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4 Gruppi Post Rock italiani da tenere d’occhio

Di solito il discorso “ANDIAMO SEMPRE A GUARDARE ALL ESTERO QUANDO IN ITALIA ABBIAMO DEI TALENTI CHE NON SFRUTTIAMO DUCIE DUCIE” mi fa abbastanza girare i coglioni, e sì me li fa girare anche in questo istante quindi non lo farò. Presento solo 4 gruppi postrock italiani, non per chissà quale orgoglio del fatto che siano italiani, lo trovo discriminatorio per loro perché ne esce un discorso tipo “non son mica male NONOSTANTE siano italiani”, e per i gruppi esteri perché pare che per loro sia più facile non si sa bene perché. Sottolineo la loro italianità solo per un motivo: è più facile che li vediate live. Che alla fine conta questo.

Tipo i Three Steps To The Ocean, Milanesi, suonano da parecchio ormai; il 2006, non ce ne vogliano i nostri amici più anziani, è una vita fa. Per dire, io quell’anno ho fatto la maturità. Da allora la band ne ha fatta di strada, con 3 dischi interamente ascoltabili sul loro bandcamp, e una marea di concerti in giro per l’europa tutti elencati nel loro sito. Le loro sonorità sono quelle più heavy di questo quartetto di band, più vicine agli Isis e alcuni episodi di Jesu. Del loro ultimo disco Scents, certamente il più riuscito, avevamo già parlato qualche mese fa. Sono passati 7 anni dall’esordio e i ragazzi hanno avuto la grande soddisfazione di aprire la data dei God Is An Astronaut ad Assago il mese scorso.

Più vicini ai God Is An Astronaut sono però i vicentini Dankalia, concepitisi nel 2010 ma stabilizzati solo quest’anno in un percorso che a detta loro unisce il post rock strumentale a influenze psichedeliche, rock di fine anni novanta ed elettronica. Il loro ep d’esordio è sorprendentemente maturo, attestandosi su strutture quadrate, solide e dilatate, in cui emergono le melodie chitarristiche (Crysalis su tutte). Un gruppo che nel roster Deep Elm non sfigurerebbe accanto a nomi come Moonlit Sailor.

Si torna su sonorità più pesanti e cupe coi romani Tomydeepestego, nome che sono riuscito a cogliere solo dopo alcune ore passate a decifrarlo, ore in cui mi sembrava il nome più brutto del mondo per una band dopo quello della mia. Poi ho capito che dovevo inserire delle barre spaziatrici in mezzo. Mea culpa. Da qualche anno la band se ne è uscita con Nero, un disco strumentale pesantone che sia nelle grafiche sia nelle frustate delle chitarre ricorda gli Ornaments, però con un incedere più zarro. Nero, masterizzato allo Studio 73 di Ravenna, evidentemente specializzato nel genere dato che da lì è uscito anche quel discone di The Long Procession degli Amia Venera Landscape, è ormai il terzo disco della combo, e anche per loro li potete ascoltare tutti e tre nel bandcamp. Cose belle degli anni nostri.

Su territori più freddi (LOL) e certamente raffinati sono La Nevicata dell’85, in bilico fra il meglio del rock alternativo italiano e strutture post su cui spicca un recitato interessante. L’unica combo che prevede una centralità al ruolo vocale, il quale ne confina la comprensione al territorio italiano, quando invece la composizione mostra chiare influenze internazionali, non ce ne voglia Simona Ventura. Capitiamo proprio a fagiolo in un momento in cui il loro secondo disco Secolo è prossimo all’uscita e già in streaming in alcune webzine italiane. Dal loro Facebook tuttavia si può scaricare il primo disco self titled.

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