un altro. Muovendomi a passi incerti con una tazza troppo piena ho spanto a terra diverse cose a cui tenevo in quest’anno, e questi quattro dischi mi hanno aiutato ad asciugare le perdite. Semplicemente, mi hanno detto le cose come stavano. E io gli ho creduto.

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